Aborto, la ministra Lorenzin ignora l'Europa

Aborto sicuroEleonora Cirant, Zeroviolenza
20 maggio 2016

Non si è spostata di un millimetro la posizione di Beatrice Lorenzin sulla applicazione della legge 194 in materia di interruzione volontaria di gravidanza, dopo che il Comitato per i diritti sociali dell'Unione europea ha denunciato l'Italia per la mancata tutela del diritto alla salute delle donne e del diritto dei medici non obiettori di non essere discriminati.

Il 5 maggio scorso la Ministra della salute ha riferito alla Camera su interrogazione urgente dei parlamentari Nicchi, Gregori e Scotto (SI-SEL). L’11 aprile, infatti, era stato reso noto l'accoglimento da parte del Comitato europeo di un reclamo della Cgil, presentato nel 2013 alla Corte. Il reclamo aveva in oggetto proprio la violazione dei diritti delle donne che intendono accedere all'interruzione di gravidanza secondo le modalità previste dalla legge, e dei medici non obiettori di coscienza.

La ministra ha giocato la solita mossa del palleggio istituzionale dichiarando, come già altre occasioni, che è la Regione l’autorità sanitaria responsabile dell’organizzazione del servizio. Il Ministero avrebbe chiesto alle Regioni di fornire segnalazioni formali di carenza di medici non obiettori, ma non ne sarebbe pervenuta nessuna.

Ha poi aggiunto che, per la prima volta dalla legalizzazione dell'aborto volontario, il Ministero ha realizzato un corso ECM (la formazione continua in medicina obbligatoria per le professioni sanitarie) sul sistema di sorveglianza dell’IVG, corso destinato ai referenti delle Regioni, delle Province autonome o di altri enti di promozione e tutela della salute.

Dopoiché, Beatrice Lorenzin è passata al contrattacco, affermando che l’obiezione di coscienza è un diritto costituzionalmente garantito.

Il parere della ministra su questo punto è smentito dalle affermazioni di costituzionalisti come Vittorio Angiolini, professore di Diritto costituzionale all'Università degli Studi di Milano, il quale in un recente convegno ha argomentato come nel nostro ordinamento il diritto all’obiezione di coscienza sia desunto da alcuni articoli della Costituzione ma non esplicitamente formulato in essa.

Altra affermazione controversa della ministra è che "la legge 194 non impone che tutte le strutture ospedaliere abbiano un reparto di ostetricia e ginecologia che offra IVG". Su questo punto ha ribattuto Marisa Nicchi in sede di dibattito parlamentare, ricordando che la stessa legge 194 prescrive che "ogni struttura pubblica e convenzionata" debba assicurare il servizio.

La ministra non ha portato argomenti nuovi nel merito del richiamo pervenuto all'Italia da parte del Comitato europeo per i diritti sociali. Ha invece ribadito l’analisi già presentata nelle ultime due relazioni ministeriali sulla applicazione della legge e fornita poi al tribunale del Comitato europeo: il numero di non obiettori risulta congruo anche "a livello sub-regionale" cioè all'interno delle regioni, e “le difficoltà nell’accesso ai servizi sono probabilmente da ricondursi a situazioni ancora più locali”.

Ricordiamo che, nella stessa relazione ministeriale si documenta che nel 35% delle strutture ospedaliere del territorio nazionale l’interruzione volontaria di gravidanza non è effettuata.

La ministra della salute Lorenzin ha negato infine la criticità dell’aborto clandestino, stimato dall’Istituto Superiore di Sanità nel numero di 12-15 mila all’anno. La ministra ha collegato questo fenomeno non alla difficoltà di accesso ai servizi, evidenziata appunto dal Comitato europeo, ma all’aumento dell’età della donna, il principale fattore di rischio secondo “un’analisi dettagliata dell’Istat”.

Solo pochi giorni dopo la sua relazione alla Camera, arriva la notizia dell'arresto di due medici a Messina con l'accusa di procurato aborto clandestino.

Sbaglierebbe dunque il Comitato per i diritti sociali dell’Unione europea nell’aver denunciato una situazione in cui "in alcuni casi, considerata l'urgenza delle procedure richieste, le donne che vogliono un aborto possono essere forzate ad andare in altre strutture (rispetto a quelle pubbliche), in Italia o all'estero, o a mettere fine alla loro gravidanza senza il sostegno o il controllo delle competenti autorità sanitarie, oppure possono essere dissuase dall'accedere ai servizi di aborto a cui hanno invece diritto in base alla legge 194/78".

Secondo il Comitato, questo tipo di situazioni può "comportare notevoli rischi per la salute e il benessere delle donne interessate, il che è contrario al diritto alla protezione della salute".
Per quanto ancora la ministra vorrà ignorare questo monito?

Ultima modifica il Sabato, 21 Maggio 2016 07:15
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