STEFANIA UCCISA PERCHE' DONNA

di Lea Melandri, La 27° ora
30 dicembre 2011

Un giovane ventiquattrenne, studente di psicologia all’Università La Sapienza di Roma, uccide a coltellate la donna che dice di aver amato “più della sua vita”. Come si può prevenire la violenza, sempre più frequente, che vede l’amore di un uomo trasformarsi in odio, una separazione diventare così intollerabile da trasformarsi in una incontrollata pulsione omicida?
Gli amici e le amiche di Stefania Noce non potevano scegliere un modo migliore per ricordarla che farlo “con le sue parole e le sue lotte”.

Nel sito del Movimento Studentesco Catanese è comparsa in questi giorni una foto in cui Stefania, ripresa durante la manifestazione del 13 febbraio di Se non ora quando? , tiene sollevato un cartello con la scritta

“Non sono in vendita”.

Di seguito, viene riportato un suo articolo pubblicato sul giornalino dell’Università di Catania, La Bussola, che ha come titolo

Ha ancora senso essere femministe?

e come chiusura un giudizio che richiama in modo evidente lo slogan con cui aveva voluto esprimere una delle ragioni per cui riteneva che si dovesse ancora lottare per un’ “uguaglianza” che tenesse conto delle “differenze dei corpi e delle culture”, ma che fosse effettiva:

“Nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tanto meno, di una religione”.

Non poteva immaginare – o forse lo ha inconsapevolmente temuto?- che della possessività maschile, nella sua forma più selvaggia, sarebbe rimasta vittima lei stessa, e per mano della persona che voleva lasciare, ma che aveva sicuramente amato.

Pubblichiamo l’articolo riportato dal sito del Movimento Studentesco Catanese

“Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c’è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare.

A coloro i quali pensano ancora che il “femminismo” sia l’estremo opposto del “maschilismo”:

non risulta da nessuna parte che quest’ultimo sia mai stato un movimento culturale, né, tanto meno, una forma di emancipazione! Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni ’60 e ’70, epoca dei “femminismi”, abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizione di eterne “minorenni” sotto “tutela” a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come “lavoratrici madri” e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di “lavori morali” e di dentalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi.

Abbiamo denunciato qualsiasi forma di “patriarcato”, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui.

Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto.

Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno. Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell’immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell’educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all’interno e i ragazzi all’esterno.

Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicché le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera.

Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata “avrà avuto le sue colpe”, “se l’è cercata” oppure non può appellarsi a nessun diritto perché legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne.

Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato.

Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere. Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l’effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perché di un’eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere.

Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO.

Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza.

Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un’uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l’orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l’altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l’autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tanto meno, di una religione.”

Sen (Stefania Noce)

Ciò che colpisce nello scritto di Stefania –l’ultimo, a quello che è dato sapere- è la maturità e la saggezza con cui descrive le ragioni del suo impegno “femminista”: il riconoscimento delle conquiste fatte dalle generazioni di donne che l’hanno preceduta e, al medesimo tempo, la convinzione dell’insufficienza di diritti acquisiti che non sembrano aver scalfito né la perdurante disuguaglianza tra uomini e donne, nei ruoli domestici come nella sfera pubblica, né la violabilità del corpo femminile e la banalizzazione che i media fanno della violenza alle donne.

Nessuna ideologia, nessuna campagna antimaschio, nessun ripiegamento vittimistico, nessuno degli stereotipi con cui vengono solitamente dipinte le femministe, ma un’analisi pacata capace di andare all’origine della cultura patriarcale che passa attraverso le relazioni primarie, l’educazione e i molteplici condizionamenti ambientali di cui gli individui, di un sesso e dell’altro, ancora stentano a prendere consapevolezza.

Quanto può aver contato il lucido impegno di Stefania sulla questione uomo-donna a far nascere conflitti nella sua relazione di coppia e nel provocare la violenza omicida del suo compagno di fronte a una separazione?

Poco o niente, se si pensa che nelle biografie delle donne uccise -93 in Italia dall’inizio di quest’anno- non si è mai parlato di femminismo. Ma non si può certo escludere che la determinata volontà di “non essere oggetto di ostaggio di un uomo” abbia avuto parte nello scatenare l’ira violenta di chi è cresciuto, inconsapevolmente e suo malgrado, nella convinzione che la virilità si misura sulla dedizione e l’arrendevolezza delle donne, per cui risulta intollerabile che abbiano una vita propria, che desiderino essere considerate “persone di sesso femminile” prima che mogli, madri, sorelle.

Detto questo, allora avrebbe ragione chi è pronto, nei casi di stupro come di omicidio, a sentenziare: “se l’è cercata”? Di pregiudizi di questo genere non ci libereremo facilmente. Non so quanta determinazione, quanta forza di intelligenza e di sensibilità, come quella di Stefania, da parte di donne e uomini serviranno ancora per sradicare l’ignoranza, l’ottusità, la leggerezza irresponsabile di quanti e quante preferiscono chiudere gli occhi di fronte alla barbarie evidente che ci portiamo dentro quando confondiamo amore e odio, libertà e schiavitù, rabbia e tenerezza, accoglimento dell’altro e intolleranza.

Mi auguro che su questa, come su altre analoghe drammatiche vicende, si apra uno spiraglio di umana saggezza, capace di porsi la domanda più ovvia:

che cosa possiamo fare, singolarmente e collettivamente, per prevenire una violenza che lascia smarrita e incredula la persona stessa che la mette in atto?

Negare che esistano conflitti, vincoli che diventano spesso intollerabili, prevaricazioni, pregiudizi che abbiamo ereditato, nel rapporto tra uomini e donne, è uno dei maggiori ostacoli per avviare un processo di cambiamento che sarà sicuramente lungo ma che oggi è reale e possibile.
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