Giovani e islam europeo. Intervista a Luisa Maniscalco

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Islam in EuropaPina Sodano, Zeroviolenza
10 marzo 2016

La prof.ssa Maria Luisa Maniscalco è una sociologa romana ed ex docente di sociologia dei processi di pace e di teorie e tecniche della trasformazione dei conflitti al dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Roma Tre. È un'esperta di studi sull'islam europeo e da anni si occupa di dialogo interreligioso.
I temi trattati sono di grande attualità e le sue riflessioni consentono sempre di andare oltre luoghi comuni e stereotipi che spesso invece caratterizzano il dibattito pubblico e mediatico nazionale. Per questa ragione abbiamo deciso di intervistarla per riuscire a decifrare meglio un mondo che pare drammaticamente sull’orlo di un nuovo conflitto.

Lei ha pubblicato nel 2012 un libro dal titolo L'Islam europeo. Sociologia di un incontro. Ci può spiegare in sintesi cosa intende per Islam europeo?
Ho usato l’espressione “Islam europeo” non per identificare una realtà che è ancora da costruire, ma per significare che esistono molti musulmani che, come noi, si sentono italiani, francesi, inglesi, tedeschi, olandesi …e, insieme, europei. Considerano l’Europa la “loro casa”, vogliono costruire qui il loro futuro, rifiutando il terrorismo, ricercando relazioni pacifiche con i governi e chiedendo una maggiore integrazione sociale e culturale.

Il panorama che disegnano è però molto variegato; a fronte di quello che viene definito l’“islam sociologico”, di quanti si sentono musulmani per retaggio culturale in senso ampio, non tanto per l’osservanza puntuale dei precetti e per la preghiera, quanto per un’etica e per i costumi, esiste un Islam che reclama il controllo del campo sociale e degli stili di vita dei credenti.

Tuttavia, a causa della frammentazione dei musulmani, è difficile udire una loro voce comune. Sono dell’idea che una crescita politica democratica e una maggiore partecipazione alla vita pubblica dei musulmani europei costituirebbe un fattore di stabilità e che bisogna impegnarsi in un dialogo su basi nuove con l’Islam.

Perché alcuni giovani europei musulmani, pur avendo frequentato le nostre scuole e università, si arruolano nelle file del terrorismo islamico salafita e diventano “terroristi in casa propria”?
Non esiste il terrorista home-grown tipo, come non esiste il foreign fighter tipo. Sulla base delle biografie dei responsabili di diversi attentati, di molti studi fatti e delle informazioni provenienti anche da siti istituzionali possiamo individuare alcune categorie. Una prima è rappresentata da giovani che hanno interiorizzato un forte odio per la società, avendo vissuto situazioni di esclusione sociale o di emarginazione. Si tratta di figure che conducono vite marginali in aree periferiche e disgregate e spesso sono autori di attività microcriminali.

L’adesione all’Islam radicale può essere il mezzo per ribaltare lo stigma e sentirsi superiori alla società da cui si sono sentiti inferiorizzati. Una seconda categoria è quella di ragazzi di ceto medio e medio-alto che non hanno alle spalle percorsi biografici di emarginazione e che arrivano ad odiare la società dopo un percorso di radicalizzazione estremo. Finora questi giovani hanno scelto di andare a combattere nel Daesh o altrove e, tranne casi rarissimi, non risulta abbiano progettato attentati sul suolo europeo.

Si tratta spesso di convertiti o di appartenenti a famiglie musulmane non tanto osservanti, motivati dal desiderio di aiutare i “fratelli” di fede e sono attratti dall’idea di vivere in uno “Stato islamico”. Un discorso a parte andrebbe fatto per le giovanissime; spesso cercano uomini che mostrano virilità e coraggio, con i quali avere rapporti sinceri e fiduciosi e pensano di realizzare meglio se stesse nel Califfato, acquisendo rapidamente il ruolo di mogli e di madri. Queste categorie abbozzate non esauriscono la grande varietà dei casi.

Esiste in Italia il problema dell’arruolamento di potenziali terroristi o loro simpatizzanti nelle moschee?
In una prima presenza di jihadisti in Europa a partire dagli anni Ottanta il reclutamento di mujaheddin avveniva nelle periferie e in alcune moschee. Per esempio negli anni Novanta il Centro culturale di viale Jenner a Milano si costituì come hub di reclutamento e di supporto logistico per i volontari di tutto il mondo intenzionati a combattere in supporto ai musulmani bosniaci.

Oggi la situazione è diversa e credo che la maggior parte dell’avvicinamento ai fini di un coinvolgimento fino al reclutamento avvenga altrove e con mezzi diversi. Si pensi all’importanza crescente del web – per esempio secondo uno studio del Brookings Institute, alla fine del 2014 i sostenitori del Daesh controllavano circa 45.000 accounts di social media – anche se il rapporto personale non va sottovalutato.

Non di meno, il clima generale è deteriorato dalla paura e dalle reazioni agli attentati; l’estrema destra europea si è rafforzata ovunque nel vecchio continente, in parte a causa della minaccia jihadista e della paura che ne deriva. Nella vita quotidiana può aumentare l’intolleranza, la paura reciproca e l’aggressività. Questo deterioramento delle interazioni, che nei fatti nega l’interculturalità, va combattuto.

Quanto accaduto mette in evidenza anche una sorta di “distonia della rappresentazione della tragedia?”. Esiste questo rapporto sbilanciato tra tragedie e rappresentazione mediatica?
Il “villaggio globale” non è poi così globale; non lo è almeno a livello di emozioni collettive. Le narrazioni delle diverse testate sono culturalmente segnate. In Europa un fatto accaduto fa più clamore di uno avvenuto in America, in Africa o in Cina. La prossimità territoriale, linguistica, culturale fa premio sull’entità della tragedia. I media non sono preparati a cogliere e sviscerare eventi che interessano poco le proprie audience.

Quando nel 2012 ci fu la guerra in Mali, mi resi conto che quasi nessuno conosceva approfonditamente le problematiche; eppure fu un evento importante strettamente collegato alla dissoluzione della Libia e indicatore della diffusione del jihadismo nel Sahel. I media, o almeno alcuni, cercano il sensazionalismo, la notizia che cattura l’attenzione; è lo stesso processo di news making che porta a selezionare notizie “emozionanti”, in cui la contrapposizione, “drammatica” nel senso che si “svolge” e crea una situazione in movimento, fa spettacolo.

Ciò non toglie che per l’Islam e l’Europa si tratta di fare i conti con il pesante retaggio del passato e con un reciproco immaginario negativo, spesso sotterraneo, ma persistente e riprodotto. Ritengo islamofobia e islamofilia atteggiamenti ugualmente dannosi; entrambi ostacolano una reciproca comprensione, indispensabile per immaginare un futuro comune da costruire insieme.

Cosa dovrebbe fare l'Europa per contrastare il terrorismo jihadista?
È necessario interrompere i flussi economici finanziari che alimentano il terrorismo e l’intelligence track the money gioca al riguardo un ruolo preminente. Occorre poi contrastare la strategia propagandistica del terrorismo attraverso campagne contro-informative coerenti. Una forte presenza mediatica sembra essere, infatti, uno strumento necessario per ostacolare efficacemente la capacità delle organizzazioni terroristiche di penetrare sia le società occidentali che quelle mediorientali.

Inoltre a livello di pubblica sicurezza trovo inaccettabile che esistano quartieri, come a Bruxelles, in cui le forze di polizia non entrino; c’è poi il problema delle carceri che è enorme nel nostro paese. Si fa abbastanza per contrastare la radicalizzazione jihadista all’interno degli istituti di pena?

Altro punto è il ruolo della scuola. In questo caso troppo è lasciato all’improvvisazione e alla buona volontà degli insegnanti. Il corpo docente è preparato ad affrontare la situazione? Come educare i bambini e i ragazzi ad una cittadinanza in grado di arricchirsi della diversità?

Quale ruolo ha l’economia nei conflitti bellici odierni?
I “grandi giochi” geostrategici hanno trovato, trovano e troveranno sempre nell’interesse economico un motivo importante. Questa affermazione resta però generica; si tratta di tentare di capire, caso per caso, come e perché gli interessi in gioco e i gruppi portatori degli stessi agiscano quali elementi conflittuali.

Infatti non sempre questo accade; per esempio l’obiettivo principale perseguito dalla dirigenza cinese è di assicurarsi risorse energetiche sufficienti ad alimentare la crescita economica del paese; questo obiettivo ha portato la Cina a realizzare una massiccia presenza in Africa senza però a tutt’oggi diventare o venir percepita come un fattore conflittuale.

Inoltre a seconda dei diversi livelli, macro, meso, o micro, i legami tra conflittualità e interessi economici si definiscono e si strutturano reciprocamente. Per esempio in certi conflitti si produce un’economia basata sulla violenza, sulle reti di traffici illeciti e su azioni criminali che si sovrappongono e si mescolano alle reti delle cellule terroristiche per cui è difficile distinguere se è il conflitto (politico/etnico/religioso) a generare questo tipo di economia o se, come sostengono i teorici delle “guerre criminali”, la permanenza della guerra è funzionale al mantenimento di questo sistema economico.

Come abbiamo riscontrato con una nostra recente ricerca, la criminalità organizzata ha trovato nel Sahel uno spazio di insediamento che ne ha favorito il radicamento e l’intreccio di interessi con i gruppi terroristici, tanto da far nascere il “mito” narcoterrorista. Sarebbe riduttivo però pensare che l’economia sia la sola causa della conflittualità.  

Cosa si sentirebbe di dire ai giovani per sconfiggere terrorismo e pregiudizi?
Non credo che le parole siano sufficienti. Ci sono problemi enormi nello scenario internazionale, stiamo vivendo un’epoca di grandi cambiamenti. Forse suggerirei ai giovani di guardare il mondo con occhi “nuovi” perché stereotipi e pregiudizi sono calcificazioni storiche!

Ultima modifica il Venerdì, 11 Marzo 2016 08:42
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