UN SUCCESSO. MA LA RIVOLTA NON BASTA

di Lea Melandri, Gli Altri
18 febbraio 2011

In un articolo sul Corriere della sera del 10.2.2011 Maria Laura Rodotà, rivolgendosi con leggero sarcasmo alle “donne intelligenti, donne pensanti, donne impegnate e/o palpitanti” che discutevano sul perché manifestare, commentava: “Come se fosse un convegno con autocoscienza. Come se fosse una riflessione psico-filosofica o socio-moral-politica”. E concludeva che a riempire le piazze sarebbero state le “cittadine” non le “radical chic”. Il 13 febbraio deve averla delusa, perché in quelle piazze c’è stato davvero di tutto, per età, condizione sociale e lavorativa, formazione politica. C’erano persino molti uomini, benché la manifestazione fosse nata con una specifico tratto femminile. Ma c’era soprattutto la felice commistione tra pensosità e volontà di agire, tra l’impazienza di molte che hanno pazientato troppo a lungo e la pretesa di poche di dar conto di un lungo percorso di conoscenza di sé stesse e del mondo.
Per questo sarebbe un grave errore se, all’indomani di una manifestazione riuscita, si fosse tentate di liquidare come inutile l’appassionato dibattito che l’ha preceduta, accompagnata e seguita fin sopra quei palchi a cui spettava raccoglierne il senso e le prospettive future. Se è toccato a Stefano Ciccone di Maschile Plurale dire agli uomini presenti o in ascolto “la nostra sessualità è politica”, sono state le donne a rimarcare che i loro corpi non sono merce di consumo, oggetti di scambio, risorse da sfruttare; che se la politica è arrivata al degrado presente è perché ha avuto finora l’arroganza di essere rappresentativa di un sesso solo, del suo potere, dei suoi pregiudizi, dei suoi desideri e delle sue paure.

Nella storia del movimento delle donne, soprattutto a partire da quella rivoluzione delle categorie essenziali della politica  -libertà, uguaglianza, democrazia- che è stato il femminismo degli anni ’70, la riflessione, l’abitudine a ragionare insieme, a confrontare punti di vista e analisi diverse, talora contrastanti, è stata la molla imprescindibile della sua riuscita pubblica, il presupposto necessario per trasformare il disagio di ognuna nella forza di molte. C’è chi vorrebbe ridurre l’eredità degli anni ’70 alla conquista di diritti, a battaglie di emancipazione, cancellando  il contesto di riunioni, assemblee, convegni che si sono avvicendati per tutto il decennio e che hanno costruito saperi e pratiche politiche anomale, il “pensare differentemente”, per usare un’espressione di Maria Luisa Boccia, che ancora accomuna  le componenti più diverse dell’associazionismo femminista. Come ha scritto Luisa Muraro, “la forza non vista ma reale del femminismo italiano sta trasformando il momento presente in un confronto che fa luce sulla sua ricchezza di pensiero”.

E’ comprensibile che la spinta a manifestare la propria indignazione o il proprio desiderio di esserci, proprio perché nasce in momenti storici di volta in volta diversi, pretenda una primogenitura, un segno di unicità, una nascita dal niente. Si può capire  sia chi grida “usciamo dal silenzio”, che chi giustamente fa notare che “non siamo mai state zitte”. Ma è solo dalla contaminazione, da quel virus positivo che si trasmette attraverso l’ascolto reciproco, che si può evitare di perdere la conquista più originale e preziosa del neofemminismo: l’autonomia di pensiero, il coraggio di riconoscere nella forzata complicità delle donne rispetto al perdurare della loro schiavitù, l’incorporazione di modelli altrui, habitus mentali, adattamenti e ricerca di poteri sostitutivi.

I rischi sollevati da molte parti –singole e gruppi, femministe storiche e collettivi di generazioni più giovani- che lo “sdegno” mosso da ragioni molteplici, esistenziali, lavorative, culturali, potesse essere incanalato in un’unica direzione  -contro l’immoralità del Presidente del Consiglio e l’offesa che l’uso sessista del potere arreca alla “dignità” delle donne- hanno trovato nella manifestazione del 13 febbraio un argine. Forse, più ancora che sui due palchi di Roma e Milano, i più seguiti dalle dirette radiofoniche e televisive e dove ad alternarsi sono state essenzialmente le organizzatrici, donne del mondo dello spettacolo e della cultura, è nelle città di provincia, in spazi più ristretti, che si è fatta protagonista una parola politica insolita, fatta al medesimo tempo di consapevolezze a lungo meditate e di esperienze ritenute fino a quel momento “private”, o “pubbliche” solo quando toccano gli apparati dello Stato.

Alla riuscita della giornata del 13 febbraio hanno concorso fattori diversi, non ultima la promozione che ne hanno fatto i media e le forze politiche impegnate nella campagna contro il governo Berlusconi. Ricordare che sono stati molto meno solleciti quando si è trattato di dare voce alla protesta contro l’attacco alla vita e alla salute delle donne, alla denuncia della violenza maschile che avviene nelle case, nelle relazioni quotidiane, nelle condizioni discriminanti del lavoro e della rappresentanza, è importante per allontanare  da questa ripresa di protagonismo delle donne nella vita pubblica l’ombra della strumentalità. La parola “basta”, gridata in tutte le piazze, è stata sicuramente declinata dalle migliaia di persone presenti nelle lingue e nelle prospettive più diverse di cui è fatto il disagio nello stato attuale della nostra società. Perché la passione di un giorno non si spenga come un fuoco di artificio, è necessario che tutta la riflessione che le è andata attorno, viaggiando per siti e reti internet, oltre che per i giornali che le hanno offerto spazi, rimanga il filo che lega i soggetti molteplici che vi hanno preso parte, in sintonia o in conflitto tra loro; che diventi il tracciato su cui dare continuità alla ritrovata forza collettiva delle donne e dei pochi uomini che hanno cominciato a interrogarsi su se stessi.

L’affermazione di elementari principi di civiltà –che le donne siano presenti “ovunque si decide”, che siano messe in condizione di non dover più dividersi tra un destino di cura e di conservazione della vita e il desiderio di essere nel mondo- non può più essere separata dalla messa in discussione del predominio che ha avuto la sessualità maschile, della rappresentazione  di un femminile corpo-materia acefala, umanità dimezzata e asservita ai bisogni e al piacere di altri. C’è da augurarsi che le due anime che hanno a lungo contrapposto istanze di emancipazione e processi di liberazione volti a costruire una visione di sé e del mondo meno subalterna, possano ora procedere insieme. Se dobbiamo purtroppo alla personalizzazione che Berlusconi ha fatto della politica   -confondendo al di là di ogni limite la sua vita sessuale con il suo ruolo di alto funzionario dello Stato-  il protagonismo che hanno assunto i corpi femminili, prima ancora che le donne reali nella sfera pubblica, sta a noi mantenere ferma l’attenzione sul contributo di pensiero e di pratiche politiche che il femminismo ha dato a questi temi, impedire che avvengano semplificazioni o messe sotto silenzio, come è accaduto finora anche a seguito di mobilitazioni riuscite.
 
Ultima modifica il Sabato, 19 Febbraio 2011 18:37
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