L'eredità di un profugo italiano

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San GerardoMarzia Bianchi, Zeroviolenza
25 ottobre 2016

Posadas è il capoluogo di Misiones, provincia nord-orientale dell'Argentina che prende il nome dalle innumerevoli missioni gesuite.
La città supera i 260.000 abitanti, dei quali il più del 50% vive in condizioni di povertà.

Il fiume Paranà, immenso, circoscrive la frontiera internazionale con il Paraguay e limita il perimetro più antico per quanto riguarda tre dei suoi lati (Est, Nord e parzialmente l’Ovest) estendendosi poi a ventaglio.

Appena l’auto entra nel vialetto di terra rossa, Teresa inizia a salutare tutte le persone che lavorano nel campo lì vicino, gli uomini seduti nel patio a bere mate, i bambini che corrono da una parte all’ altra come se stessero organizzando una festa. Una festa che si ripete tutti i giorni, appena questa donna meravigliosa entra nel quartiere.

Teresa è piccolina di statura, ha il viso dolce ma è dotata di una forza d’animo incredibile, dovuta forse ad un'infanzia temprata dal freddo della Patagonia e agli anni duri trascorsi a La Plata. I tempi dell'università, quando c’era la paura di tornare al proprio appartamento e trovarlo devastato, se andava bene. Non trovare più l’amica del cuore che studia seduta sul letto e perdere per sempre le sue tracce, quando andava male. Già, i desaparecidos, ma quella è un'altra storia.

Pediatra e con una pensione di ex direttrice sanitaria, sognava da sempre, dai tempi dell’ Università e dei turni di notte in ospedale per riuscire a pagare l’affitto, di aprire un centro per aiutare le persone che, come lei, erano nate in una famiglia molto umile e che in generale nella vita erano state meno fortunate e forse anche meno tenaci.

Nel 2002 è riuscita a realizzare il suo sogno, dando vita alla fondazione O.N.G. “Sol de Misiones para las Naciones” e aprendo un centro di salute e di educazione in uno dei quartieri più poveri della città di Posadas, il barrio (quartiere) di San Gerardo. Il centro comprende tre ambulatori medici, una scuola materna, un asilo nido, una cucina ed una mensa comunitaria, un orto comunitario ed un parco con i giochi per i bambini del quartiere.

Quasi tutte le case nel 2002 erano precarie, costruite con legno e tetti di zinco o di cartone asfaltato. Il rifornimento di acqua era attraverso dei rubinetti pubblici ubicati in punti strategici della zona, o pozzi d' acqua nelle case. Le condizioni sanitarie, scarsissime.

La notizia positiva è che dal 2012, un centinaio di famiglie sono riuscite a mettere su con le proprie mani e fatiche, delle abitazioni più dignitose e sicure.

San GerardoVirginia ha 4 anni, è orfana, vive con sua nonna, cinque fratelli, due sorelle in una casa di due camere e un bagno nell’orto. Questo è quanto c’è scritto sulla scheda personale della bambina. Casa sua non è molto distante dalla scuola. La trovo nell’orto con un paio di galline spennacchiate, scalza come la maggior parte dei bambini del quartiere, una canottiera che pulita doveva essere bianca e che probabilmente appartiene ad uno dei fratelli più grandi.

Non viene a scuola perché sua nonna ha ottenuto un lavoro come spazzina in centro e lei, non può di certo lasciare solo in casa il cuginetto di due anni. Le dico di portarlo al nido e mi risponde che non può perché ogni volta che lo accompagna a scuola lui comincia a piangere e a lei, quando lo sente urlare a quel modo, viene il mal di stomaco.

Tra i compiti dei volontari infatti c'è anche quello di recuperare i bambini e i ragazzi che non vengono mandati a scuola dalle loro famiglie per guadagnare qualche soldo o per badare ai più piccoli. Per fortuna sul barrio vigila sempre l'occhio attento di Teresa. Fuori, nei paesini più poveri all'interno della Provincia, la situazione è molto più drammatica e complicata.

Andare a caccia di bambine e approfittare di loro è uno dei reati non puniti e più diffusi nella classe sociale alta. Paesi e quartieri alla deriva, con un tasso di delinquenza ed ignoranza culturale molto alti.

Le precarie condizioni di vita e le scarse possibilità di cambiamento in un futuro immediato, contribuiscono a generare un ambiente propizio per scatenare situazioni di violenza, soprattutto domestica. Chi rischia di soffrire le violenze nei contesti privati sono le donne e i bambini e come spesso accade nelle culture "machiste",  è l'uomo ad esercitare più frequentemente le differenti forme di abuso: fisico, sessuale, psicologico.

Per questo motivo, donne come Teresa rappresentano un enorme fascio di luce in un angolo scuro. La gente del barrio, nel corso degli anni, è stata chiamata al centro per seguire dei corsi sul primo intervento, educazione sessuale, educazione alimentare, norme igieniche, di musica e danza, corsi di cucito, di allevamento, laboratori di erboristica etc

L’occupazione tipica della popolazione corrisponde in genere a lavori “occasionali”. Le donne si dedicano al servizio domestico, sono lavandaie, venditrici ambulanti e casalinghe. Gli uomini, nella gran parte disoccupati, lavorano occasionalmente come muratori, venditori ambulanti, autisti, carpentieri, meccanici.

I vari progetti quindi tengono impegnata quella parte del quartiere che non ha trovato neanche un lavoro occasionale e soprattutto fanno da collante tra le persone, sono fondamentali per l'integrazione ed una pacifica convivenza. Maggiore stabilità emotiva ed economica data da alcuni progetti, ha incentivato negli adulti una nuova e grande responsabilità verso l’educazione dei propri figli e nipoti. Questo vuol dire che i bambini vanno a scuola più tranquilli, senza sentirsi in colpa per non essere fuori in strada a racimolare qualcosa.

Se Mariano, il papà di Teresa, avesse trovato un enorme muro ad aspettarlo come quello che stanno costruendo a Calais? Se nel 1927, quando partì dall'Italia, lo avessero rimandato a Patrica, un piccolo paesino in provincia di Frosinone? Se lo avessero rinchiuso per anni, senza diritti e dignità, in un campo pieno di profughi, come lui, provenienti dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Francia?  

Teresa dice che non avrebbe mai fatto tutta questa strada probabilmente se non avesse avuto accanto la figura di suo padre. Aver visto e capito i suoi sacrifici, aver partecipato alle riunioni con gli altri emigrati ed essere venuta in Italia, una volta adulta, a conoscere i suoi zii, i cugini, i nipoti. Scrivere alla luce fioca di una lampada a petrolio,  le lettere che il padre le dettava in una lingua che lei non conosceva e che comunque, avrebbe poi spedito alla sua famiglia a Patrica. Tutti quei momenti, sono stati i tasselli che hanno formato un puzzle che noi tutti dovremmo tenere bene a mente.

Il regalo più importante che questa storia ci lascia è lo stesso che Teresa definisce come il lascito più prezioso di suo padre "le cose più importanti che mi ha insegnato mio padre da emigrante? Compromesso, responsabilità, tenerezza, disponibilità umana verso il prossimo."

Mariano, alla fine della sua vita, amava raccontare che dopo aver dovuto lasciare casa e famiglia per quasi tutta la vita, conosciuto gli stenti, lottato per avere diritti e dignità, in un viaggio durato quasi settantanni dall'altra parte del mondo, la più grande emozione restava una cosa semplice. L'orgoglio per quella targhetta sulla porta dell'ufficio di sua figlia Teresa, con su scritto "Doctora" (Dottoressa).

Quella stessa doctora, figlia di un profugo di guerra italiano, che oggi lavora e vive per le persone più povere del Barrio San Gerardo di Posadas.

Ultima modifica il Mercoledì, 26 Ottobre 2016 08:08
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