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Figlie, sorelle, spose e mamme. A volte le donne diventano maschicide

di Gian Carlo Marchesini, La 27esima ora
5 novembre 2012

Le donne, consapevoli che ne siano o meno, si direbbero avere nella vita un mandato: partorire, per riscattarsi dall’essere nate femmine, uno o più figli maschi, per poi sottometterli e definitivamente imprigionarli, e a volte, se qualcuno non accetta e si ribella, al limite perfino sopprimerlo. Non è detto che la forma dell’uccisione sia quella estrema e definitiva: un maschio si può anche uccidere assoggettandolo, depotenziandolo,

intellettualmente e moralmente castrandolo, avviluppandolo in una rete di ricatti e sensi di colpa che lo rendono obbediente e sottomesso.

Le donne, che nascono come ogni essere umano potenzialmente libere, hanno da sempre corso il rischio, e ancora oggi lo corrono, di diventare così malamente figlie, sorelle, spose e mamme da trasformarsi a volte in maschicide. E sicuramente non perché nascano malvage: semplicemente restituiscono, elaborato e incattivito dalla sofferenza, quello che hanno ricevuto.

    Storicamente e culturalmente, la loro esistenza ha avuto senso solo in quanto fattrici e nutrici, infermiere e badanti, serve e schiave? E allora il genere maschile, che le ha sistematicamente vessate, impedite, condizionate, avrà, sotto forma di quotidiana, affettuosissima, vendicativa asfissia, quello che anche loro hanno dovuto per un così lungo tempo subire.

Senza emancipazione dalla famiglia come destino, e dalla casa come prigione, senza possibilità di diventare persone libere anche attraverso una esperienza professionale, le donne trasformano la loro condizione infelice di intrappolate in sapienza nell’inoculare amorevolmente ai figli maschi, al marito, la contropartita di un vincolo di dipendenza. D’altra parte, perché da una famiglia in cui la parte femminile è stata permanentemente costretta e sacrificata, i maschi dovrebbero uscire integri e liberi?

    Quando le donne non saranno più sottomesse alle attese, ai ricatti, alle minacce, al potere di un uomo fratello/figlio/marito/padre, ma libere e orgogliosamente padrone di sé, allora non ci sarà più in ambito famigliare né femminicidio né un corrispondente maschicidio.

Non ci saranno più uomini e donne complici e vittime nella coazione al reciproco massacro, sia esso cruento, sia meno esplicitamente violento, ma a volte anche più odioso, crudele e sofisticato.Intanto, e per ora, l’eredità prevalente, ambivalente e dura di questi millenni di storia ha così permeato nelle famiglie la condizione di donne e uomini, che la si considera in larga misura come normalità, al punto da sentirne penosamente la mancanza quando essa improvvisamente cessa.

    E infatti, in assenza della conquista di una condizione libera, non appena i figli se ne vanno, e laddove manchi un terreno alternativo su cui definirsi ed essere socialmente attive e riconosciute, le donne vanno spesso in depressione cronica.

Forse all’origine della strada che porta al massacro del femminicidio/maschicidio, qualsiasi sia la forma esplicita o sotterranea che esso assume, c’è anche un tragico equivoco: quello di chi ritiene che il voler bene a qualcuno, espresso come un forte attaccamento affettivo, giustifichi sempre e comunque il proprio comportamento. Quando il più delle volte il volere il suo bene consiste proprio nel mettere fine a quelli che sono comportamenti di egoistica rassicurazione, non certo di comune crescita.

Insomma, il voler bene a qualcuno/a ha un suo senso sano e positivo se è di aiuto a una sua nuova e più ricca nascita, non nell’accarezzarlo affettuosamente perché e purché rimanga cucciolo scodinzolante alla catena. Laddove a volte succede che in luogo di esultare perché il cucciolo si libera, ci si precipita a punirlo, al punto anche da ammazzarlo, perché ha osato ribellarsi a un dispotico, ovviamente affettuosissimo, arbitrio.

Poi, ad arricchire e complicare ulteriormente tra maschio e femmina il set delle relazioni, c’è l’invidia reciproca e la gara tra primato e supremazia del pene e potenza generatrice della vagina. Come dire che l’agire libero e positivamente integrato tra uomo e donna è uno dei miracoli del creato. Quando felicemente funziona: altrimenti si trasforma e degenera in un campo di battaglia.

E poi dice – tra deliri di onnipotenza e depressioni, e contese di poteri che sembrano derive e scontro tra continenti – che è cosa tutto sommato semplice la cura e la manutenzione degli affetti famigliari!

Ultima modifica il Martedì, 13 Novembre 2012 22:30
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