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domenica 18 novembre 2018



"Le azioni umane adombrano sempre un certo fine, che può diventare inevitabile, se in quelle ci si ostina. Ma se vengono a mutare, muterà anche il fine".
Charles Dickens



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La morte invisibile di Soumila Sacko

Soumila SackoSergio Baffoni, Zeroviolenza
26 giugno 2018

Venti giorni fa veniva ucciso in Calabria il sindacalista e bracciante Soumaila Sacko.
Sacko è stato ucciso a freddo poco dopo che il neo-ministro Salvini aveva minacciosamente avvertito che per i migranti "è finita la pacchia". Pochi giorni dopo, nel Casertano, sconosciuti facevano il tiro al migrante con una pistola ad aria compressa, al grido di "Salvini! Salvini!".

L’omicidio di Sacko è passato in secondo piano. Le prime pagine dei giornali erano dedicate all’invasione dei migranti, per poi estendersi alla proposta di censimento etnico dei Rom, e in seguito alla minaccia di chiudere ONG, arrestare volontari e sequestrare le navi che salvano la gente in mare.

Sacko non era un uomo da prima pagina, era un invisibile, come tanti invisibili che si spezzano la schiena nel raccolto dei campi per mandare qualche soldo a casa. E da invisibile è stato ucciso: un colpo di lupara in pieno volto, quasi a cancellarne anche l’identità. Le prime notizie, sempre di seconda pagina, l’hanno definito come un ladro (di lamiere abbandonate per costruire un riparo). Poi due paroline ufficiali ed è finito nel dimenticatoio. Il motivo è semplice, quelli come lui devono restare invisibili, è tutto qui il cuore della clandestinità: silenzio e lavorare.

Fa uno strano effetto questo silenzio. Viviamo in un’epoca di clamore mediatico. Ciascuno ha diritto ai suoi cinque minuti di celebrità, postando gatti su instagram o riprese fatte al gabinetto su facebook. O meglio ancora gridare al complotto o incitare all’odio verso i poveri, meglio se stranieri, sporchi e puzzolenti. Ma attorno alla morte di Sacko e alla vita dei suoi compagni l’unico clamore è il silenzio.

Qualche decennio fa, Franz Fanon, critico del colonialismo, scriveva: “Per mostrare il carattere totalitario dello sfruttamento coloniale, il colono dipinge l'indigeno come una sorta di quintessenza del male. La società nativa non è semplicemente descritta come una società priva di valori. Non è abbastanza per il colono affermare che quei valori sono scomparsi, o che ancora meglio, non sono mai esistiti nel mondo coloniale. Il nativo è bollato come insensibile all'etica; egli rappresenta non solo l'assenza di valori, ma anche la negazione dei valori. È, ammettiamolo, il nemico dei valori, e in questo senso è il male assoluto. È l'elemento corrosivo, che distrugge tutto ciò che tocca; è l'elemento deformante, sfigurante tutto ciò che ha a che fare con la bellezza o la morale; è il depositario di poteri malefici, l'inconscio e irrecuperabile strumento delle forze cieche.”

Il capitalismo postmoderno ha fatto un salto in avanti nell’assolutismo razzista. L’attuale razzismo di sistema non entra neppure nel merito delle società che opprime o dei lavoratori che sfrutta – in Europa come altrove. No, descrivere queste persone come aberranti, stupide o malvage significherebbe riconoscere loro un’identità, per quanto rovesciata, un’esistenza come esseri umani, perfino dei diritti. L’attuale razzismo di sistema non parla nemmeno di razze, per il semplice motivo che non parla di persone: parla di flussi. I flussi sono diventati la parola magica. Flussi da controllare, flussi da fermare, flussi da invertire, flussi che stanno sommergendo l’Italia, flussi manovrati da invisibili burattinai, flussi che minacciano il nostro stile di vita, che causano disoccupazione e miseria… flussi di materia che di umano non ha nulla. La residua emozione verso le immagini (anch’esse oramai obliterate) di bambini affogati è bollata come “ipocrita buonismo”, forma rinnovata del “pietismo”, quella malattia di chi si faceva degli scrupoli verso la persecuzione degli ebrei: come si può provare empatia per un flusso?

E di nuovo, nell’ondata di riscossa nazionale contro i flussi migratori, le voci tonanti dei ministri attaccano le ONG, le loro navi, i loro volontari, si scagliano contro le (poche) voci dissenzienti o contro i commenti di improvvidi ministri esteri. Ma a nessuno viene in mente di interpellare loro, le persone negate, il flusso.

Sacko è tornato ad essere un invisibile, come i suoi compagni di lavoro. In altri tempi Sacko sarebbe diventato un simbolo. E in un certo qual modo è un simbolo pure oggi: un simbolo del silenzio tombale su un universo di sofferenze e sfruttamento invisibili. Un silenzio che corrompe nel profondo la base morale della nostra società.