Genova, Europa

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di Roberto Musacchio, Zeroviolenzadonne
21 giugno 2012

Questa staffetta di scrittura dà a tutti e tutte noi l’occasione non solo di sostenere un appello ma di continuare un percorso che tante forze hanno provato a spezzare. Genova era una tappa fondamentale per quella che era stata chiamata la seconda potenza mondiale, e cioè il movimento dei movimenti. Crollati i regimi dell’Est, e i muri, piuttosto che una nuova democrazia abbiamo visto materializzarsi ciò che abbiamo imparato a conoscere come pensiero unico e i suoi nuovi muri e le sue nuove guerre.

Contro di ciò aveva preso le mosse l’altermondialismo, l’idea dell’altro mondo è possibile, a cavallo tra i continenti, in una nuova dimensione globale e in una ancora più nuova critica radicale del potere, di ogni potere. Un movimento che si misurava con la dimensione inedita di un impero che dichiarava guerre preventive e permanenti. Guerre guerreggiate e guerre economiche. Un movimento che per giunta doveva imparare a contare solo sulle proprie forze, tale era la crisi delle vecchie visioni e tale era la devastazione operata dai fondamentalismi e dal  terrorismo.

E che dovendo scoprire il futuro doveva fare i conti anche con quelle rotture radicali che stavano investendo l’Europa, il luogo cioè che aveva vissuto il compromesso sociale più avanzato. Quella Europa cominciava a non esserci più e avremmo imparato che addirittura sarebbe arrivata a veder messa in discussione la sua realtà democratica, cosa che ci parla dell’oggi. Per questo Genova era importante. Come erano state importanti le marce per il lavoro che attraversavano l’Europa cercando di costruire quella nuova coalizione che ponesse argine alla frammentazione, alla precarizzazione, alla negazione di diritti e soggettività che stava per stracciare le basi materiali del compromesso sociale degli anni gloriosi.

E, ancora prima, preveggente era stata la lotta contro i missili ad est e ad ovest non solo perché contro il vecchio equilibrio del terrore ma perché già conscia della nuova dimensione delle guerre che avrebbero cambiato anch’esse la natura della Europa. E come erano state di grande significato le mobilitazioni ad Amsterdam e poi  il social forum a Firenze e Nizza e tante altre. Quello che voglio dire è che nella dimensione mondiale del movimento c’era, e c’è, una sua articolazione europea che aveva compreso che la posta in palio era ormai la cancellazione di quello che era stato comunque considerato il modello più avanzato, il modello sociale europeo.

Si apriva una partita difficilissima anche perché spiazzante nel comportamento dei protagonisti, in primis quelli che quel modello sociale sono impegnati a cancellare. Non sono solo le forze esterne all’Europa, l’Impero, la finanza globale, le aree geopoliticamente e storicamente più interne alla storia materiale del capitalismo. In realtà sono, forse addirittura principalmente, le forze che vivono nella nostra stessa realtà di vecchio continente. Quelle che hanno brandito la democrazia contro i regimi dell’Est, ne hanno fatto una clava al servizio della guerra e l’hanno poi definitivamente stravolta in nome del pensiero unico e della TINA, There Is Not Alternative, che impera sempre più nel nostro continente.

Se quando si vota in Grecia lo si fa sotto il più duro dei ricatti e in pieno regime di terrore; se la sostanza delle scelte è in mano alle tecnocrazie; se sempre più anche le forme della democrazia sono sussunte dalle governance non democratiche; se nei luoghi di lavoro si impongono i plebisciti di Marchionne è perché un cambio genetico è stato imposto a questa nostra Europa. Un cambio che ha trovato le vecchie sinistre o travolte e incapaci di organizzarsi nella nuova dimensione del conflitto o addirittura arruolate nella costruzione dell’Europa neoliberale. Erano, e sono, i movimenti, il movimento dei movimenti, a intuire prima di altri dove si stava andando.

E l’intuizione nasceva dall’essere capaci di leggere le novità sconvolgenti che irrompevano con la globalizzazione liberista e dal capire che esse non potevano non riguardare anche, e forse soprattutto, la nostra Europa. Una Europa che non era innocente perché tanta era stata la sua parte nella costruzione secolare del modello capitalistico con i suoi conflitti e le sue aberrazioni. E che ha ritrovato una primazia in questa storia anche quando si è trattato di dar vita a quello che viene ora detto il finanzcapitalismo.

Per fare ciò, le forze che lo stanno facendo, non possono sentirsi più di tanto contrastate dall’irrompere,inaspettato forse, di una nuova dimensione capace di opporsi e di proporsi come alternativa, quella dei movimenti. Messa così la violenza inusuale e di sistema di Genova la si capisce meglio. Non una repressione solo a tutela dell’impero ma una azione volta a sancire il dominio sul proprio continente. Quel movimento non doveva poter  intralciare ciò che doveva avvenire in Europa. Ma invece noi, pur tante volte e duramente colpiti, siamo qui a continuare quel percorso.

Noi vogliamo intralciare chi vuole devastare il nostro modello sociale frutto della nostra storia. Dal lavoro ai beni comuni, contro il fiscal compact e per il diritto all’acqua, la lotta continua.
Ultima modifica il Giovedì, 21 Giugno 2012 07:12
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