Il caso Regeni e la caduta degli Dèi

Salvador Dalì, The three sphinxes of bikiniSergio Baffoni, Zeroviolenza
14 marzo 2016

E’ passato più di un mese dalla morte di Giulio Regeni, e ancora non si sa cosa sia davvero accaduto. Il governo egiziano continua a presentare piste preconfezionate, senza neppure curarsi di farle apparire credibili.

Sembra anzi che non voglia affatto che siano credibili, che sia ben chiaro il messaggio che i carnefici di Giulio Regeni hanno inciso sul corpo martoriato del ragazzo, un messaggio diretto a tutti i ficcanaso.

L’Egitto è roba nostra. Un messaggio arrivato a destinazione: il nostro paese ha ingoiato in silenzio.

Tace la destra, o quel che ne resta. Mentre si straccia le vesti per i due marò arrestati in India, tace sull’omicidio, sulle torture, sui depistaggi del governo egiziano, come se non fossero un affronto ben più grave e intenzionale alla nostra nazione. Forse la colpa di Giulio Regeni era quella di non essere un militare in servizio, o forse - ancor più grave - non aver ucciso nessuno, a differenza dei marò. L’innocenza come colpa, un paradosso che la dice lunga.

Tace la sinistra al governo, o quel che ne resta. I succosi contratti che la ministra Guidi firmava mentre veniva ritrovato il corpo di Giulio Regeni bastano a ingoiare tutto. Neppure un richiamo dell’ambasciatore per consultazioni. Niente. Apparentemente, perfino i valori universali dei diritti dell’uomo sono negoziabili. Questo è il suo corpo, prendetene e torturatene tutti.

Eppure, malgrado il silenzio della politica e il silenzio ancora più spettrale del nostro Stato, la storia di questo ragazzo ci ha colpito, indipendentemente dai dettagli che verremo o non verremo mai a sapere, ci ha fatto sentire fragili, e allo stesso tempo ci ha indignato.

Gli attivisti egiziani ci chiedono un pò annoiati perché ci stupiamo tanto, si sa che in Egitto si muore così, è la normalità in quel paese. Eppure ci stupiamo, restiamo esterrefatti da questa storia. Perché sentiamo che quello che è accaduto a Giulio Regeni non è un orrore lontano, qualcosa che capita ad oppositori sconosciuti in paesi lontani.

Quello che è accaduto a Giulio Regeni sarebbe potuto accadere a ciascuno di noi, bastava trovarsi nel posto sbagliato, o parlare con le persone sbagliate. C’è la consapevolezza di qualcosa di più profondo: che essere europei e bianchi, essere parte del ‘club’ non basta più a proteggerci. Perché il club si è sciolto.

“Sono un suddito di Sua Maestà Britannica”, dicevano i coloniali inglesi quando si sentivano minacciati. Toccami, e te la vedrai con le nostre cannoniere. La Gran Bretagna aveva un impero, e quasi tutti gli europei avevano le loro colonie, erano Dèi bianchi nei paesi dei nativi.

La protezione diplomatica è stata uno dei simboli della violenza coloniale e post-coloniale: gli Dèi non si toccano. Ora questa protezione non c'è più: la dignità nazionale e perfino la nostalgia di potenza coloniale non valgono niente di fronte ai contratti petroliferi e ai flussi finanziari globali.

E il corpo torturato di Giulio Regeni ci dice che non siamo più Dèi. Non siamo più privilegiati cittadini del Nord, siamo solo formiche impotenti in un mondo globalizzato.

Gli Dèi, quelli veri, aleggiano sopra di noi, muovendo inimmaginabili flussi di denaro virtuale, e lasciando agli scherani l’onere di rimuovere qualsiasi intralcio sulla loro strada.
Ultima modifica il Martedì, 15 Marzo 2016 10:49
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