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martedì 24 ottobre 2017



"Una nave baleniera fu la mia Yale e la mia Harvard".

Herman Melville


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L'inermità dell'Occidente nella celebrità della follia

Selfie Notre DameMonica Pepe, MicroMega
17 giugno 2017

La domanda di senso collettiva non è più “chi sono? come sarà la mia vita?” ma “dove sono? per quanto ancora vivrò?”. Il fatto che fino a poco tempo non fosse pensabile questo cambiamento evidenzia il fallimento di un’epoca.

“God of War” una serie americana di videogiochi di successo fu ideata negli anni 2000 sulla base del mito di Pandora. Sarà in grado questa volta il genere umano di ricomporre un contenitore per i mali sparsi nel mondo?

Ogni epoca produce e aggiorna le forme della sua crudeltà, come sempre aveva ragione Marx, ma questa volta lo scivolamento di senso è estraniante.
Come il Dottor Jekyll, l’Occidente ha pensato di poter definire il male e di dare un corpo a chi deve incarnarlo, Mr. Hyde, e l'ha proiettato fuori di sé coltivando così l'illusione onnipotente di controllarlo e perfino utilizzarlo ai propri scopi.

L’essere umano ha sempre preferito attribuire il proprio lato oscuro a qualcosa al di fuori di sé piuttosto che dentro di sé. La religione e i fanatismi derivanti sono stati, spesso, le basi di questi processi di negazione e spostamento delle proprie aree conflittuali.

Ma quando gli americani finanziarono prima Osama Bin Laden e poi l'Isis con la presunzione di usare le loro azioni a proprio vantaggio (come se questi uomini non avessero una loro identità ed una loro storia ma fossero solo dei burattini), quando l’America invase l’Iraq, poi con l’invasione in Libia, cosa pensava, il mondo occidentale, potesse accadere dopo? E soprattutto come mai non si riesce a elaborare una strategia alternativa, nel momento in cui i danni sono tanti ed è evidente che il male che abbiamo davanti agli occhi è la conseguenza e la proiezione di quello negato e scisso che era dentro di noi, ed emerge tutta la fragilità della comunità occidentale e della sua politica ambigua e schizoide?
Dopo che abbiamo rotto il vaso di Pandora sovrapponendo ogni giorno le disgrazie di molti alle fortune di pochi così che l’invidia è globale, l’ingiustizia sociale palese e la disumanizzazione assoluta, cosa pensiamo di dover fare ora?

Nella foto della cattedrale di Notre Dame c’è tutta l’angoscia e la profonda debolezza di un’epoca, dove il fallimento del modello “Dio, selfie e follia” va in scena con la naturalezza di un click che il nostro orecchio non sente neanche più.
Infranta la sacralità del luogo, si è rafforzato il compito naturale di evidenziare l’inermità dei corpi che stiamo rapidamente democratizzando in ogni parte del pianeta, con un plusvalore di celebrità mortale per quelle anime.

Nella guerra planetaria dei nervi che si profila ogni giorno più imprevedibile, l’aspetto più critico deriva proprio dalla modalità da allegra famiglia globale che continua ad allineare i poli dell’immaginazione e delle pulsioni, a parità di latitudine e di condizioni sociali, riproducendo le sfere ancestrali della violenza e della paura a ritmo ossessivo, e invitando alla ripetizione dei contenuti soprattutto in chi soffre di maggiore fragilità.

L’unica vera sacralità ormai è nei bilanci delle multinazionali delle comunicazioni, nessuno Stato infatti potrebbe più applicare delle restrizioni ai nuovi signori del mondo che detengono bilanci di gran lunga superiori a quelli di molte nazioni.

C’è poi da chiedersi, se gli strumenti di comunicazione cui l’uomo attribuisce la capacità e la forza di metterlo in contatto desiderante con tutto il mondo corrispondono, in realtà, a una scatola chiusa e minata da meccanismi regressivi e disidentificanti, come farà la mente a ripensare e a ritrovare un mondo aperto in cui si può progredire come esseri umani oltre che come ingranaggi produttivi delle dinamiche tecnologiche ed economiche?

A ogni nuovo attentato il sistema mediatico e l’opinione pubblica oscillano tra allarmismo e spasmodica ricerca di un senso ma soprattutto di un colpevole, che spinge ad attribuire qualsiasi atto violento all’Isis, anche se spesso emerge che la persona in questione aveva agito in autonomia e che il gesto era dovuto a condizioni di disturbo psicologico o di isolamento sociale. E perché a questo punto non chiamare Isis anche le forme di crudeltà e le violenze che attraversano tutte le organizzazioni sociali comprese le famiglie e le relazioni di intimità?

Scavalcando e cavalcando anche i più moderni sistemi “sociali” di comunicazione, l’essere umano - l’“Antropos” - oggi sembra ribellarsi con gli unici strumenti a disposizione, non a caso quelli rimossi dal sistema postcapitalistico, che ha sempre imposto a qualsiasi costo la normalizzazione degli individui: il perturbante, la follia.

Ben al di là di quello che chiamiamo compulsivamente ISIS, quanto si configura all’orizzonte sembra una Nuova Rete Elettrica Planetaria, una energia residuale che si sprigiona dalla materia umana cui potrebbero agganciarsi in futuro sempre più individui. Amaro plusvalore di un sistema economico globale in avaria.

Le migliaia di giovani che da vari paesi avevano raggiunto in questi anni aree del pianeta di cui conoscevano a malapena l’esistenza erano molto più che un campanello d’allarme. Senza essere naïf sappiamo altrettanto bene quanto il potere nella storia abbia contrastato la naturale spinta alla ribellione e al cambiamento creativo dei giovani, ma il fatto che neanche davanti a un fenomeno epocale così importante né i governi né l'opinione pubblica siano stati in grado di praticare un’accoglienza equilibrata, cercando anzi di ricavare da questa diaspora solo i possibili vantaggi economici, rendendo merce perfino il dolore, la dice lunga sulla paura dell’Occidente di guardarsi allo specchio e di assumere le proprie responsabilità.

Quindi da una parte la presunzione dell’Occidente di aver implementato un modello economico, finanziario e di consumo intangibile a qualsiasi onda d’urto per chi non se lo può permettere. Dall’altra la follia come unico antidoto possibile alla negazione della realtà dei vissuti delle persone in carne e ossa, come critica a un modello che ha reso folle ciò che prima era normale, l’esperienza umana per come la conoscevamo.

Cosa ci dicono in fondo questi uomini e donne che scendono in strada, nelle metro, nelle chiese o nei bar armati di martelli o di coltelli da cucina? “La mia sofferenza esiste e deve avere una dignità” o “Se la possibilità che mi dà questa società è solo quella di essere prigioniero di un malessere profondo, della fragilità e dell’esclusione, della sfortuna che ho avuto di nascere nel posto sbagliato, allora il mio malessere è politico e deve essere anche il vostro”. Le religioni nella storia hanno sempre avuto una funzione di contenimento della sofferenza umana e l’Islam ha le caratteristiche di assolutezza allo svolgimento di questa funzione di Ideale dell’Io placando apparentemente attraverso identificazioni per imitazione, la profonda e dolorosa assenza di una propria centralità, di una possibilità di sentirsi di esistere.

Sembrano sempre più imprevedibili, in futuro, i risvolti di quanto potrebbe configurarsi come un nuovo motore di ricerca planetario dell’Io. Qualcuno ne starà già studiando il potenziale economico.

Sia che appaia più immediatamente riconducibile a una perversione ideologica organizzata a sfondo religioso o che siano esseri umani che la vita non ha accolto con un sorriso, mai come in questa epoca così perturbante, il Corpo – prendendo in prestito le parole di Albert Camus sulla Cultura – appare l’ultimo urlo degli uomini in faccia al loro destino.