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domenica 24 settembre 2017



"Nell'estremo dolore, i ruoli sono capovolti: gli uomini emettono grida bestiali e le bestie grida umane".

Malcolm de Chazal


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Guai ai contadini: Caicocci dalla custodia sociale alla repressione

Caicocci Terra SocialeWolf BukowskiFilippo Taglieri, Zeroviolenza
2 settembre 2016

“Nella primavera del 2014 ho notato la presenza nel compendio di Caicocci di alcuni ragazzi che hanno ripulito dalle erbacce e dai rovi e coltivano un orto cd «sociale»
(Un teste del processo conferma le "colpe" dei custodianti)

Impedire la vendita di un bene pubblico, preservarlo dalla speculazione, praticare un'alternativa al sistema produttivo che avvelena la terra e immiserisce gli umani.
Gli obiettivi del Comitato Caicocci Terra Sociale erano in perfetta sintonia con quelli dei movimenti per l’agricoltura contadina e la sovranità alimentare di tutto il mondo. Obiettivi urgenti, istanze irrinunciabili da realizzare prima che sia troppo tardi.

Quella che segue è la storia di come il Comitato abbia provato a raggiungerli, intraprendendo una “custodia sociale” di alcuni dei 20 fabbricati (inutilizzati) di Caicocci e lavorando una quota infinitesimale dei suoi 190 ettari; e di come per pochi mesi Caicocci abbia visto un presente diverso dall’abbandono, e intravisto un futuro migliore di quello da residence per turisti ricchi. Quella che segue è anche la storia della sconfitta del Comitato e di una giustizia indifferente al senso di giustizia. Ma facciamo un passo alla volta.
 
La “custodia sociale” era iniziata nella primavera del 2014 con la partecipazione di centinaia di persone e la presenza costante di un piccolo gruppo di attivisti/contadini. Il forno cominciava appena a scaldarsi, il pane a lievitare, la zappa a rompere le zolle indurite dell’orto e già cresceva il fastidio nel palazzo della Regione Umbria, proprietaria dell’Azienda Agricola Caicocci in comune di Umbertide. (Bene pubblico? Sì sì vabbè, ma bene pubblico che vuol dire? Pubblico non vuol mica dire davvero di tutti, pubblico vuol solo dire che ce lo gestiamo noi! Il pubblico siamo noi: l’état c’est moi!). La classe dirigente umbra non gradiva essere disturbata mentre intonava il suo mantra, lo stesso dei governi degli ultimi venticinque anni: privatizzare, privatizzare, privatizzare. L’acqua, i trasporti, quasi quasi un’isola.

Per svendere (pardon: valorizzare) il proprio patrimonio, la Regione aveva un’agenzia immobiliare di sua proprietà: Sviluppumbria spa. I suoi agenti erano i migliori di cui si potesse disporre. Alla scrivania più nobile, magari di Swietenia mahagoni, sedeva un imprenditore “che arriva da una delle famiglie industriali più importanti della regione”, “mai schierat[o]si politicamente” e con interessi che andavano dalle lavatrici industriali alle locazioni finanziarie, fino alla promozione del feticcio di questi tempi renziani e farinettiani: il “made in Italy”. Era invitato permanente alla giunta regionale di Confindustria. La postazione del direttore di Sviluppumbria, forse meno elegante ma ben attrezzata di bottoni, era invece occupata da un uomo del Pd, già parlamentare e tesoriere del partito.

Ma non erano solo gli agenti immobiliari a essere speciali: anche la vetrina degli annunci lo era. Era la Vetrina Immobiliare della Regione Umbria. Avvicinandovi potevate leggervi la scheda 320, dedicata a Caicocci. (Che bell’Azienda Agricola che hai, nonnina! È per venderla meglio, piccola mia!) Nell’ottobre 2014 la Regione aveva chiesto al Tribunale di Perugia di rientrare in possesso del bene. Iniziava così il processo civile contro Caicocci Terra Sociale.

Intanto il Comitato andava in sofferenza. Per la sproporzione delle forze in campo, per l’iniziativa giudiziaria, per l’ostilità di alcuni media locali. Nonché per i tentativi di alcuni (dubbi) amici che proponevano di collaborare con chi (la Regione) manco li voleva ricevere.

"Il gruppo rimasto, formato dai e dalle custodianti di Caicocci e da alcuni cittadin@ partecipi (student@, contadin@, artigian@, precar@), ha tentato di ricostruire un percorso di confronto e partecipazione, cercando di fare rete con i movimenti regionali e nazionali e con la gente del posto. Intanto avviava progetti di autosussistenza sulla terra […] abbiamo sperimentato la “Scuola contadina”, un modo per scambiarsi saperi; abbiamo riattivato l'ex Bar come luogo di aggregazione [...] recuperato con l'aiuto di solidali di varie parti d'Italia e con i fratelli e le sorelle di Mondeggi Bene Comune, una piccola parte di uliveto [...] infine abbiamo ospitato l'incontro nazionale della Campagna Terra Bene Comune, che ha visto a Caicocci la presenza di circa 200 persone provenienti da tutta Italia."

Ma sul finire del 2015 gli attivisti del Comitato arrivavano alla conclusione che non c’erano più “le condizioni né per la realizzazione del progetto Caicocci Bene Comune né per la prosecuzione della nostra presenza organizzata.”

A quel punto la Regione riprendeva il pieno possesso degli immobili, e qualche Paperone o finanziaria offshore poteva comprarseli. (Ora che non ci sono più contadini finalmente può partire la Disneyfattoria! Ehi, laggiù, comparse col forcone: muoversi!).

Ma il processo andava avanti, ostinatamente: la

"cessazione della materia del contendere non esime […] il giudice dal provvedere sulle spese dell’intero giudizio sulla base dei principi della soccombenza virtuale […], sicché deve quindi a tal fine procedersi alla valutazione della fondatezza del reclamo"

scriveva il tribunale nella sentenza (aprile 2016). Vae victis, potrebbe dire qualcuno: guai ai vinti.

Era proprio nel corso di quella “valutazione della fondatezza del reclamo” che prendeva forma il grande ribaltamento. Il Comitato che si era opposto alla privatizzazione risultava paradossalmente pervaso d’“animus spoliandi”; i tre custodianti (più un “autore morale”, il mittente di una mail alla Regione per chiedere un incontro!) comparivano nelle carte processuali con le spaventose fattezze di “spoliatores”. Non si poteva fare a meno di immaginarli galoppare per vie polverose, il fazzoletto calato sul viso; e poi vederli fare irruzione nel saloon di Caicocci terrorizzando i ragni che, fin lì soli e indisturbati, stavano tessendo la propria tela.

Le motivazioni politiche e oggettive della custodia erano indifferenti:

"per l’ordinamento è del tutto equivalente se lo spoglio è stato voluto per procurarsi un vantaggio economico o per danneggiare il possessore o per beneficiare un terzo o un’intera comunità o per dimostrare la propria abilità o il proprio sprezzo della legge, ecc."

… quelle soggettive diventavano quasi un’aggravante…

"deve osservarsi che un vantaggio personale per i reclamati vi era, atteso che essi hanno tratto dallo spoglio l’utilità di abitare il fabbricato e di coltivare i terreni occupati […] e che hanno espressamente dichiarato […] di essere disoccupati e di avere agito per realizzare quel progetto (che la regione si era rifiutata di accogliere e financo di ascoltare) di utilizzo della tenuta per garantire il sostentamento di famiglie in difficoltà economica"

… e la sordità della Regione diventava punto d’orgoglio istituzionale.

Se sulle spese processuali il giudice aveva deciso “sulla base dei principi della soccombenza virtuale”, le conseguenze per i tre compagni e la compagna identificati erano terribilmente reali:

"siamo stati condannati al pagamento delle spese legali dell'intero procedimento, che ammontano a 460 euro per le spese di cancelleria e 7350 euro per compenso professionale degli avvocati regionali (che però non lavorano a parcella ma sono stipendiati come dipendenti della Regione!), oltre accessori di legge."

La cifra totale delle spese avrebbe superato probabilmente gli undicimila euro. Nell’autunno del 2016 le prime rate sarebbero entrate in scadenza.

Amarezza a parte, la vicenda di Caicocci ci trasmette due messaggi. Il primo è l’invito a dotarci  stabilmente di strumenti di mutualismo resistente per affrontare giuste lotte e subdola repressione. Il secondo, perfettamente conseguente al primo, ci impone di aiutare i custodianti a non soccombere a una cifra che per loro (come per molti di noi) costituisce un peso difficile da portare. Alcune delle realtà vicine a Genuino Clandestino stanno cominciando a organizzare benefit (cene, incontri). Qui trovate i recapiti per invitare gli spoliatores anche nel vostro saloon.