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domenica 24 settembre 2017



"Nell'estremo dolore, i ruoli sono capovolti: gli uomini emettono grida bestiali e le bestie grida umane".

Malcolm de Chazal


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Sulla natura delle ong e sul fatto che non dovrebbero essere funzionali al potere e ai poteri

Migranti scarpeManuela Cencetti, Zeroviolenza
7 settembre 2017

Esistono sicuramente anche "altre ong" che si prestano a collaborare con governi locali di qualsiasi colore e con imprese private di ogni tipo per realizzare grandi profitti in seguito a disastri "naturali" ed emergenze "umanitarie" (se si pensa a cosa accade nelle zone terremotate in Italia vi lascio immaginare quello che si scatena in altre zone del mondo dopo eventi simili o peggiori).

Esistono in molti “paesi terzi” ong e, a volte, università e istituti privati di ricerca, che si dedicano a infiltrare in comunità e villaggi “progetti di sviluppo” che aprono le porte invece ad azioni mirate di saccheggio e accaparramento delle risorse di un territorio, a controllare o concentrare settori di popolazione non docile, a cooptare e comprare leader locali e organizzazioni di base neutralizzando qualsiasi forma di dissenso e opposizione interna.

Si tratta per lo più di ong create ad hoc da imprese, fondazioni bancarie, multinazionali e partiti politici che sfruttano soggetti, popolazioni, territori, immaginari, e che prosperano grazie alle fratture della storia, del dominio, dell’ordine coloniale e post-coloniale. Grazie ad un impoverimento progressivo dei tessuti sociali, politici, economici, culturali delle comunità locali, delle popolazioni urbane o di quelle rurali costantemente scisse, frammentate, divise a scomparti, le conseguenze storiche della violenza politica, sociale, economica e di genere possono proliferare sempre più su vasta scala. Conseguenze che nel tempo hanno contruibuito ad aggravare le trame e le interconnessioni tra stato, capitale, la grande finanza globale, le grandi corporation, il narcotraffico, le mafie, ecc.

Naturalmente è un discorso molto ampio e si potrebbero fare tantissimi esempi. In questo caso mi interessa evidenziare che mettere in discussione l’odioso codice di condotta Minniti, da parte delle ong, e poi rifiutare di firmarlo è il minimo che possa fare qualsiasi ong degna di questo nome, e non c’è molto di cui discutere se si conoscono i contesti di conflitto - non importa se di alta o bassa intensità - in cui operano le stesse.

Non c’è da stupirsi o da discutere se si intuisce all’interno di quali interessi e profitti formidabili cercano di operare (sì, soprattutto se riguarda la libertà di movimento di migliaia di persone migranti, di rifugiati e richiedenti asilo bloccati e imprigionati in Libia) e se si riconosce un minimo di capacità critica a chi sceglie di lavorare in una ong schierandosi in modo netto e contrario alle ultime trovate del PD in crisi di voti. Ed evidentemente non solo del PD.

Sulle ong e su chi ci lavora

Non mi sono mai ritenuta né buona, né “buonista”, né ingenua, né inconsapevole (di cosa?) e tanto meno “posseduta” da una qualche ideologia umanitaria. Non sono mai andata in qualche “paese terzo” per fare la carità o alimentare qualche forma di dipendenza e assistenzialismo.

Sono andata via per capire quante cazzate occidentali ed etnocentriche avevo assimilato crescendo e studiando, per vedere quante frontiere potevo attraversare come bianca con un bel passaporto europeo in mano. Ho vissuto come qualsiasi donna nuove o consuete forme di discriminazione, sessismo e machismo in Italia come all’estero. Ho avuto sicuramente in giovane età responsabilità e quote di potere da gestire in un rapporto di forza squilibrato rispetto ai miei colleghi e colleghe locali.

Per fare questo lavoro ho studiato e ho continuato a farlo. Ho imparato moltissimo in Italia e all’estero dalle persone con cui ho collaborato e lavorato, dalle esperienze fatte da altri e altre prima di me, ho fatto ricerca insieme a singoli soggetti, gruppi informali e organizzazioni locali, ho imparato dal lavoro complesso e critico di altre organizzazioni non governative, italiane e non.

Ho costruito in equipe iniziative e processi di autodeterminazione che si sono consolidati negli anni e che continuano a funzionare “a casa loro”, proprio perché il ruolo delle ong, se proprio deve esserci, dev’essere transitorio, accessorio, deve garantire accompagnamento e sostegno a processi di cambiamento e a rivendicazioni sociali, politiche ed economiche portate avanti da singole persone e/o organizzazioni locali.

Ho lavorato e imparato insieme a “soggetti” e non mi sono occupata di “oggetti”, di eterne vittime o di sfigati. Non ho scelto questo lavoro per viaggiare e nemmeno per arricchirmi. Per viaggiare si fanno le vacanze, se ce le si può permettere, e per arricchirsi si sceglie decisamente un altro tipo di lavoro.
Esistono inoltre tipi diversi di cooperazione e ong che lavorano attraverso interventi piccoli e limitati che a volte risultano molto più efficaci dei programmi milionari delle macro agenzie internazionali.

Ritornando al tema delle ong che operano nel Mediterraneo ricordo che si tratta di un tipo di cooperazione in contesti di emergenza e che il loro lavoro è tanto utile quanto quello della cooperazione allo sviluppo (o come la si vuole chiamare) che può durare anni nelle stesse regioni ed è mediaticamente molto meno impattante rispetto ad altri tipi di intervento.

* Prima parte: Dalla guerra ai migranti alla guerra alle ong. Lo stato di emergenza è la regola
* Terza parte: Sul magico mondo dei diritti e sulla materialità della guerra ai migranti dopo le guerre umanitarie