QUANDO A MABEL BOCCHI NON DAVANO LE CHIAVI DELLA MACCHINA

di Alessandro Cannavò, la 27esimaora
10 giugno 2011

Grintose, determinate, estremamente concrete, per nulla ossessionate dai loro obiettivi agonistici. Capaci di spiegare e convincere che lo sport è stato ed è tuttora un mezzo straordinario per conquistare una sostanziale parità.

Le campionesse olimpiche di diverse epoche che hanno partecipato in sala Buzzati ieri alla presentazione della mostra «Donna è sport» (da oggi, venerdì, al Museo del Risorgimento di Milano con ingresso gratuito) hanno dimostrato (se mai ce ne fosse stato bisogno) che erano lì non da atlete ma da donne vere, in carne e ossa, pronte a conciliare le loro imprese con le altre tematiche femminili, dalla maternità alla discriminazione salariale, dall’organizzazione di allenamenti-figli-marito alla necessità di dover dimostrare (anche sui campi di gara) sempre più degli uomini.

E lo hanno spiegato in un talk show di grande livello con linguaggio chiaro e riflessioni profonde, con valutazione realistiche e impegni seri per continuare a cambiare le cose.

Organizzata dalla Gazzetta dello Sport e dalla Fondazione Candido Cannavò, curata da Elio Trifari, la mostra «Donna è sport» ha voluto legare alle celebrazioni per il 150 esimo anniversario dell’Italia l’irrefrenabile avanzata femminile nella pratica sportiva (tra il 1980 e il 2010 si è passati da una presenza nella squadra azzurra del 15% a quasi il 50% del totale). Un racconto che nasce in epoca deamicisiana con enormi pregiudizi (emblematico uno spezzone del film tratto dall’opera Amore e ginnastica) e che arriva al fisico, al sorriso e al carattere di una Federica Pellegrini, simbolo dell’italiana indipendente del XXI secolo.
In mezzo, tante conquiste. La cestista Mabel Bocchi racconta le sue battaglie sindacaliste degli anni Settanta quando le atlete avevano rimborsi-spese umilianti, andavano a giocare in campi scomodissimi e una volta in raduno si vedevano tolte persino le chiavi della macchina.

La calciatrice Carolina Morace sottolinea come nonostante i suoi record di gol da giocatrice venga ricordata per aver allenato una squadra maschile di serie C.

Novella Calligaris spiega come con il cervello il suo fisico normale abbia saputo sfidare in piscina le valchirie dell’Est.
“Ma non ho nulla contro la fisicità, lo sport ha sempre anticipato le nuove tendenze della società, anche nel look”

Martina Miceli rivela l’opera di scoraggiamento che lei stessa svolge nei confronti delle giovani aspiranti pallanotiste per capire chi è pronta davvero a enormi fatiche.

La schermitrice Giovanna Trillini testimonia come con la volonta e la concentrazione si possa rinascere dagli infortuni e restare ai vertici per una generazione; mentre accanto la dolce Valentina Vezzali (“che in pedana si trasforma in una belva”, scriveva Candido Cannavò) rappresenta l’incredibile storia della mamma che quattro mesi dopo il parto vince il campionato del mondo.

Il diritto al reintegro nel proprio posto dopo la maternità è la battaglia parlamentare che sta conducendo Manuela Di Centa (“io che non ho avuto figli”) , oggi disinvolta e determinata rappresentante ai vertici dello sport italiano. Accanto a lei la “nemica” storica dello sci di fondo, Stefania Belmondo. ” Ci siamo divertite a farvi credere che ci fosse questa accesa rivalità tra noi due. Piaceva molto ai giornali… Ad ogni modo l’importante è che nella contrapposizione siamo rimaste sempre noi stesse, senza ipocrisie”. Stefania Bianchini esulta ed è orgogliosa perché finalmente alle Olimpiadi di Londra nel 2012 ci sarà anche la sua specialità, il pugilato femminile.

Paola Pezzo, che è stata regina della mountain bike, racconta invece come abbia voluto voltare pagina quando ha deciso di costruirsi una famiglia.

Chi resiste e si prepara a battere tutti i record di sempre è la canoista Iosefa Idem, in vista della sua ottava partecipazione ai Giochi: mamma super, è stata anche assessore al comune di Ravenna (“Noi la quota rosa l’abbiamo già raggiunta”).. Paola Pigni, una vera missionaria dell’atletica, ricorda che cosa voleva dire fare mezzofondo quarant’anni fa allenandosi tra le battute e le ironie lungo viali di Milano.

La decana (elegantissima) Lea Pericoli, da sempre in prima linea nella promozione della lotta contro il cancro (che lei ha avuto al seno e ha sconfitto “quando ancora non si poteva pronunciare quella parola”), parla dei giudici di Wimbledon che le misuravano la lunghezza del gonnellino.

“Le mie mise facevano scandalo, ma io mi divertivo. Indossavo i gonnellini più eccentrici quando incontravo un’avversaria che sapevo di poter battere, altrimento la stravaganza si sarebbe trasformata in una brutta figura”.

All’altro estremo dell’anagrafe, ecco infine la pallavolista Francesca Piccinini e la ginnasta Elisa Fantoni: belle, brave, sicure:

“Vinciamo perché siamo cresciute nel gioco di squadra: siamo diventate cazzute”.

Il raduno di queste campionesse è avvenuto nel ricordo di un uomo, Candido Cannavò, mio padre, che ha saputo non solo capire ma sostenere con entusiasmo il fenomeno dell’avanzata della donna nello sport. Da direttore della Gazzetta, nel febbraio del 1994 dedicò tutta una prima pagina al potere  rosa (sotto il titolone “Evviva le donne”) all’indomani dei trionfi femminili alle Olimpiadi invernali di Lillehammer.

Al di là dei numeri del fenomeno, mio padre parlava nel 2003 di un “sorpasso di qualità” avvenuto nello sport che non si è registrato in modo così imponente in nessun altro settore. E come dargli torto ascoltando le parole e i pensieri di queste donne?
Come non pensare per contrasto ai campioni maschi superpagati e supercoccolati, tenuti in campane di vetro lontani da ogni interferenza della vita vera, belli nei loro fisici scultorei e bamboccioni, che si pavoneggiano con i loro tatuaggi e passano il tempo libero con la playstation? Il confronto diventa imbarazzante.

A sentire le donne dello sport sembra di stare su un altro pianeta. Donne che sono maturate perché devono ogni giorno lottare, organizzare, decidere. Con l’intelligenza, prima che con il fisico. Donne vincenti: su tutti i fronti.
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