Diga VajontErri De Luca
9 ottobre 2017

Chiasso di acque nei cieli, "hamòn màim  bashamàim". Così un profeta intese la voce che grondava su di lui da un acquario di stelle.
Ascolta un altro chiasso,
una montagna intera che sfracella sopra l’invaso di una diga.

Era di notte, aggredite dal crollo
esplosero le acque verso l’alto a strappare le case di Erto e Casso
dai pendii a meridione e poi di nuovo in giù, acque su acque,
oltre la muraglia-sgabello a sradicare a valle Longarone,
lago, fiume e tempesta di Vajont, duemila nostri spenti.

Ascolta il tutto del sangue quando l’amore stringe:
moltiplicalo per il quadrato delle stelle fisse,
per il grido del capretto sgozzato ogni Pasquanatale,
per la sega del fulmine e il piccone del tuono,
aggiungilo agli schianti del bosco cancellato,
larici, abeti, càrpini, betulle, cervi, gufi, lepri, martore,
uova, ali, zampe, artigli stritolati: e poi dividi
per il silenzio di un minuto dopo. Non giocare con l’acqua,
non chiuderla, frenarla, è lei che scherza
dentro grondaie, turbine, ponti, risaie, mulini e vasche di saline.
È alleata col cielo e il sottosuolo,
ha catapulte, macchine d’assedio, ha la pazienza e il tempo:
passerai pure tu, specie di viceré del mondo,
bipede senza ali, spaventato a morte dalla morte
fino a metterle fretta.


da Opera sul’acqua e altre poesie
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