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La sentenza del processo in appello all’assassino di Fiorinda di Marino

di Stefania Cantatore (UDI di Napoli)
19 ottobre 2012
 
Dopo tre anni e mezzo e due gradi di giudizio nel processo a Renato Valboa, la sentenza è di non perseguibilità per incapacità di intendere e di volere. La “pena” inflitta è: dieci anni di detenzione in una struttura psichiatrica. Il sopravvenire di “miglioramenti” nello stato mentale dell’ex detenuto, valutazioni su incompatibilità tra lo stato del paziente e la struttura designata potrebbero stravolgere quanto stabilito nell’udienza conclusiva di oggi.

La sentenza contraddice totalmente la sentenza in primo grado. Le numerose confutazioni alle perizie psichiatriche e la minuziosa decostruzione degli elementi che ipotizzano lo stato di incoscienza  all’atto del crimine, argomentate dalle avvocate Giovanna  Cacciapuoti e Carmen Scarpato, non sono state ritenute fondate dal Tribunale.

I fatti e le sentenze a volte configgono tra loro, quasi sempre quando si tratta di processi per femminicidio, stupro, violenze.

Per definire quanto si è avverato stamani si potrebbe usare sarcasmo, ironia, satira nella misura in cui si è disincantate, indignate oppure sfiduciate. Ma per definire quello che è successo stamattina è meglio usare l’eloquenza dei fatti.

Renato Valboa è stato ritenuto responsabile quando ha tentato di uccidere a coltellate la prima moglie, riducendola in fin di vita. Fu condannato a sei anni e, per quanto salti agli occhi l’incongruenza della condanna rispetto al crimine, evidentemente l’uomo fu ritenuto responsabile.

Nella prima sentenza per la soppressione a colpi d’ascia di Fiorinda fu condannato, reo confesso, a sedici anni. Nel ricorso in appello questi due fatti, la prima condanna per tentato omicidio e la seconda per femminicidio, sono divenuti elementi da una parte irrilevanti, e sorprendentemente il primo tentativo di uccidere un’altra donna una prova dell’insanità mentale del Valboa.

Il tremendo avvertimento a Fiorinda “non andrò in galera perché so fare il pazzo” , un’ulteriore discolpa per “il colpevole non perseguibile”.

Le sentenze per femminicidio, in Italia sono quello che sono. Le strutture carcerarie ospitano ammalati, tossicodipendenti, disperati in fuga dalle guerre. Gli ospedali psichiatrici sono pieni colpevoli non perseguibili. Gli arresti domiciliari, le pene alternative, l’assegnazione ai servizi sociali sono le soluzioni alle quali possono accedere gli assassini del Circeo, l’avvocato Previti e le vittime della “magistratura politicizzata”.

In qualche caso un seriale patologico può uccidere, in qualche caso chi stupra può essere malato, ma ormai è assodato che le donne non sono uccise e stuprate per follia: Sono uccise e stuprate perché sono donne, presunta proprietà di uomini che mentre uccidono e stuprano sono consapevoli di poter essere trattati con clemenza o addirittura non dover pagare mai.

Una diciassettenne è stata uccisa perché difendeva la sorella, ferita gravemente, dal suo ex fidanzato. Qualcuno giurerà che era un bravo ragazzo in preda ad un raptus. Nel processo che giudicherà questo ultimo crimine, se nulla cambierà, dovremo ripetere quello che diciamo oggi.

C’è un mare che divide la giustizia e la vita delle donne, in un paese dove c’è davvero qualcosa che non funziona nel sistema giudiziario.

Le donne che chiedono giustizia per Fiorinda, per la studentessa de L’Aquila, per ognuna e per tutte sono il punto di partenza per cominciare a parlare di lotta al crimine e per poter  affermare che la legge è uguale per tutti .

                                                           
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