Europa: dopo 60 anni cosa festeggiamo?

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Europa, dopo 60 anni cosa festeggiamo?Matteo Bortolon, Zeroviolenza
25 marzo 2017

Mentre i rappresentanti degli Stati membri si riuniscono a Roma in una cerimonia inevitabilmente celebrativa, in piazza avremo diversi cortei di differente colore politico ma tutti più o meno critici dell'assetto attuale. Sondaggi diffusi nel 2016 mostrano un euroscetticismo crescente, anche in paesi in passato sostanzialmente favorevoli all'UE.
Che è successo?

Negli anni Cinquanta la comunità europea era molto diversa da quello che è diventata oggi: un foro per la collaborazione dei paesi membri, sotto il vigile controllo del gigante statunitense nello scacchiere della Guerra Fredda, con una propensione ad un aumento del commercio con la creazione di un mercato comune; per il resto le politiche economiche interne rimanevano sotto il saldo controllo dei governi nazionali che, incalzati dalla minaccia comunista, miravano a quello che è oggi un ricordo lontano: il pieno impiego. Ossia percentuali di disoccupazione ridottissime.

Da allora non solo vi è stato un allargamento fino alla quasi totalità dell'Europa occidentale, con 28 membri (27 contando il Brexit: gli inglesi non hanno mai amato l'UE) e una fortissima crescita di competenze e funzioni degli organi della UE (Commissione e Consiglio, con l'europarlamento nella veste del parente povero), ma da una vera e propria svolta nelle politiche economiche. Una svolta verso il neoliberismo.

In evidente sincronia con l'evoluzione mondiale, tale assetto assunse una direzione molto netta dagli anni Ottanta, in specie fra il 1986-1992 con la liberalizzazione di decine di settori per la realizzazione del mercato unico europeo (col Libro bianco di J. Delors).
Fra il 1993-2008 nel dominio disegnato dal Trattato di Maastricht (15 paesi) che presto si sarebbe allargato in maniera abnorme (+10 paesi nel 2004, +2 paesi nel 2007 ed infine la Croazia) si profila un vero e proprio regno del mercato liberista.

La sua specificità (che la differenzia anche dal modello USA) è di non rinunciare ad un interventismo statale -differentemente da quanto il liberismo classico prescrive- non proiettandolo sull'economia in sé ma sulla società per costruire le condizioni del mercato e della concorrenza. Si vede quindi un paradossale strabismo per il quale per esempio agire direttamente su tariffe di servizi  non va bene, ma sulle condizioni della concorrenza non solo si deve, ma lo si fa con una puntigliosità asfissiante. Il presupposto di fondo è che alla fine i benefici arriveranno a tutti, non attraverso un diretto intervento statale ma dalla crescita generata dai meccanismi economici in sé, dall'efficienza dei mercati ecc.

I caratteri che si sono definiti in questi anni sono i seguenti.
- Una crescita delle competenze europee che fanno capo a Commissione e Consiglio, con forte crescita della burocrazia. Essi sono completamente dominati dalla volontà dei governi nazionali (ma qualcuno pesa più degli altri..) e potentemente influenzati da un esercito di lobbisti annidati in ogni ganglio del processo decisionale.
 - Tassazione e welfare ancora di competenza degli Stati (nessuna redistribuzione dei più ricchi a favore dei più poveri, salvo i famosi “fondi europei” che assomigliano più a premi per i più bravi che a misure di solidarietà reale) in una logica di competizione reciproca.
- Moneta (euro adottato fra il 1999-2002) creata grazie ai famosi “sacrifici” e saldamente gestita dalla BCE, che mira solo alla stabilità dei prezzi.
- Costruzione delle strutture di base per la finanziarizzazione dell'economia, pioggia di privatizzazioni.
Era stata costruita una vera e propria gabbia d'acciaio. Chi lo aveva capito fin troppo bene lo aveva detto esplicitamente. Uno degli architetti di Maastricht avrebbe ammesso poco dopo:

“L’Unione europea implica la concezione dello “Stato minimo”, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, la ridefinizione delle modalità di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi.”

I risultati erano già pienamente visibili alla fine degli anni Duemila da non poter essere più ignorati: la “moderazione salariale” (mentre la fetta di PIL che va in retribuzioni stipendiali prima di Maastricht oscillava fra il 66-70% del PIL, immediatamente dopo il 1992-93 crolla verso il 56-60%); crescente disoccupazione specie giovanile; una ampia divergenza fra centro e periferia europea, con un crescente indebitamento di famiglie e imprese.

Con la crisi del debito e la austerità come dottrina economica ufficiale i risultati sono ancora più evidenti: per salvare le banche sono stati spesi ben 747 miliardi, mentre in UE abbiamo 123 milioni di persone a rischio povertà (circa un quarto della popolazione).

Sottoposta a tremende tensioni, corrosa dalla ascesa dei populismi di ogni matrice e dal malcontento popolare, la gabbia di ferro del neoliberismo in salsa europea scricchiola ma non cede. E si può star certi che l'èlite che la governa cercherà di salvarla con ogni mezzo.

Solo una lotta popolare che tenga fede ai principi della Costituzione repubblicana può abbatterla senza cadere nelle illusioni della demagogia del nuovo estremismo stile Alba Dorata.

Ultima modifica il Martedì, 28 Marzo 2017 11:37
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