Dalla Sicilia un grande NO!

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Sicilia vota NOStefano Galieni, Zeroviolenza
16 dicembre 2016

Solo 10 giorni fa, in tante e tanti, ci recavamo al voto per il referendum su un tentativo di manomettere la Costituzione e di fatto porre le basi per modificare in senso molto più verticista le istituzioni.
Nelle ore che si sono susseguite: risultati, dimissioni di Matteo Renzi, caos politico alimentato da letture parziali e di regime, propagandate tanto dai vinti quanto da una parte dei vincitori, fino alla formazione di questo governo fotocopia era difficile riuscire a ragionare e a discutere con un minimo di distanza dagli eventi.

E mentre, finalmente, anche da sinistra e in maniera ad oggi collegiale, si prova a considerare il valore alto del risultato referendario e le conseguenze che questo può avere sul futuro del paese, con tutte le responsabilità che questo comporta (si veda la grande e partecipata assemblea che si è tenuta a Roma domenica 11 dicembre, indetta da “Ricominciamo dal NO(i)”) forse è il caso anche di ricostruire il percorso che ha portato a tale vittoria. Provo a farlo partendo da una esperienza individuale ma credo, a suo modo, significativa. Come noto, nel Sud e nelle Isole, il distacco fra i sostenitori della riforma e chi l’avversava è stato molto più sensibile che altrove.

Nelle isole soprattutto le percentuali alte di votanti e altissime di coloro che si sono schierati a difesa della Costituzione, rappresentano uno spaccato sociale che va ben oltre le appartenenze politiche. La faticosa campagna referendaria che si è svolta in questi contesti offre dei suggerimenti affatto marginali, un bagno di realtà ancora insufficiente per definire modalità di intervento a medio e lungo termine, ma che non vanno rimossi. Utilizzo una situazione empirica, quella della Sicilia Orientale e in particolar modo di Catania e provincia per averli vissuti con una certa intensità.

Nel territorio catanese, alta affluenza e si è sfiorato il 75% dei No alla riforma. Questo nonostante o forse grazie (dovremmo dire col senno di poi) alla particolare attenzione che il Pd e il suo segretario nazionale hanno riservato nei mesi scorsi alla città. Il culmine si è toccato a settembre con la Festa dell’Unità nel capoluogo etneo che, disertata da una città inutilmente militarizzata a difesa del partito di governo, ha visto sfilare uno ad uno, ministri e sottosegretari nel magnifico scenario di Villa Bellini.

Ma le performances hanno avuto poco successo di pubblico e di critica, nonostante il battage pubblicitario e la presenza imbarazzante di figuranti. Quasi ogni evento di regime è stato accompagnato da contestazioni, si è superato il ridicolo in numerosi episodi anche raccontati dai giornali che non hanno certo giovato all’immagine dell’ex presidente del Consiglio. Forze dell’ordine e renziani ultraortodossi hanno in quei giorni di inizio settembre impedito o ostacolato l’accesso alla festa (in luogo pubblico) a: persone note per le posizioni politiche “troppo di sinistra”, pericolosi insegnanti, attivisti “No MUOS”, persone che indossavano maglietta con su scritto semplicemente NO, casalinghe che avevano commesso l’errore di fare la spesa al mercato e poi voler tornare a casa attraversando la villa, avendo nella sporta uova, pomodori o altre verdure considerate pericolose.

Poco importava che i fatti incriminati avvenivano al mattino mentre i dibattiti di governo erano previsti per il tardo pomeriggio sera, chi voleva fare la spesa o doveva selezionare i prodotti da acquistare o è stato costretto ad aggirare la villa per evitare di essere scambiato per pericoloso lanciatore di verdura. Controlli serrati venivano fatti, ovviamente, anche nei confronti dei minori e si giungeva al punto di posticipare la partita di calcio del Catania perché le forze dell’ordine presenti in città non erano sufficienti. O difendevano Matteo Renzi o si occupavano dello stadio.

Ovviamente i tanti altri problemi della città passavano per quei giorni in secondo piano. E lo staff governativo ha così avvertito la difficoltà incontrata in Sicilia tanto da ipotizzare un nuovo passaggio a Catania alla fine della campagna referendaria, salvo poi ripensarci quasi clandestinamente ed evitando fino all’ultimo giorno di diffondere notizie rispetto al percorso presidenziale. Ben misero come messaggio ai votanti. Nel frattempo gli elementi di fastidio nei confronti del governo si assommavano, giorno dopo giorno alle critiche all’amministrazione comunale e al rifiuto, con forti valenze politiche della riforma.

Il messaggio che passava era in sintesi: “Non mi fido di Renzi, non voglio dargli maggiori poteri, vuole utilizzarmi per i suoi fini, quindi voto NO”.

Il sentire popolare mostrava livelli di consapevolezza di puro buon senso. Quelli che l’ex Presidente sciorinava come elementi per dimostrare che col suo governo e con maggiori poteri, tutto si sarebbe risolto positivamente erano smentiti dai dati incontrovertibili della vita quotidiana. Crescita di povertà e disoccupazione, assenza di progettualità concreta, città messa in svendita e paesini abbandonati a se stessi, diseguaglianza dilagante.

Questo è quanto si respirava nell’aria e più aumentava l’arroganza governativa tanto cresceva il fastidio di chi si sente preso per il naso. Distribuendo volantini col simbolo di Rifondazione Comunista e le ragioni del NO, nella maggior parte dei casi, nei mercati come davanti ai luoghi di lavoro, negli spazi sociali in cui soprattutto gli anziani si ritrovano per giocare a carte, la risposta era quasi e in maniera imbarazzante monocorde. Giovani e anziani, donne e uomini, nella quasi totalità non si limitavano a prendere i volantini sorridendo.

Alcuni si dichiaravano disponibili anche per distribuirli nei posti di lavoro (è capitato anche con un funzionario di polizia), altri ci dicevano di risparmiarli perché tanto del NO erano già convinti, altri ancora si fermavano a spiegare le mille e una ragione della propria posizione. Un tasso di politicità socialmente diffusa che era difficile da prevedere, in cui il malcontento si mescolava con la stessa intensità ad un messaggio che risultava semplicissimo ed efficace: “Le cose vanno male ma la colpa non è della Costituzione ma di chi non la mette in pratica”. Non va confusa come “risposta di sinistra” ma è una risposta che parla a noi, e con cui siamo noi a doverci e poterci relazionare.

Caltagirone, Scordia, Palagonia, Biancavilla, Belpasso, Mineo, sono paesi che raramente finiscono nelle cronache nazionali. Sono paesi, come le periferie delle metropoli, in cui raramente chi ci vive ha modo di far sentire fuori la propria voce. Sono paesi abituati ad essere dimenticati, a far parte di una terra di nessuno, a essere non luogo se non per chi ci vive, ci lavora e ci è immerso.

Eppure in paesi come questi, mi è capitato di sentire quelle voci dissonanti e ribelli che mancano al nostro parlare quotidiano, che poco albergano nei nostri ambienti pieni di ceto politico. Frasi accennate, discussioni provocate da un semplice volantino, in cui si formano capannelli e si respira passione, rabbia, contraddizioni e bisogno di uscire dal clima di rassegnazione che sembra essere divenuto religione imperante.

C’è la logica dello sberleffo che ha prevalso, i manifesti di Renzi, che indicavano il SI come la via per il “cambiamento” su cui è stato, in maniera eversiva, scritto un grande No con le bombolette di vernice, l’esigenza di rispondere alle promesse e ai tentativi di compravendita del voto con un sussulto profondo di dignità che non aveva bisogno di caratterizzarsi in un soggetto politico definito e si limitava ad un grande, immenso e liberatorio NO.

Ero certo che se si fosse votato solo in quella Sicilia abbandonata a reggere gli approdi di migranti, la disoccupazione alle stelle, l’assenza di futuro come caratteristica immutabile e il potere politico mafioso come ovvia parte del sistema; beh quella Sicilia avrebbe dato lo schiaffo più potente al potere inerte e così è stato. Viene voglia di ripartire da quei volti di persone abituate alla sofferenza e alla non esistenza, da quelle mani protese a cercare anche in un volantino, in un comizio improvvisato, in una parola di sostegno, il senso profondo di una propria esistenza.

In Sicilia e non solo hanno vinto i senza voce, i senza futuro, gli esclusi dalla logica di spartizione, non ha vinto un nuovo e alternativo progetto politico e ideale. Certamente ci sono stati i “Comitati per il NO" che hanno svolto un lavoro di formazione enorme, pur non avendo le risorse e gli strumenti che avevano quelli del campo avverso. Soldi, emittenti televisive, ogni elettrodomestico negli ultimi giorni lanciava frasi di propaganda, ogni giornalista, intellettuale (o sedicente tale), vip bisognoso di mantenere una posizione di rendita, si è prodigato per cambiare le sorti referendarie.

A noi restavano i volantini, pochi manifesti ma un porta a porta, piazza a piazza, mercato a mercato che ci lasciava ogni giorno sbalorditi per l’effetto e l’affetto provocato dalle nostre rattoppate incursioni.

Ora sta a chi c’era operare in funzione di questa trasformazione. Ripartendo certamente dalla Costituzione e poi dalla lotta ai potentati locali, alle mille ragioni per cui un pezzo di paese può tornare ad aggregarsi e a sentirsi pronto ad alzare la testa. Bisogna dare respiro a quei No sommessi e determinati anche col sorriso, contrapposti a dei SI che trasudavano tracotanza e rabbia perché si sentivano già profondamente isolati e persi.

Chiudo tenendo a mente una discussione provocata dall’ennesimo volantino in cui un gruppo di sostenitori del No, avanti con gli anni, ironizzava in maniera pesante con l’unico amico del gruppo seguace di Renzi. La frase era semplice e mi sarebbe piaciuto tenerla a mente in dialetto. Ma il senso è quello che conta: «Sei fesso! Credi a Renzi e tuo figlio è disoccupato? Credi a Renzi e a tua moglie danno una pensione da fame. E tu dici SI a uno che vorrebbe avere ancora più il potere di toglierti quel poco che ti è rimasto? Sei proprio fesso, ripensaci».

Ultima modifica il Lunedì, 19 Dicembre 2016 12:27
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