"Tsipras vuole portare la Grecia fuori dalla crisi, se ci riesce tornerà ad essere popolare". Intervista a Dimitri Deliolanes

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Grecia EuropaLuca Cardin, Zeroviolenza
18 maggio 2016

Dimitri Deliolanes, pochi giorni fa la Grecia ha approvato, tra le proteste di piazza, il pacchetto di riforme e tagli alla spesa pubblica chiesto dalla Troika. Che differenza c'è tra le proteste di oggi e quelle di ieri?
La differenza è grande. Intanto va detto che dopo 6 anni di austerità imposta, c’è un grande affaticamento del movimento popolare.

L'anno scorso, con la vittoria di Tsipras alle elezioni di gennaio, si era diffusa la speranza di un cambiamento veloce nell'atteggiamento degli europei.

Invece la volontà del popolo greco è stata ignorata in maniera plateale, con la richiesta ufficiale da parte di Schauble di far uscire la Grecia dall’eurozona. In sostanza, la realtà della nostra presenza all’eurozona si è dimostrata molto più complessa di quanto credesse lo stesso Tsipras nel periodo elettorale e questo ha portato alla netta sconfitta della sua strategia, alla scissione del suo partito e alla diffusione di un senso di delusione in una parte dell’elettorato di sinistra, che poi ha scelto l’astensione alle elezioni di settembre.

Quindi il senso di queste mobilitazioni direi che è questo: dare al governo ma anche ai creditori il segnale che è ora di finirla con questa politica dei continui tagli, che veramente è arrivata l’ora di cambiare registro. Un messaggio chiarissimo e anche giusto.
 
Cosa pensa oggi il popolo greco di Tsipras? Qual è il sentimento nei suoi confronti?
La maggioranza dei greci e in particolare degli elettori di Syriza ha capito il senso della manovra effettuata da Tsipras l’estate scorsa, quando ha accettato il terzo memorandum pur di mantenere il paese nell’eurozona. I greci sono e si sentono profondamente europei e non vogliono rinunciare alla loro presenza dentro il nucleo duro dell’Unione Europea.

Non solo per ragioni economiche, ma soprattutto politiche e di sicurezza. Quindi Tsipras mantiene la sua influenza su una buona parte dell’opinione pubblica, anche se va contato anche l’inevitabile logoramento. Bisogna però anche vedere in che direzione vanno le preferenze di chi non si sente rappresentato dall’attuale governo. Alle elezioni di settembre i dissidenti di sinistra hanno subìto un colpo durissimo, non riuscendo ad assicurarsi neanche la presenza in Parlamento.

L’opposizione di destra, Nuova Democrazia, si è data un nuovo leader, Kyriakos Mitsotakis, nel tentativo di recuperare consensi. Ma è difficile convincere gli elettori che la destra, che ha applicato con entusiasmo la politica di austerità, sia un’alternativa a Tsipras. In sostanza, anche chi non è convinto del modo in cui il governo gestisce i rapporti con i creditori, deve constatare che le altre soluzioni sono molto peggiori.

L’Eurogruppo ha commentato favorevolmente le mosse del governo greco ma ha rinviato al 24 maggio lo sblocco del terzo piano di “aiuti”. La vita reale delle persone è migliore o peggiore di un anno fa e di quelli precedenti?
Sicuramente dal punto di vista delle nuove misure applicate dal governo, le condizioni di vita degli strati popolari sono peggiorati. Ma ci sono delle differenze importanti rispetto a quello che succedeva con i precedenti governi della destra. Tsipras sa di dover applicare una politica a cui non crede, tenta quindi di farlo distribuendo per quanto possibile il peso in maniera equa. Sulle pensioni, per esempio, è vero che i nuovi pensionati saranno penalizzati, ma chi è già pensionato ne esce sostanzialmente immune.

Sul fisco, per la prima volta le aliquote più alte pagano di più, mentre la lotta all’evasione fiscale sta dando risultati. Sui media greci ci sono grossi nomi dell’oligarchia sorpresi con conti segreti all’estero e costretti a pagare multe milionarie. Questo dà speranze che, se le cose andranno come devono, alcune o anche tutte le misure di austerità non avranno più ragione di esistere. Ma ancora siamo lontani da questo.   

La vendita di pezzi dello Stato come aeroporti, ferrovie, il Pireo consentiranno a Tsipras anche di far ripartire l'economia per i Greci?
Qui bisogna fare un discorso molto concreto. Le privatizzazioni più vantaggiose per gli acquirenti sono state già fatte dai governi precedenti molto tempo fa. Non a caso sono state  vendute per prime le aziende pubbliche che facevano utili per lo Stato. Ora riprendersele è complicatissimo sia dal punto di vista legale che politico. Il governo greco ha posto un veto sulle centrali a lignite ma per il resto non sono rimaste che aziende problematiche.

Faccio l’esempio delle ferrovie, che sono arretratissime e sono state segnate per più di un secolo da continue privatizzazioni seguite da scandalose nazionalizzazioni. In sostanza, l’unico tratto ferroviario degno del XXI secolo è quello che unisce l’aeroporto di Atene con Corinto, circa 80 chilometri. Se il governo riesce a far vendere questo carrozzone ai russi o ai cinesi che hanno mostrato interesse, la Grecia ne uscirà avvantaggiata perchè avrà finalmente una moderna rete ferroviaria che nessun greco, nè privato nè lo Stato, sono riusciti a costruire. Lo stesso è avvenuto con la privatizzazione di alcune banchine del porto del Pireo.

All’inizio perfino i socialisti del Pasok erano contrari. Otto anni dopo però bisogna constatare che i nuovi proprietari cinesi hanno investito capitali che noi non avremmo mai potuto investire e che il Pireo è oramai uno scalo competitivo a livello europeo. Inoltre Tsipras, nella parte che gli competeva, ha iniziato con la società cinese un discorso serio sugli aspetti trascurati dalla destra, come il regime dei lavoratori.

Quindi ne concludo che, se gestite con saggezza, avendo in mente l’interesse nazionale, alcune privatizzazioni sono convenienti. Certo, nella mente di Schauble c’è solo il bisogno di fare cassa e lui parla addirittura di 50 miliardi da ottenere dalle privatizzazioni. Ma sono le solite sparate di un estremista del neoliberismo, speriamo che con il tempo si dia una calmata.

L’FMI ha ammorbidito le proprie posizioni circa la ristrutturazione del debito mentre sono ancora il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem e il ministro delle finanze tedesco Schauble che frenano. Qual è il gioco che stanno facendo?
E’ una questione complessa ma di fondamentale importanza per la Grecia. Il debito greco, grazie alle “cure” dei creditori, ha raggiunto il 189% del PIL. E’ manifestamente insostenibile e lo statuto del FMI non gli permette di continuare a prestare soldi per sostenere debiti di questo tipo. Per questo motivo dal 2014 il FMI è sostanzialmente fuori dal programma greco. Ma ci resta perchè Berlino ritiene essenziale la sua presenza, in modo da giustificare presso l’opinione pubblica tedesca i nuovi prestiti per la Grecia.

Da parte sua, il FMI si trova in imbarazzo perchè le sue previsioni sull’economia greca si sono dimostrate tutte sbagliate. Anzichè rivedere la sua politica, passa all’attacco e chiede ulteriori misure di austerità per 3,6 miliardi. All’ultimo eurogruppo i falchi sono stati emarginati. Le nuove misure sono state respinte ma Atene si è impegnata a creare un meccanismo automatico di aggiustamento nel caso in cui le stime sull’avanzo primario (che dovrebbe essere del 3,5% nel 2018) non sia raggiunto.

In cambio Atene ha ottenuto, per la prima volta, l’impegno preciso dei creditori da procedere a un “alleggerimento” del debito. Tsipras (e il FMI) vorrebbero un taglio netto, magari per più della metà della somma. Ma Schauble si oppone sostenendo che le regole europee non lo permettono. Non si sa a quali regole si riferisca, perchè spesso se le inventa lì per lì e nessuno osa obiettare. Ma rimane il fatto che il primo prestito di 110 miliardi del 2010 è stato dato in forma bilaterale dai paesi membri, che con il taglio netto rischierebbero di subire danni ai loro bilanci.

Sono i famosi 12 miliardi prestati dall’Italia sui quali il Corriere della Sera ha tentato l’anno scorso di impiantare una vera e propria campagna di stampa, sfidando il ridicolo, visto l’ammontare del debito italiano. Ma è probabile che alla fine ci si accordi a un prolungamento deciso delle scadenze e a una riduzione generosa dei tassi d’interesse. Alla fine, il risultato sarà lo stesso: l’economia greca sarà sollevata da un peso enorme. Se Tsipras riesce in questa manovra, sicuramente la sua popolarità aumenterà di molto.  

La Grecia riesce incredibilmente a gestire anche il flusso di rifugiati che arriva dalle isole vicine alla Turchia. Come si intreccia la questione migranti con la questione debito?
Su questo c’è una sintonia tra Grecia e Italia. Tutti e due i paesi hanno ottenuto finanziamenti per l’accoglienza e alleggerimenti sul bilancio pubblico. Nulla rispetto ai sei miliardi promessi alla Turchia, comunque somme significative.
Il vero problema è l’impotenza mostrata dalla Commissione rispetto agli stati che hanno alzato muri contro il flusso dei profughi.

Una vera e propria sfida allo stesso progetto di unificazione europea, a cui non si è potuto rispondere a tono. Il motivo più profondo di questa sfida è strettamente legato con la pessima gestione della crisi dell’eurozona. La Commissione, in particolare quella di Barroso, non ha saputo contenere il nazionalismo finanziario tedesco. In questa maniera ha giustificato e legittimato ogni tipo di nazionalismo.

E’ per questo che a giugno si terrà in Gran Bretagna un referendum che pochi anni fa sarebbe stato impensabile ed è per questo che in tutta Europa crescono movimenti antieuropei, di solito di estrema destra.

Come vive l'opinione pubblica greca la questione dei migranti?
Devo dire che i miei connazionali hanno dato lezioni di civiltà e umanità a tutti. Pur in condizioni sociali pessime, i greci hanno accolto i profughi, li hanno protetti, sfamati, ospitati. Una grande lezione, riconosciuta anche da una personalità che stimo molto come Papa Francesco. Ovviamente questo non può durare in eterno e per questo Tsipras ha spinto per l’accordo con la Turchia.

Un accordo problematico, sicuramente, ma tutto quello che riguarda la Turchia è problematico. Basta dire che non ha permesso di entrare nelle sue acque nemmeno le navi della NATO. D’altronde, la geografia è quella che è e le frontiere esterne dell’UE sono nell’Egeo, non a Idomeni. Se non ci fosse stato l’accordo tra Ue e Turchia, è probabile che a un certo punto avremo rischiato un’ondata razzista e xenofoba.

Non mi riferisco tanto ai nazisti di Alba Dorata, tutto sommato isolati tra l’opinione pubblica. Mi riferisco invece ai settori influenzati da Nuova Democrazia. La nuova leadership del partito conservatore continua la strategia del predecessore Antonis Samaras, spostando il partito decisamente verso la destra estremista. Questo è il vero pericolo: uno scenario “austriaco”, in cui pur di scalzare il governo, si attizzi l’odio verso lo straniero. Giocare col fuoco per ottenere qualche voto. Non succede solo in Grecia.     

Ultima modifica il Lunedì, 23 Maggio 2016 13:57
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