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NAVI A PERDERE E VERITA’ SOMMERSE

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di Sara Dellabella, Zeroviolenzadonne
8 maggio 2012

Uno dei tanti misteri di Italia giace sotto il mare. Si tratta delle cosiddette “navi dei veleni” carrette del mare affondate a largo delle nostre coste cariche di rifiuti tossici. C’è chi afferma che siano una trentina, molti sono pronti a scommettere che siano molte di più. E’ una storia rimasta senza colpevoli, dove i tribunali non hanno emesso sentenze, ma solo ordinanze di archiviazione. In questa vicenda il ruolo centrale lo hanno svolto le associazioni ambientaliste e i comitati cittadini che prima hanno denunciato e poi non hanno smesso di chiedere la verità, mantenendo viva l’attenzione intorno al problema.

E’ la mattina del 14 dicembre del 1990 a largo di Amantea c’è una nave rossa che ha una navigazione non controllata, non segue una rotta bensì il moto ondoso. Il mare è agitato, la visibilità scarsa e questo mastodonte riesce ad adagiarsi sulla spiaggia inerme. Non ci sono naufraghi perchè l’equipaggio ha già abbandonato la nave, come nelle peggiori storie di mare. La motonave si chiama Rosso e appartiene all’armatore Messina. Appena un anno prima si chiamava Jolly Rosso e aveva fatto un viaggio fino in Libano per recuperare di fusti di rifiuti speciali che qualche nostra industria aveva lasciato sulle coste di uno stato straniero. Da lì la Jolly Rosso viene soprannominata Nave dei Veleni e l’armatore per toglierle di dosso un po’ di infamia decide di cambiarle nome.

Ma quel “Jolly” che sa un po’ del poker e un po’ della roulette le sarà restituito di diritto dalla storia. Prima di arenarsi sulla spiaggia di Formiciche, la Rosso era stata autorizzata dalla Capitaneria di Porto de La Spezia ad effettuare un solo viaggio a causa delle condizioni precarie in cui si trovava, dopo il fermo prolungato che era seguito al viaggio in Libano. Direzione Malta, dalla quale il Capitano Pestarino decide di tornare indietro con la stiva mezza vuota e le condizioni meteo incerto, nonostante fosse cosciente dello stato della nave. Una scelta che parve subito anomala agli inquirenti. Le lettere di carico della Jolly Rosso parlano di un carico di liofilizzati, thè e tabacco dei quali nessuno chiederà alcun risarcimento. La nave inoltre, al momento dello spiaggiamento presenta una falla, le cui lamiere porgono verso l’esterno. Segno evidente che è stato causato dall’interno.

Le immagini della Jolly Rosso arenata ad Amantea assomigliano molto a quelle della Costa Concordia incagliata all’Isola del Giglio, si assomigliano per il fermento che è seguito nei mesi successivi e soprattutto perché i loro capitani non ci hanno pensato due volte ad abbandonare la nave. A sua discolpa, l’armatore Messina, più volte interrogato dagli inquirenti e dalle commissioni parlamentari ha esposto la sua tesi difensiva in un fitto memoriale difensivo oggi interamente consultabile su internet..

Nuccio Barillà, esponente di Legambiente Reggio Calabria, Enrico Fontana ed il Wwf di Amantea furono i primi a denunciare il traffico illecito di rifiuti tossici, attraverso l'affondamento di vecchie carrette del mare, alla Procura della Repubblica. Barillà in particolare, nei primi anni delle denuncie si trovò a collaborare con un giovane Capitano di Corvetta, Natale de Grazia stava tracciando una mappa delle navi affondate a largo della Calabria: la Riegel e la Rosso. Attraverso le mappe nautiche era persino riuscito a tracciare le coordinate dove presumibilmente era affondata la Riegel. Il 13 dicembre 1995, De Grazia e i suoi compagni si stavano recando in tutta segretezza, a bordo di un’auto dell’esercito con targa di copertura, a La Spezia per fare dei riscontri e degli interrogatori.

Di questa missione era stato messo al corrente persino il Capo dello Stato. Nel lungo viaggio verso La Spezia, il Comandante ed i suoi, fanno una sosta in un ristorante a Nocera Inferiore, vicino Salerno. De Grazia a differenza dei suoi compagni conclude la cena con un limoncello ed un dolce. Il viaggio riprende.

È quasi mezzanotte e piove a dirotto. Il Capitano si addormenta, ma il respiro è irregolare, pesante, affannato. Non si sveglierà più. L’autopsia ufficiale parla di “Arresto cardiocircolatorio, morte improvvisa dell’adulto”. Ma molti non rimangono convinti del referto visto che le analisi non riportano neppure tracce di alcool nel sangue. Il Comandante De Grazia durante le indagini era arrivato nel profondo nord, ad ispezionare una villetta a Garlasco di un tale Giorgio Comerio considerato dalle associazioni “il signore delle scorie”. Comerio attraverso la Odm aveva trattato per anni sui tavoli dei governi portando il suo brevetto: quello di sparare in mare missili riempiti di rifiuti. Solo l’insorgere di alcune associazioni portarono gli stati a fare un passo indietro. Ma l’ingegnere varesotto continuò a portare in giro il proprio prodotto. De Grazia a casa di Comerio trovò due cose interessanti: il certificato di morte di Ilaria Alpi e un’agenda dove alla data del 21 settembre 1987 vi era l’annotazione “Lost the sheep”. Nei registri della navigazione internazionale quel giorno è affondata solo la Riegel.

Nel 2001 nella relazione finale della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse della XIII legislatura si traccia la lista delle navi affondate. “il Mediterraneo, da est ad ovest, da nord a sud e viceversa, è attraversato da navi, spesso vere e proprie «carrette del mare», che trasportano di tutto, assoggettate a controlli casuali ed inconsistenti. L'affondamento, al largo dello coste italiane, di almeno 39 navi nonostante la carenza di riscontri giudiziari definitivi, non costituisce mera ipotesi. Si tratta di fatti attendibili suffragati da indagini giudiziarie ed accertamenti effettuati dai Lloyds di Londra che hanno dovuto corrispondere ingenti indennizzi assicurativi».

Sono numerose le navi che compaiono nelle inchieste svolte dalle procure interessate e in particolare: la motonave Nicos 1, partita da La Spezia e mai arrivata nel porto di Lomé in Togo (1985); la nave Mikigan, partita dal porto di Marina di Carrara e affondata nel Mar Tirreno calabrese (1986); la Rigel, naufragata al largo del Capo Spartivento nello Ionio reggino (1987); la Four Star 1, partita da Barcellona e diretta in Turchia, scomparsa nello Ionio (1988); la motonave Anni, affondata nell'alto Adriatico (1989); la Rosso, spiaggiata Amantea (1990); al largo di Molfetta affonda l'Alessandro I, una nave cisterna che da Gela sta andando a Ravenna. Al suo interno ci sono ben 3.550 tonnellate di rifiuti tossici derivati dalla lavorazione del petrolio (1991); la Marco Polo, di cui si perdono le tracce nel Canale di Sicilia (1993). Quella delle navi dei veleni è una storia lunga e complessa sulla quale ancora nessuno è stato in grado di scrivere la parola fine.

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