RIOTS E INDIGNATI, POLITICA E MOVIMENTO

di Elettra Deiana
25 ottobre 2011

A Londra il movimento degli indignati, sceso in piazza il 15 ottobre, ha  messo in atto pratiche molto diverse da quelle di guerriglia urbana dei riots che nell’agosto scorso sconvolsero molti quartieri della capitale del Regno Unito nonché, per diversi giorni, altre importanti città inglesi. I riots incappucciati di nero, bulimici di saccheggio merceologico, misero in scena il “loro” percorso di movimento, parlarono, con quelle azioni di fuoco, di quello che erano, del loro modo di porsi di fronte alle contraddizioni del mondo: il tam-tam della rabbia, la scia delle violenze, il saccheggio degli oggetti simbolo del consumismo.

Riots e indignati: diversità di pratiche e di intenti e soluzione di continuità netta e inequivocabile tra l’uno e l’altro modo di scendere in piazza? Stando alle cronache e a quello che sappiamo è così. Le diversità di impostazione, quando ci sono, sono evidenti, ma anche le soluzioni di continuità tra pratiche politiche diverse dovrebbero essere evidenti, nominate e  determinate. Perché, se non si fanno scelte adeguate in questa direzione, si può rimanere prigionieri di una pratica funzionale ad altro, che uccide quello che si vuole dire, il messaggio che si vuole inviare, la politica che si vuole (ri)costruire.

Questo il tema che andrebbe affrontato dopo la giornata romana degli indignati, col suo seguito di rappresentazione mediatica dominata per forza di cose dalle scene di guerriglia urbana e di scempio di troppe cose. Bancomat, vetrine, automobili, cassonetti. E la chiesa di S:Marcellino, con la sua Madonna buttata per strada e ridotta a pezzi.
Le pratiche non sono un’altra cosa dalla politica. “Dicono” la politica, la disegnano, la comunicano. Sono politica.
Indignati certamente ma anche tranquilli e rigorosi nel manifestare quello che volevano: così si sono mossi i ragazzi di Occupy the London Stock Exchange, che nel giorno della protesta mondiale hanno messo le tende davanti alla cattedrale di Saint Paul.

Avevano provato ad occupare la sede della borsa di Londra, poco distante dalla chiesa, ma la polizia li ha indirizzati verso un’altra piazza che si chiama, inopinatamente, Tahrir Square. E il nome sembra una furbizia della storia, un filo rosso, un tam-tam. O una suggestione che promette altra forza propulsiva al movimento. Piazza Tahir,piazza della Libertà, luogo simbolo della rivolta egiziana. Ed è stata proprio la primavera araba a ispirare gli indignati spagnoli che con la loro protesta anticapitalista iniziata a maggio hanno contagiato più di novecento città in tutto il mondo, Stati Uniti in testa; prima a New York con Occupy Wall Street, poi in altri Stati.

La pratiche del movimento, quasi ovunque, sono state segnate dalla scelta di costruire una presenza forte ma pacifica in un luogo importante della città, simbolico per la storia della città, a cui attribuire il valore simbolico di luogo di scambio, parola, giudizio e proposta alternativa sulle cose. Agorà. Luogo pubblico alternativo a quelli dominanti. Luogo circolare, comunicante e condiviso, empatico e democratico contro i luoghi dei poteri che reggono le sorti del mondo. Sono, questi luoghi, verticali e separati, sempre più autoreferenziali, sempre più dispotici: pilotano, in inaccessibili stanze dei bottoni, i destini dell’intero pianeta. Le borse, le banche, le grandi istituzioni del potere sovranazionale. Un potere pressoché assoluto, in barba alla facciata di ossequio alle regole della democrazia.

Una bella scommessa, dunque, quella degli indignati, scommessa di cui avere cura, perché sia il più possibile chiara e diretta, coinvolgente, produttrice, se possibile, di cambiamenti profondi e duraturi nei sentimenti popolari, tali da favorire la rinascita di una politica dal basso che riapra davvero la partita.

A Roma, il 15 Ottobre, è prevalsa invece, per l’esito finale che abbiamo visto, non certo per i rapporti numerici tra chi voleva manifestare in santa pace e chi aveva deciso altrimenti, la pratica del violentismo politico. Violentismo, non solo violenza, cioè un preciso modo di pensare e costruire la politica. Eminentemente come scontro militare con il sistema ei suoi simboli; spesso miscela incendiaria tra una strategia di questo tipo e la fascinazione adrenalinica che essa può alimentare, coinvolgendo frange e settori non direttamente organizzati, che vengono ipnotizzati e trascinati nel vortice narcisistico del gesto guerriero sul campo. La cultura della curva, dello sballo, della prevaricazione e la caduta di ogni riferimento che abbia valore fuori di quel quadro, fanno oggi il resto.

L’antropologia guerriera maschile può allora dominare la scena pubblica, coinvolgendo chi si fa coinvolgere, comprese talvolta – sempre più spesso nell’epoca che viviamo - anche donne, soprattutto giovani ma non solo. Internità ai modelli di forza dominanti, che sono ancora tutti maschili, a dispetto dell’evidente crisi dell’ordine maschile. Pratiche come quelle che abbiamo visto all’opera il 15 Ottobre non sono esclusiva del nostro Paese né di questa stagione. La storia dei movimenti ne è piena, hanno spesso accompagnato scadenze importanti anche negli ultimi dieci, dodici anni, nelle vicende del movimento altermondialista, pacifico nella vocazione di fondo ma anch’esso attraversato da spinte, umori, concezioni di segno opposto. Succede quando i movimenti sono ampi, partecipati, come l’attuale, così grande  e impetuoso da essere scelto per nascondersi tra le sue onde, agire dall’interno per arrivare là dove si è deciso di arrivare, oscurando così le vere ragioni  di una scadenza nata per altre finalità.
 
“La nostra denuncia è contro il sistema che ci ha portato in questa situazione. Che ha cambiato il nostro modo di vivere, la nostra cultura". Così dicono a Londra i giovani indignati. “Vogliamo far conoscere a tutti le nostre idee, vogliamo invitare i cittadini a partecipare insieme a noi". Un bel programma, non c’è che dire. Per questo le pratiche sono parte fondamentale del che fare.

E l’accamparsi per discutere, confrontarsi, costruire rete non solo virtuale ma empatica ed esistenziale, è sicuramente una pratica da difendere e affermare, anche operando, quando è necessario, radicali soluzioni di continuità.
Il 15 Ottobre era da noi una di quelle occasioni.
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