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martedì 24 ottobre 2017



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Herman Melville


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Sulle mancanze di quasi tutti gli attori in ballo e dove le ong mettono una pezza

MigrantiManuela Cencetti, Zeroviolenza
19 settembre 2017

Ritorniamo alle campagne coloniali italiane nel mezzo del Mediterraneo: la recentissima campagna militare di Libia garantirebbe ora il non-arrivo di migranti, rifugiati e richiedenti asilo sulle coste o isole italiane.
Quello che è accaduto nelle ultime settimane è di nuovo un'operazione di alta cosmesi.

Si trova un modo di bloccare definitivamente le ong, si manda l’esercito a pattugliare una striscia di mare, si riempiono con soldi di stato (e soldi UE) le numerose “guardie costiere libiche” e gruppi di mercenari disposti a tutto, libici e non. E di colpo la così chiamata emergenza migranti è risolta.

L’intera operazione rientra ancora una volta nel tentativo di camuffare l’ampio ordine di mancanze - o di perfette trappole normative – nei confronti di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, stabilite da accordi e trattati europei e da leggi nazionali.

Partiamo dal macro: l’Unione Europea continua ad applicare il regolamento di Dublino (siamo passati già dal II al III e sicuramente non mancherà un IV e nulla cambierà) che prevede

[...] salvo eccezioni, lo Stato individuato dal Regolamento Dublino come competente a esaminare la domanda sarà poi anche lo Stato in cui la persona dovrà restare una volta ottenuta la protezione, per cui un cittadino eritreo riconosciuto come rifugiato dall’Italia non ha la libertà di stabilirsi entro i confini europei, per esempio in Svezia, avvalendosi dei diritti garantiti dal suo status. Questo perché, nell’ordinamento dell’Unione non esiste il principio del mutuo riconoscimento della protezione ed ai beneficiari della protezione internazionale non è stata riconosciuta la libertà di soggiorno in altri Stati membri.1  

È evidente che con un regolamento simile i casi sono due. O alcuni stati membri UE “scelgono” di inserire alcuni paesi di provenienza per accettare le richieste di asilo di alcune/alcuni rifugiati e/o richiedenti asilo – come ha fatto per esempio la Germania con migliaia di richiedenti asilo provenienti dalla Siria nel corso del 20152 – oppure il Mar Mediterraneo e gli stati a sud del Mediterraneo restano il “terreno” di scontro e di sterminio per chi sceglie di partire, di tentare la traversata, di approdare in Europa. Pertanto i paesi in cui è possibile fare richiesta rimangono quelli dell’Europa meridionale e orientale, cioé i primi paesi di approdo (per esempio Ungheria, Grecia, Italia, Spagna...).

In secondo luogo è da tenere ben presente il nostro vuoto giuridico in ambito di asilo. In Italia non esiste una legge quadro che garantisce ai richiedenti asilo un percorso di nessun tipo, tranne la solita “prima accoglienza”. Cosa accade dopo a chi deve per forza restare in Italia? Che cosa accade grazie alla Bossi-Fini che vincola il permesso di soggiorno solo ad un certificato di lavoro? Che cosa succede se per anni (ormai è già passato più di un decennio dall’approvazione della Bossi-Fini) l’ingresso e la permanenza dei migranti sono subordinati all’esercizio di un’attività lavorativa? Al fatto che si deve dimostrare di avere un contratto di lavoro?

Andiamo con ordine.

L’Italia a differenza di altri paesi della UE, può vantare di non aver mai scritto né approvato una legge quadro sul diritto di asilo. Questo comporterebbe costi politici troppo alti in termini di consenso e non lascerebbe così tanto margine ai profitti enormi che vengono fatti sulla prima accoglienza da aziende private, mega cooperative e associazioni (non tutte chiaramente) e su cui è tanto facile sparare a zero e realizzare campagne elettorali.

Se esistesse una legge sull’asilo, o se fosse applicata, si dovrebbe creare un sistema reale di accoglienza che garantisca l’inclusione di rifugiati e richiedenti asilo nel corso del tempo (non certo di soli sei mesi) e garantire casa, istruzione, formazione, ecc... L’unica cosa invece che viene assicurata è poi entrare a far parte di una massa di persone “sospese”, escluse, invisibili.  Forzati delle baraccopoli e non solo che vivono grazie alle economie della miseria nelle metropoli e ai limiti dei campi dell’agroindustria.

Se non esiste un quadro chiaro di riferimento amministrativo e burocratico a cui possono riferirsi potenziali richiedenti asilo nonché migranti “forzati” (non ha senso in queste poche righe dibattere anche sulla fantasiosa distinzione tra “veri richiedenti asilo” e “veri migranti economici”) tutto rimane affidato al caso o alla solidarietà di sportelli di orientamento legale particolarmente attivi nei territori o a singoli avvocati e avvocatesse che si sbattono per seguire i/le richiedenti nel loro percorso di richiesta con la commissione territoriale.

In italia, in particolar modo, grazie a questo “vuoto” che crea e riproduce sfruttamento, schiavitù, ricatto e curiosamente il proliferare di campi o baraccopoli, si sono moltiplicate altre forme di “protezione” (permessi di soggiorno da uno a tre anni) che sono state utilizzate in modo funzionale e strumentale in particolari momenti storici per accogliere migranti forzati in fuga da paesi in guerra o altamente instabili. Un esempio: le forme di protezione sussidiaria e di permesso di soggiorno per motivi umanitari che sono state accordate ai migranti in fuga dai bombardamenti francesi in Libia del 2011, con l’aiuto di Stati Uniti e Inghilterra.

Dal 2011 ad oggi dove vivono e che vita fanno queste persone, questi migranti, questi titolari di protezione sussidiaria o permesso di soggiorno umanitario?

Stanno a Rosarno, al Gran Ghetto di Foggia, a San Ferdinando e in altri centinaia di campi e baraccopoli più o meno estesti. Alcuni, guarda caso, sorti ai margini di CARA o di altri centri di prima “accoglienza”. Quando vengono fatte mirabolanti retate poliziesche e controlli a tappeto in questi “campi”, curiosamente il numero di sans-papier, di “clandestini” è sempre ridicolo. Ma è qui che vive quella quantità crescente di manodopera straniera “eccedente”, o più precisamente “estraniata”, dall’economia di questo paese.

Corpi utili a formare quel bacino adatto da cui le aziende dell’agroindustria e dei grandi sistemi di distribuzione – il vortice di appalti e subappalti delle cooperative del trasporto e della logistica, di cui dispongono le OP (Organizzazioni di Produttori), le aziende multinazionali e della GDO (Grande distribuzione organizzata)3 - possono attingere durante i periodi di raccolta.

L’italia non solo utilizza le zone, i territori, della “prima accoglienza” per creare le forme più efficaci di ricatto e sfruttamento di mano d’opera di riserva tra uomini e donne senza casa, senza residenza ma sicuramente con un documento di soggiorno valido. L’italia in questo modo promuove anche una vergognosa “seconda e terza accoglienza” (che non esistono su un piano di realtà) costringendo la stessa mano d’opera di riserva a spostarsi costantemente tra campi stagionali di raccolta, “abitando” discariche, baraccopoli, capannoni e casolari diroccati.

Ultime domande e alcune inquietudini.

Ci sono motivi per cui ha senso lavorare per una ong qui o all’estero o per allearsi e lottare con rifugiati, richiedenti asilo e migranti in questo o in altri paesi? Certo. Dipende da chi incontriamo, da cosa si vuole fare e con chi ma tutto ci riguarda perché riguarda la vita, la difesa della vita, qui come altrove. Riguarda la difesa dei territori, la libertà di movimento, il diritto di fuga, la possibilità di spezzare regole, controlli e frontiere per autodeterminarsi. Per usare la solidarità come un’arma su una nave di soccorso in mare, ai margini o nel centro delle metropoli, in mezzo alle campagne.

E tutto questo “discorso” non riguarda solo le ong o dei gruppi di idealisti rincoglioniti da non so bene cosa (vista la seria rappresentazione che giornali e media si preoccupano di confezionare rispetto a ong, cooperanti e attivisti in generale). Riguarda come decidiamo di guardare il mondo, di come siamo in grado di collegare rivendicazioni e lotte qui come altrove.
iguarda come possiamo entrare in conflitto e autodeterminarci su questo tema - e cioé quella che è stata chiamata “criminalizzazione dell’aiuto umanitario” - come su molti altri temi: come intendiamo lottare contro l’inclusione differenziale del lavoro migrante, contro il razzismo di stato sempre più sfacciato che produce e riproduce gerarchie di classe, genere e razza. Per non restare chiusi in fratture e scomparti. Per non sentire più quanto fa schifo rivendicarsi bianchi, identitari, superiori.

Per non lasciare indietro nessun*. Gli altri, le altre, noi.

1 https://openmigration.org/analisi/che-cose-il-regolamento-di-dublino-sui-rifugiati/

2 Per un’idea più chiara sul fenomeno delle migrazioni forzate causate da guerra, violenze e persecuzioni in tutto il mondo, che nel 2016 ha raggiunto il livello più alto mai registrato, si può consultare il GLOBAL TRENDS FORCED
DISPLACEMENT IN 2016 dell’UNHCR: http://www.unhcr.org/statistics/unhcrstats/5943e8a34/global-trends-forced-displacement-2016.html

3 A questo proposito è importante consultare il sito di CAMPAGNE IN LOTTA http://campagneinlotta.org/home-2/ e la lettura del SECONDO RAPPORTO #FilieraSporca La raccolta dei rifugiati: http://www.filierasporca.org/2016/wp-content/uploads/2016/06/filierasporca_2016.pdf

* I parte: Dalla guerra ai migranti alla guerra alle ong. Lo stato di emergenza è la regola
* II parte: Sulla natura delle ong e sul fatto che non dovrebbero essere funzionali al potere e ai poteri
* III parte: Sul magico mondo dei diritti e sulla materialità della guerra ai migranti dopo le guerre umanitarie