Aborto, l'Europa dice violati i diritti delle donne in Italia

Aborto e diritti delle donneMaddalena Robustelli, Zeroviolenza
13 aprile 2016

Quando si arriva a rivolgersi ad un'istituzione comunitaria per vedere riconosciuti i diritti violati dal proprio ente statale, vuol dire che qualcosa non va nelle scelte adoperate dalla classe politica al governo.

Per quel che riguarda la piena applicazione in Italia della legge 194 così è stato, come si evince dalle due sentenze di condanna che nel giro di altrettanti anni hanno visto soccombere lo Stato di fronte a chi rivendicava nei suoi confronti la piena attuazione della normativa vigente in materia di interruzione volontaria di gravidanza e di aborto terapeutico.

Con il riconoscimento di un ulteriore violazione nella pronuncia resa pubblica ieri, ossia la lesione dei diritti del personale medico non obiettore gravato di lavoro e finanche discriminato.

Il governo, chiamato a difendersi nel secondo reclamo di fronte alle accuse della Cgil di non organizzare il sistema sanitario nazionale al rispetto della 194, non è riuscito a convincere il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa al riguardo della giustezza delle proprie argomentazioni e ha perso l’istanza, perché gli è stata riconosciuta la colpa di violare il diritto alla salute delle donne, sancito dall’art. 11 della Carta Sociale Europea. 

Difatti si può leggere nel deliberato che “le donne che intendono chiedere un aborto possono essere costrette a trasferirsi in altre strutture sanitarie, in Italia o all'estero, o ad interrompere la loro la gravidanza senza l'appoggio o il controllo delle autorità sanitarie competenti, o possono essere dissuase dall'accedere ai servizi di aborto”, previsti dalla normativa italiana.

Diventa così inutile e pervicacemente dannoso per la credibilità del Paese in sede comunitaria, sostenere, come fa la ministra Lorenzin, che la violazione non c’è stata perché i dati esplicitati nella decisione sono “vecchi”.

Peggio ancora esplicita l’on. Lupi che, con i toni marcati da una strumentale crociata antieuropea, ha sottolineato che “non si accettano lezioni dal Consiglio d’Europa”. Assisteremo, così, al solito balletto di cifre, sciorinateci impunemente pur di non riconoscere la legittimità della pronuncia dell’istituzione comunitaria, e al consueto copione populistico contro il Consiglio d’Europa.

Indubbiamente esso non può comminare sanzioni, ma solo enunciare principi di rispetto dei diritti sanciti dalle proprie normative. Non appaia, però, questa una circostanza di poco conto, perché di fronte ad una Relazione ministeriale sullo stato di attuazione della 194, enunciata a tamburo battente nello scorso novembre, ove si ribadiva che "riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi IVG e per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, non emergono criticità", la condanna di ieri assume una valenza particolare.

Non quella della guerra dei numeri, aggiudicata alla Cgil, bensì la vittoria di un principio giuridico fondamentale, ossia che i diritti violati, quale quello di ricevere la corretta assistenza sanitaria correlata al servizio di interruzione di gravidanza, esigono il ripristino della legalità, senza se e senza ma.

E, soprattutto, senza tirare in ballo numeri falsati dalla volontà di non mettere mano alla situazione di disapplicazione della 194 in Italia, perché dietro i numeri ci sono le donne in carne ed ossa. Donne che sulla propria pelle subiscono i soprusi di un servizio sanitario pubblico incapace di venire incontro al loro bisogno di salvaguardare la vita e la salute, nonchè ostile a riconoscere in loro capo il diritto di scegliere la maternità in libertà e consapevolezza.

Ultima modifica il Mercoledì, 13 Aprile 2016 13:16
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