Maria (Milli) Virgilio e Silvia Santunione
18 ottobre 2013

Ho elaborato i testi delle norme interessate alle recenti modifiche risultanti dal decreto legge 14 agosto 2013 n. 93, come convertito – con modificazioni – in legge 15 ottobre 2013 n. 119 recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province”.
Questo è il testo risultante, aggiornato al 16 ottobre 2013.
Teresa Manente, Differenza Donna
4 settembre 2013

Per contrastare la violenza maschile nei confronti delle donne di certo lo strumento del decreto legge non è condivisibile, data la natura strutturale e culturale del fenomeno che impone di abbandonare la logica securitaria ed emergenziale e di cui sono consapevoli anche gli organismi internazionali, come dimostra il sistema di misure richiesto, da ultimo, anche dalla Convenzione di Istanbul.
Maria (Milli) Virgilio
28 agosto 2013

Dobbiamo rassegnarci e accontentarci? Il Governo Letta-Alfano aveva promesso di mettere nella sua agenda politica la violenza contro le donne. E, a suo modo, lo ha fatto. Modo e contenuti non ci soddisfano.
Simona Napolitani
29 gennaio 2013

La vicenda nasce da una richiesta di risarcimento del danno, proposta dalla moglie, a causa dell'omessa informazione da parte del marito – sia prima, sia durante il matrimonio – relativa ad una diagnosi di grave infertilità, già nota prima delle nozze.
di Maria Grazia Campari

All’incontro internazionale “Women in the World”, recentemente tenutosi a New York, un lungo mormorio di stupore e disapprovazione accompagna la relazione riguardante la condizione della donna italiana. In particolare, attira critiche la rilevazione statistica relativa alle lavoratrici a tempo pieno, che risultano dedite a lavori di cura e domestici per ben 21 ore settimanali contro le 4 ore del loro partner maschio. Questo è l’esito, secondo la giornalista Nadeau (Newsweek), di “una cultura di sessismo subliminale con la quale le donne italiane devono fare i conti, dal momento che si riflette costantemente nell’economia e anche nella vita di tutti i giorni” (Il Fatto Quotidiano 13.3.2011).

LEGGE SULLO STALKING, A CHE PUNTO SIAMO?

di Siusi Casaccia*
3 maggio 2011

A distanza di poco più di due anni dall’adozione del Decreto Legge n.11 del 23 febbraio 2009 che ha introdotto nel nostro codice penale la nuova fattispecie criminosa del reato di stalking, o per meglio dire di ‘atti persecutori’, non è agevole tentare un consuntivo di ciò che si è prodotto nel nostro ordinamento a seguito di tale innovazione legislativa o di quanto la nuova previsione si sia mostrata capace di incidere sulla realtà conosciuta della violenza di genere.

Il nuovo art. 612bis C.p. e norme correlate (tra le quali: previsione dell’ammonimento preventivo da parte del questore, art. 282-ter C.p.p. in tema di misure cautelari, modifica dei termini per gli ordini di protezione ex art. 342-ter C.c. etc.) benché stralcio di una proposta di ddl elaborato e pervenuto in dirittura d’arrivo nella precedente legislatura, è contenuto in un testo comprendente misure non esattamente omogenee per materia incisa, presentato come uno dei tanti pacchetti sicurezza cui l’attività del legislatore degli ultimi anni ci ha abituate.

La sua adozione è stata accompagnata da un discreto battage pubblicitario, con una forte sottolineatura dell’impegno della forze politiche nelle azioni di contrasto alla violenza diffusa. Ricorrente, peraltro, in tale campagna di comunicazione, l’uso di attribuire la violenza contro le donne a tipologia indifferenziata di attori, ed altresì l’uso di accomunarla al problematiche connesse all'immigrazione quasi a fare di quest'ultima terreno favorevole al suo prodursi.

L’altalenante attenzione rivolta dai media al tema della violenza sulle donne: sovraesposizione di fatti di sangue e pressochè scomparsa del tema della violenza domestica (benchè statisticamente accertata di amplissima portata), è elemento che, certamente non contribuisce ad una informazione piena e non consente di cogliere quanto l'innovazione legislativa abbia costituito risposta idonea ad influire sulla portata del fenomeno, rappresentando uno strumento di tutela efficace.

Alcune prime raccolte di dati ci parlano di più di 4.000 denunce per anno, di varia sensibilità nella mappa degli uffici giudiziari rispetto alla fattispecie del reato di stalking, di diversa propensione da parte degli uffici ad adottare  la misura dell’ammonimento, di un atteggiamento non sempre di gradimento da parte delle procure rispetto a tale misura amministrativa preventiva, forse per  l’effetto di determinare la procedibilità d’ufficio in caso di reiterazione della condotta molesta.

I medesimi dati ci parlano anche di assoluta prevalenza delle donne a comporre la categoria delle vittime: fino al 95% nella casistica delle fattispecie più gravi, quelle ad esito letale, consentendo di collocare a buon diritto questo tra i reati indotti dalla violenza di genere.

Le percentuali variano con riguardo alle condotte di minor gravità offensiva, rispetto alle quali la sproporzione tra i generi nel ruolo di attori o vittime si riduce un poco, pur non venendo meno la netta e assoluta prevalenza del genere femminile per le vittime.

La fattispecie, come naturale, è infatti connotata da neutralità (viene perseguita la condotta del molestatore assillante a prescindere dalla sua appartenenza di genere), non è dubbio, peraltro, come del resto l’esperienza precedente all’intervento normativo aveva consentito di verificare, che in misura assolutamente preponderante siano gli uomini a porsi come stalkers nei confronti delle donne, così come assolutamente prevalente, nella casistica, è la situazione in cui la condotta di stalking venga agita posteriormente alla fine di una relazione affettiva (elemento preso in considerazione dalla norma come aggravante).

Allo stato attuale neppure le statistiche giudiziarie consentono di valutare se il dato delle denunce sia un indicatore significativo di incremento e/o diminuzione dei fatti  segnalati rispetto a quanto avveniva in epoca precedente all’introduzione dell’art.612bis Cp. La precisazione d’obbligo è che per fare tale opera di raffronto si dovrebbero prendere in esame e comparare dati non omogenei, dovendosi considerare, per il periodo precedente, denunce per fatti di reato diversi  (molestie, violenza privata, minacce, etc) non necessariamente tutte riconducibili per condotta alla fattispecie dello stalking.

E’  indubbio, peraltro, che la previsione di sanzione, la sensibilizzazione e l’informazione sulla possibilità di ricorso alla tutela giudiziaria, hanno rappresentato e rappresentano elementi di rafforzamento nelle azioni di contrasto contro la violenza, anche perchè la presa di coscienza da parte delle vittime sulla possibilità  di avere interlocutori attivi rispetto alla domanda di tutela induce con maggior facilità le donne a presentare denuncia o,  per meglio dire, ne attenua le resistenze (problematica non esistente per il genere maschile vittima, che denuncia senza difficoltà), e ha dato visibilità e riconoscibilità al fenomeno.
Dal punto di vista della prevenzione, va detto, inoltre, che vengono fatti oggetto di studio accurato i casi di stalking conclusisi con esito particolarmente infausto, per lo più con la morte della vittima.

Tale studio è funzionale all’analisi ed alla valutazione del rischio, sia per la formazione del personale di pubblica sicurezza e la sua capacità di intervento, sia per la predisposizione, in favore delle potenziali vittime, e nelle fasi di avvio della vicenda persecutoria, di elementi di informazione e misure di salvaguardia atti ad evitare/neutralizzare l’esposizione a pericolo. 
 
Per quel che riguarda la giurisprudenza, il primo rodaggio nell’applicazione della norma ha consentito di dare una certa concretezza ai contenuti, ed enucleare alcune principali distinzioni: rispetto al reato di maltrattamenti in famiglia (art.572 Cp), rispetto a singole condotte inoffensive o diversamente configurabili dal punto di vista della repressione penale, alla rilevanza della reiterazione, alla significatività della condizione psicologica indotta nella vittima, e si riscontra una sufficiente attenzione alla diversità dei mezzi, anche tecnologici, impiegati dal molestatore nelle azioni contro la sua vittima.

L’esperienza sul campo porta a ritenere ancora scarsamente rilevante, quanto ad effetto puramente deterrente, l’introduzione del nuovo reato. Certamente, invece, si tratta di strumento utile, per gli operatori del diritto e giudiziari, ad approntare  presidio e sanzioni contro agli autori di questo tipo di violenza.

* Forum Associazione Donne Giuriste

In relazione al progetto di legge n. 0432 per la “disciplina del Consiglio per le pari opportunità ai sensi dell’art. 63 dello Statuto d’Autonomia della Lombardia” formuliamo alcune proposte che prendono spunto da riflessioni e confronti svolti sia nell’ambito della nostra associazione sia con altre associazioni collocate in regioni del Centro Nord.
Partiamo dalla constatazione che l’eguaglianza fra esseri umani diversamente sessuati incontra un ostacolo insormontabile nella violenza sessista quotidianamente agita contro molte donne da parte di molti uomini e che non vi può essere pari opportunità per una democrazia paritaria se il fenomeno non viene considerato quale problema sociale grave, da istituzioni che si  assumano la responsabilità di un messaggio culturale e politico a contrasto e si facciano carico di azioni precisamente mirate alla prevenzione, oltre che alla doverosa repressione.

In Lombardia un piano potrebbe essere varato con aggancio agli articoli 8 (partecipazione) e 11 (eguaglianza fra uomini e donne) dello Statuto e 2 (funzioni e compiti del CPO) del progetto di legge che si ricollega logicamente ai menzionati articoli, oltre che all’art. 63.
Nella logica degli articoli 8 e 11 dello Statuto, che sottendono l’aspirazione ad una partecipazione paritaria ai livelli decisionali alti della cittadinanza, possiamo facilmente trovare il riflesso della insufficienza della partecipazione femminile, della incompiutezza della democrazia attuale.
Sta precisamente in ciò, nello svantaggio esistente e da sanare l’origine della violenza sessista che va rimossa con strumenti adeguati, ad iniziare da una legge onnicomprensiva contro la violenza, che sia parte di un piano di intervento pubblico integrato multidisciplinare.
Una legge di questo tipo non esiste in Lombardia (e in Italia) anche se l’informativa del Consiglio regionale n.2/2009 (ottobre 2009) fa riferimento come legge a contrasto alla L.R. 6.12.1999 n. 23 che si riferisce a tutt’altro tema: “Politiche regionali per la famiglia”.
 
Per attivare il piano, si potrebbe fare riferimento al complesso normativo spagnolo, da molti ritenuto come il più articolato, poiché tocca vari aspetti dell’esperienza esistenziale femminile.

Si tratta, quindi di considerare e promuovere varie iniziative specifiche nei settori in cui può intervenire l’azione regionale, prescindendo dall’intervento penale, visto come rimedio solo successivo e non risolutivo del problema, riservato eventualmente ad esperte/i del settore.

Il piano di sensibilizzazione e prevenzione della violenza di genere dovrebbe ricomprendere almeno i seguenti aspetti.
- Introduzione e pubblicizzazione di una nuova scala di valori fondati sul rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, eguaglianza fra uomini e donne, esercizio della solidarietà e della accoglienza, in un quadro di civile convivenza.
Tale scala di valori sarà rivolta a uomini e donne attraverso un lavoro multiculturale posto a carico di tutti i pubblici poteri coinvolti. Dovrà prevedere un programma di istruzione complementare e di formazione ad hoc per tutti i professionisti in qualsiasi modo destinati ad intervenire in situazioni caratterizzate dall’esercizio di violenza contro le donne.
Il programma di educazione/formazione sarà controllato da una Commissione di esperte/i  nominate/i dal Consiglio regionale, che dovrà essere rappresentativa di tutti gli orientamenti politico-culturali e dovrà vedere la presenza di professioniste/i di riconosciuta esperienza, rappresentanti istituzionali ed esponenti di ONG e associazioni dotate di comprovata pluriennale capacità di intervento nel campo
- Promozione e cura da parte delle istituzioni regionali di campagne di informazione e sensibilizzazione tendenti allo scopo di prevenire la violenza di genere.

Principi per il sistema educativo
Il sistema educativo comprenderà fra i suoi obiettivi la formazione al rispetto dei diritti e libertà fondamentali, di eguaglianza, disponibilità all’accoglienza e soluzione pacifica dei conflitti.
Allo scopo di garantire l’eguaglianza effettiva fra uomini e donne gli indirizzi regionali relativi al programma di educazione e formazione dovranno porre fra le priorità la rimozione degli stereotipi sessisti e la promozione del pari valore di uomini e donne.
Anche per i docenti dovranno essere previsti piani di formazione che includano la educazione specifica in materia di eguaglianza, al fine di assicurare loro specifiche competenze e conoscenze tecniche indispensabili a:
1. incoraggiare capacità che portino all’esercizio di diritti e obblighi uguali per maschi e femmine nell’ambito sia pubblico che privato.
2. individuare precocemente situazioni di disagio o violenza nella sfera famigliare e intervenire in forma istituzionalmente corretta ed efficace
3. educare alla soluzione non violenta dei conflitti.

Principi per il settore della comunicazione e della pubblicità
E’ da considerare illecita la pubblicità che utilizza l’immagine femminile in modo vessatorio e discriminatorio.
Le Amministrazioni e le Autorità Pubbliche a livello regionale e locale dovranno vigilare affinché mezzi di stampa e audiovisivi adempiano l’impegno di garantire un modo di trattare la figura femminile che sia conforme ai principi e valori costituzionali.
In ambito regionale e comunale dovranno essere individuati Organismi preposti alla vigilanza autorizzati ad esercitare azioni giudiziarie urgenti aventi lo scopo di ottenere dall’Autorità Giudiziaria Ordinaria l’interruzione e/o la soppressione della pubblicità e delle immagini illecite perché contrastanti con le indicazioni sopra estese.
I mezzi di comunicazione dovranno rimuovere tutti gli aspetti che favoriscano la situazione di disuguaglianza della donna e promuovere d’intesa con le istituzioni regionali, campagne di sensibilizzazione verso l’uguaglianza fra i sessi e per la repressione della violenza di genere.

Principi per il settore sanitario
Le istituzioni regionali avranno il compito di sostenere e favorire le azioni degli operatori sanitari volte alla rilevazione precoce della violenza di genere e di proporre le misure necessarie ad ottimizzare il contributo del settore sanitario nella lotta contro questo tipo di violenza.
Dovranno sviluppare programmi di sensibilizzazione e formazione continua del personale sanitario allo scopo di promuovere la diagnosi precoce e l’assistenza e il sostegno delle donne vittime di violenza
Dovranno quindi provvedere, anche tramite gli istituti preposti, alla introduzione nei corsi di studio e formazione professionale di insegnamenti orientati al fine sopra enunciato.

I diritti delle donne vittime di violenza di genere
I principali diritti per le donne vittime di violenza sono quelli all’informazione, assistenza sociale e legale; essi costituiscono la condizione minima necessaria al reale godimento delle garanzie costituzionali di libertà, inviolabilità e sicurezza; essi saranno pertanto assicurati, senza condizioni nè preclusioni, a qualunque donna residente nel territorio italiano.
Le istituzioni regionali dovranno predisporre servizi in grado di corrispondere alle vittime di violenza informazione completa, assistenza medica e psicologica, sostegno sociale, supporto legale e, in generale, assistenza adeguata alle loro condizioni personali e sociali.
Si tratta di un’opera di soccorso e accoglienza multidisciplinare che ricomprende: informazione alle donne interessate, attenzione e sostegno sociale, supporto giudiziario, appoggio in materia di formazione e inserimento professionale.
Tali prestazioni richiederanno una collaborazione integrata di vari settori pubblici: servizi sanitari, di polizia, legali e giudiziari, scolastici e formativi.
Tutta l’assistenza sarà gratuita.
Per le donne vittime di violenza e per i loro figli dovrà essere inoltre previsto un aiuto economico adeguato ai loro bisogni esistenziali e dovrà essere messa a disposizione un’abitazione protetta.

Compiti istituzionali
Gli assessorati competenti dovranno  curare la costituzione nell’ambito del personale(di polizia, istruzione, sanitario ecc) di unità specializzate nella prevenzione della violenza di genere, nella protezione delle donne esposte a tale rischio, nella repressione rapida di comportamenti violenti e/o intimidatori, nella cooperazione alla effettiva applicazione delle misure cautelari e repressive adottate dagli organi giudiziari.
Dovranno essere predisposti anche protocolli che assicurino una azione globale e integrata, uniforme in tutto il territorio regionale fra le diverse Amministrazioni locali e i vari servizi ad hoc che ne dipendono.

Maria Grazia Campari  Lea Melandri  Anita Sonego

DONNA E FAMIGLIA

di Simona Napolitani
8 marzo 2012

L’8 marzo – festa della donna - è l’occasione per verificare il percorso della donna nel diritto di famiglia, cosa è cambiato rispetto alla sua posizione, quali sono oggi i suoi diritti, quali i suoi doveri.

La Riforma del Diritto di Famiglia del 1975 è stata un traguardo raggiunto con fati-ca, le norme antecedenti contenute nel codice del 1942 avevano recepito l‘imma-gine di una forte famiglia in un forte Stato, già fermamente voluta nel codice Napo-leonico, si tratta della famiglia retta sul principio di autorità del marito padre, al quale spettavano poteri quasi assoluti di indirizzo e di governo, rispetto ai quali la moglie ed i figli si trovavano in una posizione di totale dipendenza e di assoluta soggezione, sia sul piano personale, sia sul piano patrimoniale.

Solo con la Riforma del 1975 si realizza una ridistribuzione dei poteri all’interno della famiglia, a vantaggio dei soggetti tradizionalmente deboli: la moglie e i figli, con un fondamentale passaggio dalla famiglia come istituzione, nella quale il pa-dre riveste la qualità di “capo” a quella della famiglia come formazione sociale, che nasce dalla libera scelta della persone, che si basa su vincoli di affetto e di so-lidarietà.  Le nuove norme producono modifiche sostanziali al descritto assetto au-toritario: il marito non ha più il governo della famiglia, si dà voce alle donne ed ai figli minori, in passato relegati ad una condizione di mera soggezione.

La nuova legge valorizza la persona, l’individualità di ciascun componente e nei rapporti tra coniugi, il principio di uguaglianza e la regola dell’accordo costitui-scono gli assi portanti della nuova disciplina;  si dà valore ad una gestione parita-ria degli affetti e degli affari familiari.
Viene dato ancora rilievo al lavoro casalingo, con l’introduzione del famoso istituto della comunione familiare, secondo cui – come principio generale - gli acquisti compiuti durante il matrimonio diventano di proprietà comune e si disciplina l’impresa familiare. Le nuove norme nascono dalla necessità di compensare il la-voro casalingo delle donne, per cui l’equazione alle mogli il lavoro di cura e agli uomini il lavoro professionale trova una risposta  nella condivisione del patrimonio economico e si è evitata così quella soggezione economica, cui la donna era sot-toposta.

Questo, per estremo riassunto, il contesto normativo, ma l’attuale legge non riesce a eliminare una posizione di inferiorità della donna che, nonostante l’evoluzione della coscienza sociale, delle strutture economiche e del mondo del lavoro, pur-troppo non muta. La nuova situazione di parità necessita anche di una diversa or-ganizzazione dello Stato sociale (asili nido, scuole, assistenza medica, assistenza per i genitori anziani, ecc.ecc) e di una nuova e diversa disciplina del mondo del lavoro; senza tali innovazioni si continuerà sempre a registrare nei fatti la persi-stenza di molteplici ostacoli alla realizzazione della parità sostanziale tra uomo e donna.

Nella sostanza, con la separazione si assiste ad una situazione di grave conflitto, nel quale la donna ritiene di uscirne sconfitta e l’uomo, per la maggior parte dei casi, privato dei suoi mezzi fondamentali di sostentamento.
Hanno ragione entrambi.
In realtà, la separazione, nonostante il positivo sviluppo della posizione della don-na all’interno della famiglia e della sempre maggiore considerazione della figura di moglie e di madre che il diritto ha recepito e fatta propria, obbliga ad una riorga-nizzazione delle relazioni familiari che penalizza tutti i componenti il nucleo, ma-dre, padre e figli.

Nei fatti, è vero che la donna è in genere destinataria del collocamento dei figli, dell’assegnazione della casa coniugale e dell’assegno di mantenimento per i figli e talora anche per sè, ma in concreto diviene il centro di riferimento della crescita dei figli, che tolgono e assorbono spazio rispetto all’attività professionale e alla possibilità di carriera della donna; l’assegno di mantenimento per i figli, quand’anche la donna abbia un suo reddito, non è assolutamente sufficiente per affrontare tutte le spese che via via si rendono necessarie. Infine, è difficile che si realizzi un’intesa per la gestione dei figli, che viceversa porta spesso notevoli in-comprensioni tra padre e madre, i quali invece di essere collaborativi e di ricono-scere l’uno il ruolo dell’altro, tentano disperatamente di prevaricare e di creare al-leanze più o meno nocive con i figli, per cancellare l’altro genitore.

Non è vero che la donna che si separa mantiene lo stesso tenore di vita, goduto in costanza di matrimonio, d’altro canto i mariti e i padri che si separano sono spes-so ridotti in una situazione di grave difficoltà economica e spesso sono costretti a vivere in condizioni di disagio. D’altronde, basta un semplice calcolo aritmetico: se con uno o due redditi da lavoro vive una famiglia, è ovvio che se con quello stesso importo devono vivere due nuclei familiari (due affitti, doppie utenze, ecc.ecc.), ognuno di questi avrà una somma mensile  a disposizione di gran lunga inferiore a quella di cui disponeva prima, in costanza di matrimonio.

La separazione è un lusso che – se da una parte consente ai coniugi di vivere se-paratamente, dall’altro crea grossi squilibri nelle relazioni familiari ed esistenziali – necessiterebbe di un importante presenza e di un consistente sostegno da parte dello Stato.
Aspettiamo fiduciosi un intervento del Legislatore.
di Barbara Spinelli, Giuristi Democratici per la CEDAW
6 luglio 2011

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. AL RAPPORTO OMBRA!
Sei una persona/associazione/collettivo ecc. e condividi i contenuti del nostro Rapporto Ombra?
Invia la Tua Adesione entro 10 luglio alla mail:
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Lunedì 11 luglio 2011 consegneremo al Comitato CEDAW l'elenco delle adesioni.

Nel Rapporto Ombra (.pdf, 1,3 Mb)sono evidenziate le principali criticità relative alla diffusione e alla applicazione della Convenzione in Italia, al funzionamento del sistema delle pari opportunità, alla rappresentazione delle donne, alla rappresentanza femminile nella vita pubblica e politica, nazionale ed internazionale, alla cittadinanza, alla scuola, al lavoro, alla previdenza sociale, alla salute, allo sfruttamento lavorativo e sessuale delle donne, alla violenza di genere in tutte le sue forme, dai matrimoni forzati al femminicidio.

Il Rapporto pone particolare attenzione alle discriminazioni subite dalle donne disabili, dalle donne private della libertà personale, dalle donne migranti, Rom e Sinte.
Viene altresì evidenziata la doppia discriminazione subita dalle lesbiche e transessuali, sia in ragione del loro orientamento sessuale sia in quanto di sesso femminile.

Il Rapporto Ombra copre il periodo dal 2005 ad oggi.

Il giudizio complessivo nei confronti dell’attività dei Governi che si sono succeduti in questi anni è critico: poco è stato fatto a livello strutturale per combattere gli stereotipi sessisti e i pregiudizi di genere, che “minano alla base la condizione sociale delle donne, costituiscono un impedimento significativo alla attuazione della Convenzione, e sono all’origine della posizione di svantaggio occupata dalle donne in vari settori, compreso il mercato del lavoro e la vita politica e pubblica” (Raccomandazione n. 25/2005 del Comitato CEDAW all’Italia).

La dipendenza economica e politica del Ministero delle Opportunità dal Presidente del Consiglio ha impedito che in questi anni potessero essere adottate riforme in un’ottica di genere, consentendo sempre il prevalere di altri interessi sulla garanzia di un effettivo godimento dei diritti, in concreto, per le donne.

Ad esempio nel 2007 il disegno di legge “organico” Pollastrini contro la violenza di genere diventò un disegno di legge a tutela della famiglia, rinominato Bindi-Mastella-Pollastrini, per non essere poi mai approvato.

E oggi pure prevalgono gli interessi corporativi nella legge che introduce le quote nei C.d.A, e gli interessi dei partiti nella mancata approvazione delle leggi sulle quote rosa in politica.

Il maschilismo diffuso e l’assenza di una definizione di discriminazione di genere e basata sull’orientamento sessuale, impedisce inoltre l’estensione a donne e LGBTQI della tutela penale accordata dalla legge Mancino a tutti gli altri soggetti discriminati per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Questo ostracismo politico all’adozione di misure speciali temporanee per promuovere l’uguaglianza sostanziale delle donne e questa avversione al riconoscimento dei diritti basati sul genere e sull’orientamento sessuale, costituiscono gravi violazioni della Convenzione.

Oltre a queste, le principali violazioni dei diritti delle donne sono state riscontrate in materia di rappresentanza politica e pubblica delle donne, per la mancata attuazione dell’art. 51 Cost., che rende necessario, per garantire la presenza delle donne negli organismi politici locali, il ricorso giurisdizionale; nella salute, per il difficile accesso ai dispositivi anticoncezionali; nel lavoro, per l’inadeguatezza delle politiche governative a favorire la conciliazione vita lavoro e per la totale assenza di politiche mirate a garantire l’accesso al lavoro alle donne disabili e detenute; nei rapporti familiari, perché la violenza domestica non viene tenuta in considerazione nella determinazione dell’affido dei figli; nella protezione delle vittime di violenza di genere, per l’ancora insufficiente preparazione professionale specifica degli operatori e per il basso numero di case-rifugio presenti sul territorio e l’inadeguatezza dei fondi stanziati perché possano funzionare; nell’ancora insufficiente attenzione prestata alle situazioni di sfruttamento lavorativo delle donne migranti e al contrasto del fenomeno sommerso ma drammatico dei matrimoni forzati.

di Teresa Manente*, 3 maggio 2011

Lo stalking, reato  introdotto nel nostro ordinamento nel febbraio del 2009, punisce la reiterazione, (anche solo di due atti, secondo la più recente giurisprudenza di legittimità) di minacce o molestie tali da infliggere ansia o paura ovvero da determinare timore per l’incolumità personale propria o di una persona vicina o da provocare cambiamenti delle proprie abitudini di vita.

Da quanto emerge dai dati nazionali, al momento disponibili, le donne risultano le vittime di persecutori nell’80% dei casi: un reato  che trova la sua origine nella discriminazione di genere  e che può mettere gravemente a rischio la  vita delle donne. Nel 50% dei casi, infatti, le condotte persecutorie subite dalle donne sono trasmodate anche in atti di violenza fisica o sessuale fino all’omicidio: allarmante il dato, proveniente dal Ministero degli Interni, secondo cui il 10% degli omicidi dolosi avvenuti in Italia dal 2002 al 2008 erano stati preceduti da atti di stalking.

Nei Centri antiviolenza di Roma gestiti dall’Associazione Differenza Donna il 90% di donne vittime di stalking che vi si rivolgono subiscono il reato da parte degli ex partner ( mariti, conviventi o fidanzati).
Dalla nostra esperienza  emerge che i comportamenti persecutori sono ancora  sottovalutati e mistificati quali manifestazione di amore e interesse nei confronti della donna, tentativi, seppur maldestri, di corteggiamento o eccesso di amore non ricambiato dalla “preda”.

L’introduzione del reato così come delineato dal legislatore ha riconosciuto  sicuramente il disvalore criminale di comportamenti illeciti prima irrilevanti penalmente, tuttavia, nonostante l’introduzione della nuova fattispecie, ancora oggi  a distanza di due anni, si manifesta l’assenza di  consapevolezza tra gli operatori tutti, dalle forze dell’ordine all’autorità giudiziaria, della gravità del reato. Troppo spesso si sottovaluta la grave lesione della libertà di autodeterminazione e dell’integrità psicofisica che causa alla vittima, nonché il  rischio dell’escalation della condotta violenta, caratteristica propria dello stalking.

Vi sono casi in cui le donne vengono invase  continuamente da decine e decine di mail al giorno dell’ex marito, da continue   sue telefonate minatorie e intimidatorie prendendo come pretesto la necessità di parlare dei figli e del modo di educarli. Tale condotta persecutoria  ostacola non solo l’attività lavorativa della donna, ma in generale la conduzione di una vita normale oltre a provocarle stress e  paura ledendo la sua integrità psicofisica.  Tutto ciò molto spesso non viene ritenuto idoneo a configurare lo stalking . Sono molte le donne che ci riferiscono che le forze dell’ordine a cui si sono rivolte hanno  giustificato la condotta dell’ex marito come modalità di relazionarsi a lei nell’interesse dei figli, lasciandole così prive di tutela. In alcuni casi la persecuzione dell’ex marito è arrivata fino alla violenza fisica, sessuale e anche al tentato omicidio.

E’ necessario che la vittima trovi  ascolto ed assistenza da parte di operatori specializzati che fin dalla prima richiesta di aiuto sappiano darle  tutte le informazioni necessarie per tutelare i propri diritti e sostenerla  nella difficile situazione di emergenza. Presso i Centri antiviolenza di “Differenza Donna” esistono sportelli specializzati per tale materia che offrono, oltre al sostegno psicologico e legale, anche un’ elaborazione del suo vissuto in chiave di violenza di genere.

Una difficoltà deriva dalla configurazione del reato poiché è necessario dare prova non solo dei comportamenti persecutori ( reiterate minacce e molestie mediante, ad esempio,  pedinamenti, appostamenti,  telefonate e sms ), ma anche  dell’ansia o della paura, del timore per la propria incolumità o dei mutamenti delle proprie abitudini di vita causati dal comportamento dello stalker.

Risulta necessario pertanto indicare sin da subito nominativi di persone vicine alla vittima che siano a conoscenza della situazione di stalking, e degli effetti che essa provoca sulla vittima e cioè i cambiamenti delle abitudini di  vita ( cambiare numero di cellulare o telefono di casa, cambiare orario di lavoro, non uscire più da sole o in determinati orari ecc.), lo stato di paura e di ansia  eventualmente anche corroborati da certificati medici.

E’ importante segnalare che è possibile ottenere tutela anche senza presentare querela, ricorrendo alla richiesta di ammonimento attraverso un esposto da inoltrare al Questore, esposto che non instaura un procedimento penale, ma ha solo la funzione di  ottenere un richiamo dello stalker e un avviso che in caso di reiterazione della condotta si procederà penalmente anche senza querela della vittima. Una misura questa efficace, perchè  nella maggior parte dei casi, quando è stata applicata, ha fatto interrompere immediatamente la persecuzione, misura  che però  è stata finora applicata poco rispetto alle richieste.

Nel caso di presentazione di querela, la misura cautelare specifica prevista dalla nuova legge e cioè  il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa  è, così come l’ammonimento, troppo poco applicata rispetto alle richieste ed esigenze delle vittime.
Recente è il caso di una donna che ha denunciato continui pedinamenti, appostamenti e telefonate minacciose da parte dell’ex marito. Solo dopo reiterate  querele, quando ormai l’escalation della violenza era giunta ad un livello tale da rendere ormai insufficiente il divieto di avvicinamento,  è stata applicata la misura cautelare della custodia in carcere, perchè l’uomo è arrivato a dare fuoco al  negozio di proprietà della donna.

Sicuramente si può sostenere  a distanza di due anni dall’introduzione del reato che una legge  non è sufficiente a  contrastare un  fenomeno così diffuso e radicato nella società che trova le sue radici nella cultura della negazione della libertà femminile che  sottende la pretesa  del controllo e del potere maschile sulla donna, cultura che può essere contrastata solo agendo , ancora una volta, sul piano sociale e politico.

* Responsabile dell'ufficio legale di Differenza Donna

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