TTIP: democrazia o mercato?

Stop TTIPMatteo Bortolon
28 aprile 2016

Sabato  7 maggio la campagna italiana Stop TTIP scenderà in piazza a Roma. L'obiettivo è dare un segnale alle alte sfere governative: la contrarietà al Trattato transatlantico è forte e radicata e non rinuncerà a far valere le proprie ragioni.

Curioso come i governi ad ogni più impalpabile lievitazione del dissenso in molte materie corrano subito ai ripari; appena qualche fatto delittuoso infiamma di un punto percentuale l'ostilità agli stranieri è tutta una corsa a mobilitare polizia, esercito, antiterrorismo e chi più ne ha ne metta (o almeno a far credere di farlo); appena si accredita una opinione montante contro questa o quella tassa, rappresentanti di area governativa o affini prendono d'assalto tv e giornali per spiegare, smentire, promettere di abolire, ecc.

Nel caso del TTIP e materie affini invece no, niente slides alla conferenza stampa del Presidente del Consiglio dei Ministri, niente comparsate su tg e talk show. Nonostante le stesse istituzioni europee affermino esplicitamente che il sostegno dell'opinione pubblica è sempre minore. Mistero.

Va detto che i media non amano troppo le manifestazioni critiche del "libero mercato". Il 10 ottobre 2015 scesero in piazza a Berlino circa 250mila persone. Una cifra esorbitante per una materia cosí ostica da indurre allo sbadiglio il più navigato attivista antimercato; e un segno di vitalità partecipativa e democratica quasi inimmaginabile nel cuore dell'Europa tecnocratica e austeritaria, per il quale tutta la stampa dovrebbe esultare; o almeno informare.

I titoli di prima pagina di quel giorno? La resistenza di Marino, sfida con il PD (Repubblica); Marino lascia: tiro giù tutti e Un vertice in Italia per cambiare la UE (Corriere); I pizzini di Marino (Il Giornale). Roba forte. Da premio Pulitzer.

In verità ci sono moltissime mobilitazioni dal basso che negli anni si sono svolte contro gli accordi targati free market. Dopo un po' di ricerche si rimane sorpresi da come al di sotto del mondo disegnato dai media mainstream si dispieghi un sottobosco di iniziative dal basso, manifestazioni, presidi. Esempio particolarmente rilevante è l'America Latina, in cui si è riusciti a far fallire l'accordo più ambizioso, il mastodontico ALCA che doveva inglobare ben 34 stati del subcontinente.

Sindacati, ecologisti, contadini, difensori dei diritti umani e tantissimi altri si sono uniti in proteste di massa per evitare la sorte che il NAFTA aveva riservato ai messicani. E in Centroamerica hanno quasi fatto abortire l'analogo accordo CAFTA: in Costa Rica si svolse l'unico referendum ufficiale su un trattato di libero mercato che la storia ricordi (molti non ufficiali, con una partecipazione dal basso di milioni); vinto di strettissima misura dai favorevoli, ma dopo una delle campagne referendarie più sporche di cui si abbia memoria, con mezzi piuttosto maramaldeschi o perfino aperte minacce (messaggi mandati ai lavoratori con l'ingiunzione di non presentarsi al lavoro se il Trattato non passava).

Dopo tanti continenti tartassati da accordi targati free market è il turno di Europa (ma solo quella nei sacri recinti UE) e Stati Uniti. Come in una sinistra nèmesi storica, il neoliberismo torna a casa: per decenni debito, austerità e accordi commerciali antisociali si sono abbattuti sulla maggior parte del mondo; adesso gli stessi fenomeni si abbattono uno dopo l'altro sui popoli europei.

Similmente a tanti movimenti nel mondo, l'opposizione al TTIP non scaturisce da qualche irrazionale ostilità al commercio internazionale o da una qualche bieca forma di amore per il nazionalismo economico; ma dalla coscienza dei rischi e dei problemi che comporta spostare l'asse degli orientamenti legislativi in ambiti decisionali decisamente presidiati dalle lobby e dalle aziende più forti, col beneplacito delle burocrazia e dei politici ad essi contigui.

Come osserva anche il rapporto UNCTAD del 2014 non si tratta solo di meri accordi commerciali ma di trattati di integrazione economica, il che significa indurre modificazioni profonde e sostanziali del tessuto sociale, economico e dell'apparato produttivo delle nazioni interessate. La furbata è vincolare in merito gli Stati marginalizzando i Parlamenti sovrani, anche per le decisioni future. Un bel funerale per la democrazia.

Il gran numero di problemi rappresentato dal TTIP può essere sintetizzato in tre questioni fondamentali: la cosiddetta cooperazione regolatoria può spingere al ribasso norme, leggi e regolamenti nella loro dimensione di tutela di salute pubblica, ambiente, e simili. Le spinte per maggiore accesso ai mercati possono favorire o sospingere a privatizzazioni di massa. E la possibilità di ricorso all'arbitrato mette direttamente in questione la sovranità democratico-costituzionale degli Stati.

Quest'ultimo punto è forse il più complesso da far digerire ai cittadini: si tratta della possibilità per investitori esteri di ricevere la "tutela" per i propri investimenti potendo ricorrere a una sorta di tribunali sovranazionali privati (ISDS, acronimo che significa: "organismo di risoluzione delle dispute investitore-Stato") che possono multare gli Stati se le loro scelte vanno contro la logica del "libero mercato", ad insindacabile giudizio di esperti di diritto commerciale scelti dalle parti.

Con il massimo della trasparenza naturalmente: su 127 casi riguardanti Stati europei si conoscono i dettagli dei compensi per 62 di essi. L'idea che entità private possano trascinare in tribunali privati (popolati da estesissimi conflitti d'interessi peraltro) gli Stati sovrani per contestarne leggi che impattano sui loro profitti buttandosi allegramente alle spalle diritti alla salute, del lavoro, dell'ambiente e simili, senza molta trasparenza, è sembrata piuttosto balzana a molti giuristi, tanto che un gruppo di essi di nazionalità statunitense ha scritto che "l’ISDS rischia inoltre di indebolire le norme democratiche perchè le leggi e regolamentazioni decise da organismi democraticamente eletti sono messe a rischio da processi isolati da ogni processo democratico".

Vediamo che idee bizzarre hanno questi giuristi americani...

Ultima modifica il Venerdì, 29 Aprile 2016 07:46
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