Bambini e bambine

Istat
29 luglio 2014

Nell'anno scolastico 2012/2013 sono 152.849 i bambini di età tra zero e due anni iscritti agli asili nido comunali; altri 45.856 usufruiscono di asili nido privati convenzionati o con contributi da parte dei Comuni. Ammontano così a 198.705 gli utenti dell'offerta pubblica complessiva.

Nel 2012 la spesa impegnata per gli asili nido è stata di circa 1 miliardo e 559 milioni di euro. Il 19,2% di tale spesa è rappresentato dalle quote pagate dalle famiglie, la restante a carico dei Comuni è stata di circa 1 miliardo e 259 milioni di euro.

Fra il 2004, anno base di riferimento, e il 2012 la spesa corrente per asili nido, al netto della compartecipazione pagata dagli utenti, ha subito un incremento complessivo del 48%. Nello stesso periodo è aumentato del 36% (oltre 52 mila unità) il numero di bambini iscritti agli asili nido comunali o sovvenzionati dai Comuni.
Nel 2011, per la prima volta dal 2004, si ha un decremento del numero di bambini beneficiari dell'offerta comunale di asili nido (-0,04% nel 2011) confermato anche nel 2012 (-1,4%).

Nel 2012/2013 sono in calo le iscrizioni agli asili nido comunali (circa 2.600 utenti in meno rispetto all'anno precedente) e in misura più contenuta i contributi dei Comuni ai nidi privati o alle famiglie (circa 300 bambini in meno).
La percentuale di Comuni che offrono il servizio di asilo nido, sia sotto forma di strutture che di trasferimenti alle famiglie per la fruizione di servizi privati, è passata dal 32,8% del 2003/2004 al 50,7% del 2012/2013.

Forti le differenze territoriali: i bambini che usufruiscono di asili nido comunali o finanziati dai comuni variano dal 3,6% dei residenti fra 0 e 2 anni al Sud al 17,5% al Centro. La percentuale dei Comuni che garantiscono la presenza del servizio varia dal 22,5% al Sud all'76,3% al Nord-est.
Nell'anno scolastico 2012/2013 l'1,2% dei bambini tra zero e due anni (circa 20 mila) ha usufruito dei servizi integrativi per la prima infanzia. Tale quota risulta in diminuzione nel corso degli ultimi tre anni di osservazione.

Sommando gli utenti degli asili nido e dei servizi integrativi, sono 218.412 i bambini che si avvalgono di un servizio socio-educativo pubblico o finanziato dai Comuni, il 4,8% in meno rispetto all'anno scolastico precedente. Il calo degli utenti è più accentuato per i servizi integrativi per la prima infanzia (oltre 8.000 bambini in meno rispetto al 2011/2012), più contenuta la diminuzione degli utenti per gli asili nido (circa 2.900 bambini in meno).

Save the Children
12 settembre 2014

Grazie al progetto “Fuoriclasse” - a Napoli, Scalea e Crotone - in 2 anni dimezzate le assenze e i ritardi degli studenti e aumentata la partecipazione dei genitori – settembre 2014
La valutazione di impatto del programma condotta, in modo innovativo per l’Italia, dalla Fondazione Giovanni Agnelli.

750 i bambini e gli adolescenti coinvolti da Fuoriclasse in modo diretto e indirettamente circa 4.250
In Italia 110.000 ragazzi abbandonano prematuramente la scuola. Al Sud sono il  19,4% dei giovani 18-24 anni, il 22,2% in Campania e il 16,4% in Calabria.
In Italia il numero di early school leavers - ragazzi e ragazze che si sono fermati alla terza media e fuori da qualsiasi altro percorso formativo1– è molto alto: circa 110.000 giovani fra i 18 e i 24 anni nel 2013, pari al 17% in questa fascia di età. Una percentuale 7 punti sopra l’obiettivo Ue del 10%2 e che nel Sud Italia sale fino al 19,4% con un picco del 22,2% in Campania.

Ma il disagio scolastico, che può culminare nell’abbandono della scuola, si  può battere, come dimostrano i risultati del programma “Fuoriclasse” per il contrasto alla dispersione scolastica di Save the Children, avviato nel 2012 a Napoli, Scalea e Crotone, in collaborazione con "Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" e il finanziamento di Bulgari e di Fondazione CON IL SUD.

Per la prima volta un progetto di contrasto alla dispersione scolastica è stato valutato nel suo reale impatto da un ente esterno e accreditato – la Fondazione Giovanni Agnelli – che ha  confrontato i risultati ottenuti con i 750 bambini e adolescenti direttamente coinvolti nelle attività di Fuoriclasse con quelli di compagni appartenenti a classi e scuole non partecipanti3. La comparazione ha rivelato che: gli ingressi in ritardo alle lezioni si sono quasi dimezzati, con una drastica diminuzione anche dei ritardatari cronici. Si sono anche sensibilmente contratte le assenze: gli alunni delle scuole medie hanno ridotto di ben 11 giorni le loro assenze su base annua anche in virtù di un rinnovato interesse delle famiglie per l’andamento scolastico dei figli. In fine, la maggiore regolarità nella frequenza comincia a dare i primi frutti anche i termini di rendimenti scolastici che per gli studenti delle medie migliorano del 4-6%.

I dati sono stati resi noti oggi a Roma, in occasione dell’incontro promosso da Save the Children, alla presenza del Sottosegretario all’Istruzione, Università e Ricerca Roberto Reggi, che ha dichiarato:
“Si contrasta la dispersione scolastica con una chiara assunzione di responsabilità da parte della scuola, delle famiglie e del territorio con interventi coerenti e sistematici che riconoscano i ragazzi e le ragazze soggetti con risorse proprie da scoprire e non come problemi da risolvere”.

Un modello di intervento innovativo
Se la valutazione dell’impatto ha riguardato i 750 studenti fra 9 e 13 anni di scuola primaria di primo e secondo grado coinvolti direttamente nel programma, Fuoriclasse ha raggiunto anche circa 4.250 bambini e adolescenti grazie alle attività di sensibilizzazione portate avanti dai loro coetanei: in particolare sono stati circa 2.100 in totale gli studenti coinvolti a Napoli4  oltre 1.000 a Scalea5 e circa 1.800 a Crotone6; 300 gli insegnanti che hanno partecipato a Fuoriclasse, 460 i genitori sensibilizzati, grazie al lavoro di 28 operatori e di molti volontari. Il programma è stato realizzato in partenariato con l’associazione "Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie".

 “Poiché la dispersione va prevenuta e combattuta sul nascere, quindi già in età di scuola elementare, il programma Fuoriclasse si indirizza a studenti fra i 9 e i 13 anni, utilizzando un approccio innovativo basato su 3 pilastri: la collaborazione fra scuola e famiglia, l’integrazione di attività scolastiche ed extrascolastiche, la partecipazione diretta e il protagonismo dei bambini. Infatti la dispersione scolastica è un fenomeno complesso che riguarda lo studente, il contesto scolastico, quello familiare e il territorio e richiede un approccio multilivello”, spiega Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children, l’Organizzazione che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e difendere i loro diritti.

Le principali azioni portate avanti sono state quindi attività laboratoriali in classe a supporto della motivazione allo studio e dell’apprendimento (oltre 100 incontri in ogni città), attività di sensibilizzazione peer to peer (da pari a pari, ndr) realizzate dai ragazzi e rivolte agli altri compagni di scuola, il sostegno allo studio - nei 2 centri educativi pomeridiani  a Crotone e Scalea e nelle scuole di Napoli, i consigli consultivi - sedi di dialogo e confronto fra studenti e insegnanti -,  i campi estivi grazie ai quali bambini e adolescenti hanno sperimentato la cooperazione, il rispetto delle regole e il gioco. I genitori sono stati invece coinvolti e stimolati attraverso attività e incontri specifici mentre per  i docenti sono state organizzate sessioni di formazione e di sensibilizzazione, funzionali a promuovere una didattica innovativa.

Carattere innovativo ha avuto anche la valutazione del programma da parte della Fondazione Agnelli, curata da Gianfranco De Simone
 “Nel nostro paese succede troppo spesso che la partenza di nuove sperimentazioni in campo educativo venga annunciata con grande enfasi, ma mai verificata concretamente negli esiti”, spiega Andrea Gavosto, Direttore della Fondazione Giovanni Agnelli. “Con la valutazione dell’impatto di Fuoriclasse, per la prima volta, abbiamo solidi riscontri fattuali: il programma ha prodotto risultati lusinghieri e per nulla scontati, data la criticità degli ambiti d'intervento. Inoltre, i risultati sono stati ottenuti spendendo all'incirca 350 euro all'anno per studente, una cifra contenuta e significativamente inferiore a quella sostenuta per analoghi interventi svolti negli anni scorsi. Non solo dai buoni risultati, ma anche dalla sostenibilità di Fuoriclasse crediamo che l’attore pubblico possa trarre utili indicazioni per le strategie future”.

Ma chi sono i bambini e ragazzi a rischio dispersione?
“Sono tante e diverse le motivazioni che portano i ragazzi ad abbandonare prematuramente la scuola”,  dichiara Raffaela Milano Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children. “Alla base di questa situazione critica, che vede l’Italia agli ultimi posti nella classifica europea, vi è una condizione diffusa di “povertà educativa” che affligge tutto il Paese e in modo particolarmente acuto le regioni del Sud: servizi per la prima infanzia quasi inesistenti, poche scuole a tempo pieno, nessuna opportunità sul territorio di sport, di musica e di altre attività creative, pervasività delle reti criminali e di sfruttamento lavorativo pronte ad arruolare i più giovani.

Il drammatico aumento delle famiglie in povertà ha portato anche alla riduzione della disponibilità di spesa per l’educazione, tanto che oggi moltissimi bambini, all’inizio dell’anno scolastico, sono alle prese con il problema di non poter comprare il materiale necessario o di non potersi iscrivere alla mensa. Tutto questo incide sui fallimenti formativi: sono troppi i ragazzi che per proseguire gli studi devono affrontare un vero percorso ad ostacoli e spesso prevalgono la stanchezza e la rassegnazione. Ci auguriamo che l’impegno assunto dal Governo all’interno della nuova strategia <> possa tradursi subito, anche alla luce di esperienze pilota come Fuoriclasse, in atti concreti, per ribaltare questa inaccettabile situazione di svantaggio che oggi pregiudica il presente e il futuro dei bambini che vivono nelle zone più difficili del nostro Paese”.

“La dispersione scolastica rappresenta il lato più amaro e preoccupante del divario Nord-Sud”,  commenta Carlo Borgomeo Presidente della Fondazione CON IL SUD. “Per questo la Fondazione è in prima linea per sostenere interventi efficaci per contrastare il fenomeno, promuovendo la collaborazione tra realtà ed esperienze differenti”.

Un progetto pilota replicabile
“In coincidenza con la riapertura delle scuole vogliamo mettere in evidenza il fatto che la dispersione scolastica si può e si deve combattere e auspichiamo che il modello che Save the Children ha sviluppato insieme ai docenti e agli studenti e alle comunità locali in aree dove il problema è più acuto possa essere replicato su larga scala”, commenta ancora Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children. “Da parte nostra, visti i notevoli risultati del primo biennio del programma Fuoriclasse, dall’anno scolastico 2013/2014 abbiamo esteso il progetto anche alle città di Milano e Bari, grazie al finanziamento di Gruppo Bolton”.

L’ impegno sul versante della prevenzione della dispersione si inserisce nel quadro di un’ampia e incisiva attività dell’Organizzazione a contrasto della <> di bambini e adolescenti, ovvero dell’impossibilità per milioni di minori  in Italia di accedere a opportunità formative ed educative adeguate che li mettano in grado di dispiegare tutto il loro potenziale. Un’emergenza che Save the Children ha messo quest’anno al centro della campagna di sensibilizzazione e azione “Illuminiamo il Futuro.

Il report con La valutazione d’impatto del Programma Fuoriclasse

Il video sulla dispersione scolastica realizzato dai ragazzi di Scalea


Garante per l'infanzia e l'adolescenza

L'indagine LOST prova a far chiarezza sulle dimensioni dell’abbandono della scuola e sui costi economici e sociali che ne derivano
Anche quest’anno decine di migliaia di studenti non sono tornati sui banchi delle scuole o della formazione professionale. Nonostante qualche progresso, l’Italia stenta a recuperare terreno verso l’obiettivo della riduzione dell’abbandono scolastico al 10% stabilito dall’Unione Europea per il 2020.

Secondo i dati Eurostat il tasso di abbandono scolastico in Italia si attesterebbe attualmente al 17% con un trend di miglioramento; il problema riguarda quasi esclusivamente i maschi e interessa in misura più sostenuta il Mezzogiorno, con punte del 25,8% in Sardegna, del 25% in Sicilia e del 21,8% in Campania (dati riferiti al 2012 – MIUR 2013).
L'analisi dei dati sulle frequenze scolastiche, forniti da ISTAT, aggiunge un dato per nulla rassicurante sul rapporto tra diplomati e popolazione nella fascia d'età 19 anni: ogni anno il 23,8% della popolazione non raggiunge un titolo di scuola secondaria che dia accesso all'università.

L’abbandono scolastico è certamente una lesione del diritto di uguaglianza ma quale costo economico devono sopportare le persone e la collettività a causa di questo mancato investimento in capitale umano? Concentrandosi sul reddito permanente, quello mediamente fruibile nell’arco della vita, l’azzeramento della dispersione scolastica si stima possa avere un impatto importante sul PIL compreso in una forbice che va dall'1,4% al 6,8% che, tradotto in euro, significherebbe un recupero da 21 a 106 miliardi!

LOST, l'indagine nazionale sulla dispersione scolastica promossa da WeWorld Intervita con Associazione Bruno Trentin e Fondazione Agnelli è un importante contributo sulle dimensioni dell’abbandono della scuola e del costo economico che, insieme al mancato conseguimento di un titolo di studio superiore, comporta rischi rilevanti di esclusione lavorativa e sociale per i ragazzi. Realizzata in collaborazione con CSVnet e patrocinata da questa Authority, la ricerca per la prima volta valuta anche la dimensione e il valore delle attività che scuole e Terzo settore mettono in campo per contrastare la dispersione scolastica. L’analisi delle azioni del volontariato, in particolar modo, pazienti, silenziose, e insostituibili, è una novità assoluta rispetto ad altri studi.

Oggetto di indagine sono le scuole secondarie di I e di II grado e gli enti non profit delle quattro aree urbane metropolitane di Milano, Roma, Napoli e Palermo perché è proprio qui che l’abbandono scolastico si intreccia con le problematiche relative all’allentamento dei vincoli di comunità e del controllo sociale (ancora diffusi e rilevanti nei centri più piccoli), e alla difficile integrazione dei ragazzi di origine straniera la cui presenza è più intensa proprio nelle grandi città.

Oltre i numeri. Il fenomeno dell'abbandono precoce dei percorsi formativi presenta una multidimensionalità di cause che rende necessaria una pluralità di strategie di contrasto, adattabili ai diversi contesti. Nell’elaborazione di queste strategie, la scuola non può rinunciare al ruolo di attore promotore e di nodo centrale di una rete che tenga insieme tutti i soggetti che lavorano sul tema.

In ogni territorio indagato, ma in modo più evidente nel centro-sud, è emerso che l’obiettivo principale perseguito da chi opera nel Terzo settore per contrastare la dispersione scolastica è innanzitutto creare o ricreare una sorta di affezione allo studio, ridare centralità ai ragazzi accrescendone le possibilità di scelta, attraverso il riconoscimento dell’importanza delle conoscenze. In tal senso, il Terzo settore sembra svolgere un ruolo fondamentale, andando a riempire un vuoto che l’istituzione scolastica ad oggi da sola non è in grado di colmare.

I risultati di LOST mettono in luce la necessità di una maggiore complementarità tra le azioni di contrasto messe in campo da scuole e Terzo settore: il fenomeno è troppo complesso e il problema troppo importante perché  si continui ad operare in modo indipendente e non coordinato.

******LA RICERCA LOST******
La Conferenza di Lisbona aveva individuato nella riduzione dell’abbandono scolastico uno dei cinque benchmark che i Paesi UE dovevano raggiungere nel campo dell’istruzione entro il 2010, obiettivo posticipato poi al 2020. Secondo i dati dell’Unione Europea, gli early school leavers rappresentano in Italia il 17% (mentre in Germania la quota è sensibilmente più bassa così come in Francia e nel Regno Unito). Rispetto all’obiettivo europeo del 2020 del 10% il nostro Paese avrebbe sette punti di differenza da colmare, pertanto già nel 2011 è stato fissato un obiettivo nazionale più realistico (e modesto) del 15/16%.

LE SCUOLE E LA LOTTA ALLA DISPERSIONE
L'indagine sui progetti gestiti dalle scuole nei quattro territori considerati, ha evidenziato che:
- oltre il 60% dei progetti attivati si concentra su azioni finalizzate all’integrazione delle attività curricolari per il contrasto del basso rendimento
- il 46,7% riguarda attività ludico-laboratoriali per migliorare il clima scolastico
- il 35,7% sviluppa azioni di orientamento in ingresso, in itinere e in uscita
- percentuali inferiori riguardano attività integrative con uso delle nuove tecnologie e azioni di coinvolgimento di famiglie degli studenti

È emersa una tendenza solipsistica nella gestione degli interventi di contrasto all’insuccesso scolastico: il 50% dei progetti viene realizzato in totale autonomia dalle scuole e questo vale ancor di più a Roma e Milano (aree territoriali che infatti non prevedono bandi di finanziamento – es. Piano Operativo Nazionale (PON) - in cui la partnership tra scuole ed enti del Terzo settore sia una condizione di partecipazione).

GLI ENTI NON PROFIT E LA LOTTA ALLA DISPERSIONE
Per quanto riguarda le attività realizzate contro l'abbandono scolastico, gli enti (intervistati) dichiarano che l'attività preponderante è
- l'aiuto nei compiti scolastici (46,5%)
- seguita, a distanza, dai centri di aggregazione giovanile (25,6%)
- dalla socializzazione (attività extrascolastiche, centro ricreativo e/o di aggregazione giovanile)
- seguono poi attività di più diretto recupero scolastico (in molti casi con un rapporto 1:1 tra ragazzo e animatore/educatore), di disponibilità di spazi per lo studio (ivi compresa l’attività di prestito libri) e attività di orientamento scolastico

Le attività non si distribuiscono in modo equivalente nei diversi territori della rilevazione: dai dati emerge con grande evidenza come l’intervento di doposcuola con aiuto compiti sia particolarmente attivo a Milano, dove si presta altresì attenzione alla creazione di luoghi di studio e ad attività individualizzate di ripetizione, mentre nelle altre città l’attività di aiuto compiti ha dimensioni equivalenti alle attività di aggregazione e di ricreazione extrascolastica. Proiettando il dato su scala nazionale con riferimento ai dati del Censimento Istat 2011 delle imprese del Terzo settore, si può ritenere che il privato sociale arrivi a mobilitare risorse per 60 milioni di euro all’anno: in media, per ogni euro speso viene prodotto valore pari 1,60 euro. Uno sforzo comparabile a quello del Ministero dell’Istruzione, che investe circa 55 milioni di euro ogni anno in progetti attivati nelle scuole, principalmente con finalità di recupero.

SCUOLE E ENTI DEL TERZO SETTORE: CONCORRENTI O ALLEATI NEL CONTRASTO ALLA DISPERSIONE?
Anche se in modo non molto marcato, le iniziative del sistema scolastico crescono al crescere dell'incidenza del fenomeno dell'abbandono e, pur nei limiti delle risorse disponibili, sembrano rispondere alla domanda del territorio con un numero crescente di progetti che consente di raggiungere un numero altrettanto crescente di studenti. Viceversa, nel caso del Terzo settore, il numero di studenti coinvolti nelle iniziative anti-dispersione appare slegato dall’effettiva incidenza del problema a livello territoriale: domanda del territorio e offerta da parte degli enti del Terzo settore sembrano essere indipendenti tra loro, forse anche a causa dell’eterogeneità delle iniziative attivate. Gli interventi di scuole e Terzo settore non sembrano essere legati da alcuna relazione sistematica laddove rispondono a logiche diverse e attivano sul territorio interventi che appaiono del tutto indipendenti tra loro: al di là di pochi casi virtuosi sembra prevalere la sistematica assenza di comunicazione, coordinamento e reciproca legittimazione tra i due attori.

Vedi la Ricerca "Lost"


Centro nazionale Documentazione e Analisi per l'Infanzia e l'Adolescenza
29 ottobre 2014

Aumenta la povertà infantile nei Paesi ricchi e cresce notevolmente anche il numero di Neet, giovani tra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione. Dal quadro tracciato dalla Report card 12 del Centro di ricerca Innocenti dell'Unicef, presentata ieri a Roma, emergono dati che mettono in evidenza il profondo impatto della crisi sul benessere dei bambini.

La Report card Figli della recessione: l'impatto della crisi economica sul benessere dei bambini nei paesi ricchi analizza i livelli di povertà minorile dal 2008 in 41 Paesi dell'Unione europea e dell'Ocse, rileva la percentuale di giovani Neet e include i dati del Gallup World Poll sulla percezione che i singoli individui hanno della loro condizione economica e sulle speranze per il futuro da quando è iniziata la recessione.

I dati sulla povertà relativa dei bambini rivelano che il fenomeno è aumentato, dal 2008, in 23 Paesi; in Irlanda, Croazia, Lettonia, Grecia e Islanda è cresciuto di oltre il 50 per cento. Nei 41 Paesi presi in considerazione dall'indagine i bambini che vivono in povertà sono circa 76,5 milioni. La recessione ha colpito duramente soprattutto i giovani tra i 15 e i 24 anni: il numero dei ragazzi in questa fascia di età che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione è aumentato notevolmente nella maggior parte dei Paesi Ue. Nell'Unione europea 7,5 milioni di giovani erano classificati come Neet nel 2013, quasi un milione in più rispetto al 2008.

Riguardo alla percezione della crisi da parte dei singoli individui, il rapporto evidenzia la crescita delle sensazioni di insicurezza e stress. In 29 dei 41 Paesi è aumentata la percentuale di intervistati che dichiara di non avere abbastanza denaro per comprare il cibo per sé e la propria famiglia. In Grecia, la percentuale di intervistati che afferma di aver “sofferto di stress recentemente” è aumentata dal 49 per cento nel 2006 al 74 per cento nel 2013. Negli Stati Uniti, la percentuale di coloro che hanno avuto il problema di non avere abbastanza soldi per comprare il cibo è raddoppiata, dal 10 al 20 per cento.

Le risposte dei Paesi relative alla protezione sociale sono cambiate in misura considerevole in grandezza e composizione. Quando i tagli di bilancio sono diventati inevitabili in alcuni Paesi, in particolare nella regione del Mediterraneo, consolidandosi, le disuguaglianze sono aumentate e le condizioni di vita per i bambini sono peggiorate.

La Report card mette in luce il “grande passo all'indietro” compiuto da molti Paesi ricchi a causa della recessione: un calcolo dell'impatto della crisi sul reddito medio delle famiglie con bambini indica che, tra il 2008 e il 2012, le famiglie greche hanno perso l'equivalente di 14 anni di progresso; Irlanda, Lussemburgo e Spagna hanno perso un intero decennio e altre 4 nazioni ne hanno perso quasi altrettanto.

Vediamo adesso alcuni dati relativi al nostro Paese. Riguardo alla povertà infantile, l'Italia si colloca al 33esimo posto su 41 Paesi presi in esame dall'indagine. Il tasso di povertà infantile è aumentato di circa sei punti tra il 2008 e il 2012, attestandosi al 30,4 per cento. Un bambino su 3 vive in povertà.

I dati sui Neet rivelano che l'Italia occupa il 37esimo posto su 41 Paesi. La quota di giovani tra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione è aumentata di quasi sei punti, raggiungendo il 22,2 per cento. Il tasso Neet più alto dell'Unione europea.

Il Rapporto


Save the Children
Aprile 2014

27 milioni di bambini a rischio povertà (28%), 1 milione in più dal 2008, a causa della crisi e della mancata ridistribuzione delle risorse

Diffusi oggi, in vista delle elezioni europee, i dati del rapporto di Save the Children “Povertà ed esclusione sociale minorile in Europa – in gioco i diritti dei bambini”. In Italia, al via il prossimo 12 maggio “Illuminiamo il futuro”, una grande  campagna di Save the Children per far conoscere e affrontare l’altra faccia della povertà, la povertà educativa, che sta privando i bambini e gli adolescenti, nei quartieri svantaggiati di molte città italiane, di tutte le opportunità di crescita formativa e culturale.

Sono 27 milioni i bambini a rischio povertà o esclusione sociale in Europa, con una crescita di quasi 1 milione in 4 anni (2008-2012), mezzo milione in un solo anno, tra il 2011 e il 2012. Si tratta di una parte consistente della popolazione al di sotto dei 18 anni, più di 1 minore su 4 (28%) nei Paesi UE28, e riguarda tutte le nazioni,  compresi i Paesi nordici, tradizionalmente egualitari e con un forte welfare. In Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia e Islanda, infatti, ma anche in Slovenia, Olanda, Germania, Svizzera e Repubblica Ceca, la percentuale dei minori è a rischio povertà o esclusione varia dal 12 al 19%, in Italia raggiunge il 33,8%, in Grecia, Ungheria e Lettonia varia tra 35 e 41%, per superare addirittura la metà del totale (52%) in Romania e Bulgaria. Un gap sempre più ampio rispetto agli obiettivi stabiliti dall’Europa per una crescita sostenibile e inclusiva, che prevedono l’affrancamento di almeno 20 milioni di individui dal rischio povertà o esclusione sociale entro il 2020.

Questi alcuni dei dati in evidenza nel rapporto “Povertà ed esclusione sociale minorile in Europa – In gioco i diritti dei bambini” diffuso oggi da Save the Children, che fa luce sulle pesanti conseguenze per bambini e adolescenti della crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008 e ancora persistente, e fa appello a tutti i Paesi europei, alle istituzioni UE e ai politici perché vengano stabilite strategie e piani mirati per la riduzione della povertà minorile, con un approccio multi-settoriale, che parta dalla difesa dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

“L’impatto della crisi colpisce soprattutto i bambini, maggiormente esposti degli adulti al rischio di povertà o esclusione sociale in quasi tutti i paesi UE, e condiziona pesantemente due aspetti determinanti: il lavoro dei genitori e i servizi di welfare,” ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia.
“L’Europa deve prendere atto dei gravi danni che la crisi ha prodotto sulle condizioni di vita e di crescita dell’infanzia pressoché in tutti i Paesi, anche se in misura diversa, e mettere tra le sue priorità la lotta alla povertà minorile.”

Il gap sul rischio povertà o esclusione sociale tra minori e adulti tocca i livelli più alti in paesi come Romania e Ungheria (dove supera il 10%), Malta, Lussemburgo, Slovacchia, ma anche Spagna, Irlanda e Francia, e in Italia si attesta al 5%. Gli effetti delle difficoltà lavorative dei genitori sono evidenti, i figli di quelli che hanno una bassa intensità lavorativa sono infatti esposti il 56,7% in più al rischio di povertà o esclusione sociale rispetto a chi è figlio di genitori con un’intensità lavorativa più elevata. Sul fronte del welfare, dove la parità di accesso ai servizi per l’infanzia e all’educazione è fondamentale per garantire uguali opportunità e spezzare il circolo della povertà, solo meno della metà dei Paesi europei, tra cui non figura l’Italia, hanno reso disponibili i servizi per l’infanzia ad almeno 1/3 della popolazione sotto i 3 anni entro il 2010, come stabilito dagli obiettivi condivisi.

“Il reddito dei nuclei familiari è una delle principali discriminanti rispetto al rischio di povertà minorile, ma la povertà non è soltanto mancanza di denaro, è una realtà multidimensionale ed è tra le cause maggiori della violazione dei diritti dei bambini in Europa. Non si tratta infatti solo della mancata soddisfazione dei diritti di base, come l’alimentazione, il vestiario e l’abitazione, ma esiste una relazione diretta anche con l’esclusione sociale e l’inaccessibilità ai servizi per l’infanzia o ad un’educazione adeguata, e, spesso, con l’impossibilità, per bambini e adolescenti, di partecipare alle attività sociali e culturali con i loro coetanei. La povertà per i bambini europei è soprattutto disuguaglianza,” continua Valerio Neri.

E’ di fondamentale importanza comprendere quali siano le correlazioni tra le diverse dimensioni che incidono sulla povertà o sull’esclusione sociale. Le condizioni abitative inadeguate o economicamente insostenibili, ad esempio, sono uno degli aspetti più rilevanti della povertà e dell’esclusione: quasi 2 bambini europei su 5, 1 su 4 in Italia, vivono in condizioni abitative inadeguate, con il tetto che perde, fondamenta, muri, pavimenti o infissi umidi o danneggiati;  l’11% dei nuclei familiari in Europa destina più del 40% del reddito all’abitazione, con punte del 38% in Grecia, seguita da Spagna, Romania, Bulgaria, Ungheria, Olanda, Germania e Portogallo, mentre l’Italia è appena sotto la media, con il 10,7%. Pertanto, con il poco che rimane, i genitori non riescono più a dare ai loro figli la possibilità di partecipare alle attività culturali, formative e ricreative con i loro coetanei.   
 
Anche il livello di istruzione delle famiglie di origine gioca un ruolo rilevante sulle condizioni dei minori. La percentuale di minori a rischio povertà o esclusione sociale nei Paesi UE (esclusa la Croazia), infatti, è cresciuta in media dal 55.3% al 61% per i bambini figli di genitori con un basso livello di istruzione, mentre per le famiglie con un grado di istruzione elevato l’incremento si limita a mezzo punto percentuale. L’impatto negativo di una scarsa istruzione familiare rischia purtroppo di perpetuarsi nel futuro dell’Europa, visto che il 13% degli adolescenti abbandona la scuola dopo la secondaria di primo grado e non partecipa più ad alcun percorso formativo o educativo, una percentuale che raggiunge il 17,6% in Italia e supera il 20% in Spagna, Portogallo e Malta.

Le misure di contrasto e prevenzione della povertà e dell’esclusione sociale minorile
 Rispetto alle responsabilità e alle capacità di contrasto e prevenzione della povertà o dell’esclusione sociale minorile da parte dell’Unione Europea e dei singoli Paesi, il Rapporto presentato da Save the Children sottolinea l’importanza delle politiche redistributive, oltre a quella delle possibilità di impiego per i genitori. Anche i Paesi con un PIL elevato, infatti, a differenza di quanto si possa pensare, mostrano una significativa percentuale di minori a rischio povertà o esclusione sociale. Nei Paesi europei membri del G8 i minori a rischio vanno da un minimo di 1 su 5 fino a 1 su 3, mentre in Irlanda, che ha uno dei Pil procapite più elevati (33.000€), la fascia a rischio tocca il 34%.

“In Europa, sono proprio i Paesi con la maggior disuguaglianza lavorativa o quelli incapaci di ridistribuire adeguatamente le risorse in favore dei bambini più svantaggiati a segnare le percentuali più elevate di povertà o esclusione sociale minorile. Una redistribuzione efficace deve partire dagli investimenti per il sostegno diretto delle famiglie, con misure come edilizia popolare, accesso all’impiego e al congedo parentale, salario minimo, indennità di disoccupazione, deduzioni fiscali e accesso universale ai servizi e all’educazione per l’infanzia con un sostegno per i più vulnerabili. Proprio in vista delle elezioni del nuovo Parlamento Europeo chiediamo che questi temi non ancora una volta trascurati, ma messi siano al centro dei programmi di tutti i partiti politici, e che il Governo Italiano inserisca adeguati  investimenti per l’infanzia come priorità nell’agenda del prossimo semestre di Presidenza del Consiglio Europeo,” sottolinea ancora Neri.

“Non ci dobbiamo dimenticare che la disuguaglianza non è solo una causa della povertà, ma ne è anche una conseguenza. I bambini nati in contesti o aree economicamente o socialmente svantaggiate, quelli disabili, migranti o membri di minoranze, sono infatti maggiormente esposti ad una infanzia a rischio. Contrastare la povertà minorile significa fare le scelte politiche migliori per ottenere un cambiamento vero, immediato e duraturo in favore di tutti i bambini. La generazione di bambini e adolescenti europei che cresce facendo i conti con deprivazioni ed esclusione potrà esprimere il suo potenziale solo se sostenuta adeguatamente. Vogliamo ricordare a tutti che l’investimento sull’infanzia è vantaggioso, economicamente, socialmente e politicamente.” conclude Neri.

Il prossimo 12 maggio, Save the Children lancerà in Italia “Illuminiamo il futuro”, una grande  campagna per far conoscere e affrontare l’altra faccia della povertà, la povertà educativa, che sta privando i bambini e gli adolescenti, nei quartieri svantaggiati di molte città italiane, di tutte le opportunità di crescita formativa e culturale. L’Organizzazione presenterà un programma nazionale di intervento a sostegno dei bisogni educativi di bambini e adolescenti.

Nelle conclusioni del Rapporto europeo su povertà ed esclusione sociale minorile Save the Children raccomanda che:
Tutte le strategie, i piani e gli interventi siano volti a ridurre o prevenire la povertà minorile devono partire sempre dai diritti dei bambini e dalla comprensione dei bisogni e contesti reali dell’infanzia e dell’adolescenza .

Gli investimenti sulla tutela e la promozione dell’infanzia e dell’adolescenza a livello europeo, nazionale, regionale e locale, devono rientrare in una golden rule, ovvero la definizione di criteri in base ai quali le spese destinate all'infanzia e alle famiglie vengano scomputate dal calcolo dell'indebitamento del paese, riconoscendo così che costituiscono un beneficio per l’intera società, nel presente e nel futuro. Questo significa che molte delle risorse destinate ai minori devono essere considerate un investimento nel futuro della società, quindi come parte del deficit strutturale a lungo termine e non come un costo attuale.

Tutti i Paesi membri EU devono implementare la Raccomandazione della Commissione Europea “Investing in Children: breaking the cycle of disadvantage”, attraverso piani di azione per il contrasto e la prevenzione della povertà e per l’annullamento delle disuguaglianze.
Tutti i Paesi membri UE insieme ad Islanda, Norvegia e Svizzera,  devono adottare misure per assicurare un reddito minimo alle famiglie (superiore alla soglia della povertà relativa), l’educazione gratuita di qualità per tutti i bambini e il sostegno ai servizi e all’educazione per l’infanzia e il rinforzo il sistema sanitario universale, in particolare per i bambini più vulnerabili o emarginati. Devono inoltre garantire pari accesso alla giustizia per tutti i bambini, inclusi i minori migranti, come indicato dalle Linee Guida del Consiglio d’Europa sulla Giustizia e misura di bambino.

Versione integrale del rapporto “Povertà ed esclusione sociale minorile in Europa – In gioco i diritti dei bambini”

Garante per l'infanzia

Spadafora: “Non basta fotografare la realtà, occorre cambiarla. Questo il messaggio dell’UNICEF ai governi, anche a quello italiano.”
Nascosta ma sotto gli occhi di tutti: stando ai dati del Rapporto UNICEF la violenza nei confronti di bambini e adolescenti è in sconcertante aumento. Abusi fisici, sessuali e psicologici, uniti a comportamenti che perpetuano e giustificano la violenza, tenendola nascosta, ma sotto gli occhi di tutti, ovunque nel mondo. Caratteristica comune dei diversi tipi di violenza è la loro mancata denuncia: rimane segreta nella stragrande maggioranza dei casi e le vittime non chiedono aiuto. Il Rapporto si sofferma anche sui costi economici e sociali  della violenza contro di minorenni, evidenziando l’importanza dei dati anche al fine di monitorare l’efficacia delle azioni.

Sono circa 120 milioni nel mondo le bambine e le adolescenti sotto i 20 anni che hanno subito qualche forma di abuso sessuale. Non solo: un quinto di tutte le vittime di un omicidio ha meno di 20 anni e più di uno studente su tre tra i 13 e i 15 anni è regolarmente vittima di bullismo. In particolare, si legge nel rapporto, 84 milioni di ragazze adolescenti, ossia una su tre fra quelle che hanno una relazione stabile, è stata vittima di violenza psicologica, fisica o sessuale da parte del marito o del partner. Sempre secondo lo studio, circa il 17 per cento dei bambini, in 58 Paesi presi in esame, risultano soggetti a forme severe di punizione fisica.

“Hidden in Plain Sight", questo il titolo del Rapporto,  raccoglie e analizza dati provenienti da 190 Paesi, documentando anche le forme di violenza che avvengono nei luoghi dove i bambini dovrebbero maggiormente sentirsi al sicuro: a casa, a scuola, nelle proprie comunità. L’indagine è stata promossa nell'ambito di #EndViolence, la campagna globale di informazione e sensibilizzazione sulle diverse forme di violenza che colpiscono i minorenni lanciata dall’UNICEF nel luglio 2013.

“Sono molti i contenuti del Rapporto rivolti anche ai Paesi occidentali – ha detto il Garante Spadafora. L’Italia viene citata per i dati sulla violenza resi disponibili dall’ISTAT, ma risalenti ormai al 2006, così come per la violenza sessuale, per il bullismo. Ma oltre alla fotografia della situazione attuale, il Rapporto fornisce utili indicazioni nella parte dedicata alle strategie per prevenire e contrastare la violenza su e dei minorenni: occorre sostenere i genitori, le famiglie, chi si occupa dei bambini, ma anche i minorenni stessi devono essere posti in condizione di proteggersi, rafforzando le loro competenze, realizzando dei servizi e dei meccanismi child-friendly, perché la maggior parte delle violenze vengono compiute da persone che i bambini conoscono bene. Il lavoro va quindi affiancato da un’azione a livello culturale, e dall’attuazione di leggi e politiche a protezione dei minorenni, raccogliendo dati e realizzando ricerche. Anche in Italia è necessario migliorare l'efficacia complessiva del sistema di presa in carico della violenza sui minorenni, agendo sulla prevenzione, sul contrasto e sul recupero.”

Proprio a questo scopo l’Autorità Garante ha istituito la Commissione Consultiva per la prevenzione e la cura dei maltrattamenti contro l’infanzia che, presieduta dal Prof. Luigi Cancrini e composta da esperti del settore con professionalità clinico-sanitarie, psicologiche e psicoterapeutiche, sociali, educative, giuridiche, è al lavoro dallo scorso aprile con l’obiettivo di individuare in sei mesi proposte di intervento. Il tema della violenza è anche contenuto nel documento di proposte sui livelli essenziali delle prestazioni, che verrà presentato il prossimo mese al Governo italiano.

Leggi il Rapporto "Hidden in Plain Sight" (sintesi, in inglese)




Terre des Hommes

L'indagine pilota di Terre des Hommes e CISMAI dà la prima fotografia dettagliata del fenomeno.
Sono quasi 100mila i bambini in Italia vittime di maltrattamenti e abusi e più della metà sono femmine. La stima è per la prima volta possibile sulla base di dati omogenei raccolti da Terre des Hommes e CISMAI nell’ambito di un’indagine quali-quantitativa presentata oggi a Roma presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. “Da dieci anni il Comitato ONU per la Convenzione dei Diritti dell’Infanzia chiede al nostro Paese di dotarsi di un efficace sistema di raccolta dati per conoscere e contrastare il maltrattamento a danno di bambini”, dichiara Federica Giannotta, Responsabile Diritti dell’Infanzia di Terre des Hommes.

“Per questo abbiamo voluto dare un contributo in grado di offrire una prima  fotografia della reale incidenza del fenomeno in Italia che tocca lo 0,98% della popolazione minorenne, in maggioranza femmine”.
“Da anni chiediamo l’istituzione di un sistema di monitoraggio sul maltrattamento. Questa prima ricerca, che per bacino di utenza raggiunto e ampiezza della materia trattata ci offre dati omogenei, comparabili e distribuiti su scala nazionale, è un contributo di riflessione epidemiologica da cui far scaturire nuove politiche”, dichiara Dario Merlino, Presidente del Cismai. “I dati raccolti ci indicano finalmente quanti sono i bambini che vengono presi in carico dai servizi per maltrattamento, ovvero i casi che emergono, anche se sappiamo che i casi non emersi sono almeno 20 volte di più. Il maltrattamento è ancora un fenomeno sommerso”.

L’indagine di Terre des Hommes e Cismai evidenzia come il maltrattamento rivesta un ruolo di primo piano tra le cause che comportano l’intervento dei Servizi Sociali, coprendo il 15,46% del totale dei minori presi in carico.
“L’importanza di questo lavoro è duplice. Infatti da una parte fa emergere che quello dell’abuso è un problema reale con il quale decine di migliaia di bambini devono fare i conti quotidianamente e, dall’altra, evidenzia quanto sia necessario realizzare una mappatura sul maltrattamento sui bambini” dichiara Vincenzo Spadafora, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza. “Il lavoro di Terre des Hommes e del CISMAI ci racconta di un’infanzia abusata con preoccupante sistematicità in ogni zona del nostro Paese ed il monitoraggio di tutte le facce del maltrattamento è fondamentale anche per individuare le misure più idonee, sia a livello politico che culturale, per contrastarlo.”

Passando a un’analisi più dettagliata dei casi rilevati di minori maltrattati, troviamo che il 52,51% sono femmine. La trascuratezza materiale e/o affettiva è la tipologia preponderante di maltrattamento (52,7%), seguita da violenza assistita (16,6%), maltrattamento psicologico (12,8%), abuso sessuale (6,7%), patologia delle cure (6,1%) e maltrattamento fisico (4,8%).

L’indagine “Maltrattamento sui Bambini: quante le vittime in Italia?” è stata condotta su un campione di 31 Comuni italiani diffusi su tutto il territorio nazionale, attraverso un questionario che chiedeva di fotografare la situazione al 31/12/2011. La popolazione intercettata è pari a quasi 5 milioni di abitanti, dei quali 758.932 minori. I minori in carico ai Servizi Sociali erano 48.280, dei quali 7.464 per maltrattamento. Questa cifra, che è pari allo 0,98% dei minori residente, consente una plausibile stima di quasi 100.000 minori maltrattati se proiettata su scala nazionale.

“Sapere che 1 bambino su 100 finisce presso i Servizi sociali per maltrattamento implica creare intorno al Servizio sociale una rete di prevenzione e protezione per tentare di curare al meglio i bambini già purtroppo danneggiati dal maltrattamento e di porre in essere tutte le azioni per diminuire drasticamente tale numero”, dichiarano i promotori dell’indagine.
“Che la metà circa dei bambini siano vittime di trascuratezza deve oggi farci riflettere sulla necessità di una serie di misure che il nostro Paese dovrà adottare anche per il contrasto alla povertà e alla deprivazione, specie durante questi cicli economici negativi.

Ma anche sapere che sono 6 bambini su 1000 a subire abusi sessuali è un dato che deve indurci a ripensare le misure di prevenzione e che la violenza assistita colpisce 16 bambini su 1000 ci indica che troppo spesso la conflittualità familiare sfocia nella violenza”.

Il progetto fa parte della Campagna “indifesa” di Terre des Hommes, nata per garantire alle bambine di tutto il mondo istruzione, salute, protezione dalla violenza e dagli abusi, con azioni di prevenzione e contrasto di alcune tra le peggiori forme di discriminazione che colpiscono le bambine nel mondo, dalle “bambine domestiche” del Perù e dell’Ecuador, alle “spose bambine” del Bangladesh, alle “mamme bambine” della Costa d’Avorio alle “bambine salvate dall’infanticidio” dell’India e alla prevenzione degli abusi sulle bambine in Italia.
Proprio per aprire un dibattito nazionale su questi temi, CISMAI ha organizzato per il 2013 gli Stati generali sul maltrattamento all’infanzia in Italia, che si concluderanno a Torino il 12 e 13 dicembre prossimi con una conferenza nazionale dal titolo: “Proteggere i bambini nell’Italia che cambia“.

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