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SE NON ORA QUANDO TORNA IN PIAZZA (MA NON TUTTE)

La 27esima ora
11 dicembre 2011

Valeria Fedeli del Comitato nazionale – che ha promosso la manifestazione di Roma – e Lea Melandri del comitato milanese – che ha preso le distanze dall’iniziativa – chiariscono qui le rispettive posizioni.
Pubblichiamo di seguito l'intervento di Lea Melandri.

La difficoltà a riconoscere che un movimento di donne possa avere al proprio interno condivisioni e divergenze, conflitti che non diventano necessariamente spaccature, unità di percorso e scelte occasionalmente diverse, rientra nel pregiudizio, ancora largamente diffuso tra le donne stesse, che le vorrebbe come un tutto omogeneo – un genere, un sesso – e non delle persone.

E’ vero che le manifestazioni di piazza, per riuscire, devono essere il più possibile unitarie, ma questa non è una buona ragione per passare sotto silenzio il fatto che all’appello di “Se non ora quando?” nazionale per la mobilitazione di oggi non c’è stata, da parte dei comitati di alcune città e regioni, la risposta unanime che ci si attendeva. Eppure le lettere inviate alle organizzatrici dai comitati “Se non ora quando?” di Milano, Bologna, Napoli, Lombardia e Marche, per esprimere perplessità o dissenso rispetto all’iniziativa, contenevano argomenti degni di attenzione:

1) il richiamo alla “territorialità e alla capillare diffusione” di “Se non ora quando?” in tutto il paese come elemento di forza, visibilità mediatica, rappresentazione delle “diverse e molteplici sfaccettature” di un movimento che vede insieme femministe storiche, donne delle istituzioni e giovani generazioni;

2) l’impegno preso a Siena e ribadito nell’assemblea romana del 2 ottobre a “scendere di nuovo in piazza solo a partire dall’elaborazione di una proposta politica delle donne” sui grandi temi del lavoro, welfare, salute, rappresentanza politica, violenza, rappresentazione mediatica delle donne, ecc.

Si può obiettare che nel frattempo la storia è andata avanti – la caduta di Silvio Berlusconi, la manovra anticrisi del governo Monti -come sempre “contro” di noi e “senza” di noi, per cui occorreva dare un segnale. Ma la felice risposta “ora”, “adesso”, che il 13 febbraio è stata il detonatore di un’indignazione dagli aspetti più diversi, non ha la stessa valenza quando, come si legge nella Lettera dei comitati della Toscana, “ognuna nel proprio territorio sta faticosamente, ma pervicacemente, allacciando relazioni, rafforzando quelle che già esistevano, mobilitando le proprie forze” per costruire un’agenda di contenuti più condivisa possibile.

A molti comitati non sono piaciuti i tempi e le modalità dell’appello, la semplificazione degli slogan proprio quando è in atto un lavoro di approfondimento, la fretta che inevitabilmente accentra la visibilità su figure note ai media, lasciando in ombra l’aspetto innovativo di un movimento che tenta per la prima volta di darsi forme organizzative rispondenti alla complessità del tema che affronta: un potere che si è confuso coi rapporti più intimi e che ancora gode della complicità involontaria di chi ne ha portato il maggior peso. Dopo oltre un secolo di battaglie di emancipazione e pratiche liberatorie da modelli di femminilità e maschilità interiorizzati, fatti passare come “naturali”, non basta dire “ci siamo” e vogliamo contare”, perché il rischio è di confermare l’ambiguità che si tratti ancora una volta di uno svantaggio delle donne da colmare o di una preziosa risorsa salvifica femminile da valorizzare.
Ultima modifica il Lunedì, 12 Dicembre 2011 14:25
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