Lesbo, l'umanità che aiuta e accoglie

Lesbo migranti rifugiatiMarzia Bianchi, Zeroviolenza
30 settembre 2016

Negli ultimi anni, quasi ogni giorno, abbiamo letto notizie riguardanti i migranti e i loro viaggi che spesso si trasformano in naufragi. Del lavoro della guardia costiera, dei medici senza paura e senza frontiere che prendono e partono. Immagini emozionanti (vedi le foto), come il bagnino spagnolo che salva un bambino siriano dall'impetuoso mar Egeo. 
 
Così lasciando le rotte della speranza e spostandoci su quelle virtuali, si scopre che c'è davvero un mondo che si muove e che in alcuni casi abbandona la propria "motherland" per raggiungere quella di approdo di tanti naufraghi, come possono essere l'isola di Lampedusa in Italia o quella di Lesbo in Grecia.

Le associazioni e organizzazioni di tutto il mondo, ogni giorno cercano persone che abbiano competenze mediche o che conoscano l'arabo, il curdo, il farsi o il dari. O più semplicemente persone di buona volontà che diano una mano con la cucina e le pulizie.
Navigando, navigando, sono arrivata al faro dove ho scoperto l'eco-volontariato.

Lighthouse Relief è un'organizzazione non governativa svedese, che opera e lavora in Grecia: 3 campi profughi, un campo di prima accoglienza da dove partono anche i volontari che si occupano di eco-volontariato.
Andando sulla loro pagina trovate i requisiti base e quelli ideali.

Base: scarpe da trekking, pranzo al sacco magari anche qualche barretta energetica, acqua (almeno 2 litri), guanti da lavoro, protezione solare, vestiti comodi.

Ideali: patente nautica, possedere un gommone o una barca, guanti in neoprene, buste resistenti per l'immondizia, muta subacquea, coltello da sub, un'auto 4x4, cioccolata e musica!

Ci si incontra la mattina verso le 8.30 nella piazza di Skala Sikamineas ed è difficile perdersi perché parliamo di un paesino di 900 abitanti circa. Si inizia la giornata stringendo la mano di almeno 8 o 9 persone, ognuna di loro proveniente da un Paese diverso.
C'è sempre qualcuno che non ha con sé i guanti o le scarpe da trekking o altro, in molti infatti scelgono Lesbo come meta di vacanza e una volta a conoscenza del del lavoro dell'ONG decidono quindi di "provare" e fare un'esperienza diversa.

Il team leader spiega il lavoro e in quale spiaggia si è diretti. Dopodiché, un gruppo di sconosciuti si mette in marcia e quando arriva a destinazione ci si da pacche sulle spalle e si fanno battute, come fanno gli amici che si conoscono da tempo.

Ne ha parlato il New York Times, Repubblica, Vita, eppure se ne sa ancora troppo poco del cimitero dei giubbotti di salvataggio e del lavoro fondamentale che centinaia di persone da tutto il mondo fanno.

Le coste di Lesbo sono le coste europee e il teatro quotidiano di una tragedia che è davvero difficile da spiegare a parole. Isabel, responsabile del lavoro di eco-volontariato, racconta che in alcuni periodi dell'anno, naufragano anche 5000 persone al giorno. Se non lo avesse raccontato, lo avrei comunque capito, raccogliendo dalle spiagge di questa frontiera, centinaia di giubbotti di salvataggio e parti di fragili imbarcazioni. Lo avremmo capito guardandoci intorno, io e gli altri giovani ed anziani volontari da New York, Dublino, Copenaghen, Auckland, Montreal, Melbourne, Buenos Aires, Londra etc.

Il lavoro che l'organizzazione Lighthouse Relief fa sulla costa nord, è fondamentale per rendere più accettabile questi arrivi agli occhi arrabbiati dei residenti locali che vedono calare in un'estate il loro sostentamento (dato dal turismo) dell'80%, per la cattiva pubblicità che i media fanno. Disinformando sulla reale condizione di questi luoghi splendidi e dando la colpa di tutto ciò ai migranti. La bellezza di queste coste, di queste frontiere europee, non è solo storica e nemmeno solo naturale, ma è la speranza che rappresentano per tanti esseri umani in difficoltà.

Tutto quello che viene raccolto dai volontari durante la mattina, sarà lasciato in ordine su un lato del spiaggia se il lavoro non è finito oppure  caricato sui gommoni, o barche, messi a disposizione dai pescatori locali o da altre associazioni, e trasportato al campo. Una volta lì, viene fatta una selezione tra il materiale da gettare via e quello da riciclare.

I workshop del riciclo sono dei momenti di aggregazione di un valore enorme all'interno del campo: l'ecologia fa da traino per l' integrazione sociale. Spesso infatti vengono coinvolti i residenti locali di tutte le età, quindi capita di vedere seduti allo stesso tavolo la nonnina del paese insieme al ragazzo indonesiano o chissà di quale altro posto esotico, che lavorano per cucire e  trasformare un pezzo di gommone in borsa, zaino, cintura. I bambini del paese arrivano a piedi o in bici e non vedono l'ora di mettersi a lavoro e realizzare un braccialetto, un anello o magari di inventare qualche gioco per un altro bambino.
Tutto quello che viene realizzato, è destinato ai rifugiati.

Viviamo in un Paese che dovrebbe garantire libertà di stampa e di parola e allora dovremmo dare più spazio a questo tipo di esperienze e non solo ed esclusivamente a chi urla alla caccia alle streghe.

Dovrebbero raccontarci, ogni giorno, dei ragazzi che con tanto sacrificio, partono dall'altra parte del mondo per cucinare un pasto caldo a chi non lo ha. Di quei pensionati che invece di andare in vacanza alle Canarie insegnano ai rifugiati detenuti nei campi, come si lavora un orto. Delle donne che curano le ferite, esterne ed interne, di altre donne che hanno subito e subiscono le peggiori violenze.

Un'informazione che non sia basata solo su quelli che non vogliono "il diverso" ma anche su tutta l'altra parte accogliente. Le storie di chi pulisce le spiagge europee in nome della bellezza che non è solo quella delle coste. La bellezza della convivenza tra persone di culture diverse.
La bellezza della libertà di movimento dei popoli. Tutti.

Ultima modifica il Sabato, 01 Ottobre 2016 07:05
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