Non chiudete quel centro antiviolenza

Frida Khalo, RootsStefano Galieni, Zeroviolenza
3 giugno 2016

L'altro pomeriggio ho ricevuto, da una compagna per cui provo grande affetto e stima, una notizia assurda. Uno dei centri antiviolenza che funziona da 20 anni e che fornisce, non solo nella periferia di una metropoli da tempo imbarbarita come Roma, un servizio essenziale per chi trova la forza e il coraggio di ribellarsi alle violenze
del nostro misero mondo patriarcale, rischia di essere chiuso per una vertenza fra Comune e Regione, rispetto alla proprietà del luogo in cui è sito il centro.

Uno spazio che in 20 anni ha consentito percorsi di riscatto per quasi 10 mila donne, ma anche percorsi di liberazione per le tante che hanno accettato di rompere i meccanismi di dominio di cui spesso noi sedicenti maschi, siamo i protagonisti. Non solo, fra le notizie giunte in queste ore, si profila un vero e proprio processo di dismissione verso tante strutture simili che, per difficoltà burocratiche, debbono in tempi non compatibili rivedere i loro progetti, pena la loro chiusura.

Da uomo e da comunista, mi vengono in mente semplici ragionamenti, forse insufficienti, ma da mettere in campo.
Il primo è semplice: è assurdo che debbano esistere centri antiviolenza perché questo significa accettare che la violenza maschile sia ineluttabile e che ci si debba solo saper difendere. Da uomo e da comunista, mi ribello a questo.

 Dobbiamo, uomini e donne, reimparare a educare i nostri figli e le nostre figlie, educarli a rompere quel meccanismo osceno per cui, in nome del possesso, tutto è permesso, dall’insulto, alla sopraffazione, allo schiaffo all’omicidio. Dobbiamo pensare ad un domani che per certi versi è stato anche una parentesi di ieri, in cui la violenza nei rapporti era bandita e considerata socialmente esecrabile. In cui nessuno possa poter dire, uomo o donna, padre o madre, “in fondo se l’è cercata. In fondo è anche colpa sua”. Ma nel frattempo?

E mi viene in mente un paragone forse improprio. C’è chi parlando di immigrazione, chiede barriere e limiti all’accoglienza, anche se sappiamo bene che queste barriere e questi limiti sono inaccettabili per chi dalla guerra fugge, dalla oppressione cerca scampo. Vanno cambiate tante cose, dalla politica estera europea al mercato delle armi, al sistema di alleanze geopolitiche, ai processi di cooperazione. Ma intanto?

Si ha una sola scelta, o lasciare le persone crepare in mare o fare scelte coraggiose di accoglienza delle diaspore, per fornire strumenti di liberazione, non assistenzialismo. Allo stesso modo pur volendo provare a disegnare e a costruire un mondo in cui i rapporti fra uomo e donna non siano fondati sulla violenza, nel frattempo con questa violenza ci si deve relazionare e si deve reagire.

I centri antiviolenza dovrebbero poter sparire il giorno in cui saranno inutili ma per ora sono baluardi di democrazia, vanno difesi a qualsiasi costo. Anche attraverso il lavoro di ricostruzione di identità e di dignità in cui passano le donne che ci si relazionano, passa un modello di cambiamento radicale della società. Quello che vedrà sempre più donne capaci di imporsi e di aiutarci a costruire un mondo diverso.

Da uomo, colpito da vicende inaccettabili, come l’orrendo omicidio di Sara Di Pietrantonio, mi sento balbettante e forse inadeguato a proporre soluzioni. Ma resto convinto che siamo noi a dover prendere stavolta la parola, dire che ogni femminicidio è un colpo micidiale alla nostra volontà comune di vivere in un mondo migliore e che privare di servizi essenziali le donne che si oppongono, in nome delle leggi del mercato e di idiozie burocratiche, è per noi inaccettabile.

Dobbiamo essere noi uomini, o sedicenti tali, a dire da che parte stiamo, così come quando parliamo di sfruttamento o di immigrazione, senza tentennamenti. Spetta anche a noi dire che i servizi garantiti da compagne come quelle della Cooperativa Sociale Bee Free e tante altre oggi a rischio, sono le nostre più profonde alleate.

Ci insegnano continuamente che si può essere uomini e non esponenti ridicoli del patriarcato, ci insegnano che sottrarre le ragazze straniere al mercato della tratta o le ragazze italiane ad un dominio feroce, fa parte della nostra possibile liberazione. Era un messaggio fondamentale nei tanto deprecati anni Settanta di cui dobbiamo riappropriarci, fatto di discussioni, scontri, incomprensioni e animosità ma di costruzione di futuro.

Ne abbiamo bisogno tutti e anche per questo, i Centri Antiviolenza, a Roma e non solo debbono poter chiudere perché termina tale violenza e non perché un padrone, pubblico o privato deve eliminare un servizio. Lo dobbiamo alle tante Sara di cui si riempiono le cronache, che in pochi giorni vengono dimenticate e rimosse, ma che costituiscono ormai la cifra antropologica di questo presente.

Lo dobbiamo per essere realmente diversi da chi è capace di stracciarsi le vesti per l’indicibile violenza quando già ha firmato i decreti e le delibere per condannare chi, al sopraggiungere di violenze simili, ha provato a ribellarsi.

Ultima modifica il Lunedì, 06 Giugno 2016 08:45
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