"Mentre Renzi uccide la sinistra, quel vuoto a sinistra lo riempiono i 5 Stelle". Intervista a Elettra Deiana

Destra e sinistraMonica Pepe, Zeroviolenza
15 giugno 2016

L'uomo solo al telecomando Matteo Renzi, che parla in tv ogni giorno 84 minuti agli italiani, segna una battuta d'arresto al primo turno delle amministrative. Come legge questo risultato, un segno di vitalità democratica o cosa?

Il risultato elettorale di questa tornata amministrativa segna sicuramente la prima seria crisi del partito della nazione, e forse qualcuno comincerà già a pensare a come scendere dal carro. Subito o magari aspettando l’esito referendario.

Ma più che un segno di vitalità democratica, nei risultati negativi per il Pd di Renzi, io vedo la conferma della grande mobilità che è ormai alla base delle scelte elettorali di donne e uomini. E anche l’astensione, che continua a essere elevata, in certi casi molto elevata, è un segnale sì della crisi della rappresentanza democratica e dell’inarrestabile declino dei partiti tradizionali, ma anche della imprevedibilità del voto.

E’ per molti e molte come una sorta di tempo dell’attesa, per vedere che cosa cambi nel “mercato della politica” come oggi si usa dire con terrificante metafora, se compaiano altri riferimenti su cui di nuovo puntare. Penso anche però - e lo considero un aspetto centrale - che la durissima crisi economico-sociale che abbiamo vissuto, e continua a farsi sentire, produca effetti di rapido logoramento delle mega narrazioni miracolistiche come quella con cui Renzi si è presentato sulla scena.

L’avvento del nuovo leader è stato raccontato da lui stesso, dal sistema mediatico e dai circoli che contano in Italia, come una guerra lampo che avrebbe risolto tutto, rottamato il vecchio, dato alla luce la nuova Italia. Un po’ quello che aveva accompagnato il grande successo di Berlusconi, con la differenza dei tempi della crisi, che quando si è prodotta in tutta la sua brutalità ha infatti bruciato rapidamente anche il signore di Arcore, tra indecorose manovre di Palazzo - è bene ricordare questo aspetto - ma anche crescenti disillusioni popolari..

Impadronirsi de L'Unità di Antonio Gramsci, intestare la riforma costituzionale ad Enrico Berlinguer, presentare il Jobs act come la migliore riforma di sinistra. Oltre l'opportunismo, perchè Renzi ha tanta brama di assassinare la Sinistra?
L’assassinio della sinistra è il mandato che Renzi si è dato per scalare il potere e giocarsi la partita anche in Europa, dove può avere spazio - per qualche minima contrattazione sulla flessibilità - solo se porta a temine, come sta facendo, i pacchetti dell’austerità bruxellese, e spezza, al di là delle giravolte per uscire dagli impicci, ogni residuo riferimento della sua area partitica con la storia del Pd e dei sindacati.

C’è ovviamente anche un dato biografico che conta, ed è la storia di Renzi e di quelli e quelle della sua squadra di stretta conformità leopoldina. Una storia che si caratterizza per l’assenza di un habitus mentale e sentimentale di sinistra. Renzi e i suoi detestano nell’anima il fardello della memoria, rifiutano di prendersi la responsabilità del passato, gettano nel secchio tutto ciò che a loro giudizio non serve più. Salvo poi chiamare in causa Pietro Ingrao o Berlinguer come testimoni della giustezza della sua inconsulta riforma costituzionale.

Tutti loro, i renziani, bisogna anche aggiungere, sono figli del vuoto della politica e della resa della sinistra non solo all’Europa di Maastricht ma ai disastri dell’Italia del dopo “Mani pulite”, che i gruppi dirigenti del Pd hanno vissuto solo o prevalentemente in chiave di un antiberlusconismo giudiziario e moralistico, lasciando in realtà che tutto andasse come è andato.

Anche per quel che riguarda il Pd, che da quello che era si è trasformato via via in un assemblaggio di notabilati locali, filiere di potere, cerchi magici di ogni tipo, le élites nazionali si sono adeguate all’andazzo, anzi spesso ne sono state la causa. Oggi Renzi riscopre Ingrao, Gramsci e Berlinguer? Gli servono perché ha capito che lo strumento partito, che lui supponeva di poter sostituire con la grandiosa story telling di se stesso e con i risultati delle europee, gli serve ancora.

Ma è ormai una frantumaglia incontrollabile, cannibalizzata dalle filiere, e per Renzi, soprattutto nelle regioni meridionali, difficilmente controllabile e utilizzabile. Quindi cerca di riaccreditarsi presso la sinistra interna, presso le parti di iscritti che ancora sono legate alla memoria. Ma penso anche che sia un’operazione di corto respiro perché il fatto che Renzi sia un manipolatore delle cose e un prepotente dominus della comunicazione è ormai troppo evidente perché possa riscuotere il livello di fiducia necessaria a cambiare a suo favore le cose.

Antisistema ieri, oggi un altro modo di fare politica. Quanto del successo dei 5 Stelle dipende dall'evacuazione che il PD ha fatto della sua storia, quanto dal vuoto di alternativa. Soprattutto chi sono questi giovani pentastellati che vogliono “assaltare il cielo”?
ll successo inaspettato guadagnato nelle elezioni regionali siciliane del 2012 e il video-discorso con cui, nell’ottobre dello stesso anno, Beppe Grillo annuncia che il M5S si prepara ad affrontare la partita delle elezioni politiche del 2013, già segnano un inequivocabile spartiacque nella storia politico-istituzionale del nostro Paese.

Tutto quello che è successo dopo, e continua a succedere oggi, conferma che il vuoto della politica e soprattutto l’abbandono dei punti fondamentali che hanno fatto, e forse farebbero ancora la differenza tra destra e sinistra, hanno aperto una gigantesca autostrada al successo dei Cinque stelle. Il Movimento si pone come l’espressione di un radicale trasversalismo politico rispetto agli ingredienti che danno vita alla sua visione del mondo. Dà una risposta a modo suo al mantra che non c’è più differenza tra destra e sinistra.

C’è l’indifferenziato, che, a ben guardare, sta pure nell’habitus mentale di Renzi e nelle sue ricette. Trasversalismo, per il M5S, non trasformistico, almeno fino ad oggi, ma simbiotico col parere dominante della rete. Di quello che loro presentano come tale. Quindi complicato se si vuole decodificarlo fino in fondo. Quanto poi il simbiotico faccia i conti con gli aggiustamenti di convenienza pensati dai dirigenti – che ormai ci sono e sono riconosciuti – è un altro aspetto, che forse avrà evoluzioni inedite.

Non va poi dimenticato che un ruolo per arrivare al successo, soprattutto tra i giovani, l’hanno giocato anche le pratiche sul territorio, i famosi meet up, che hanno consolidato reti e rapporti, conoscenza della realtà e relazioni varie. E coinvolto molti ragazzi e ragazze. Insomma l’antisistema del “apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno” è diventato un sistema, con le sue parole d’ordine, il suoi riferimenti, i suoi personaggi. Di Maio in primis, che sarà probabilmente il candidato premier alle prossime politiche.

Ma è soprattutto l’immaginario politico messo in scena dal M5S che a me sembra avere una presa straordinaria, soprattutto tra i giovani. A modo loro, i Cinque stelle restituiscono alla gente l’idea che la politica sia di appartenenza dei cittadini – il che è poi quello che la Costituzione prevede – e loro, i Cinque stelle sono cittadini al servizio. Sono nel Palazzo per questo, ma non ne fanno parte. Questo il loro rosario comunicativo. Non fanno accordi perché non vogliono creare paratie stagne rispetto alla rete, stanno alle cose di cui conoscono la rispondenza con i cittadini.

E’ un modo del tutto nuovo della politica, in un sistema italiano dominato dal politicismo di pessima qualità, dai trasformismi e dai doppiogiochismi. Ovviamente man mano che le cose vanno avanti, i compromessi sono possibili e probabili, soprattutto quando la partita è quella di spuntarla a Roma. Resta il fatto che tra i giovani, soprattutto tra quelli che hanno un giudizio micidiale della vecchia politica, il successo è forte. Il resto si vedrà.

A Milano in particolare le differenze politiche tra centro sinistra e destra sono inavvertibili. Processi macroecoeconomici o mutazione genetica della politica?
Stando a personaggi come Sala e Parisi, che vanno al ballottaggio a Milano, è evidente che le differenze politiche tra centro sinistra e destra sono inavvertibili.

Le storie personali di Sala e Parisi sono molto simili. Forse Parisi, nella sua storia, ha addirittura qualche tratto politico più di “sinistra” di quanto non abbia Sala. Nei programmi il tratto è invece, sia pure assai flebilmente, di senso contrario. Inoltre il riferimento all’esperienza di Pisapia fa un po’ di differenza tra i due, soprattutto presso l’elettorato più di sinistra di Sala.

Ma siccome ormai i programmi sono soltanto chiffons de papier, e la politica la fanno quelli che arrivano al potere, possiamo dire che le differenze saranno inavvertibili. Ma non c’è da meravigliarsi. Sala, uomo simbolo dell’Expo, è stato designato da Renzi e da Renzi strenuamente sostenuto, in particolare contro gli altri due candidati di sinistra che concorrevano alle primarie. E Renzi ha puntato su di lui non solo come sull’ipotetico cavallo vincente, ma come uno del suo giro più ravvicinato.

Il risultato di Fassina a Roma è stato deludente, a Cagliari Zedda vince in combinazione con il Pd. Qual è lo scenario futuro per Sel, in particolare se l'avanzata dei 5 Stelle verrà confemata?
Tutto ciò che riguarda la sinistra e soprattutto le forze che dichiarano di voler lavorare a un nuovo soggetto politico della sinistra, tra cui Sel, che del progetto è la forza più consistente, tutti insomma hanno dato risultati deludenti. Tali, aggiungo, da dover essere affrontati con estremo coraggio di analisi e di proposta. Le ragioni del risultato sono ovviamente tante. Ne dico alcune.

C’è innanzitutto che il vuoto a sinistra è stato riempito nel frattempo dalla comparsa del M5S, dalla sua semantica un po’ così, dalla sua demagogia fastidiosa ma anche dalla sua capacità di mettersi in comunicazione con gli elementi di verità politica che l’ostilità popolare verso le élites politiche contiene ed esprime. E questo una sinistra degna del suo nome deve saperlo fare come priorità assoluta.

E c’è quindi che questo “piccolo” particolare, Sel non l’ha colto o l’ha colto soltanto come un elemento di disturbo di una concezione e di una pratica della politica troppo legata alla dimensione istituzionale e alle regole del gioco là dominanti. E c’è che il dibattito dentro Sel fa registrare lontananze e asprezze delle diversità che andranno colmate, o intorno alle quali bisognerà convenire il modo di renderle utili all’avanzamento di un progetto comune, che regga alle differenze.

In caso contrario altro che “risultato deludente” e temo, “altro che nuovo soggetto della sinistra”. Sel, nella sua maggioranza, ritiene conclusa definitivamente l’avventura del centrosinistra perché Renzi ne ha messo definitivamente in luce non solo l’aspetto più sgradevole, che è quello della sua leadership autoritaria e demagogica, ma ha svelato senza infingimento la subalternità di quel partito alle ricette neoliberiste e alla compatibilità di Bruxelles.

Insomma, al di là dei risultati deludenti il progetto resta in piedi. I tempi che viviamo offrono come chance la rapidità del mutamento e in Italia stiamo vivendo una stagione di questo tipo, che i risultati delle amministrative enfatizzano. Se son rose fioriranno, diceva mia nonna.

Queste elezioni confermano il crescente protagonismo delle donne in politica. Questo produrrà una reazione da parte maschile? Conflitto o collaborazione tra uomini e donne in politica?
Una volta i partiti erano i detentori del potere di selezionare le classi dirigenti e di formare le rappresentanze istituzionali. Il tutto avveniva secondo la rigida logica patriarcale per quanto riguardava i giovani e soprattutto le donne. Le donne in politica erano quindi una rarità, i giovani dovevano aspettare.

Ora le donne occupano la scena sia perché desiderano occuparla sia perché la crisi del maschile, che è un tratto distintivo del post patriarcato, produce anche negli uomini timori e riluttanze a mettersi in gioco soprattutto se la partita è rischiosa le chances di vincere tutt’altro che sicure. Nelle elezioni per sindaci e consiglieri comunali questo è molto evidente e infatti non è più facile trovare personaggi di rilievo che si prestino all’impresa.

Nei vuoti le donne fanno i loro passi. E’ un dato della storia sociale e simbolica delle donne. Oggi in Italia tutto questo prende corpo in maniera evidente. Anche nel disastro della destra le donne brillano per i consensi ricevuti. Maria Stella Gelmini a Milano e Mara Carfagna a Napoli.

Ma per quanto riguarda le candidate Cinque stelle aspiranti sindaca, vorrei segnalare che sia Virginia Raggi sia Chiara Appendino si sono messe in gara, a Roma e a Torino, per una partita che ha a che fare con un potere vero – almeno sul piano istituzionale – quello appunto che compete al primo o alla prima cittadina, di città, tra l’altro, come le due in ballo, di grande importanza.

Inoltre entrambe le candidate sembrano muoversi in autonomia, anche se poi si vedrà perché con i Cinque stelle tutto è molto variabile. Rimane il fatto che qualcosa forse si muove rispetto al meccanismo che ha dominato fino ad oggi i territori della politica: cioè quello di un numero crescente di donne che avanzano ma che per lo più sono collocate in posizione seconda o posizionate dietro a un capo che ne tutela - o non ne tutela - il cursus honorum.

Rompere questo meccanismo sarà un bel passo, così come un bellissimo passo sarà rompere quello del persistente sessismo, per cui una donna deve dimostrare, prima di cominciare, di essere brava e competente mentre a un uomo non si chiede nulla. Ancor oggi, per gli uomini eh, in politica basta il sesso.

Giorgia Meloni, Chiara Appendino, Virginia Raggi, la maternità in tutte le sue fasi è entrata a far parte dell'immaginario politico, cosa ne pensa?
Le donne in politica non possono che vivere il periodo della maternità come se la sentono, liberamente, con la consapevolezza che vien loro dalla vita e da tutto quello che altre donne hanno fatto prima di loro per cambiare le cose – anche se non tutte loro lo sanno, mi sembra di non poter dire altro.

Poi il grande teatro della politica mediatica può costruirci le storie e i gossip che sono di sue competenza. Ma rimane il fatto che quelle maternità in vista ci dicono il tempo che viviamo, un lato bello di questo tempo. Mi è piaciuta Giorgia Meloni - dalla quale mi divide il mondo della politica e della storia ma non la simpatia - che non si è fatta mettere in difficoltà per il fatto di essere incinta e ha tenuto duro sulla sua candidatura a sindaca.

Una bella lezione insomma. Lei, sappiamo bene, è una “tosta”, come dicono a Roma. Ma toste sanno essere molte donne. Non so se la maternità, che tutte le donne di norma portano avanti continuando a lavorare, sia entrata nell’immaginario politico. Sicuramente fa parte ormai della realtà della politica, perché le donne sempre più vi entrano e occupano la scena, e lo fanno come si sentono di farlo. In maternità, per esempio.

Ultima modifica il Lunedì, 20 Giugno 2016 15:18
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