Concorso S. Camillo e obiezione di coscienza, un primo passo importante per i diritti delle donne

Diritti delle donne, legge 194 e abortoAnna Pompili, Zeroviolenza
24 febbraio 2017

Il Centro trapianti ha bisogno di due chirurghi esperti. Viene indetto un concorso, che ha una  limitazione all’origine: è indubbio, infatti, che i due chirurghi debbono avere esperienza nella chirurgia dei trapianti; è ovvio che la prima selezione debba essere fatta in funzione delle necessità del reparto nel quale lavorerà chi vincerà il concorso.
Certamente, nessun vescovo della CEI, né l'Ordine dei Medici di Roma grideranno alla discriminazione e chiederanno di invalidare il concorso.

Il Servizio IVG dell’Ospedale San Camillo di Roma ha bisogno di due ginecologi. Viene indetto un concorso, che ha una limitazione all’origine: è indubbio, infatti, che per lavorare nel Servizio IVG i due ginecologi non possono essere obbiettori di coscienza; è ovvio che la prima selezione debba essere fatta in funzione delle necessità del reparto nel quale i due ginecologi che vinceranno il concorso sono chiamati a lavorare.

Due casi analoghi, ma diversissimi, perché quando c’è di mezzo la salute riproduttiva le cose non seguono più il giusto, banalissimo  filo logico: succede così che nel secondo caso, quello dei ginecologi del San Camillo, sia inevitabile la levata di scudi: dei vescovi della CEI, che si sono scoperti interpreti attentissimi dello spirito della legge 194, dell’Ordine dei Medici di Roma, dei Medici Cattolici.

Secondo questi insospettabili esegeti della legge, infatti, il concorso in questione avrebbe  violato il diritto dei ginecologi a sollevare obiezione di coscienza, che è regolato dall’articolo 9 della legge 194. Peccato che la loro conoscenza della legge si esaurisca alle prime righe di quell’articolo, che qualche riga dopo impegna “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate …. ad assicurare in ogni caso l’espletamento delle procedure previste dall'articolo 7 e l'effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.

Lo ignora da anni la stessa Ministra della Salute, che nella relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 194 ci informa che più del 35% delle strutture ospedaliere italiane viola proprio quell’articolo 9, calpestando impunitamente il diritto alla salute delle cittadine italiane.

Due diritti contrapposti, dunque, che la legge cerca di bilanciare: da una parte quello del personale sanitario all’obiezione di coscienza, e dall’altra quello delle donne alla salute. Un bilanciamento difficile, soprattutto laddove, nel nostro Paese, le percentuali della obiezione di coscienza sfiorano il 90%.

Il Presidente della Regione Lazio Zingaretti rivendica con giusto orgoglio la scelta del concorso “riservato”, anche se sappiamo bene che i concorsi riservati  non risolvono il problema, abbiamo già assistito a conversioni sulla via di Damasco immediatamente dopo la fine del periodo di prova.

Chi, come me, lavora nei Consultori e in un servizio ospedaliero che si occupa di interruzioni volontarie di gravidanza, sa che esiste un modo molto semplice per minimizzare realmente il peso ignobile che ha l’uso strumentale dell’obiezione di coscienza sulla salute delle donne: garantire un reale accesso all’ivg farmacologica, svincolarla dalla inconcepibile inappropriatezza del ricovero ospedaliero, permetterne la esecuzione anche nei consultori e nei poliambulatori, come stabilisce l’articolo 8 della stessa legge 194.

Un piccolo, semplice passo che avrebbe un significato enorme, perché darebbe alle donne un reale potere di scelta, senza troppi intermediari e senza tutori.
E questo, forse, è troppo anche per gli illuminati amministratori di centro-sinistra.


Ultima modifica il Mercoledì, 01 Marzo 2017 11:28
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