L'Italia indietro sui diritti Lgbt, ma è solo un problema di norme?

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Diritti LGBTFrancesco Cherubini, Zeroviolenza
22 luglio 2016

Un orizzonte relativamente recente del percorso di rafforzamento della tutela dei diritti fondamentali intrapreso dalla Corte europea dei diritti del'’uomo (Corte EDU) è rappresentato dai diritti degli LGBT,
sigla con la quale vengono indicati donne e uomini caratterizzati da specifici orientamenti sessuali e identità di genere: lesbiche, gay, bisessuali, transgender.

Ovviamente, la preoccupazione maggiore in relazione ai loro diritti è legata al principio di non discriminazione: nella prassi della Corte EDU numerosi sono i casi nei quali, per effetto dei loro orientamenti sessuali e identità di genere, persone appartenenti a queste categorie non hanno potuto godere, in alcuni casi affatto, dei diritti riconosciuti dalla Convenzione.

Il panorama non è ancora molto vasto. Per limitarci ai casi più recenti: la Corte EDU ha condannato la Georgia, colpevole di non avere protetto i partecipanti ad una manifestazione contro l’omofobia dalle violenze perpetrate ai loro danni da un folto gruppo di privati cittadini, nei confronti dei quali le autorità georgiane non si sono nemmeno preoccupate di avviare una adeguata indagine penale (Identoba e altri c. Georgia, 12 maggio 2015).

Qui, la violazione è particolarmente “titolata” in quanto riguarda l’art. 3 della Convenzione: divieto di tortura e di trattamenti o pene inumani o degradanti, assieme all’art. 14 (divieto di discriminazione). Analoga violazione è stata accertata in relazione alla detenzione in isolamento di un omosessuale nelle carceri turche: il detenuto in questione è rimasto in questo stato per ben otto mesi e la Corte ha accertato che la motivazione, lungi dall’essere la necessità di proteggerlo dalle violenze degli altri detenuti, poggiava proprio sul suo orientamento sessuale (X c. Turchia, 9 ottobre 2012).

Violazioni collegate all’art. 3 della Convenzione (che – è bene ricordarlo – costituisce una delle sue norme essenziali) sono state ipotizzate anche in relazione a provvedimenti di allontanamento di cittadini di Stati terzi idonei a mettere a rischio i loro diritti essenziali nello Stato di destinazione: nei più recenti, la Corte ha chiuso in rito il procedimento perché lo Stato convenuto aveva, nel frattempo, concesso un titolo di soggiorno al ricorrente (così nei casi A. E. c. Finlandia, del 22 settembre 2015, M. E. c. Svezia, dell’8 aprile 2015, A. S. B. c. Paesi Bassi, del 10 luglio 2012, riguardanti il ritorno di tre omosessuali rispettivamente in Iran, in Libia e in Giamaica).

La Corte non ha mancato di pronunciarsi anche sui diritti degli LGBT legati al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 della Convenzione). In particolare, è in questo ambito che i giudici di Strasburgo si sono confrontati (anche) con le tematiche delle unioni civili (o registrate) e delle adozioni. Mentre la posizione della Corte, in merito alla prima questione, è stata fin da subito piuttosto netta, rispetto alla seconda essa ha manifestato un orientamento più prudente.

Uno dei casi più importanti relativi alla compatibilità con la Convenzione del mancato riconoscimento delle unioni omosessuali ha riguardato, come noto, l’Italia. Si tratta della sentenza Oliari e altri, del 21 luglio 2015, nella quale la Corte ha risposto in maniera abbastanza netta a questo interrogativo, sollevato da alcuni ricorrenti, stabilmente legati da una relazione di coppia, e ai quali l’Italia non aveva concesso alcuna forma di riconoscimento giuridico, violando, secondo la Corte, il già citato art. 8 della Convenzione.

Oggi, come noto, il Parlamento italiano ha colmato il vuoto, anche sulla scorta di una autorevole sollecitazione della nostra Corte costituzionale, con la legge n. 76 del 20 maggio 2016, entrata in vigore il 5 giugno scorso. Se essa risolve, benché non senza alcuni passaggi discutibili, il problema delle unioni omosessuali, tralascia di intervenire su quello più spinoso delle adozioni, dopo che, in un primo momento, il testo del disegno di legge le aveva, a certe condizioni, ammesse.

Una “soluzione” frutto di un compromesso politico, dal momento che, fra le stesse fila della maggioranza, non pochi guardavano con sincera preoccupazione all’allargamento del campo di applicazione di questo (già di per sé delicato) istituto a coppie delle stesso sesso.

E in effetti, la stessa Corte EDU, come si anticipava, è stata piuttosto prudente allorquando si è trovata di fronte a casi nei quali rilevava, fra gli altri, un problema del genere. Nell’ultimo in ordine di tempo (X ed altri c. Austria, del 19 gennaio 2013), la Corte ha affermato che viola l’art. 8, in connessione al divieto di discriminazione, una normativa, come quella austriaca, che consente l’adozione del figlio di un membro di una coppia eterosessuale all’altro membro (dando così ad entrambi piena responsabilità genitoriale: c.d. second-parent adoption) e la impedisce in una coppia dello stesso sesso.

È bene sottolineare il ragionamento della Corte: partendo dal presupposto che differenziare situazioni grosso modo simili (o che tali sono ritenute dai giudici di Strasburgo) è legittimo se l’obiettivo è difendere una idea tradizionale di nucleo famigliare e, soprattutto, il superiore interesse del minore, è sproporzionato, e dunque illegittimo, perseguire questi obiettivi con la preclusione assoluta di alcune prerogative alle coppie omosessuali.

Tradotto nelle parole della Corte, l’opportunità di una second-parent adoption in una relazione omosessuale va valutata caso per caso, questa apparendo la migliore soluzione anche nell’ottica, cruciale per le norme internazionali, del superiore interesse del minore.

La posizione della Corte va sottoscritta in pieno per la sua capacità di portare il dibattito sull’argomento nel più ortodosso solco dei principi giuridici. Essa dà prova di muoversi fuori dal coro delle posizioni acritiche (di qualunque natura esse siano, a favore o contro l’estensione di alcuni diritti alle coppie omosessuali) che sovente sovraffollano il dibattito politico (per non parlare della Rete), chiarendo uno schema che è scolpito nelle costituzioni liberali, tipiche della civiltà occidentale, nelle quali sono nati i diritti fondamentali della persona: il principio di eguaglianza porta con sé quello di non discriminazione, alla luce del quale non è possibile immaginare donne e uomini di categorie “minori” (nel godimento dei diritti) salvo che per perseguire, in maniera proporzionale, un interesse legittimo.

Collocarsi fuori da questo terreno significa rifiutare la basi occidentali della convivenza civile, rendendo possibile persino affermare che la schiavitù è naturale e che essa è un bene per i “negri” inferiori che, diversamente, non potrebbero condurre in modo autonomo (perché inferiori appunto) le proprie esistenze; o sostenere che l’estensione del suffragio alle donne sarebbe inutile, perché, essendo in gran parte sposate, non farebbero altro che raddoppiare il voto degli uomini (sul presupposto, evidentemente, che non possano esprimere preferenze diverse dai rispettivi mariti).

L’accettazione di queste basi, che l’Occidente ha costruito con sangue e sofferenze, non può, tuttavia, essere imposta dalle norme giuridiche. Il riconoscimento del diritto dell’altro ad essere felice – perché questa è in fondo la base dei diritti umani: la possibilità di coincidere con se stessi, senza interferenze altrui e nel pieno rispetto degli altri – è una scelta culturale, fuori dalla portata del diritto, quand’anche ad esso si vogliano attribuire pericolosi compiti pedagogici. E in ciò è cruciale e persino sacro il ruolo della politica, che dovrebbe essere luogo di incontro, esempio, responsabilità e rispetto, illuminato costantemente dalle fondamenta costituzionali del nostro sistema di convivenza sociale.

Ultima modifica il Sabato, 23 Luglio 2016 08:57
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