Sulla 194 la ministra Lorenzin non ce la racconta giusta

Etichettato sotto
Donne e abortoAnna Pompili
20 dicembre 2016

"La prevenzione dell'IVG è obiettivo primario di sanità pubblica; attualmente il tasso di abortività del nostro Paese è tra i più bassi tra quelli dei paesi occidentali"

E' questo l'incipit delle conclusioni tratte dalla Ministra della Salute nella sua relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 194.

E i numeri delle IVG in Italia, riportati dalla Ministra, sembrerebbero premiare le politiche di prevenzione messe in atto dal governo (o meglio: dai governi attraverso i quali la ministra è passata indenne): 96578 nel 2014 e 87639 nel 2015.
Non è ben chiaro, però, attraverso quali strumenti questa prevenzione verrebbe attuata.

Infatti, le strutture che primariamente dovrebbero occuparsene, ossia i consultori,  hanno subito e continuano a subire pesanti ridimensionamenti, sia in termini numerici che di organico, oltre che in termini di snaturamento della multidisciplinarietà socio-sanitaria che li qualifica e li distingue da un semplice ambulatorio polispecialistico.

D’altra parte, basta consultare il sito del Ministero della Salute per avere un’idea della poca attenzione dedicata a strutture che dovrebbero essere il fulcro delle politiche di prevenzione nel campo della salute riproduttiva: nell’elenco dei consultori familiari, infatti, vengono inseriti i centri di neuropsichiatria infantile, i centri vaccinali, i centri per disabili adulti, nonché - ciliegina sulla torta - i consultori degli ospedali confessionali, dove gli unici metodi contraccettivi ammessi sono i cosiddetti “metodi naturali”.

Lo si fa per “fare numero”? O forse questo è semplicemente il segno dell’ignoranza, della incapacità a comprendere il ruolo dei consultori per la salute delle cittadine e dei cittadini del nostro Paese?

A ben guardare, i numeri delle IVG in Italia qualche dubbio lo suscitano: nel nostro Paese, infatti, vi è un uso estremamente limitato dei metodi contraccettivi, che sono tra i più costosi d’Europa, ma nonostante ciò i tassi di natalità sono tra i più bassi d’Europa. E’ possibile allora che una parte degli aborti volontari venga fatta al di fuori della legge, nel chiuso delle mura domestiche, con farmaci acquistati grazie a prescrittori compiacenti o attraverso la strada non sempre sicura di internet?

Il sospetto non è dell’ultima ora: già alla fine del primo decennio del 2000 avevamo denunciato la scomparsa di alcuni gruppi etnici tra le donne che fanno ricorso all’ IVG, ritenendo che questo dato avrebbe dovuto rappresentare un campanello d’allarme per un sistema sanitario attento alla salute delle donne.

Anche nella relazione di quest’anno c’è un paragrafetto dedicato ai cosiddetti aborti clandestini: un copia-incolla dalle relazioni degli anni precedenti, nelle quali si definiscono dapprima gli ovvii ed evidenti limiti dell’ultima rilevazione del 2012, per poi affermare che comunque il dato sarebbe rimasto costante nell’ultimo decennio. Neanche un tentennamento, un dubbio, un tentativo di comprendere la complessità; nella relazione della Ministra Lorenzin troviamo solo una granitica certezza, semplicemente inaccettabile per chi voglia realmente prevenire il ricorso all’ IVG.  

La Ministra ci racconta che probabilmente la riduzione del numero di IVG sarebbe dovuta alla recente determina AIFA che ha permesso alle maggiorenni di ottenere la contraccezione ormonale di emergenza senza prescrizione medica, e illustra i dati delle vendite delle pillole a base di ulipristal acetato, le cosiddette “pillole dei cinque giorni dopo”.

Sarebbe interessante che ci informasse anche delle vendite non ospedaliere del misoprostolo, un farmaco ufficialmente utilizzato come anti-ulcera, ma che viene di fatto utilizzato quasi unicamente per l’induzione dell’aborto. Certo, sappiamo che esiste un mercato clandestino oltre a quello ufficiale, ma già questo dato potrebbe aiutare a capire almeno un aspetto del fenomeno.

E’ ovviamente possibile che  la riduzione del numero degli aborti nell’ultimo semestre del 2015 possa essere legato all’impennata nelle vendite della “pillola dei cinque giorni dopo”, ma dal Ministero della Salute mi sarei aspettata una valutazione più rigorosa in termini di analisi del dato, e non una semplice ipotesi da verificare con maggiore attenzione.

La prevenzione delle interruzioni volontarie di gravidanza è obiettivo primario della sanità pubblica, recita la relazione della Ministra. E intanto in Italia i costi della contraccezione sono tra i più alti d’Europa, e da luglio scorso nessun contraccettivo ormonale viene rimborsato dal nostro Sistema Sanitario Nazionale (revocata la classe “A”, adesso le pillole contraccettive sono tutte a carico delle donne).

Se è vero che la contraccezione di emergenza a base di ulipristal acetato ha avuto un ruolo importante nella riduzione del numero di aborti tra le maggiorenni, la Ministra dovrebbe predisporre immediatamente la fornitura di tali presidi nei Consultori e nei Pronto Soccorsi ospedalieri, al fine di permetterne la somministrazione urgente alle ragazze minorenni. Quanti altri aborti potrebbero essere evitati?

Ma la Ministra se ne guarda bene.

Perché per lei conta il “privilegio della maternità”, così ben spiegato nel suo Piano Nazionale per la Fertilità. La contraccezione, gli aborti, i diritti riproduttivi in generale, non la riguardano, sono cose private, da affrontare individualmente, di cui parlare abbassando la voce, perché, alla fine dei conti, per la nostra Ministra la sessualità è una cosa sporca se non serve a fare figli per la Patria.

Ultima modifica il Martedì, 27 Dicembre 2016 09:06
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook