×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 62

di Vincenzo Giglio (Sud De-Genere, 25 luglio 2010)

“I delitti di violenza in famiglia denunciati non trovano in tutti i soggetti istituzionali coinvolti quella considerazione professionale e valutazione di rilevanza sociale necessarie a dare risposte adeguate alla lesione di beni primari, costituzionalmente riconosciuti, quali l’integrità fisica e psichica e la libertà di autodeterminazione.

Spesso tali delitti vengono trattati alla stregua di semplici conflitti coniugali o familiari, mentre per l’ONU ed il Parlamento Europeo sono qualificati come tra le più gravi violazioni dei diritti umani.”da Dossier realizzato dalle avvocate della rete nazionale dei Centri antiviolenza 2008 (tratto dal contributo di L.Barone, in La violenza contro le donne:profili familiari, lavoristici e penali, a cura di M.S.Ciarletta)

Questa considerazione riassume perfettamente le riflessioni alle quali mi ha condotta  una conversazione avuta, con un’altra persona, nel fine settimana.

Per fare un esempio, quando la nonna mi ha raccontato  una storia vera, affacciata dalla finestra,  mi ha detto anche che, quando era ragazza, le donne non andavano mai dai carabinieri per denunciare violenze domestiche perchè “si sapeva” che non sarebbero state prese sul serio, come minimo. Era nota la storia dell’unica donna del paese che ai carabinieri, i quali le dicevano “signora è la vostra parola contro la Sua, se ritenete fate denuncia e poi ne riparliamo”, rispose in tono acceso “ e val’a pena si nun mu cacciati davanti, cchi mi diciti da morta ?” (e vale la pena se non me lo togliete davanti, cosa mi dite quando saro’ morta?).

Ma mia nonna ha ottant’anni ed io non mi aspettavo che scene simili continuassero a svolgersi presso le sedi dell’Arma dei Carabinieri.

Una donna mi ha raccontato di averci accompagnato la madre piu’ volte, di essere stata accolta sempre da un uomo, mai da una donna, rimasto sempre scettico di fronte a quello che lei aveva trovato il coraggio finalmente di raccontare. Mi ha raccontato che qualcuno delle forze dell’ordine è andato a parlare con il padre, per poi dire “eppure è cosi’ tranquillo, non si direbbe, è sicura di quello che ha detto?”.

La violenza domestica, strumenti di tutela penali.

Contributo di Vincenzo Giglio (magistrato) in La violenza contro le donne: profili familiari, lavoristici e penali, a cura di M.S.Ciarletta, Atti del Convegno Reggio Calabria 19 giugno 2009, Rubbettino ed.

Desidero anzitutto ringraziare chi ha ideato ed organizzato questo incontro per avere offerto l’occasione di riflettere su un comportamento sociale che richiede ogni tipo di attenzione.

Mi è stata chiesta una relazione sugli strumenti che la legge penale pone a tutela delle donne che subiscano comportamenti violenti in ambito domestico.

Credo allora che mi tocchi anzitutto definire in che consista questa particolare forma di violenza e in quali modi si manifesti.

Per farlo attingerò principalmente ai risultati di un’indagine, aggiornata al 2006, che l’Istituto Nazionale di Statistica ha condotto sul fenomeno della violenza e dei maltrattamenti contro le donne.

Il lavoro dell’ISTAT, commissionato dal Ministero per i Diritti e le Pari Opportunità, è fondato su interviste telefoniche fatte ad una platea di 25.000 donne di età compresa tra 16 e 70 anni.

Prima di addentrarsi nel dettaglio, è utile ricordare che l’ISTAT ha inteso distinguere tre distinte forme di violenza:

- quella fisica, graduata dalle forme più lievi a quelle più gravi: la minaccia di essere colpita fisicamente, l’essere spinta, afferrata o strattonata, l’essere colpita con un oggetto, schiaffeggiata, presa a calci, a pugni o a morsi, il tentativo di strangolamento, di soffocamento, ustione e la minaccia con armi;

- quella sessuale la quale comprende tutte le situazioni in cui la donna è costretta a fare o a subire contro la propria volontà atti sessuali di diverso tipo: stupro, tentato stupro, molestia fisica sessuale, rapporti sessuali con terzi, rapporti sessuali non desiderati subiti per paura delle conseguenze, attività sessuali degradanti e umilianti;

- quella psicologica ai cui fini rilevano le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le forti limitazioni economiche subite da parte del partner.

Precisato anche questo, è già il momento esporre i risultati scaturiti dall’indagine statistica di cui parliamo.

A) È anzitutto stimato in 6.453.000 il numero di donne che hanno subito nel corso della loro vita atti di violenza fisica o sessuale.

B) Nella quasi totalità dei casi queste violenze non sono denunciate: questo vale per il 96% delle donne che sono state vittime di un non partner e per il 93% di coloro che sono state vittime del partner. Questo trend rimane identico anche quando la violenza sia consistita in uno stupro, tanto che vi è denuncia solo nell’8,4% dei casi.

C) È frequente il caso di donne che subiscano più forme di violenza ed in modo reiterato.

D) La maggior parte degli atti di violenza è compiuta dal partner della vittima. Questo vale in particolare per gli stupri se si considera che nel 69,7% dei casi il soggetto agente è appunto il partner. E tanto più il partner è violento all’esterno, tanto più lo è in casa.

E) Una percentuale significativa degli episodi di violenza casalinga ha raggiunto livelli di particolare gravità che hanno addirittura portato la vittima a sentirsi in pericolo di vita.

F) È altrettanto frequente che la violenza casalinga sia avvenuta in presenza dei figli della vittima.

G) 2.000.000 circa di donne hanno subito comportamenti persecutori (stalking) consistiti in richieste insistenti di conversazioni o appuntamenti, pedinamenti, invio di messaggi, telefonate, e-mail, lettere o regali indesiderati ed altro ancora. Spesso atti di stalking si sono accompagnati a violenze fisiche o sessuali.

H) 7.000.000 circa di donne hanno subito atti di violenza psicologica nelle forme dell’isolamento o tentativo di isolamento, del controllo, della violenza economica o della svalorizzazione. Anche in questi casi il soggetto agente è prevalentemente il partner e alla violenza psicologica si accompagnano spesso le altre forme di violenza.

Sono questi, dunque, i fatti di cui dicevo in premessa ai quali c’è ancora da aggiungere qualche notazione oggettiva.

La rappresentazione non sarebbe completa infatti se si mancasse di considerare che le donne nubili, separate o divorziate subiscono più violenza delle altre. E lo stesso vale anche per le laureate e le diplomate, le dirigenti, libere professioniste e imprenditrici, le direttive, quadro ed impiegate, le donne in cerca di occupazione, le studentesse, le donne con età compresa tra 25 e 44 anni.

Valori più elevati si evidenziano anche per le residenti nel Nord-est, nel Nord- ovest e nel Centro e per quelle dei centri metropolitani (42,0%), tassi più bassi risultano invece per le donne con età compresa tra 55 e 70 anni, con licenza elementare o media, le casalinghe, per le ritirate dal lavoro e le residenti nel Sud e nelle Isole.

Riguardo ai luoghi in cui si verificano le violenze (ci si riferisce in questo caso a quelle non opera del partner), circa il 28% di esse avviene sui mezzi pubblici, in stazioni o aeroporti, il 16,8% in strada, il 14,6% in un’abitazione, in particolare l’8,9% a casa della vittima, il 3,6% in casa dell’autore della violenza e il 2,1% in casa di altri. Inoltre, l’11% delle violenze si verifica al lavoro, il 12,7% in un pub, discoteca, cinema o teatro, il 4,3% in automobile o in un parcheggio, il 4,5% in spazi aperti come un parco, un giardino pubblico, al mare, il 2,5% a scuola o negli spazi attinenti, l’1,3% in negozi o uffici pubblici e l’1,1% presso studi medici o strutture sanitarie.

Ancora:  lo stato di gravidanza della vittima non pare costituire un freno se si considera che sono l’11,5% del totale le donne incinte che hanno subito violenza dal partner. Per il 50,6% di queste, la violenza durante il periodo di gestazione è rimasta uguale e per il 17,0% è diminuita, mentre per il 16,6% è aumentata e per il 15,0% è addirittura iniziata.

Altri dati di rilievo sono connessi alla percezione che le vittime di atti di violenza hanno di quanto gli è accaduto.

Solo il 18,2% delle donne che hanno subito violenza fisica o sessuale in famiglia considera la violenza subita un reato, il 44% qualcosa di sbagliato e il 36% solo qualcosa che è accaduto. È considerata maggiormente reato (36,5%) la violenza fisica associata a quella sessuale, o quella fisica unita a minacce (31,4%). Solo il 26,5% degli stupri o tentati stupri sono considerati reato dalle vittime. Sono considerate maggiormente un reato le violenze subite da ex marito o convivente

(32,0%) contro il 19,7% da ex fidanzato, il 7,8% da marito o convivente e il 6,8% da fidanzato.

Ancora: la violenza dal non partner è percepita come meno grave di quella da partner.

In connessione a questo tema, va osservato che la maggior parte delle vittime di violenze da non partner dichiara di aver superato l’episodio ma questo non vale più o vale di meno allorchè la violenza sia stata di tipo sessuale.

Più di un terzo delle donne che ha subito un qualche atto di violenza non ne ha parlato con nessuno. Il 36,9% ne ha parlato con amici, il 32,7% con familiari, il 9,5% con parenti, il 4,9% con magistrati, avvocati, polizia o carabinieri, il 4,2% con colleghi di lavoro. Va sottolineato che il 2,8% delle vittime (escluse quelle che hanno subito o un solo episodio di minaccia, o che sono state afferrate o spinte una sola volta, o che sono state colpite una sola volta nell’arco della violenza) si è rivolto ai centri antiviolenza o ha contattato altre associazioni di sostegno alle donne. Percentuale che raggiunge il 6,2% per gli ex mariti, ex conviventi e che è particolarmente importante perché emerge con valori significativi vicini a quelli degli operatori sanitari e sociali.

Quanto alle conseguenze della violenza subita, è stato rilevato che le donne vittime di più episodi ad opera del partner nel 35,1% dei casi hanno sofferto di depressione a seguito dei fatti subiti, perdita di fiducia e autostima (48,8%), sensazione di impotenza (44,9%), disturbi del sonno (41,5%), ansia (37,4%), difficoltà di concentrazione (24,3%), dolori ricorrenti in diverse parti (18,5%), difficoltà a gestire i figli (14,3%), idee di suicidio e autolesionismo (12,3%).

Il 22,6% ha dichiarato di stare più attenta quando esce (soprattutto le vittime di molestie sessuali), il 16,6% è diventata più fredda e più chiusa ed ha difficoltà ad instaurare relazioni (in particolare chi ha subito violenze sessuali), il 4,2% non ha più fiducia negli uomini e evita strade isolate quando esce (3,2%), il 2,9% non è più tranquilla e il 2,8% è diventata più aggressiva.

Questi sono dunque, in sintesi, i risultati messi a fuoco dall’ISTAT.

Che quadro ne viene fuori?

La prima ed ovvia considerazione è che quei dati offrono un quadro raccapricciante sia del valore che il nostro paese è disposto a riconoscere alle sue donne sia, più in generale, delle relazioni sociali che vi si svolgono.

Oltre 7 milioni di donne di ogni classe di età hanno subito una qualche forma di violenza: questo significa che il fenomeno è strutturale, endemico, profondamente radicato nel nostro tessuto sociale; significa anche che decenni di lotte femministe, di aperture sociali, di programmi politici, di iniziative normative non sono stati in grado di produrre il risultato sperato, quello cioè della promozione della condizione femminile fino alla piena parificazione con l’altro sesso.

Di più: sembrerebbe addirittura che vi sia un’evidente simmetria tra la tendenza femminile alla piena emancipazione ed alla conquista di spazi sociali, professionali, culturali e l’aumento delle manifestazioni di violenza in loro danno.

In altri termini, è come se una parte significativa degli uomini italiani si senta minacciata, o comunque negativamente stimolata, dal progresso femminile e finisca per reagire incrementando il tasso di violenza nei confronti di questi soggetti, le donne, che non comprende più, che sfuggono a schemi collaudati, che si rifiutano di aderire ai vecchi modelli sociali.

Sicchè quei decenni di lotte e rivendicazioni sembrano avere prodotto l’effetto paradossale di peggiorare la condizione delle donne. Nel senso che le donne che riescono ad affermare compiutamente la loro personalità sono vittimizzate in misura maggiore delle altre.

La prova di quanto sto affermando sta in quelle statistiche, citate in precedenza, da cui si ricava che le donne istruite sono più colpite di quelle incolte, le lavoratrici più delle casalinghe e così via.

Ma non è solo questo l’aspetto paradossale.

Ci si aspetterebbe, dato che la violenza si scatena soprattutto in danno delle donne emancipate, che almeno ne siano al riparo le donne che hanno scelto (o dovuto scegliere) un profilo più tradizionale, che si sono più allineate al modello classico moglie – madre – vestale familiare.

E invece non è così: come altrimenti interpretare i dati sulle vittime in stato di gravidanza o gli accessi di violenza in presenza di figli o comunque il dilagare della violenza domestica?

La donna dunque non è più protetta neanche quando interpreta il ruolo di continuatrice della specie e di custode del focolare domestico, quando cioè indossa le vesti che l’hanno coperta per secoli e millenni.

Sembrerebbe insomma che gli uomini siano diventati incapaci perfino di cogliere i segnali essenziali della loro stessa specie, che abbiano definitivamente rinunciato al loro ruolo di protettori della sua continuità, che insomma stiano rinnegando addirittura se stessi, accecati come sono da questa sorta di odio sessista.

Un’altra manifestazione singolare è poi quella delle donne, tante, tantissime come si è visto, che scelgono di non denunciare, di non pubblicizzare, di non comunicare la violenza subita e che talvolta, addirittura, si rifiutano perfino di percepirne la portata e la carica criminale.

Che significato può attribuirsi ad un atteggiamento del genere?

Paura, vergogna, sindrome di Stoccolma, sfiducia nelle istituzioni? Probabilmente sì, queste motivazioni contano ed anche tanto. Ma mi piace pensare, e ne sono convinto, che dietro il rifiuto di rendere pubblica la propria esperienza vi sia un istinto connaturato all’intima essenza di ogni donna. Quello di chi è disposto a subire fino ai limiti estremi della sopportazione e magari anche oltre pur di salvaguardare anche il più modesto, anche il meno soddisfacente equilibrio familiare.

È come se, in altre parole, ogni donna avvertisse su di sé la responsabilità di fare tutto ciò che le è possibile per non ridurre in brandelli quelle cellule sociali che sono alla base della nostra convivenza.

Tutto questo naturalmente ha un prezzo, ci sono cambiali da pagare che peseranno sulla vittima per la sua intera vita. Difficoltà relazionali, peggioramento della percezione di sé, diffidenza verso gli altri e così via. E dal momento che le donne sono il centro della vita di ogni essere umano, quantomeno per gli anni della sua formazione, la conseguenza è che quelle difficoltà peseranno sulla gran parte dei componenti della comunità

Non è una situazione confortante dunque ed i trend che è possibile cogliere la danno in ulteriore peggioramento.

Siamo decisamente in presenza di un male sociale e come tale dobbiamo considerarlo.

Che fare allora?

Le ricette possibili sono tantissime così come le analisi sulle cause di questo fenomeno.

Non mi soffermerò su questo, beninteso, ma mi atterrò invece allo specifico tema che mi è stato chiesto di trattare e cioè quello degli strumenti di tutela.

Lo farò tuttavia non prima di avere aggiunto, perché anche questo è necessario, qualche notazione sul profilo degli abusanti.

Si tratta di dati che traggo da fonti ufficiali e dalla mia personale esperienza giudiziaria.

Tanto per cominciare, e contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, chi commette atti di violenza non è sempre un consumatore abituale di alcol o stupefacenti o comunque un soggetto debole ed emarginato, tutt’altro. Ricerche condotte su questo specifico aspetto hanno dimostrato infatti che solo il 10% degli abusanti presenta un profilo del genere.

Ciò che invece sembra accomunare una buona parte di costoro è una sorta di insicurezza e di frustrazione personale e sociale. Si tratta in altri termini di soggetti che sono privi di significative relazioni sociali e, per ciò stesso, di forme di sfogo e di compensazione extradomestiche.

Ne deriva che quell’insicurezza e quelle frustrazioni si sedimentano esclusivamente in ambito domestico e vengono scaricate essenzialmente sui componenti del nucleo familiare, tanto più quando questi si trovino in una condizione di dipendenza affettiva o economica.

I violenti, anche questa è una loro caratteristica assai ricorrente, si adoperano con ogni mezzo per mantenere segreto ciò che fanno ed addirittura per favorirne l’oblio da parte delle loro vittime.

Tentano di raggiungere questi obiettivi attraverso una serie di attività collegate tra loro secondo un disegno unitario.

Controllano in modo capillare i movimenti, le attività ed i progetti delle loro vittime così da poter intervenire, ove occorra, per recidere i loro legami con l’esterno ed isolarle socialmente.

Talvolta distruggono gli oggetti cui le vittime tengono di più e maltrattano le bestie che vivono in casa se a quelle sono legate. Questo genera paura e la paura serve al violento.

Umiliano pubblicamente le vittime, soprattutto attraverso espressioni verbali che suggeriscono un sospetto di pazzia o di non perfetta salute mentale.

Ricorrono a frequenti minacce o ingiurie verbali.

Ostacolano in ogni modo l’autonomia delle vittime ricorrendo a subdoli espedienti psicologici che tendono, ad esempio, ad esaltare l’ostilità del mondo esterno, degli ambienti di lavoro o altrimenti sociali. Il risultato è una perdita progressiva di serenità della vittima ed un correlativo accrescimento del suo stato di tensione e di oppressione.

Stimolano comportamenti servili nelle vittime non perdendo occasione per enfatizzare il loro ruolo subordinato rispetto a quello, di comando indiscusso, che spetta al violento.

Usano i figli come arma del conflitto con il partner.

Tendono, una volta posti di fronte ai risultati del loro comportamento, a minimizzarne e banalizzarne il significato.

Così completata la parte definitoria, non mi resta che fare una rapida rassegna delle numerose fattispecie che il legislatore penale ha messo a punto nel corso del tempo per prevenire e sanzionare comportamenti come quelli descritti. Mi limiterò ad elencare gli istituti sui quali si può fare affidamento senza commentarli singolarmente poiché un’impresa di questo tipo richiederebbe una quantità di tempo largamente incompatibile con la vostra e la mia capacità di sopportazione.

Il primo concetto da evidenziare è che il codice penale, già dalla sua formulazione iniziale o per le aggiunte e modifiche legate ai mutamenti sociali e politici, contiene una gamma piuttosto vasta di fattispecie incriminatrici, tale da coprire pressoché interamente la gamma dei comportamenti illeciti che possono essere compiuti dai soggetti protagonisti di abusi domestici.

Ci si può riferire, senza pretesa di esaustività, ai seguenti reati:

§ art. 570 -Violazione degli obblighi di assistenza familiare;

§ art. 571 -Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina;

§ art. 572 -Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli;

§ art. 575 -Omicidio;

§ art. 580 -Istigazione o aiuto al suicidio;

§ art. 581 -Percosse;

§ art. 582 -Lesione personale;

§ art. 583-bis -Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili;

    * art. 594 -Ingiuria;
    * art. 595 -Diffamazione;
    * art. 605 -Sequestro di persona;
    * art. 609-bis -Violenza sessuale;
    * art. 609-octies -Violenza sessuale di gruppo;
    * art. 610 -Violenza privata;
    * art. 612 -Minaccia;
    * art. 612 bis – Atti persecutori
    * art. 616 -Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza;
    * art. 617-Cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche;
    * art.617-bis -Installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche;
    * art. 660 -Molestia o disturbo alle persone.

Alle predette fattispecie incriminatrici vanno aggiunte le pene accessorie, cioè misure afflittive che conseguono al riconoscimento della responsabilità penale e si affiancano alle pene principali per completarne l’effetto sanzionatorio e la finalità di prevenzione speciale.

Quelle di maggiore attinenza al tema qui affrontato sono la decadenza e la sospensione dall’esercizio della potestà genitoriale dalle quali consegue la privazione di ogni diritto in tema di rappresentanza e amministrazione degli interessi e dei beni dei figli.

Ugualmente attinente è la figura dell’interdizione perpetua dagli uffici attinenti alla tutela ed alla curatela, prevista dall’art. 609 novies n. 2 c.p.

La tutela penale sostanziale è ovviamente completata dagli strumenti del codice processuale tra i quali meritano speciale menzione le misure cautelari coercitive (che cioè incidono sulla libertà fisica di spostamento nello spazio) ed interdittive (che invece agiscono nella sfera giuridica dell’interessato, impedendo o limitando l’esercizio di diritti e facoltà).

Tra le prime vanno distinte le misure non custodiali e cioè il divieto di espatrio (art. 281 c.p.p.), l’obbligo di presentazione periodica alla polizia giudiziaria (art. 282 c.p.p.), l’allontanamento dalla casa familiare (art. 282 bis c.p.p.), il divieto di dimora (art. 283 c.p.p.), l’obbligo di dimora in un dato Comune (art. 283 c.p.p.) e quelle custodiali cioè gli arresti domiciliari (art. 284 c.p.p.), la custodia cautelare in carcere (art. 285 c.p.p.) e la custodia in luogo di cura (art. 286 c.p.p.).

Una speciale menzione merita poi la sospensione dall’esercizio delle potestà genitoriali prevista dall’art. 288.

Va infine segnalata, per la sua stretta pertinenza, la misura introdotta di recente in affiancamento al nuovo reato di atti persecutori (stalking).

La si trova nel nuovo articolo 282 ter c.p.p. sotto il nomen iuris di divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

E questo, più o meno, è tutto.

Come si può vedere, gli strumenti di prevenzione e repressione penale ci sono ed offrono un’ampia gamma di interventi possibili.

Non sembra essere questo tuttavia il problema principale.

Quale efficacia possono avere i migliori strumenti che si possono congegnare se la giustizia non è posta in condizione di intervenire?

Che sollievo può venire dall’intervento sanzionatorio e repressivo formale se non ci si decide a riconoscere che la violenza contro le donne è una ferita inferta all’intera comunità e che tutti perdono qualcosa quando una donna è violate ed umiliata?

Vincenzo Giglio “ “

Allora per “rispondere” alle domande del magistrato Vincenzo Giglio, girerei l’osservazione delle avvocate della rete nazionale dei Centri antiviolenza, mediterei sull’opportunità delle ultime sentenze discusse della Consulta, e per non farla ulteriormente lunga suggerisco la lettura della sintesi del rapporto Urban la violenza nascosta .

DONNE MIGRANTI E MATERNITÀ

di Raffaella Carron

Negli ultimi tempi è cresciuta la preoccupazione per il destino delle donne migranti che si trovino in stato di gravidanza nel nostro Paese senza un permesso di soggiorno valido. Questa preoccupazione è senz'altro dovuta all'inasprimento della normativa riguardante i migranti “irregolari”programmato ed infine attuato dall'attuale governo con la legge n. 94/2009, il cosiddetto “pacchetto sicurezza”. È dell'estate scorsa la notizia della donna migrante che temeva una denuncia da parte dei medici che l'avevano aiutata durante il parto, i quali le avevano chiesto le sue generalità al solo scopo di registrare all'anagrafe il suo bambino. Più di recente l'assessore alla sanità della Regione Puglia si è sentito in dovere di sollevare con una circolare i medici degli ospedali dall'obbligo di sporgere denuncia in casi analoghi.

Il timore per il destino che la legge italiana prospetta per queste donne e i loro bambini è condivisibile.
Innanzitutto occorre premettere che l'ordinamento estende anche alle donne straniere irregolarmente presenti in Italia le norme a tutela della maternità, ed esclude la loro segnalazione alle autorità da parte del personale sanitario.

Al di là dell'assistenza sanitaria, però, le donne straniere irregolari che affrontano la maternità nel nostro Paese si trovano in una posizione estremamente fragile.
Infatti, il Testo Unico sull'immigrazione prevede, all'art. 19, che non è consentita l'espulsione “delle donne in stato di gravidanza o nei sei mesi successivi alla nascita del figlio cui provvedono”.
In questi casi, quindi, le donne migranti possono ottenere uno speciale permesso di soggiorno, chiamato appunto permesso ex art. 19, che ha però l'unico scopo di certificare la loro inespellibilità.

Questi permessi di soggiorno non possono essere prorogati, né possono essere convertiti in un altro tipo di permesso di soggiorno, ad esempio per motivi di studio o di lavoro. Allo scadere dei sei mesi previsti dalla norma, quindi, le neo mamme saranno in ogni caso espulse.
Questa situazione di totale precarietà si è ulteriormente aggravata con l'entrata in vigore del “decreto sicurezza”.

Infatti, il rilascio del permesso di soggiorno ex art.19 non elimina lo stato di clandestinità delle interessate, ma si limita a vietarne temporaneamente l'espulsione. Di conseguenza, queste donne saranno imputabili per il fatto di essere entrate nello Stato senza autorizzazione e il procedimento penale non sarà sospeso dal loro stato di gravidanza.
La sospensione del procedimento penale e l'eventuale non luogo a procedere sono previsti soltanto nel caso in cui l'imputata richieda e ottenga un permesso di soggiorno di protezione internazionale, sostanzialmente assegnato per eccezionali motivi umanitari.

Queste donne si troveranno nella paradossale situazione di poter chiedere un permesso di soggiorno da un lato e di doversi autodenunciare per ottenerlo dall'altro.
Unica eccezione si potrebbe avere nel caso in cui la donna perda il permesso di soggiorno durante la gravidanza: in questo caso, infatti, non sarebbe entrata irregolarmente in Italia e, poichè la sua permanenza sarebbe consentita dall'art. 19, si potrebbe sostenere che tale norma consenta l' esercizio di un vero e proprio diritto, quindi preveda una causa di non punibilità.

Negli altri casi ci sarà il processo e la condanna comminerà una pena pecuniaria dai 5 ai 10 mila euro, somma difficilmente reperibile anche da un italiano mediamente occupato, figuriamoci da una donna clandestina in stato di gravidanza o di puerperio.
Le procure hanno già cominciato a sollevare questione di costituzionalità del reato di immigrazione clandestina: speriamo dunque che questa norma abbia vita breve.
Torniamo adesso alla nostra neo mamma. Abbiamo detto che, allo scadere dei sei mesi dalla nascita del bambino, lei e suo figlio dovranno lasciare il Paese.
Il Testo Unico sull'Immigrazione prevede una serie di disposizioni a tutela dei minori, compresa la possibilità di rilasciare un permesso di soggiorno ai familiari del minore “per gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico e tenuto conto dell’età e delle condizioni di salute del minore che si trova nel territorio italiano” (Art. 31, III comma).

Qualora il Tribunale per i minorenni lo ritenga necessario per lo sviluppo psicofisico del minore, dunque, potrà autorizzare la madre (e il padre) a rimanere in Italia finché dura lo stato di necessità, in questo modo rimandando il momento dell'espulsione.
Anche questo permesso di soggiorno, detto “di assistenza al minore”, non è un permesso di soggiorno che regolarizza la posizione del genitore, e non può essere convertito in altro permesso di soggiorno. Anche in questo caso, quindi, la permanenza in Italia è temporanea e non consente alcun progetto di integrazione.

C'è un unico, eccezionale caso in cui la trafila di permessi temporanei si interrompe: qualora la madre non possa trasmettere al figlio la propria cittadinanza, il minore nato in Italia è italiano. È un caso molto raro, si verifica quando il Paese di origine della madre non prevede la trasmissione della cittadinanza ai figli dei suoi cittadini qualora nascano all'estero.
In questo caso, e solo in questo, la madre potrà ottenere un vero e proprio permesso di soggiorno per motivi familiari in base all'art. 30 del Testo Unico, che prevede che “...al genitore straniero, anche naturale, di minore italiano residente in Italia... il permesso di soggiorno per motivi familiari è rilasciato anche a prescindere dal possesso di un valido titolo di soggiorno, a condizione che il genitore richiedente non sia stato privato della potestà genitoriale secondo la legge italiana.”
 In conclusione, il Testo Unico sull'immigrazione tutela soltanto in minima parte le donne che si trovano ad affrontare una maternità nel nostro Paese, e soprattutto tutela ancora troppo poco coloro che, non per scelta loro, nel nostro Paese ci nascono.

A cura di Fuoricampo Lesbian Group


(Ndr: il Rapporto che segue merita un’attenta lettura per la quantità di dati e di informazioni che vengono fornite. Per una lettura più agevole di seguito riportiamo solo alcuni stralci e il quadro socio/normativo in Africa, Italia, Unione Europea, Romania. Di seguito anche la scheda “Diritti negati nel mondo” con la lista dei Paesi in cui le persone LGT vengono perseguitate).
Per l’intero rapporto: http://www.fuoricampo.net/noviolenza/lesbuccise.html

L'attacco all'autodeterminazione delle lesbiche e delle donne oggi più che mai è violento e diretto e tanto è ancora da fare soprattutto nei paesi dove i governi stessi praticano atti di violenza legalizzata. Un quadro impressionante, da cui emerge con chiarezza la rinnovata alleanza tra patriarcati nell'epoca della guerra globale e del mistificato "scontro di (in)civiltà".
Attraverso leggi, religioni, tradizioni e pregiudizi l'eteronormatività pretende ancora di imporre alle donne un unico destino: quello di mogli e madri prolifiche all'interno della famiglia cosiddetta naturale, dove la donna non può e non deve avere un'esistenza e una sessualità autonome.
La continua insistenza nel difendere la famiglia tradizionale, famiglia che è la struttura patriarcale per eccellenza, da parte delle gerarchie vaticane e di vari schieramenti politici e la continua campagna omofobica contro tutte i soggetti che si autodeterminano ha come base la difesa del modello virile maschile.
Lo stato e la chiesa in primis, amplificate dai media, sono responsabili di leggi e anatemi che ufficializzano la supremazia del maschio sulla donna, riconoscono nella subordinazione della donna il successo dal punto di vista economico e sociale, e la salvaguardia dei privilegi minacciati e minacciabili.
La chiesa distribuisce benedizioni su tutte le forme di interdizione e controllo attuate contro le donne e le lesbiche.
Uccidere una donna e una lesbica oggi in qualsiasi parte del mondo è possibile grazie alla complicità continua di chi riconosce in questo metodo lo strumento più efficace per zittire, annientare e rendere invisibile ogni forma di reazione che le donne attuano. Infatti, la violenza più profonda, la più radicata è quella antecedente e successiva al singolo episodio di stupro.
L’aspetto peggiore è la mancanza di solidarietà e l’esplicita ostilità che la società dimostra alla vittima e alla donna “emancipata”. Le lesbiche nel mondo subiscono ancora tanta violenza, discriminazione nella cultura, nel lavoro, nel quotidiano. La lesbica viene attaccata perché è il soggetto che dice un netto NO sottraendosi totalmente alla norma eterosessuale.
Odio, violenza, discriminazione hanno lo scopo di provocare paura e spingerci nella invisibilità. Odio, violenza, discriminazione si contrastano con la visibilità
e la lotta politica.
(…)
La Carta Internazionale dei Diritti Umani, il Patto Internazionale su Diritti Civili e Politici e il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali sono intesi a garantire gli stessi diritti a tutte le persone, comprese quelle omosessuali. Nonostante questo, in molte parti del mondo le persone omosessuali sono ancora imprigionate, torturate e anche uccise soltanto a causa della loro identità sessuale.
L'omofobia è ancora molto diffusa nelle società di quasi tutti i paesi del mondo, ma la cosa più grave è che in alcuni paesi è addirittura parte integrante di leggi dello Stato, che si prefiggono la persecuzione e in alcuni casi anche l’eliminazione delle persone omosessuali.
Gli abusi subiti da persone LGBT vanno dai semplici insulti alle violenze fisiche, dall'esclusione sociale (lavoro, attività culturali, ecc.) fino a persecuzioni da parte di apparati militari e di polizia o di gruppi organizzati.
In alcuni paesi autorità intolleranti si rifiutano di proteggerne i diritti fondamentali, mentre, in altri, i governi o le istituzioni sono in prima persona gli autori di questo tipo di abusi.
In circa settanta paesi vi sono leggi che puniscono gli atti sessuali con persone del proprio sesso (sodomia) e la pena di morte per omosessualità è prevista in otto paesi.
Come potete notare abbiamo nominato solo omosessuali maschi: ufficialmente il lesbismo sembra non esistere perché non viene nominato esplicitamente, neanche nelle leggi omofobe; ma non dobbiamo farci ingannare, le lesbiche in quanto tali e in quanto donne subiscono tutte le violenze possibili.

AFRICA

"Sono venuti a mezzanotte e mi hanno detto: 'Ti vogliamo mostrare qualcosa'. Mi hanno spogliata e violentata.
Ricordo di essere stata stuprata da due di loro, poi sono svenuta" Christine è stata torturata in un centro di detenzione segreto ugandese.
Era detenuta perché lesbica e in Uganda l'omosessualità non è soltanto un tabù sociale, ma un vero e proprio reato.
La predominanza diffusa del sessismo e dell'omofobia nella società crea un clima che pone le lesbiche a grave rischio di abusi, sia nella comunità che in casa. Le giovani lesbiche sono talvolta costrette dalle loro famiglie a sposarsi o ad avere altri rapporti sessuali con uomini. Forzare le donne e le ragazze al matrimonio, o ad altre relazioni che implichino ripetuti rapporti sessuali non consensuali, può essere equiparabile alla tortura o alla schiavitù sessuale, come ribadito recentemente anche da Amnesty International. Le lesbiche, in particolare, rischiano esami forzati della verginità o gravidanze forzate.
"Mi hanno chiuso in una stanza e lo hanno portato da me ogni giorno, per violentarmi, in modo che io rimanessi incinta e fossi costretta a sposarlo. Mi hanno fatto questo fino a quando non sono rimasta incinta" Questo atto di tortura è accaduto ad una ragazza adolescente, nella propria casa, in Zimbabwe. Hanno organizzato lo stupro gli stessi genitori della ragazza, che erano determinati a "correggere" il lesbismo della figlia. Molte delle violenze subite da persone lesbiche e gay hanno luogo all'interno della comunità o in famiglia. Al pari della tortura da parte di pubblici funzionari, la violenza all'interno della comunità è usata intenzionalmente per punire e intimorire e per rafforzare le discriminazioni.
E’ dell’agosto scorso il rapporto di Human Rights Watch (1), organizzazione non governativa che si batte per il rispetto dei diritti umani, che denuncia che in Sudafrica le donne omosessuali sono spesso vittime di stupri e omicidi. Solo negli ultimi due mesi quattro lesbiche sono state uccise: una a Capetown, una a Soweto e due nel KwaZulu-Natal, ma la polizia ha rifiutato di indagare, secondo Hrw, sulla connessione tra l'omicidio e preferenze sessuali. Jessica Stern, rappresentate di Hrw a Durban, ha fatto notare come, nonostante una legislazione all'avanguardia, il Sudafrica sia un Paese omofobico, soprattutto nei confronti delle donne di colore.
Il 30 novembre 2006 infatti il governo di Pretoria è stato il primo, in Africa, a legalizzare le unioni omosessuali, ma nella pratica non si è ancora raggiunta
la parità di diritti.
Lo "stupro correttivo", in cui un alunno maschio stupra una alunna per "renderla eterosessuale", è un fenomeno crescente nelle scuole sudafricane: lo denuncia la Human Rights Commission in un rapporto pubblicato oggi. "C'è un crescente fenomeno di stupro correttivo. Si verifica quando uno studente stupra una studentessa pensando che dopo questa aggressione sessuale lei non sarà più lesbica", dice il rapporto. "Nell'ambiente scolastico c'è un evidente bisogno di collocare i problemi lgbt entro una cornice di diritti umani".
E' questo il lavoro che cerca di svolgere OUT, una organizzazione non governativa gay e lesbica, che si impegna in programmi per contrastare la violenza contro gli studenti omosessuali. L'organizzazione ha riferito alla commissione che le alte percentuali di discriminazione contro gli studenti lgbt spesso li spingono al suicidio e all'abuso di droghe.

Quando diventano visibili le lesbiche diventano perseguitate, come nel caso di FannyAnn Eddy, attivista lesbica fondatrice del Sierra Leone Lesbian and Gay Association, brutalmente uccisa il 29 settembre 2004. Mentre lavorava da sola negli uffici dell'associazione la notte precedente, i suoi assalitori sono entrati nell'edificio, stuprandola, pugnalandola e spezzandole il collo. FannyAnn Eddy era una figura visibile e coraggiosa, che ha letteralmente dedicato la sua vita ai diritti umani. Ripetutamente, nel suo paese e a livello internazionale, ha attirato l'attenzione facendo pressione sulle istituzioni riguardo ai maltrattamenti, alle discriminazioni e alla violenza che le lesbiche e i gay subiscono in Sierra Leone e in altre parti dell'Africa.
L'associazione da lei fondata forniva assistenza sociale e psicologica ad una comunità timorosa e nascosta. Eddy ha fatto parte di una delegazione di attivisti per i diritti sessuali presentata alla Commissione sui Diritti Umani dell'ONU a Ginevra da Human Rights Watch e International Gay and Lesbian
Human Rights Commission (IGLHRC).
Eddy affermava che i governi africani non amavano rivolgersi alla comunità LGBT e che addirittura pretendevano che non esistesse. Questo loro atteggiamento ha provocato conseguenze disastrose nella comunità.
"Subiamo costantemente maltrattamenti e violenze dai vicini e dagli altri" ha detto alla Commissione, "i loro attacchi omofobici rimangono impuniti dalle autorità, incoraggiando ulteriormente il loro trattamento discriminatorio e violento sulle lesbiche, i gay, i bisessuali e i transessuali”

Uno dei fondamenti dell’omofobia africana è l’idea che l’omosessualità sarebbe non-naturale e non-africana. Ma Mary Hames, responsabile della Gender Equity Unit all'Università di Western Cape, sostiene (2) che l'omofobia non è un istinto africano, in Africa è in effetti un concetto molto giovane, arrivato con il colonialismo, che ha informato sia la religione sia le legislazioni dei paesi soggetti.

(1) http://www.hrw.org/ e in particolare la pagina dei diritti LGBT: http://www.hrw.org/doc/?t=lgbt
(2) In un’intervista al Documentary Archive della BBC, DocArchive: Coming Out Part 2, rintracciabile su internet negli archivi di podcast (per esempio Odeo, http://www.odeo.com).

UNIONE EUROPEA

Nell'Unione europea i problemi concernenti i diritti umani vengono affrontati da diversi organismi ed in particolare dal suo organismo legislativo, il Parlamento Europeo, e dal suo massimo organo giudiziario, la Corte europea di Giustizia. Anche se la competenza del Parlamento si estende su una gamma pressoché illimitata di problemi, i suoi poteri sono limitati e le sue funzioni hanno un carattere essenzialmente consultivo.
Nel settembre del 1998, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione urgente sulla parità di diritti per le lesbiche e i gay nella Ue. Il Parlamento ha osservato che avrebbe rifiutato di "dare il suo consenso all'adesione all'Unione da parte di qualsiasi paese che, tramite la sua legislazione o le sue attività, violi i diritti umani delle lesbiche e dei gay".
Alcuni paesi che sono entrati in Europa però hanno atteggiamenti ancora molto discriminatori rispetto al mondo LGBT. Fra questi, Romania, Cipro, Bulgaria, Polonia. Questi, pur avendo modificato le proprie legislazioni per ottenere l’ingresso in Europa, al loro interno conservano molto radicati i pregiudizi. Le associazioni lesbiche e gay di questi paesi denunciano a tutt'oggi discriminazioni adottate sistematicamente dalle chiese e dai movimenti di destra.
Intanto i governi europei sembrano non porsi il problema di quali diritti corrono il rischio di non essere tutelati - anche perché si tratta di diritti acquisiti dalle donne e dalle minoranze - e fanno prevalere gli interessi economici rispetto ai diritti e alle libertà.
Nell’aprile del 2007 il Parlamento europeo ha approvato a Strasburgo, con 325 voti a favore, 124 contrari e 150 astensioni, un'altra risoluzione sull'omofobia in Europa presentata da socialisti, liberaldemocratici, verdi e sinistra europea.
La risoluzione ribadisce l'invito "a tutti gli Stati membri a proporre leggi che superino le discriminazioni sofferte da coppie dello stesso sesso". Condanna ''i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali, in quanto alimentano l'odio e la violenza, anche se ritirati in un secondo tempo, e chiede alla gerarchie delle rispettive organizzazioni di condannarli''.
Nella bozza della risoluzione era stato prima inserito e poi cancellato un riferimento esplicito alle posizioni assunte da Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana. Il testo originale diceva:
"Ha comparato un progetto di legge che conferisce una serie limitata di diritti alle coppie omosessuali a una licenza a commettere atti di incesto e pedofilia». Il riferimento è stato tolto dietro pressione del Partito Popolare Europeo.

ROMANIA

In Romania i rapporti omosessuali tra adulti erano puniti con una pena detentiva da uno a cinque anni di prigione (art. 200 par. 1 e 2 del codice penale), finché l'ingresso della Romania nel Consiglio d'Europa, nell'ottobre 1993, è stato subordinato alla modifica di queste leggi. Le autorità romene hanno sospeso l'applicazione dell'articolo 200 del Codice di Procedura Penale solo nel 2002.
L'omosessualità non è più, quindi, un reato, ma restano ancora da superare i forti pregiudizi radicati nella società romena. Julia Pataki, rappresentante dell'Unione Democratica dei Magiari della Romania nel Parlamento di Bucarest, riporta l'esempio di una recente decisione del Ministero dell'Educazione e di quello della Sanità di vietare l'accesso degli insegnanti al sistema d'istruzione pubblico se questi "soffrono di problemi di identità e preferenze sessuali" - sottolineiamo come la stessa idea sia stata sostenuta dal leader di AN Gianfranco Fini nel 2005, mentre era ministro degli esteri nel governo Berlusconi.

ITALIA

In Italia gli attacchi della Chiesa e delle destre sono sempre più mirati a colpire l'autodeterminazione di donne, lesbiche, gay e trans. Gli attacchi ai diritti acquisiti sono sempre più incisivi, anche se la violenza nel nostro Paese è più subdola, meno eclatante.
La legge italiana non discrimina le persone LGBT, ma al contempo non permette le unioni civili e non raccoglie le richieste sempre crescenti di diritti diversamente da paesi come Spagna e Svezia. I problemi recenti a proposito dei Pacs e dei Dico all’interno dello stesso Governo di sinistra dimostrano che il pregiudizio non è affatto superato e che le posizioni della Chiesa e del centro destra in tema di famiglia conservano un peso notevole. E’ interessante notare a questo proposito come invece la popolazione si dimostri incline al riconoscimento delle coppie di fatto, sia omosessuali che eterosessuali (1).
Nonostante la legge italiana non discrimini le persone LGBT, essa non prevede nemmeno leggi di tutela, con sanzioni contro le discriminazioni e gli attacchi fisici. Anche grazie a questa mancanza, negli ultimi anni si è visto crescere il numero dei casi di violenza nei loro confronti.
Ricordiamo, a Lucca, la denuncia di Cinzia Ricci per la violenza sessuale subita dalla sua compagna. Questo caso ha fatto molto scalpore nei media, ma bisogna sottolineare che la comunità lesbica italiana non ha preso una posizione compatta di solidarietà con questa donna. E’ interessante è il lavoro di ricerca che Cinzia Ricci sta pubblicando sul suo sito, un archivio di rassegna stampa sulle violenze nei confronti della comunità LGT in Italia. Ancora, ricordiamo lo stupro verificatosi a Torre del Lago, vicino ad un famoso locale della Versilia Friendy. Paola, lesbica, è stata violentata da destroidi intenzionati a “punirla” per le sue scelte. Questa volta la solidarietà da parte di tutto l’associazionismo è stata maggiore, è stata una risposta forte contro la violenza, con la richiesta di leggi adeguate per punire la violenza causata dall’intolleranza, leggi che ad oggi, come abbiamo detto, non ci sono.

Fino a poco tempo fa il silenzio e l'indifferenza che circondavano le torture e i maltrattamenti a lesbiche, gay, bisessuali e transessuali si rifletteva nel lavoro di gran parte della comunità internazionale a difesa dei diritti umani. Argomenti quali la sessualità e le preferenze sessuali figuravano raramente nelle agende delle organizzazioni governative internazionali o delle Nazioni Unite.

La cospirazione del silenzio che ha circondato le violazioni dei diritti di lesbiche e gay è ora stata spezzata. Negli ultimi trent'anni, movimenti per la difesa dei diritti di lesbiche e gay sono sorti in paesi di tutto il pianeta.
Le lesbiche, le associazioni, non sono riconosciute quale soggetto politico ed interlocutorio nei confronti dei governi totalitari, ne tanto meno rappresentate dai propri governi ad interferire in tali realtà.
Cosa possiamo fare noi? Dare valore all'informazione e la possibilità di creare consapevolezza sul problema, attraverso la divulgazione e la denuncia degli atti di violenza. Come sostiene Amnesty, organizzazioni e individui al di fuori delle Nazioni Unite possono attirare l'attenzione sulle violazioni dei diritti umani, inoltrando petizioni (che vanno sotto il nome di 'Comunicazioni in base alla risoluzione 1503').
Importante è anche la sensibilizzazione all'interno della nostra stessa comunità rispetto a quello che le lesbiche subiscono nel mondo. Lontano, ma non ci dimentichiamo anche molto vicino a noi.
Come ha detto FannyAnn Eddy alla Conferenza di Ginevra: "Il silenzio rende vulnerabili. Voi, membri della Commissione dei Diritti Umani, potete rompere il silenzio. Voi potete riconoscere che noi esistiamo, in tutta l'Africa e su ogni continente, e che ogni giorno vengono commesse violazioni dei diritti umani basate sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere. Potete aiutarci a combattere queste violazioni e a raggiungere i nostri pieni diritti e libertà, in ogni società, compresa la mia amata Sierra Leone."
"Sono tanti i modi in cui si attua la discriminazione [...]. Nel caso dei gay, la storia e l'esperienza ci insegnano che i problemi vengono dall'invisibilità [agli occhi della comunità internazionale, ndr]". Justice Albie Sachs, Corte costituzionale del Sudafrica, 1998.

(1) Addirittura, nel gennaio del 2006, un'indagine Eurispes rivela che il 68,7% dei cattolici italiani è favorevole ai Pacs.

DIRITTI NEGATI NEL MONDO

Segue la lista dei Paesi, in ordine alfabetico, in cui le persone LGT vengono perseguitate. Quasi sempre si riferiscono all'omosessualità maschile. Le lesbiche, come si può vedere, nella maggioranza dei casi non sono nemmeno prese in considerazione.
Tratto da indymedia.org
AFGHANISTAN
Ha una legge sull'omosessualità. La pena è l'esecuzione capitale, i metodi sono quella di gettare l'omosessuale da una alta rupe di un monte o di sotterrarlo vicino ad un muro che viene fatto poi cadere sul corpo.
ALGERIA
Gli atti omosessuali sono illegali, punibili fino a 3 anni di prigione e una multa che va dai 1.000 ai 3.000 dinari Algerini.
ANGOLA
Gli atti omosessuali sono illegali e descritti come un’offesa alla morale pubblica.
ARABIA SAUDITA
Ha una legge sull'omosessualità. I rapporti omosessuali sono puniti con la pena di morte. L'omosessualità può essere provata sia dall'imputato quando confessi per quattro volte che dalla testimonianza di quattro uomini fidati Musulmani.
BAHAMAS
Non ha leggi sull'omosessualità in privato. L'età minima legale per i rapporti sessuali è 18 anni per gli omosessuali e 16 anni per gli eterosessuali. Esiste una legge contro il sesso in pubblico, punibile fino a 20 anni di prigione. Il Paragrafo 529 criminalizza i contatti sessuali tra donne, con una pena fino a 2 anni di carcere, anche se le leggi sono applicate solo fino a un certo grado.
BAHRAIN
Ha una legge sull'omosessualità, punibile col carcere ma non oltre i 10 anni, con o senza punizioni corporali.
BANGLADESH
Ha una legge sull'omosessualità, punibile con la deportazione, multa e/o fino a 10 anni di carcere.
BARBADOS
L'omosessualità è illegale.
BENIN
Ha una legge sull'omosessualità.
BHUTAN
I rapporti sessuali tra maschi sono proibiti per legge, punibili fino all'ergastolo.
BOSNIA / HERZEGOVINA
La Republika Srpska, in tutta la Federazione, è la sola che mantenga una legge sulla omosessualità, anche se sembra formale. La pena per rapporti omosessuali può arrivare fino ad un anno di carcere. Il resto della Federazione non ha leggi sull'omosessualità. L'età minima legale per i rapporti sessuali è 16 anni per tutti.
BOTSWANA
L'omosessualità maschile è illegale ed è punibile fino a 7 anni di carcere.
BRUNEI
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può arrivare fino a 10 anni di carcere.
BURKINA FASO
Non ha leggi sull'omosessualità. L'età minima legale per i rapporti sessuali è di 21 anni per gli omosessuali e 13 anni per gli eterosessuali. Le relazioni omosessuali con un minore di 21 anni sono punibili fino a 3 anni di carcere.
BIRMANIA (MYANMAR)
Ha una legge sull'omosessualità.
BURUNDI
L'omosessualità è punibile come "atto immorale".
CAMEROON
Ha una legge sull'omosessualità. La pena va da 6 mesi a 5 anni di carcere e una multa che può arrivare fino a CFA 200.000. Se una delle persone coinvolte è minore di 21 anni, la pena viene raddoppiata.
CAPO VERDE
Ha una legge sull'omosessualità. Si usa la cauzione come garanzia per un buon comportamento oppure la libertà vigilata. Alla seconda infrazione la cauzione viene aumentata del 100%.
CINA
Non ha leggi sull'omosessualità. L'età minima legale per i rapporti sessuali è 14 anni per tutti.
L'omosessualità è stata rimossa dal registro ufficiale delle malattie psichiatriche il 20 aprile 2001. La terza edizione delle Norme Cinesi per la Classificazione e la Diagnosi delle Malattie Mentali ha formalmente cancellato l'omosessualità dall'elenco delle malattie, sebbene l'attrazione per quelli dello stesso sesso rimanga elencata come fonte di esaurimento nervoso per quegli sfortunati aventi un simile orientamento.
COOK (ISOLE)
Hanno una legge sull'omosessualità. La pena per la sodomia è 7 anni di carcere e per atti di oltraggio al pudore tra maschi 5 anni.
CUBA
Non c'è una legge sull'omosessualità se svolta in privato, ma l'Articolo 303a del Codice Penale punisce l'omosessualità "manifestata pubblicamente" col carcere da tre mesi ad un anno oppure con una multa variabile dai 100 ai 300 cuotas per chi "ostinatamente infastidisce con approcci amorosi omosessuali".
DJIBOUTI
Ha una legge sull'omosessualità.
REPUBBLICA DOMINICANA
Non ha leggi sull'omosessualità. L'età minima legale per i rapporti sessuali è di 18 anni per tutti. Le leggi sulla moralità pubblica, comunque, vengono spesso usate contro gli omosessuali maschi. L'Articolo 330 del Codice Penale punisce "ogni violazione del decoro e della buona condotta nelle strade pubbliche" con una pena che può arrivare fino a 2 anni di carcere.
EGITTO
La Legge Egiziana non fa esplicito riferimento all'omosessualità, ma una lunga serie di leggi concernenti l'oscenità e la morale pubblica contempla la pena del carcere. Il Vilipendio alla Religione (la falsa interpretazione del Corano e l'utilizzo dell'Islam per promuovere idee devianti) è punibile con una pena che può arrivare fino a 5 anni di carcere.
La condotta immorale (l'infrazione per depravazione) è punibile con la pena massima che può arrivare a 3 anni di carcere. L'età minima legale per i rapporti sessuali è di 18 anni.
ETHIOPIA
I rapporti omosessuali sono illegali e sono punibili con il carcere da un minimo di 10 giorni ad un massimo di 3 anni "semplice reclusione".
FIJI
Ha una legge sull'omosessualità e la pena può arrivare fino a 14 anni di prigione, con o senza pene corporali.
Concede la difesa Costituzionale ai cittadini omosessuali.
GEORGIA
Ha una legge sull'omosessualità ma solo per rapporti sessuali anali. Il sesso orale è legale. Non ci sono leggi contro i rapporti sessuali lesbici.
GHANA
Le relazioni omosessuali possono essere punite con provvedimento attinente l'aggressione e la violenza carnale. Questo succede solamente quando uno dei coinvolti sporge una formale querela o quando è coinvolto un minore.
GRENADA
Ha una legge sull'omosessualità.
GUYANA
Ha una legge sull'omosessualità e la pena può arrivare fino all'ergastolo.
INDIA
I rapporti omosessuali maschili sono proibiti per legge e punibili fino all'ergastolo. Il 02/09/2004 l'Alta Corte di Delhi ha respinto una ricusazione legale alla Sezione 377 del Codice Penale: la legge Indiana sull'omosessualità. La Corte ha reclamato che la validità della legge sull'omosessualità non può essere ricusata da alcuno "non coinvolto da essa". La causa era stata intentata da due importanti organizzazioni Indiane che difendono gli omosessuali: la "Naz Foundation International" e la "National AIDS Control Organization". Secondo la Corte, poichè non è sta intentata nessuna accusa di sodomia contro i gruppi, non esiste fondamento per ricusare la legge. La legge è comunemente usata per colpire, bersagliare e punire le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender.
IRAN
L'omosessualità è illegale. All'accusato di omosessualità viene data la scelta fra quattro tipi di pena di morte: l'impiccagione, lapidazione, decapitazione o essere gettato da un dirupo o un'alta pertica. Secondo l'Articolo 152, se due uomini non uniti da vincolo di sangue vengono trovati nudi sotto le stesse lenzuola e senza una buona ragione, entrambi saranno puniti secondo l'arbitrio del giudice. Secondo l'Articolo 156, se un individuo si pente e confessa il suo comportamento omosessuale prima che venga provata l'infrazione da quattro testimoni, può essere perdonato. Persino il bacio "passionale"(Articolo 155) è proibito.
GIAMAICA
Ha una legge sull'omosessualità ed è punibile col carcere fino a 10 anni oppure con lavori forzati. Una pena fino a 7 anni di carcere, con o senza lavori forzati, è prevista per chi tenti relazioni sessuali o "un aggressione indecente" con un altro maschio.
KENYA
L'omosessualità è fortemente proibita. La pena può arrivare fino a 14 anni di carcere.
KIRIBATI
Ha leggi sull'omosessualità. La pena può arrivare fino a 14 anni di carcere.
KUWAIT
Ha leggi sull'omosessualità. I rapporti sessuali tra maschi maggiori di 21 anni sono punibili col carcere che può arrivare fino a 7 anni. I rapporti sessuali con persone minori di 21 anni sono punibili fino ad un massimo di 10 anni di carcere.
LIBANO
Ha una legge sull'omosessualità. La pena è il carcere ma non oltre un anno di durata.
LIBERIA
Ha una legge sull'omosessualità.
LIBIA
L'omosessualità è illegale. La pena va da 3 a 5 anni di carcere.
MALAWI
La Sezione 153 del Codice Penale, che proibisce "le offese contro natura", e la Sezione 156, trattante "la decenza pubblica", sono usate per punire le relazioni omosessuali.
MALAYSIA
I rapporti omosessuali sono illegali, punibili con fustigazione e il carcere che puo arrivare fino a 20 anni. Anche l'incontrarsi all'aperto o il cruising sono illegali e sono punibili fino a 2 anni di carcere. Proibisce inoltre l'apparizione degli omosessuali in Televisione e alla Radio.
MALDIVE
Le relazioni omosessuali maschili sono proibite per legge e possono essere punite fino con l'ergastolo.
MALI
Ha una legge sull'omosessualità.
MARSHALL (ISOLE)
Ha una legge sull'omosessualità ed è punibile fino a 10 anni di carcere.
MAURITANIA
Ha una legge sull'omosessualità. La pena è la morte.
MAURITIUS
Ha una legge sull'omosessualità. Le pene possono arrivare fino a 5 anni di carcere.
MAROCCO
L'omosessualità è illegale. La pena va da 6 mesi a 3 anni di carcere e una multa da 120 a 1200 dirhams per "atti osceni e contro natura fra individui dello stesso sesso".
MOZAMBICO
L'omosessualità è illegale. La pena può arrivare fino a 3 anni di prigione da trascorrere in un "campo di rieducazione" dove il lavoro forzato è usato per modificare "il comportamento aberrante" dei prigionieri.
NAMIBIA
L'omosessualità maschile è illegale.
Il Codice Laburista della Namibia (clausola 107) proibisce esplicitamente la discriminazione basata sull'orientamento sessuale sul posto di lavoro. L'Alta Corte di Windhoek ha riaffermato il diritto di una lesbica Tedesca allo status di soggiorno permanente in base alla sua relazione con la sua compagna Namibiana. Il giudice Harold Levy affermò che poichè le coppie eterosessuali sono riconosciute per diritto consuetudinario "unioni universali" e vista "la clausola di eguaglianza nella Costituzione e la clausola contro la discriminazione per motivi sessuali, la relazione a lungo termine fra le due richiedenti è di gran lunga una "unione universale" e quindi riconosciuta dalla legge.
NAURU
Ha una legge sull'omosessualità.
NEPAL
I rapporti omosessuali maschili sono proibiti per legge. La pena può arrivare fino all'ergastolo.
NICARAGUA
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può arrivare fino a 4 anni di carcere.
NIGERIA
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può arrivare fino a 14 anni di carcere o persino la morte.
NIUE
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può arrivare fino a 10 anni di carcere.
OMAN
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può arrivare fino a 3 anni di carcere, ma vengono perseguiti solo se gli atti incitano allo scandalo.
PAKISTAN
L'omosessualità è illegale. La pena è l'ergastolo e 100 frustate come pena corporale, mentre la legge Islamica,che può venire imposta legalmente, impone fino a 100 frustate o la morte per lapidazione.
PAPUA NUOVA GUINEA
Ha una legge sull'omosessualità. I rapporti anali sono punibili fino a 14 anni di carcere, gli altri rapporti sessuali tra maschi sono punibili fino a 5 anni di carcere. I rapporti lesbici non sono penalizzati.
QATAR
Ha una legge sull'omosessualità. La legge punisce l'omosessualità fra adulti consenzienti (indipendentemente dal sesso) e la pena può arrivare fino a 5 anni di carcere.
SAINT LUCIA
Ha una legge sull'omosessualità.
SAMOA
Ha una legge sull'omosessualità. La pena va da 5 a 7 anni di carcere.
SENEGAL
Ha una legge sull'omosessualità. Un rapporto indecente o contro natura con una persona dello stesso sesso è punibile col carcere da 1 a 5 anni e con una multa da 100.000 a 1.500.000 franchi.
SEYCHELLES
Ha una legge sull'omosessualità.
SIERRA LEONE
Ha una legge sull'omosessualità. E' lo stato in cui è stata uccisa FannyAnn Eddy, l'attivista lesbica fondatrice del Sierra Leone Lesbian and Gay Association.
SINGAPORE
I rapporti sessuali maschili sono illegali e possono anche essere puniti con l'ergastolo, mentre i rapporti lesbici, nel privato, sono legali.
La rappresentazione visiva dell'omosessualità è proibita, come pure tutto quanto descriva l'omosessualità come uno stile di vita legittimo e accettabile.
SOLOMON (ISOLE)
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può arrivare a 14 anni di carcere.
SOMALIA
Ha una legge sull'omosessualità. La pena va da 3 mesi a 3 anni di carcere e gli atti di libidine diversi dai rapporti sessuali sono puniti da 2 mesi a 2 anni.
SRI LANKA
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può arrivare fino a 10 anni di carcere. Nessuna legge accenna ai rapporti lesbici.
SUDAN
L'omosessualità è illegale ed è punibile con 100 frustate o anche la pena di morte.
SWAZILAND
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può essere il carcere o una multa.
SIRIA
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può arrivare fino a 3 anni di carcere.
TAJIKISTAN
Ha una legge sull'omosessualità che punisce solamente "rapporti anali fra uomini". Le lesbiche e i rapporti omosessuali non-penetrativi fra adulti consenzienti non sono esplicitamente menzionati nella legge come infrazioni penali.
TANZANIA
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può arrivare fino a 14 anni di carcere. Nell'isola di Zanzibar i rapporti omosessuali maschili sono illegali e punibili fino a 25 anni di carcere. Anche i rapporti lesbici sono illegali e sono punibili fino a 7 anni di carcere. La condanna per l'omosessualità maschile è la stessa dell'omicidio.
TOGO
I rapporti omosessuali sono illegali e vengono spesso perseguiti come violenza sessuale o aggressione e sono punibili con multe o fino a 3 anni di carcere.
TOKELAU
Ha una legge sull'omosessualità punibile con 10 anni di carcere. Per delle "avances" o proposte verso un altro maschio si possono ricevere fino a 5 anni di carcere.
TONGA
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può arrivare a punibile con 10 anni di carcere.
TRINIDAD E TOBAGO
Ha una legge sull'omosessualità e la pena va da 10 a 20 anni di carcere. Secondo l'Articolo 2 della Legge sull'immigrazione, non è consentito l'ingresso degli omosessuali nel Paese.
TUNISIA
Ha una legge sull'omosessualità. La pena può arrivare fino a 3 anni di carcere.
TUVALU
Ha una legge sull'omosessualità. La pena è di 14 anni di carcere. Per delle "avances" o proposte verso un altro maschio si possono ricevere fino a 7 anni di carcere.
UGANDA
L'omosessualità è illegale. "La conoscenza carnale contro natura" può essere punita con l'ergastolo. La Sezione 141 proibisce "i tentativi di conoscenza carnale"con la pena fino a 7 anni di carcere.
EMIRATI ARABI UNITI
Ha leggi sull'omosessualità. Il Codice Penale "Abu Zhabi " punisce l'omosessualità con il carcere che può arrivare fino a 14 anni. Il Codice Penale del Dubai punisce l'omosessualità consensuale con una pena che può arrivare fino a 10 anni di carcere.
UZBEKISTAN
Ha una legge sull'omosessualità. La pena per i rapporti anali può arrivare fino a 3 anni di carcere. I rapporti sessuali orali sono legali. Il lesbismo non è citato nella legge.
YEMEN
L'omosessualità è proibita ed è punibile con la pena di morte.
ZAIRE
L'omosessualità è proibita ed è punibile fino a 5 anni di carcere.
ZAMBIA
Ha una legge sull'omosessualità. La pena prevede fino a 14 anni di carcere.
ZIMBABWE
L'omosessualità è proibita. La pena prevede fino a 14 anni di carcere.

Fuoricampo è una associazione lesbica nata a Bologna nel maggio del 2002, lavora partendo dalla soggettività lesbica e ha scelto come referente le altre lesbiche e le altre donne. Un elemento fondante del pensiero politico di Fuoricampo è la visibilità, fondamentale per decostruire modelli e stereotipi.
Nasce per la produzione, promozione e divulgazione della cultura lesbica, per intervenire nel sociale e per difendere e perpetuare nel tempo le conquiste realizzate dal movimento lesbico e femminista.
sito: www.fuoricampo.net > mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. >


Le foto dell’interno del libretto sono di Luki Massa, la foto di copertina è di
Mariana Pessah.

© Edizioni Fuoricampo - Bologna - Marzo 2008


MATRIMONIO TRA PERSONE DELLO STESSO SESSO

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Matrimonio_fra_persone_dello_stesso_sesso#Norvegia


HOMOPHOBIA AND DISCRIMINATION ON GROUNDS OF SEXUAL ORIENTATION IN THE EU MEMBER STATES PART I – LEGAL ANALYSIS (30/06/2008)
Fonte: http://fra.europa.eu/fraWebsite/products/publications_reports/pub_cr_homophobia_0608_en.htm
 

Diritti della maternità

  • Da
  • Pubblicato in Diritti
  • Letto 1924 volte
di Eleonora Cirant

Quando nel 2007 ha saputo di essere incinta, Eugenia non ha avuto dubbi sulla scelta tra assistenza pubblica e privata. Per una che “non mi sono mai fatta visitare da un ginecologo privato in vita mia”, è stato naturale telefonare al consultorio pubblico proprio sotto casa. "Sono incinta!" ha detto emozionata alla segretaria. "Ha intenzione di portare avanti la gravidanza?" si è sentita chiedere con discrezione. A risposta affermativa le è stata fissata in tempi rapidi la prima visita con ginecologa e ostetrica. Gratuita, come tutte le successive che avrebbe fatto, come le ecografie e come gli esami del sangue e delle urine (due quelli consigliati ma non coperti dal Sistema sanitario nazionale, per un costo totale intorno ai 40 euro).

Eugenia è entrata così nel “percorso nascita”, un insieme di procedure, metodi e interventi di assistenza definito nel suo complesso da diverse leggi dello Stato: il POMI, il Progetto Obiettivo Materno Infantile adottato con decreto ministeriale del 20 aprile 2000; la legge 405/75 che istituisce i consultori pubblici; la legge 34/96 contente le "Disposizioni urgenti in materia di strutture e di spese del Servizio Sanitario Nazionale"; i LEA, Livelli Essenziali di Assistenza. Un sistema che prevede la gratuità per la gran parte di esami e visite (elenco completo). Seguiamo dunque Eugenia nel percorso di assistenza che il Sistema Sanitario Nazionale garantisce (o dovrebbe garantire) alle donne presenti sul territorio italiano, native o immigrate, regolari o irregolari che siano.

Ecco Eugenia al consultorio pubblico: "triste come un vecchio edificio scolastico. Spoglio, con i pacchi di speculum usa e getta addossati nel bagno perché evidentemente altro spazio non c'è. La ginecologa piuttosto “asciutta”, ma professionale e preparata. Nell'insieme tutto un po' spartano, ma nulla da eccepire nel merito dell'assistenza. Come donna incinta avevo la precedenza, e le visite mi erano fissate entro pochi giorni". Eugenia nota una differenza rispetto alle sue amiche incinte assistite da un ginecologo privato: "a differenza del consultorio, il medico provato ha l'ecografo in studio e ad ogni visita ti fa l'ecografia, anche dopo quella del quinto mese", l'ultima delle tre garantite dal sistema sanitario senza spese per la donna. "Nell'ecografia del settimo mese si sono trovate in tante a riscontrare dei problemi, e io sono andata un poco in paranoia pensando di non aver fatto sufficienti controlli. In realtà alla mia ginecologa è bastato l'ascolto del battito cardiaco del feto con il tocografo, per rilevare che ero troppo contratta. Mi ha dato un paio di giorni di riposo e non migliorando mi ha messo in aspettativa anticipata".

Lo spensierato ricorso all'ecografia è uno degli aspetti della cosiddetta “medicalizzazione” del parto, con cui si indica l’eccesso di esposizione a pratiche non raccomandate sulla base delle evidenze scientifiche. Tre è il numero di ecografie indicate dall'OMS e quelle previste dal SSN per la gravidanza fisiologica (in caso di minaccia d’aborto, sono garantite tutte le prestazioni specialistiche necessarie per il monitoraggio dell’evoluzione della gravidanza). Secondo l'ISTAT (2005), le donne italiane ne fanno in media cinque e quasi un terzo del campione addirittura sette o più. La fiducia “senza e se e senza ma” nella diagnostica prenatale non solo è inutile, ma può risultare dannosa. Uno dei rischi sottaciuti è l’incidenza dei cosiddetti “risultati falsi positivi”, cioè quando l’esame fa diagnosticare la condizione indagata mentre la persona in realtà non ha tale condizione.

Sempre sul piano della diagnosi prenatale, si può scegliere se fare o no il duotest, un esame che associa i risultati dell'ecografia con quelli delle analisi del sangue e il cui risultato indica l'eventuale presenza di malattie genetiche entro un range di possibilità>. Se il risultato è in prossimità di rischio viene proposta l'amniocentesi, cioè il prelievo del liquido amniotico. Che è gratuita anche per le donne con più di 35 anni e in presenza di anomalie cromosomiche nella storia familiare. "Per il duo-test ho pagato un ticket intorno ai 10 €. Il problema è che puoi farlo solo tra l'undicesima e la quattordicesima settimana e se in quel periodo non c'è posto devi farlo privatamente".

Tra gli esami di diagnosi prenatale garantiti dal SSN senza il contributo alle spese da parte della donna in situazione di rischio vi è anche la villocentesi.

Il corso pre-parto Eugenia avrebbe potuto seguirlo con l'ostetrica del consultorio ad un costo simbolico. "Ho preferito fare quello in ospedale, tenuto privatamente dalle ostetriche della struttura con la quale volevo prendere confidenza. Poi ho scoperto che con il corso in consultorio organizzavano una gita al reparto maternità dell'ospedale in cui sarei andata anch'io a partorire. Dal consultorio mi hanno chiamata anche per la gita al consultorio pediatrico, che mi è stata utile".

"<La sala parto del San Paolo era molto ben attrezzata. Durante il travaglio e poi il parto si può scegliere la posizione preferita. Ci sono a disposizione diversi attrezzi per stare comode: il lettino rialzabile, un certo tipo di sedile per stare sedute e un altro per stare accovacciate. C'era anche la sala per il parto in acqua. Io alla fine ho partorito semi-sdraiata. L'ostetrica mi ha detto che siamo talmente impregnate dell'immaginario del parto sdraiate, che è difficile che una si senta a proprio agio in un'altra posizione. Loro comunque seguono il desiderio della donna. Durante il travaglio ho dovuto sdraiarmi anche se sentivo più male, perché altrimenti si staccava la macchina per il monitoraggio del battito cardiaco (del feto). A un certo punto non riuscivo a trattenermi dallo spingere, e questo non andava bene perché era troppo presto, con rischi per me e per la bambina. Stavano con me il mio compagno e un'ostetrica, molto dolce. Poi ne è venuta un'altra si è rivolta a me in modo molto duro, quasi “cazziandomi”. E' stato questo a farmi riprendere e sono riuscita a non spingere. L'uscita della bambina è stata dolore ma anche senso di potenza, e una sensazione simile all'orgasmo. Poi il dolore è cessato immediatamente".

"Sul dolore del parto mi sono state dette cose terribili, – prosegue Eugenia - che poi non si sono avverate. Addirittura l'ostetrica del corso di preparazione ci aveva avvertito che è di intensità pari a quella dell'amputazione di un arto senza anestesia. Non certo tranquillizzante! Io avevo paura, ma anche grande curiosità perché mia madre mi ha sempre riferito del parto come un'esperienza molto bella. Ho fatto tutti gli esami preliminari necessari all'epidurale, che al San Paolo è gratuita dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 15. Se ne hai bisogno in altri momenti è un problema, perché l'anestesista va prenotato in anticipo, a pagamento. Ho fatto gli esami in caso ne avessi avuto necessità, più per sentirmi tranquilla io. Ma poi durante il parto ho sentito come se tutto funzionasse molto bene nel mio corpo. Il dolore cresce gradualmente e il corpo sa produrre quel che serve per controllarlo. E' tutta un'altra cosa dall'amputazione di un arto, perché il tuo corpo sa gestirlo. Durante le contrazioni è fortissimo, ma tra una e l'altra scompare. Mi sentivo “fatta” come mai in vita mia. C'era il dolore, ma ero in stato di grazia, credo per tutta quell'adrenalina e morfina che hai in circolo. Un'amica ha voluto fare l'epidurale anche se l'ostetrica l'aveva sconsigliata, perché era terrorizzata dall'idea del dolore. Mi ha detto poi di essersi sentita sgradevolmente estranea al suo proprio corpo, come se non fosse veramente lei a spingere, come se non fosse il suo parto e che una eventuale prossima volta sarà senza anestesia. Un'altra invece ha detto che il dolore era così forte che pensava di morire e che non avrebbe mai più voluto provare una cosa del genere. Insomma, credo che sia una cosa molto soggettiva che dipende dalle tue condizioni personali".

Sul dolore del parto ci si trova spesso divise tra partigiane dell'epidurale e scettiche. L'atteggiamento più opportuno è a nostro parere quello che rifiuta l'approccio binario giusto/sbagliato a favore della valorizzazione della competenza delle donne, che è il perno intorno a cui ruota il POMI. L'alternativa pro/contro epidurale verrebbe a cadere se il dettato del POMI venisse scientificamente applicato, e se si desse voce a quei ginecologi e ginecologhe territoriali che chiedono di aumentare il tempo della visita anziché ridurlo ulteriormente, come si sta discutendo di fare. Sono elementi essenziali la continuità dell'assistenza e la sua personalizzazione, la preparazione del personale, l'affidamento del parto alle ostetriche e soprattutto modalità di relazione che rafforzano l'autostima della donna e la sua sensazione di “essere competente”. Il problema, ancora una volta, non sta nell'appropriatezza di una tecnica, ma in come viene usata. Quel che accade prima e durante il travaglio crea le condizioni per un'esperienza positiva del dolore e un buon esito del parto.

Stabilito che l'esperienza del dolore nel parto è soggettiva e complessa, rimane il fatto che l'anestesia epidurale dovrebbe essere gratuita per tutte coloro che, informate adeguatamente in base ad evidenze scientifiche sui pro e contro, la scelgano ed in caso di complicanze che ne prevedono l'utilizzo. Ma non è così. La sua introduzione nei LEA è stata prevista dal dpr firmato da Livia Turco nell'aprile 2007, ma il governo Berlusconi ha revocato il provvedimento solo 3 mesi dopo. Da allora un accordo fra Stato e Regioni non è stato trovato e in mancanza di linee guida ogni Regione fa a modo suo, con differenze eclatanti tra l'una e l'altra.

Un indicatore del fatto che il benessere della partoriente non sia tra le priorità del legislatore è anche l'alto numero di tagli cesarei, un record per l'Italia che figura al primo posto tra i paesi europei con una percentuale del 37% nel 2005 (è il dato disponibile più recente) contro il 10-15% raccomandato dall'OMS. Il ricorso al taglio cesareo è più alto nelle le strutture private e più frequente tra le donne che non hanno seguito corsi pre-parto. Come scrive Angela Spinelli, dell'Istituto superiore di sanità, l'utilizzo del TC "è spesso totalmente indipendente dalle caratteristiche socio-demografiche delle donne e dalle loro condizioni fisiche ed è associato principalmente alla disponibilità delle strutture coinvolte e alla loro organizzazione".

Anche i numeri delle episiotomie non sono rassicuranti quanto a tutela della salute delle donne. Il taglio del tessuti tra l'ano e la vagina per facilitare l'uscita del feto è stato riscontrato nel 60,4% dei casi al nord, 66,1 al centro e 79% al sud. Sono dati riferiti 2002 non più aggiornati indagini successive. Poiché non ci sono evidenze scientifiche sulla sua utilità e data la gravità dei danni che procura al perineo con la conseguente incontinenza urinaria, se state per partorire è meglio cercare informazioni sulle tendenze dell'ospedale in questo campo. Altri interventi proposti di routine alle donne sono la depilazione del pube e un clistere. Pratiche che non offrono alcun beneficio, al contrario.

"Dopo il parto la puericultrice mi ha portato in una stanzetta attrezzata e mi ha mostrato tutti i gesti, con la neonata in braccio. Mi hanno dimesso entro 24 ore perché stavo bene. All'inizio la bambina non voleva succhiare, sembrava preferisse riposarsi. La puericultrice me l'ha attaccata al seno quasi con “violenza”, forzando la sua bocca. E Marta ha imparato a nutrirsi. E' stato importante per me, ho come capito che i bambini non sono di vetro. Nelle settimane successive sono andata al consultorio pediatrico per le visite obbligatorie, con il controllo delle vie aeree e dei genitali. Il rapporto tra peso e misure è monitorato. Alla bambina sono state fatte anche le vaccinazioni. In teoria si dovrebbe poter scegliere tra la esavalente e la quadrivalente, ma nella pratica non avevano le fialette adatte a quest'ultima. Anche la visita ginecologica dopo il parto è esente da tiket. Sono stata davvero male quando ho visto che Marta dormiva sempre e mi sembrava che non crescesse. In consultorio mi hanno aiutato a risolvere il problema (non avevo abbastanza latte) e soprattutto mi hanno tranquillizzata. La cosa più importante è che la mamma stia bene e sia serena, se lo è anche la bambina starà bene".

Con il racconto di Eugenia abbiamo toccato le tappe salienti del “percorso nascita” e accennato ai diritti della donna in gravidanza dal punto di vista dell'assistenza sanitaria. Emerge il ruolo importante di servizi orientati a favorire la competenza delle donne attraverso una corretta relazione medico-paziente. Ecco il ruolo dei consultori pubblici, progettati almeno sulla carta in base alla logica dell'integrazione socio-sanitaria, dell'ascolto attivo e dell'empowerment della donna. Purtroppo l'orientamento prevalente della politica sanitaria a livello nazionale e regionale non è di potenziarli, ma di sottrarre risorse. Si toglie valore al lavoro di operatori e operatrici anziché promuoverlo. I contratti di lavoro sono spesso precari e la ginecologia e ostetricia territoriale non costituiscono insegnamento universitario. Finché non saranno le donne a volerlo, un cambiamento non ci sarà.

27 aprile 2009
di Maria Grazia Campari

Giunge dall’associazione femminista afgana RAWA una riflessione sulla recente proposta di legge che autorizza gli abusi sessuali compiuti dal marito sulla moglie in nome di una pretesa tradizione del Codice di famiglia sciita.

La disposizione è considerata quale legittimazione di una pratica ampiamente diffusa che trova il suo antecedente logico nel Trattato di riconciliazione nazionale stipulato dal governo Karzai con esponenti talibani e fondamentalisti, avallato dalle potenze occupanti, USA in testa.
La legge è attualmente sospesa, anche a causa delle reazioni internazionali, ma RAWA ritiene che verrà ripresa dal Parlamento di prossima elezione, che, prevedibilmente, vedrà un’ampia presenza di signori della guerra e di esponenti pro-talibani, essendo le potenze occupanti più interessate ad assicurare a sé il gas dell’Asia centrale che non ad assicurare la democrazia agli afgani.

Di qui la richiesta di mobilitazioni che contrastino i gruppi misogini e fondamentalisti.
Una causa giusta, da sostenere nell’interesse di una democrazia partecipata e plurale, unica forma di democrazia effettiva, quella escludente, comunque camuffata, dovendosi, al contrario, ritenere espressione di un ordine oligarchico, spesso connotato da misoginia.
Un ordine strutturato sulla diseguaglianza biologicamente motivata, coerente al sistema patriarcale, che ha gravato a lungo, sia pure con pesi differenziati, anche sulle donne italiane.

La Carta Costituzionale lo smentiva formalmente nei suoi principi fondamentali (art. 2 e art. 3) fin dal 1948, ma molta acqua doveva passare sotto i ponti.
Le previsioni del Codice Civile Mussolini-Grandi del 1942 (art.143 e seguenti) e quelle del Codice Penale Mussolini-Rocco del 1938 (art. 570 e seguenti) sancivano una struttura famigliare fortemente gerarchica, una moglie soggetta alle decisioni e ai voleri del marito, (insignito di “potestà maritale”), sottoposta ai di lui “mezzi di correzione o di disciplina” morali e materiali, fino a lambire il limite estremo del maltrattamento. Gli abusi erano, poi, sanzionati assai lievemente: con pena fino a sei mesi e, in caso di lesioni, con pena ridotta di un terzo rispetto alla normale previsione edittale.
Un’ottica proprietaria e subalterna della donna che consentiva una serie di abusi, non ultimo quello di natura sessuale, presentato come “debito coniugale”, nell’ambito di una concezione assai unilaterale della morale famigliare e del dovere di assistenza imposti per legge.
Si è dovuta attendere la metà degli anni settanta e la riforma del diritto di famiglia (L:19.5.1975 n.151) per dare corso a principi costituzionali (art. 29 e 30 Cost.) di parità fra i coniugi e fra figli legittimi e illegittimi (nati fuori del matrimonio), per l’abolizione della patria potestà, sostituita dalla potestà di entrambi i genitori.

Solo in epoca ancora più recente, con la legge del febbraio 1996 (art. 609 bis e seguenti Cod. Pen.), il reato di stupro è stato  rimosso dal titolo del Codice Penale dedicato ai “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”, l’incesto non più crimine contro la “morale famigliare” ma entrambi crimini contro la persona, lesivi della libera disposizione di sé e della autodeteminazione sessuale.
Una lenta e non uniforme evoluzione giurisprudenziale ha preso avvio dall’art. 2 della Costituzione repubblicana ed è giunta ad inquadrare la sessualità quale modo di espressione della personalità, da tutelarsi come diritto inviolabile della persona.
Secondo le pronunce più illuminate della Corte di Cassazione la lesione del diritto alla sessualtà determina per la vittima un danno da ingiustizia le cui conseguenze pregiudizievoli devono essere accertate e quantificate in termini di risarcimento del danno materiale, morale e alla vita di relazione (esistenziale).

Inoltre, la giurisprudenza ormai prevalente considera che la violenza sessuale possa avvenire anche fra marito e moglie, non essendo coperta da quello che tradizionalmente si definiva come “debito coniugale”. Non solo l’assenso al rapporto deve essere esplicito, non viziato o estorto con minacce, ma deve considerarsi sempre revocabile anche in relazione alla  tipologia del rapporto stesso, per come viene determinandosi.
In caso di imposizioni, specialmente se ripetute, alla moglie è stato riconosciuto titolo a richiedere la separazione con addebito al marito e anche il danno esistenziale per gli effetti dannosi subiti nella propria vita quotidiana di persona offesa, sottoposta a patimenti fisici e psichici che hanno impedito lo svolgimento di una vita coniugale serena e informata al principio dell’amore e del rispetto reciproco.
Può esserci “Un Giudice a Berlino” (ovvero la giustizia che dovrebbe tutelare i senza potere non sempre è data), ma va ricercato e sollecitato attentamente, senza timidezze, sostenute dal rispetto di sé.

A cura della redazione, con i contributi di Federica Pezzoli.

Per meglio comprendere il territorio in cui interviene la “normativa in materia di rettificazione di attribuzione di sesso” (in Italia la Legge 14 aprile 1982, n. 164, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 19 aprile 1982 n. 106) può essere opportuno specificare il significato che assumono le parole “transessuale” e “transgender”.

Il termine “transessuale” è nato intorno agli anni '60 (ad opera prima di David Cauldwell e poi si è diffuso con Harry Benjamin) per descrivere le persone che si percepiscono come appartenenti al sesso opposto a quello anagrafico/anatomico dato alla nascita, differenziandole così dalla figura dell' invertito/a” (che comprendeva omosessuali, travestiti/e e transessuali indistintamente), contribuendo così alla concettualizzazione delle distinte categorie di sesso, genere ed orientamento sessuale come vengono usate oggi (1). 

Decreto Antistupro

  • Da
  • Pubblicato in Diritti
  • Letto 1916 volte

Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori: il decreto legge emanato dal Governo


Link al provvedimento:  http://www.governo.it/Governo/Provvedimenti/dettaglio.asp?d=42034

N.B.: Il testo del provvedimento è provvisorio fino al momento della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Il Governo, con decreto legge del 20.02.2009 ha emanato il decreto legge contenente “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori”, anticipando in tal modo alcune misure ancora in discussione in Parlamento ed introducendole di nuove.

Il fine del decreto legge esplicitato dal Governo è “assicurare una maggiore tutela della sicurezza della collettività a fronte dell'allarmante crescita degli episodi collegati alla violenza sessuale attraverso un sistema di norme finalizzate al contrasto dei delitti di violenza sessuale e ad una più concreta tutela delle vittime dei suddetti reati, all'introduzione di una disciplina organica in materia di atti persecutori, ad una più efficace disciplina dell'espulsione e del respingimento degli immigrati irregolari, ad un più articolato controllo del territorio”.

La nostra Costituzione prevede che il decreto legge possa essere emanato dal Governo solo in casi di necessità e urgenza, in quanto solo in via straordinaria il Parlamento può “cedere” all’Esecutivo il potere di legiferare.
La sussistenza dei presupposti  di cui all’art. 77 Cost. (casi straordinari di necessità ed urgenza) viene valutata dal Governo “sotto la sua responsabilità”.
In questo caso, tanto leggendo il fine del provvedimento, esplicitato nel decreto legge, quanto vagliando le dichiarazioni rilasciate dal Governo alla stampa, a mio avviso i presupposti della necessità e dell'urgenza per l'adozione del provvedimento sono del tutto insussistenti, e pure faziosa mi pare l’imposizione attraverso decreto legge di  misure che, per quanto concerne l’allungamento dei tempi di permanenza nei CIE (Centri di Identificazione e Espulsione), erano state bocciate in Senato pochissimo tempo fa. Per quanto concerne invece gli atti persecutori le misure erano in discussione in questi giorni e stavano per terminare il regolare iter legislativo: quasi si potrebbe parlare di “appropriazione indebita” del potere legislativo da parte dell’esecutivo, al solo fine di rimarcare la presenza del Governo nel dettare i tempi dell’agenda parlamentare, e batterli sul tempo.
Pare illegittimo lo strumento scelto pure per le misure che introduce, che vanno a derogare a principi generali dell’ordinamento, ed a toccare materie fondamentali e delicatissime come quelle concernenti la privazione della libertà personale, la privacy, il potere di controllo del territorio.

La Corte costituzionale, se adita dai magistrati nell’applicazione del decreto legge, potrà, anche nel caso di specie, dichiarare l'illegittimità costituzionale del d.l., qualora ritenga insussistenti i presupposti sulla base dei quali è stato adottato. Non sarebbe la prima volta: già nel 2007 la Corte aveva annullato un d.l. per carenza evidente dei presupposti e aveva definito questa assenza un vizio insanabile perché incide non solo sul rapporto politico fra Parlamento ed Esecutivo, ma anche sulla separazione dei poteri. Un uso strumentale e iniquo di questo potere sarebbe un vero e proprio attentato ai fondamenti della democrazia.

Le novità introdotte con il decreto legge:


1) Il reato di atti persecutori e tutte le misure contenute nel progetto di legge approvato dalla Camera (vedasi di seguito il commento sempre nella sezione “Diritti delle donne” al progetto di legge che già era stato approvato dalla Camera ed era in discussione al Senato).
2) Il decreto legge sembra (e l’esecutivo  si vanta di) aver introdotto la pena dell’ergastolo per l’omicidio commesso in occasione di violenza sessuale, atti sessuali con minorenne, o violenza sessuale di gruppo: in realtà così è già di prassi -si veda art. 576 comma 5 c.p. e la giurisprudenza costante sul punto-, per cui non vi è  nulla di nuovo sotto il sole in tale disposizione.
3) L’art. 275 comma 3 prima prevedeva la custodia cautelare in carcere per i reati associativi di stampo mafioso di cui all’art. 416 bis c.p. nel caso fossero ritenuti sussistenti gravi indizi di colpevolezza, e salvo che non fossero acquisiti elementi tali da cui risultasse insussistente la necessità di misure cautelari. Nel decreto legge, in presenza degli stessi presupposti (sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, mancata acquisizione di elementi tali da cui risulti insussistente la necessità di misure cautelari), si dispone venga applicata la misura cautelare della custodia in carcere, per i reati di associazione a delinquere diretta alla riduzione e mantenimento in schiavitù, tratta, acquisto e alienazione di schiavi, e ancora per i reati di riduzione e mantenimento in schiavitù, tratta, acquisto e alienazione di schiavi, associazione mafiosa e criminale, sequestro di persona a scopo di estorsione, traffico illecito di stupefacenti, reati commessi con finalità di terrorismo, omicidio, induzione alla prostituzione minorile, pornografia minorile, turismo volto allo sfruttamento della prostituzione minorile, violenza sessuale di gruppo, violenza sessuale tranne i casi di minore gravità, atti sessuali con minorenne tranne per i casi di minore gravità, e tranne se commessa da genitore, ascendente, o comunque con abuso di potere nei confronti di minore infrasedicenne.
4) Arresto in flagranza per i reati di violenza sessuale di gruppo e violenza sessuale, tranne che per i casi di minore gravità.
5) Benefici penitenziari (art. 4 bis o.p.): I detenuti o internati (oltre a quelli già previsti, anche) per i reati di:
- induzione-favoreggiamento-sfruttamento della prostituzione minorile,
-pornografia minorile,
- violenza sessuale (tranne i casi di minore gravità),
- violenza sessuale aggravata,
- atti sessuali con minorenne (ma non se commessi con abuso di relazione di potere su maggiore di sedici anni e nei casi di minore gravità),
- violenza sessuale di gruppo,
possono godere dei benefici penitenziari solo se, con sentenza irrevocabile, viene provata l'esclusione di collegamenti attuali   con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva, se è impossibile la collaborazione con la giustizia, o se viene concessa l'applicazione  di una delle circostanze attenuanti previste dall'articolo 62, n. 6.
Invece, chi è detenuto o internato per il delitto di associazione a delinquere finalizzata a compiere i reati di :
-induzione-favoreggiamento- sfruttamento della prostituzione minorile,
- pornografia minorile,
- iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile, a
- atti sessuali nei confronti di minorenne (commessi da ascendente, genitore, di lui convivente, tutore, con abuso di relazione di potere nei confronti della vittima)
può godere dei benefici penitenziari solo se non vi sono elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva.
Quindi, lo stupratore di una ragazza minorenne che ha compiuto anni 16  e che sia un suo ascendente (padre, nonno, anche adottivo), o il marito/convivente di sua madre, o il tutore, o chi comunque abusi dei poteri connessi alla sua posizione nei confronti della ragazza, non è soggetto alle restrizioni di cui all'art. 4 bis, tranne se compie gli atti sessuali con la minorenne non da solo ma nell'ambito di una associazione a delinquere.
6) Patrocinio a spese dello Stato per tutte le  persone offese dai reati di violenza sessuale, atti sessuali con minorenne, violenza sessuale di gruppo, anche se  hanno un reddito superiore a quello previsto dalla legge per poterne usufruire.
7) Innalzamento fino a 6 mesi del periodo di trattenimento in un centro di identificazione per l’espulsione (permanenza temporanea e assistenza dello straniero) dell’extracomunitario sottoposto a provvedimento di espulsione o di respingimento.
8) 100  milioni di euro annui a Forze di polizia e Vigili del Fuoco per predisporre un “Piano straordinario di controllo del territorio”
9) Le ronde: “ I Sindaci possono avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati, previa intesa con il Prefetto che ne informa il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, al fine di segnalare agli organi di polizia locale, ovvero alle Forze di polizia dello Stato, eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale. Le associazioni sono iscritte in apposito elenco tenuto a cura del Prefetto . Con decreto del Ministro dell'interno, da emanare entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge, sono determinati gli ambiti operativi, i requisiti per l'iscrizione nell'elenco e sono disciplinate le modalità di tenuta dei relativi elenchi.”
10) Autorizzazione ai Comuni all’uso di sistemi di videosorveglianza in luoghi pubblici o aperti al pubblico per la tutela della sicurezza urbana. I dati, le  informazioni e le immagini raccolte mediante l'uso di sistemi di videosorveglianza è limitata ai sette giorni successivi alla rilevazione, fatte salve speciali esigenze di ulteriore conservazione.

Pare evidente che, in barba agli studi ed alle Raccomandazioni provenienti dagli organismi internazionali a tutela dei diritti umani, il Governo italiano, per l’ennesima volta, sia addivenuto ad un provvedimento populistico, che reprime senza prima aver analizzato il fenomeno che vuole contrastare.
Nel decreto legge si distingue tra violenza “normata d’emergenza” di serie A, (lo stupro e le violenze sessuali), che desta allarme sociale e necessita di provvedimenti immediati e di stanziamenti di fondi, di “tutela” e “misure di protezione” urgenti per le vittime, e violenza “taciuta” di serie B (maltrattamenti in famiglia, violenza economica, violenza assistita, mobbing sul lavoro), che poiché avviene tra le mura domestiche, nel privato, nei confronti di maggiorenni e non lascia segni tangibili, non desta allarme sociale, non necessita di “misure di protezione” adeguate, né  di stanziamenti speciali.
E’ evidente: se viene stuprata la ragazzina diciassettenne dal genitore, o dal convivente della madre, questo “uomo perbene”, secondo i ministri-legislatori (e le ministre-legislatrici) compie un reato meno grave, è un delinquente comune, e a differenza dello stupratore "sconosciuto" può accedere a tutti i benefici penitenziari. Svista del legislatore?
Come peraltro esplicitato nel decreto legge il bene giuridico tutelato attraverso le misure repressive introdotte non è certo la dignità della donna in quanto Persona e la sua sfera di autodeterminazione sessuale, o il suo diritto a vivere libera da ogni forma di violenza, ma è piuttosto “la sicurezza della collettività”, questa sì (e non il corpo della donna) messa a repentaglio dall’”allarmante crescita degli episodi collegati alla violenza sessuale”.
Peccato, per l’ennesima volta si ricordano statistiche improprie (il 70% degli stupri denunciati avviene in casa per mano di familiari, il 30% su strada) e sono rimaste inascoltate le linee guida in materia, le Raccomandazioni al Governo Italiano per l’applicazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW).
Nella Raccomandazione numero 32 si sollecitava già dal 2005 il Governo italiano ad “accordare un’attenzione prioritaria all’adozione di misure onnicomprensive per affrontare la violenza contro le donne e le bambine in conformità alla relativa raccomandazione generale 19 sulla violenza contro le donne”. Il Comitato per l’applicazione della CEDAW già allora sottolineava “la necessità di attuare appieno e monitorare l’efficacia delle leggi sulla violenza sessuale e domestica, di fornire centri d’accoglienza, servizi di protezione e consultori per le vittime, punire e riabilitare i colpevoli, e provvedere alla formazione e sensibilizzazione dei pubblici funzionari, della magistratura e del pubblico”.
Quanto ancora dovremmo aspettare perché il fine primario delle politiche di pari opportunità e della destinazione dei fondi pubblici sia effettivamente questo?


Barbara Spinelli

Se l'omissione è violenza

di Simona Napolitani
19 luglio 2012

Troppo spesso l’assenza di un genitore e la sua abdicazione ai doveri genitoriali non è valutata correttamente nelle aule di giustizia, si sottovaluta sia da parte dei Giudici, sia da parte dei periti che degli assistenti sociali il danno che la latitanza del padre (quasi sempre responsabile di tale omissione) provoca ai figli.

LAVORO: UN SOGNO SOLO MASCHILE?

di Maria Grazia Campari

In questi giorni il sindacato metalmeccanico promuove una campagna di raccolta di firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare sulla democrazia nei luoghi di lavoro, “per affermare il diritto di lavoratrici e lavoratori a decidere su contratti e accordi che li riguardano”, “per garantire una reale rappresentatività e rappresentanza delle organizzazioni sindacali che firmano”.
Questi concetti sono riportati in un appello dal titolo significativo “Ogni luce di democrazia  che si accende ci riguarda”, adesivo al disegno di “riportare… partecipazione, adeguata rappresentanza” e capacità decisionale in capo alle persone interessate, le cui esistenze risultano materialmente coinvolte.

Si tratta di una iniziativa importante e condivisibile. Infatti, qualsiasi proposta si ponga anche indirettamente nel segno dell’attuazione costituzionale mi pare degna del massimo sostegno, in un periodo in cui la stessa Costituzione viene ripetutamente negata da chi la definisce apertamente un ferro vecchio inservibile e anche di chi fa mostra di pubbliche devozioni, ma partecipa a semiprivate cancellazioni dei principi fondanti  attraverso Commissioni varie.
Penso al contenuto dell’art. 1 della Costituzione che definisce l’Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro e a quello degli articoli sui “rapporti economici” (principalmente da 35 a 41), in una situazione in cui, almeno dal 1997 (entrata in vigore del cosiddetto pacchetto Treu sul lavoro), la Repubblica italiana appare piuttosto fondata sul profitto di una minoranza a scapito del benessere di una maggioranza di cittadini.

I tempi appaiono, inoltre, azzeccati poiché coincidono con la prospettazione del piano A della Fiat per la così definita “fabbrica Italia”: maggiore flessibilità di tutta la forza lavoro per aumenti della produttività, contemporaneo contenimento del suo costo, aumento dei turni notturni e di sabato, revisione (al ribasso) degli accordi sindacali, utilizzo degli ammortizzatori sociali, senza dire dei conseguenti esuberi di personale (migliaia), posto che gli investimenti sono previsti per Mirafiori, Cassino, Pomigliano d’Arco, Pratola Serra, Melfi, Termoli e su Termini Imerese, ad esempio, cala la mannaia di una chiusura certa. Grava contemporaneamente su tutti la minaccia del sottaciuto piano B, la delocalizzazione all’estero, si immagina.
L’apprezzamento per l’iniziativa sindacale non deve, però, giungere al punto da far dimenticare la storia, magistra vitae come dicevano i nostri avi, poiché la storia ha molto da insegnare.
Essa ci rammenta che nel 1998/99 si erano costituiti, a livello nazionale, vari Comitati per la “legge sulla democrazia sindacale” che si confrontarono ripetutamente con parlamentari dei partiti di sinistra.

Tra le varie proposte di legge ve ne era una, presentata pubblicamente  nel corso di un convegno molto affollato, tenutosi nel dicembre 1998 presso la Sala Congressi Frentani, che era stata elaborata da un gruppo di giuriste e sindacaliste milanesi, aderenti ad un’associazione denominata “Osservatorio sul lavoro delle Donne” della quale ero presidente.
Il Parlamento stava esaminando la possibilità di redigere un testo Unificato delle proposte di legge sull’argomento e la nostra proposta fu accolta con interesse dal relatore in Commissione della Camera, membro del Partito dei Verdi.

Essa era qualificata dalla previsione dell’agente contrattuale femminile: prevedeva, infatti, che si ponesse un limite alla esclusività maschile nella rappresentanza sindacale aziendale, imponendo liste elettorali a doppia composizione (femminile e maschile), con una presenza di sesso negli organismi elettivi proporzionata alla percentuale di presenze di lavoratrici e lavoratori nella base elettorale. Prevedeva inoltre la possibilità di elaborazione di piattaforme contrattuali da parte delle interessate e la verifica, attraverso referendum aziendali, di ogni ipotesi di accordo e contratto collettivo, nonché l’obbligo di informazioni dettagliate ai consigli di fabbrica o di azienda nei casi di ristrutturazioni, cessioni di rami aziendali, delocalizzazioni.
L’idea si era formata nel corso di vicende di ristrutturazioni aziendali occorse, nei settore metalmeccanico e del terziario, dalla metà degli anni Ottanta, vicende che avevano chiarito come le donne venissero colpite da trattamenti penalizzanti rispetto alla mano d’opera maschile e lamentassero una carenza di rappresentanza da parte delle tradizionali organizzazioni sindacali.
La partecipazione al mondo del lavoro appariva, allora, un sogno solo maschile.

Il senso complessivo della nostra proposta era quello di realizzare un bilanciamento democratico rispetto al potere padronale favorito dalla (allora) recente legislazione del “pacchetto Treu”.
Come si diceva, con espressione varata a proposito dello Statuto dei Lavoratori, la democrazia entrava in fabbrica. Significativamente, oggi la regola gerarchica della fabbrica esce e possiede l’Italia tutta (fabbrica Italia).
Queste considerazioni non sottendono un sentimento di scoraggiamento di fronte alla infelicità del tempo presente. Intendono, piuttosto, suggerire che le iniziative attuali tengano conto del sapere acquisito in un recente passato e, soprattutto, che si volgano a creare nuovamente un sentimento della collettività che appare cancellato, interrogando gli errori commessi per trarne indicazioni positive.

In particolare, l’iniziativa del sindacato metalmeccanico potrà dimostrarsi preziosa se costituirà lo spunto per un autogoverno dei soggetti nella relazione responsabile fra rappresentanti e rappresentati, chiarendo, con la precisa individuazione di bisogni e desideri, la parzialità del soggetto maschile (fin’ora costantemente delegato e rappresentante unico nella sfera pubblica), dando spazio all’autonomia e all’autorappresentazione di soggetti molteplici, collegati in una relazione che li renda tutti partecipi dei processi decisionali.

Il 2009 è stato un altro anno segnato dalla crescente violenza, dalla mancanza di sicurezza e dal continuo diffondersi del conflitto armato. Gli attacchi degli insorgenti sono aumentati, causando la morte di un alto numero di civili.
La seconda metà dell’anno è stata contrassegnata dalle elezioni presidenziali e provinciali, nell’agosto del 2009, con livelli elevati di violenza e intimidazioni, soprattutto da parte dei taleban e di altri gruppi di insorgenti.
Le elezioni sono state viziate da brogli su larga scala e dalla scarsa partecipazione nelle aree in cui il conflitto è più aspro. È stato richiesto un ballottaggio tra il presidente Hamid Karzai e Abdullah Abdullah, il suo principale avversario, ma in seguito al rifiuto della commissione elettorale – nominata da Karzai – di accettare misure contro i brogli in fase di ballottaggio, Abdullah si è ritirato dalla competizione, lasciando via libera alla nomina di Karzai.
La vulnerabilità dei diritti minimi delle donne è stata dimostrata dal varo, da parte del Parlamento, della legge discriminatoria nei confronti delle donne sciite, legge che è divenuta esecutiva grazie alla firma di Karzai.

Il conflitto armato e gli abusi dei diritti umani che ne derivano


Le Nazioni Unite hanno dichiarato che nei primi 10 mesi del 2009 circa 2.021 civili sono stati uccisi dalla coalizione internazionale, dalle forze governative e dalle forze di insorgenti, con un aumento di 1.838 unità rispetto allo stesso periodo del 2008. Di questi, il 69 per cento è da attribuirsi alle forze “antigovernative” e il 23 per cento alle forze guidate dalla coalizione internazionale. Nel 2008 le forze guidate dalla coalizione internazionale sono state responsabili di più di un terzo delle vittime civili. Il cambio della linea di condotta da parte degli USA e della Nato sembra aver ottenuto il risultato di ridurre il numero di vittime civili del 30 per cento nei primi dieci mesi del 2009, rispetto allo stesso periodo del 2008.
Le vittime civili causate dai taleban e da altre forze di insorgenti continuano ad aumentare. La maggior parte dei decessi sono stati provocati dall’esplosione di ordigni esplosivi rudimentali, a cui si aggiungono uccisioni mirate ed esecuzioni sommarie (inclusi tagli di teste) oltre agli alti livelli di paura diffusi nelle comunità. I taleban continuano a essere responsabili del reclutamento forzato e volontario di bambini che prendono parte nei combattimenti.
Non mancano le vittime civili causate dai bombardamenti statunitensi e della Nato, benché questi ultimi abbiano tardivamente preso misure per ridurre il numero di morti.
Un eccessivo uso della forza e una insensibilità culturale durante i “raid notturni” portati avanti  dalle forze militari internazionali nelle case degli afghani viene percepito con molta preoccupazione. Gli USA hanno continuato le loro pratiche di detenzione illegale nella base di Bagram, anche se alcuni cambiamenti di strategia potrebbero portare qualche piccolo miglioramento come, per esempio, regolari udienze per i detenuti.

Governo e impunità

L’assenza dei dovuti procedimenti rimane un fallimento fondamentale del sistema legale afghano; gli afghani continuano a subire detenzioni arbitrarie, viene spesso negata la possibilità di avere un avvocato e spesso viene negato il diritto di portare il proprio caso davanti a un giudice imparziale. I procedimenti legali sono spesso viziati dalla corruzione e dall’abuso di potere. Si registrano continui rapporti relativi a torture e abusi nei confronti dei detenuti reclusi nel Consiglio Nazionale di Sicurezza; i rappresentanti ufficiali delle organizzazioni per i diritti umani hanno ricevuto solo sporadicamente l’autorizzazione a visitare le carceri dove si ritiene che gli abusi siano perpetrati.
Sono pratica comune i rapimenti al fine di ottenere un riscatto, compresi quelli di lavoratori delle ONG, di uomini d’affari e dei loro figli. Le aree più colpite da questo fenomeno sono il sud, l’est e le regioni centrali del paese, dove i rapimenti contribuiscono significativamente ad alzare il senso d’insicurezza, limitando in particolare l’azione dei movimenti femminili e in favore dell’infanzia. I responsabili dei rapimenti sono bande di criminali e gruppi di insorgenti che usano questo sistema per riscuotere i riscatti e per richiedere il rilascio di prigionieri. La polizia sembra incapace o non intenzionata a indagare sui rapimenti o altri abusi per coprire interessi forti.
In molte aree del paese personaggi potenti ed ex signori della guerra continuano a esercitare un forte potere nei confronti delle comunità, usando intimidazioni e violenze per mantenere il controllo. Il governo afghano continua a perdere legittimazione popolare a causa di questi abusi, della diffusa corruzione, dell’aver fallito nel migliorare i livelli di vita, degli scarsi progressi nello stabilire la legalità anche nelle zone che controlla. Spesso gli afghani citano la corruzione della polizia come un problema, la cui riforma, finanziata dalla comunità internazionale, ha dimostrato di avere un impatto limitato. Nel periodo post elettorale sono state annunciate nuove misure per colpire la corruzione, con il governo messo sotto forte pressione da parte dei partner internazionali.
Coloro che hanno violato i diritti umani continuano a godere di una quasi totale impunità. Il presidente Karzai ha cercato di garantirsi la rielezione attraverso una serie di trattative con ex signori della guerra di tutte le etnie. La scelta di Mohammad Qasim Fahim quale vice presidente di Karzai è emblematica di questa politica; Fahim è stato per lungo tempo implicato in possibili abusi di diritti umani sin dal 1990 e molti afghani sono convinti che abbia collegamenti con bande criminali.
Il governo ha fatto poco per implementare l’Action Plan for Peace, Reconciliation and Justice (Piano d’azione per la pace, la riconciliazione e la giustizia), lanciato nel 2005 per avviare un processo di giustizia transizionale in Afghanistan. Le organizzazioni per i diritti umani hanno continuato a documentare i crimini di guerra, con un crescente numero di gruppi della società civile che lavorano con le vittime dei crimini.

I diritti delle donne e delle giovani

La vulnerabilità delle donne e delle giovani si è palesata nel febbraio-marzo 2009, quando il parlamento ha passato, e il presidente ha poi firmato, la legge per sancire lo stato delle donne sciite, che contiene diversi articoli offensivi e pericolosi per le donne. In seguito alle proteste a livello nazionale e internazionale e a un’eccezionale campagna condotta dalle attiviste afghane per i diritti umani la legge ha avuto degli emendamenti, ma molti articoli non hanno avuto variazioni e sono in contrasto con la costituzione afghana e con gli standard internazionali per i diritti umani. Un provvedimento assicura il diritto di affidamento dei bambini solo ai padri e ai nonni. Un altro proibisce alle mogli di uscire di casa senza il permesso dei mariti a meno se non per “ragionevoli ragioni legali” non meglio specificate.
Un più positivo sviluppo legislativo, dovuto ai movimenti femminili afghani che si battono per i diritti umani, è stata la legge per l’eliminazione della violenza nei confronti delle donne. Sebbene la legge abbia molte pecche, sancisce, per la prima volta in Afghanistan, il crimine per violenza sessuale. La violenza contro le donne e le giovani rimane però endemica, e le misure preventive o per fare giustizia nei confronti delle vittime sono impedite da barriere culturali, pregiudizi e misoginia tra il personale addetto alla sicurezza e i giudici.
Molte delle donne che si sono opposte alla legge sciita hanno ricevuto minacce e pressioni.

Attacchi all’istruzione

I talebani e altri gruppi di insorgenti, per terrorizzare la popolazione, hanno continuato a prendere di mira le scuole, in particolare scuole femminili. Secondo il ministero della Pubblica istruzione, nei primi cinque mesi dell’anno 1387 (aprile-agosto 2009) sono state attaccate 102 scuole con uso di esplosivi o materiale incendiario e 105 studenti e insegnanti sono stati uccisi dagli attacchi degli insorgenti. Nelle regioni centrali tre scuole femminili sono state attaccate con sostanze chimiche (si ritiene si tratti di pesticidi o insetticidi) nell’aprile e maggio 2009; il ministero della Pubblica istruzione afghano parla di 196 ragazze ferite.

Difensori dei diritti umani e giornalisti

La libertà di espressione per coloro che criticano i pubblici ufficiali governativi rimane limitata. Per mettere sotto silenzio i politici di opposizione, i giornalisti critici e gli attivisti della società civile vengono utilizzate regolarmente minacce, violenza e intimidazioni. Le donne di tutto il paese, nell’aprile del 2009, hanno pianto l’assassinio di Sitara Achakzai, un’attivista per i diritti umani e consigliera del comune di Kandahar che aveva il coraggio di parlare chiaro. Nessuno è stato incriminato per il suo assassinio. L’assassinio di un personaggio in vista come Sitara Achakzai ha creato una paura diffusa tra le donne e i difensori dei diritti umani nelle regioni del sud.
A settembre, lo studente ventitreenne Sayed Parviz Kambakhsh è stato rilasciato prima della scadenza della sua condanna, dopo aver passato 20 mesi in prigione per blasfemia (è stato accusato di scaricare, editare e diffondere tra gli amici un articolo), dopo un processo di primo grado e uno di appello che non rispettavano né le leggi afghane né gli standard internazionali. Inizialmente condannato a morte, la sua pena era poi stata commutata a 20 anni.
La Commissione indipendente afghana per i diritti umani ha continuato la sua attività di organizzazione in favore dei diritti umani. Nel 2009 ha ricevuto dal governo crescenti pressioni perché riducesse il suo lavoro, compresa la minaccia, da parte dell’ufficio della Procura generale, di un’azione legale nei confronti di un suo commissario.
Il fiorire di un settore di media indipendenti è stato visto inizialmente come uno dei pochi successi del governo post-talebano. Ma il governo, sempre più autoritario, ha represso il giornalismo critico, portando a una diffusa auto-censura. Nei giorni precedenti alle elezioni del 2009, il governo ha cercato di censurare i media bandendo gli articoli che riportavano notizie sulle violenze pre-elettorali. Dozzine di giornalisti sono stati picchiati o imprigionati dalla polizia e alcuni sono stati incarcerati senza motivo per giorni, settimane, mesi.
I gruppi di insorgenti hanno usato assassini, incendi, rapimenti e intimidazioni per cercare di fermare chi scriveva articoli che non simpatizzavano con loro. Nel settembre 2009, a Kunduz, i talebani hanno rapito un giornalista afghano e uno britannico; nel corso dell’operazione per liberarli il giornalista afghano, Sultan Munadi, è stato ucciso.

I principali protagonisti internazionali


Gli Usa continuano a essere i principali donatori e attori esterni. Hanno mantenuto un’enorme influenza sul governo Karzai attraverso il loro sostegno finanziario e militare, compreso lo schieramento di circa 68.000 truppe, con altri soldati attesi nel 2010. Gli Usa hanno annunciato un aumento della presenza civile internazionale per implementare la loro strategia in Afghanistan. Il presidente Obama ha ripetutamente posto l’accento sull’importanza di un Afghanistan stabile per la sicurezza degli Usa, ma ha raramente parlato dell’importanza della salvaguardia dei diritti umani per gli afghani.
I soldati statunitensi hanno continuato a operare in Afghanistan al di fuori dell’adeguata copertura legale, quale un accordo sulle sullo status delle forze armate (SOFA) e hanno continuato a detenere centinaia di afghani senza che questi avessero la possibilità di avere un processo adeguato. Un piano per la riforma delle pratiche detentive Usa in Afghanistan era auspicato, ma non aveva gli standard internazionali adeguati.
Stando a diverse stime, l’Afghanistan ha continuato ha ricevere, in media, una cifra pro capite molto più bassa rispetto a quelle di altri paesi nel periodo post-conflitto (si parla, negli ultimi sei anni, di meno di 80$ all’anno a persona per la ricostruzione contro i 250$ per la Bosnia e per Timor Est).
La credibilità delle Nazioni Unite in Afghanistan si è offuscata dopo le elezioni a causa del disaccordo, reso pubblico, tra Peter Galbraith, il capo della missione, e il rappresentante speciale per l’Afghanistan Kai Eide, riguardo a come rispondere alle accuse di brogli. In generale, la missione delle Nazioni Unite ha uno staff troppo limitato, con personale addetto agli uffici per i diritti umani e per la giustizia molto sottodimensionato. Il 28 ottobre 2009, la guesthouse nella quale alloggiavano molti rappresentanti delle Nazioni Unite che lavoravano al processo elettorale è stata presa d’assalto; cinque di loro e tre afghani sono rimasti uccisi. In seguito a questo evento 600 persone dello staff internazionale sono state dislocate altrove o evacuate dall’Afghanistan.



Traduzione di Laura Quagliolo
del CISDA Milano
Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane

facebook

Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

leggi di più

 Creative Commons // Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Gli articoli contenuti in questo sito, qualora non diversamente specificato, sono sotto la licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)