Vorrei un figlio. Ma con chi lo faccio?

di Lea Melandri, La 27esima ora
23 giugno 2012

I corsi e ricorsi della storia non finiscono di stupire. All’origine, e per lungo tempo, gli esseri umani hanno ignorato il ruolo svolto dall’uomo nel concepimento, ragione per cui la gravidanza veniva attribuita a fattori magici, misteriosi: spiriti dell’aria, dell’acqua, del vento, della luna, incarnati nel corpo della donna.

Oggi la conoscenza acquisita in campo genetico ha reso possibile di fatto separare l’accoppiamento dalla procreazione, rendendole realtà potenzialmente indipendenti.
Nessuno poteva immaginare che, nate come rimedio all’infertilità, l’inseminazione artificiale, le banche del seme, avrebbero ancora una volta spinto al margine la figura paterna e rimesso al centro la coppia madre figlio/a.

A ciò hanno contribuito sicuramente altri fattori, che poco hanno a che vedere con la freddezza della scienza e delle prove da laboratorio.

In tempi in cui tutto viene letto in chiave di risorse economiche, occupazione, carriere, conciliazione casa e lavoro, pari opportunità, nominare l’amore può sembrare un ripiegamento nostalgico. Eppure basta spostare l’attenzione dai Rapporti sulla denatalità, dai dati Istat sull’abbandono del lavoro da parte delle donne madri, e ascoltare i racconti, le domande che si pongono donne tra i trenta e i quarant’anni sulla scelta di avere o non avere figli, per capire che l’amore c’entra, e che se viene trascurato nell’ordine delle cause è perché nell’era del postmoderno – del “post” di tutto- nessuno fa più caso ai sentimenti.

E’ quello che ha fatto Eleonora Cirant in un interessante libro corale –Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, Editore Franco Angeli, Milano 2012- risultato di incontri, conversazioni, interviste con quindici donne della generazione nata negli anni ’70, disposte a interrogarsi sulla scelta “sia di chi diventerebbe madre nel verificarsi di una eventuale circostanza, sia di quelle che non sentono alcun desiderio di maternità”. “Un libro di argomentazioni”, “testimone di una domanda” – precisa l’autrice- “non contro le madri, né contro la maternità” e neppure “un elenco di buone pratiche per vivere felici, senza figli”, ma solo il tentativo di dare contorni sociali, culturali e politici a quel “senza” interpretato finora solo in negativo, come mancanza, fallimento o fuga da un destino naturale. Un quadro che sembrava vuoto si riempie rapidamente di esperienze, pensieri di una saggezza fatta di dubbi, interrogativi, libertà da vincoli secolari sospesa sulla soglia di un ordine che si è andato sgretolando –Uomo/Filiazione/Maternità/Matrimonio-, senza che se ne profilasse uno nuovo.

Un dato emerge tuttavia con chiarezza: il calo delle nascite non è come generalmente si dice un “problema femminile”, né solo l’esito di servizi sociali, politiche famigliari mancanti, o di una precarietà divenuta condizione esistenziale. L’incertezza di fronte alla scelta di mettere al mondo un figlio, sposarsi, convivere con un uomo, conciliare maternità e lavoro, interessi personali e dedizione agli altri, rimanda fondamentalmente alle ricadute di quella che è stata finora la divisione di ruoli e di potere tra un sesso e l’altro: confinamento della donna in figura idealizzata e al medesimo tempo svilita di moglie e madre, che attende da altri il suo completamento e il senso della propria vita; restrizione dei confini del mondo al rapporto duale col figlio/a; sacrificio di sé per la crescita e il benessere dell’individualità altrui; trasformazione dell’amore in possesso, della cura in dipendenza perenne di chi la riceve.

Smascherata la falsa naturalità dell’impianto che ha sorretto finora il dominio e l’amore, la felicità e l’infelicità della relazione di coppia, la permanenza nel tempo dell’istituto del matrimonio, ognuno dei componenti della famiglia umana sembra percorrere oggi strade proprie, dove l’incontro è ancora possibile ma a condizioni profondamente mutate.

    Le donne ancora in età fertile non escludono di poter avere un figlio, “ma con chi?”.

La maternità, dopo essere stata per secoli obbligo procreativo, è diventata in tempi più vicini a noi il coronamento di una promessa di amore eterno per la coppia degli innamorati, la finalità prima di una coniugalità regolata da leggi e norme consuetudinarie. Ma poi è venuto il tempo in cui le donne hanno imparato a mettere al primo posto passioni, interessi, occupazioni che le portano verso il mondo, a dirsi senza mentire l’insopportabilità della vicinanza continuativa con un bambino, del dispendio di energie fisiche e psichiche che viene loro richiesto dal maternalismo dominante.

Quanti uomini sono oggi disposti a porsi interrogativi analoghi suoi ruoli tradizionali di genere, a immaginare nuove forme dell’amore e della genitorialità, rapporti diversi tra vita e lavoro, privato e pubblico? Di fronte a una figura maschile sorpresa dal cambiamento nella propria fragilità, senso di inadeguatezza, dipendenza da mamme e nonne troppo protettive, o  narcisisticamente ripiegata su se stessa, non c’è da meravigliarsi se dal dubbio, dalla diffidenza, dalla delusione nelle donne torna ad affacciarsi la fantasia primitiva: un figlio lo si può fare anche da sole.

    “Il mio desiderio in questo momento si accompagna al desiderio di avere un compagno, quindi è più un desiderio di amore che di figli. Però è vero che mi sento pronta come madre. Quindi è brutto pensare che non lo posso essere perché non ho un compagno … e non voglio pensare di arrivare a 40 anni senza figli perché non ho trovato un compagno. Ho avuto diverse relazioni. Adesso sono abbastanza ferma. A volte ci penso e mi sento in crisi. Però ho imparato a separare, un figlio lo puoi fare con un uomo che non è la persona della vita”.

    “Finora ho sempre pensato che bisognasse essere in due, quindi ho sempre aspettato con fiducia di vivere una relazione affettiva che mi consenta di avere un figlio. Effettivamente sto pensando alla possibilità di fare da sola con la fecondazione assistita. Preferirei così, piuttosto che rimanere incinta con un rapporto occasionale, preferirei la strada della paternità sconosciuta, piuttosto che della paternità assente.”

    “Spero di trovare una persona con cui stabilire un’intesa, una sintonia, l’amore completo per poter arrivare a quel momento, la maternità. Rinuncerei a un uomo se non volesse la stessa cosa che voglio io. Per come mi sento ora, con i piedi per terra cioè, potrebbe rientrare nella mia vita un figlio con un uomo. Mi manca il compagno. Non escludo di ricorrere alla fecondazione assistita, ma dovrei avere 40 anni e passa, dovrebbe essere l’ultima spiaggia, perché voglio un padre per mio figlio.”

    “A me manca più un uomo che un figlio, e mi manca un figlio come risultato di un rapporto. Prendo anche in considerazione la possibilità di non essere fatta per la vita di coppia, però vorrei provarlo, perché ho avuto una storia lunga ed altre brevi, ma tutte senza convivenza. Invece mi trovo a vivere costantemente questi incontri in cui mi fanno un sacco di complimenti, che sono stupenda, bellissima, intelligente, però nessuno vuole stare con me. Siamo in tante ad avere questo problema, non è possibile che sia io (…) I maschi pensano: “questa ha quarant’anni, le è scattato l’orologio biologico, vuole fare un figlio” e quindi fuggono. Coetanei o anche più grandi, gli uomini vivono diversamente questa cosa: a 50 anni si prendono la rumena ventenne e fanno tutti i figli che vogliono (…) Molti sono narcisi alla ricerca del soddisfacimento, erotismo, droga, minorenni. I valori, l’intelligenza, ma che cosa! Molte delle relazioni che ho vissuto, uomo-donna, sono state piuttosto madre-figlio. Molti di questi uomini sono figli.”

    “Prima pensavo che il maschio dovesse dare il seme e basta. Il figlio è mio. E con questo sto iniziando a combattere. Vedere il figlio come una cosa inglobata a me invece non lo ritengo giusto. Ho sempre visto la persona a fianco come una cosa in più, ma adesso mi sto interrogando. Per l’educazione è importante avere due figure indipendentemente dal loro sesso. Vorrei semplicemente che mio figlio, se ci sarà, avesse un secondo termine di paragone.”

    “L’ostacolo alla maternità nel mio caso è la mancanza di una relazione. Ho tante amiche nelle mie stesse condizioni e tante volte abbiamo detto “beh sai che c’è, quest’estate anziché andarci a fare una vacanza, andiamo a Barcellona o a Tenerife eccetera, e lo possiamo fare da sole (…) Ci sono momenti in cui ho accarezzato questa idea, poi però alla fine no. Sarebbe un atto di egoismo. Non considero la maternità come slegata da un progetto di vita. Nello sguardo di mio figlio vorrei riconoscere lo sguardo dell’uomo che amo, anche se metto in conto che possa non durare in eterno, perché non rifarei l’errore di tenermi un uomo al mio fianco solo perché ho deciso di farlo. Però vorrei almeno il momento del concepimento, della nascita, fosse il frutto di una relazione vera, di una cosa voluta da entrambi.”

E’ chiaro che l’amore, nella forma in cui l’abbiamo ereditato  -prolungamento di un vissuto infantile di unità a due, dipendenza da una figura materna creata dal desiderio di un uomo figlio e tenuta sotto il dominio di una società di padri- si è andato eclissando di fronte all’affermazione di una imprevista libertà femminile. L’uscita delle donne da un destino di sottomissione, sacrificio della propria individualità, dipendenza da una visione del mondo creata da altri, ha aperto la strada a un percorso di “autonomia” che non è solo economica –oggi minacciata dalla precarietà e dal peso del doppio lavoro, in casa e fuori. Le testimonianza raccolte da Eleonora Cirant parlano una lingua che si è affrancata dall’ideologia del materno come legge naturale o divina: dicono ciò che è rimasto finora indicibile della originaria indistinzione e della successiva vicinanza, dai tratti fusionali, nella relazione madre-figlio/a; esprimono senza infingimenti il loro desiderio di avere interessi , passioni, tempi propri. E’ come se, spalancate le porte di casa, l’amore trovasse anche per le donne i molteplici investimenti che ha avuto finora solo per l’uomo in virtù della separazione tra la sfera pubblica, a lui riservata, e l’ambito domestico della cura o conservazione della vita, delegata all’altro sesso.

    “Ho poco istinto accudente in generale. Mi piacciono molto i bambini. Ma ogni tanto penso che avere un figlio è un limite, perché dedichi tutte le tue energie a una creatura tua, quando invece potresti dedicare queste energie per un progetto. Ci sono tanti modi per essere genitori, che non sono necessariamente biologici.”

    “Pensavo che diventare madre volesse dire perdere la propria soggettività.”

    “Il mio istinto è molto preciso nel merito: un figlio non lo voglio. Trovo che il pianto isterico di un bambino sia la cosa meno tollerabile del mondo.”

    “Diventare madre è una cosa che non mi ha proprio mai sfiorato in nessuna situazione a anzi mi fa orrore, se posso usare questa espressione (…) Sicuramente l’aspetto del legame mi fa orrore, nel senso di un legame affettivo da cui non si può tornare indietro e che mi priva di libertà.”

    “Perché vedo tanto spesso un egoismo nel fare un figlio. E’ come se tu deputassi a lui un senso che non hai trovato nella tua vita. Lo vedo tantissimo nelle donne che hanno una età dai 35 ai 45 (…) che hanno un lavoro fisso, hanno un buon reddito e una carriera davanti. A un certo punto decidono di avere un figlio, perché magari in tutto quello che hanno costruito non sono riuscite a trovare un senso. Allora fanno un figlio con il primo che capita, poi magari si lamentano perché il compagno è assente. Vivono la maternità come delegare al figlio qualcosa che non hanno trovato in se stesse.”
Ultima modifica il Sabato, 23 Giugno 2012 11:17
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