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lunedì 21 maggio 2018



"La letteratura non permette di camminare ma permette di respirare".

Roland Barthes



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La variabile economica del fascismo

Trionfo della morte e danza macabra a ClusoneMonica Pepe
26 febbraio 2018

Mentre infuria la campagna elettorale risale come un’onda che rifrange dal passato la questione della violenza politica. Singolare apparizione in un contesto come quello attuale in cui la pratica della politica come arte della discussione tra le persone e la restituzione di senso della propria esperienza come essere umano nei rapporti sociali su larga scala, non è praticata da lungo tempo per una serie di fattori, economici in particolare.
 
L’immaginazione creativa di ognuno e quindi una massa, incalcolabile ma capitalizzata, di immaginazione collettiva sembra inghiottita dalle pieghe del più asfittico e morboso rapporto tra media e politica, dalla radicalizzazione delle comunicazioni tra persone, dalla sovrapposizione e intercambialità perfette del valore economico dell’uomo con il suo potenziale espressivo e creativo.

Ha resistito in questi anni la politica praticata da piccoli gruppi, protesi o àncore di ideologie che hanno resistito alle intemperie dei processi di disidentificazione di massa generati dai processi economici, senza però attualizzare quella visione macropopolare che non separava mai del tutto la ricerca del consenso dalla verità dell’enigma dell’umano e dalla straordinaria varietà di esperienza che un uomo o una donna poteva attraversare nella quotidianità del vissuto.

Nell’attuale il lavoratore come la lavoratrice non può contestare il padrone per le condizioni in cui è obbligato a prestare la sua opera, senza rischiare la cancellazione della sua identità prima ancora che della sua sopravvivenza. Non è questa forse la forma più pervasiva di fascismo in assenza di una capacità collettiva di ragionamento che ne rimetta a fuoco il portato mortifero e la sofferenza sociale? La frammentazione dell’idea del lavoro e del modo in cui si lavora oggi, e la cancellazione del luogo di lavoro, simbolo di nascita al sociale dell’uomo che vuole crescere, sono stati volutamente minimizzati dal potere o esaltati come forme di progresso per giustificare la grave forma di disorientamento che producono.

E' il tempo il nuovo luogo del lavoro, e il suo costo di produzione e di manutenzione è interamente addebitato alla forza del lavoratore come della lavoratrice che devolve al datore di lavoro anche la sua sfera passionale e relazionale.

Il lavoro borghese è l’unico a mantenere il luogo dell’organizzazione e il privilegio della circolarità delle relazioni. Ma dal venditore di cibo su due ruote, al commercio sul web e alla moderna fabbrica di concentramento, si afferma il modello del ‘non luogo’ fisico o mentale per una più rapida disumanizzazione di qualsiasi transazione economica.

E’ la progressiva familiarizzazione dei rapporti di lavoro che ha ineluttabilmente modificato la mappa mentale di ognuno rispetto agli spazi intermedi che sono il primo e unico terreno politico del possibile nell’esistenza di ognuno, della praticabilità del conflitto e quindi del riconoscimento reciproco nella alterità delle identità e dei ruoli.

Quanto non ci è dato vedere della globalizzazione ha la sua “mis en place” qui, nella drammatica gravitazione delle relazioni e quindi della loro inutilizzabilità a fini sociali. E’ una inedita forma di naturalismo che moltiplica gli attori della violenza come plusvalore del controllo sociale.

La variabile economica del fascismo che ha progressivamente annullato gli spazi di libertà di pensiero e di azione del lavoratore, di qualsiasi sesso o età, sta compiendo un ulteriore salto di qualità, complice il senso cronico di inferiorità che ormai la politica patisce nei confronti dell’economia e delle sue forme più perverse. Il potere dominante ormai strumentalizza il lavoratore rendendolo attore del suo stesso fallimento e non più solamente come scarico diretto della sua impotenza.

Il capitale ha sempre modificato la natura profonda degli attori in campo come unica possibilità di riaffermazione del proprio dominio, perché unica forma conosciuta di esistenza.

Ma il cambiamento di paradigma dei beni di consumo, da necessari a superflui, non poteva che degradare gli stessi attori di produzione rendendoli altrettanto effimeri, così che la tendenza estorsiva o ricattuale che è alla base di qualsiasi intermediazione economica non conosce più regole e confini. In questo modo non solo viene sottratto al lavoratore la possibilità di un riscatto del proprio vissuto interno e di una trasformazione personale nel sociale, ma nega alla società qualsiasi possibilità di riscoperta del nudo lavoro come suo bene primario.

Chi agisce la violenza politica a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi è stato derubato della integrità di un processo sociale conflittuale duro ma trasformativo. Per motivi anagrafici i richiami ideologici ad altre epoche politiche hanno ancora una risonanza, ma non sono in grado di rilanciare uno sguardo dirompente del reale verso il futuro.

La condizione giovanile in Italia oggi, per come si è andata configurando, è la riprova che il fascismo non muore mai e risorge continuamente sotto altre spoglie, sempre peraltro plausibili. Si nutre in qualsiasi ambito, come è sempre stato nella storia del sociale, della violenza della generazione precedente nei confronti di quella successiva, e la forza propulsiva sta nel suo diniego.

La violenza infantilistica della maggior parte delle rappresentazioni mediatiche dei politici sono alla base degli atti di violenza di gruppi pseudopolitici a cui assistiamo, condividendone peraltro tratti come isteria, narcisismo, psicosi. Nessuna di questa rappresentazioni ci parla del valore economico del potere.

La capacità di ricostruzione della macchina sociale della politica, cioè di un contesto collettivo che viva dentro a una cornice di idee e di istanze valoriali, e del lavoro come strumento di affermazione dell’io, dell’uomo e della donna nella società può ripartire da qui, dal riconoscimento della generazione precedente del valore politico della responsabilità e delle sue responsabilità, e dalla capacità della pratica politica di ritrovarsi e di rigenerarsi come forma di gratificazione e fonte di piacere.