×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

LA STAMPA

I taleban assaltano l’aeroporto di Kabul

  • Lug 17, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 2263 volte

La Stampa
17 07 2014

I taleban assaltano l’aeroporto di Kabul. 5 ore di guerriglia, uccisi tutti gli insorti

Un commando di taleban ha dato l’assalto nella notte all’aeroporto di Kabul. Il blitz si è concluso con la morte di tutti i miliziani (e senza vittime civili) dopo 5 ore di combattimenti. Il portavoce del ministero, Sidiq Sidiqi, ha precisato che gli attaccanti avevano preso posizione all’interno di un edificio in costruzione da dove hanno sparato razzi contro il settore militare dello scalo.

Complessivamente il bilancio è di sei morti e un agente ferito come ha riferito il portavoce del ministero dell’Interno afghano, Sediq Sediqqi, precisando che uno degli assalitori è morto in un’operazione kamikaze, mentre gli altri cinque hanno perso la vita in quasi quattro ore di scontri con le forze di sicurezza. Secondo fonti governative, citate dall’agenzia Dpa, l’attacco non ha provocato danni allo scalo. Gli scontri sono avvenuti nella zone militare dell’aeroporto, che è adiacente a quella civile.

La Stampa
16 07 2014

La Corte di giustizia riconosce il ruolo dei caschi blu nel massacro dei musulmani nel luglio del 1995. A sollevare il caso i famigliari delle vittime


La giustizia dell’Aja riconosce l’Olanda civilmente responsabile per la morte di centinaia di musulmani a Srebrenica. Per il giudice «lo Stato è responsabile della perdita subita dai familiari dei deportati dai serbi di Bosnia dal Dutchbat a Potocari nel pomeriggio del 13 luglio 1995» perché i caschi blu avrebbero dovuto proteggerli.

I parenti delle vittime hanno intentato una causa contro i peacekepers olandesi accusandoli di non avere protetto oltre 8mila uomini e ragazzi musulmani, barbaramente uccisi durante il conflitto in Bosnia.

La Stampa
16 07 2014

Tutto è cominciato con un invito abbastanza innocuo, una normale festa a casa di un compagno di classe. Lei è Jada, una ragazzina che vive e studia nei dintorni di Houston (Texas). Non aveva motivo per non accettare, così come di rifiutare un bicchiere di punch. E’ l’inizio di un incubo: la 16enne perde coscienza e non ricorda più quello che è successo dopo, ma crede di essere stata drogata.

La verità arriva dal web. Navigando sui social network scopre video e foto sconvolgenti che mostrano che cosa le è capitato: alcune immagini la ritraggono nuda, dalla vita in giù, svenuta per terra o distesa su un letto. Solo in quel momento si rende conto che, oltre agli abusi fisici, qualcuno ha filmato e fotografato tutto per condividerlo in Rete.

“Non avevo controllo. Non gli ho chiesto di svestirmi e di farmi quello che mi hanno fatto”, ha detto Jada in una intervista con il network locale, KHOU 11 News. In poco tempo, gli amici hanno cominciato a mandarle messaggi, chiedendole se stava bene. “Ora lo sanno tutti,” ha detto Jada.

Violentata due volte – prima nella realtà, poi sui social network

Purtroppo Internet mostra tutto il suo lato spietato. Tutto non è finito quella notte con le prime condivisioni in Rete: altri ragazzi di Houston, sia maschi che femmine, hanno iniziato a twittare immagini di loro stesi per terra, molti senza i pantaloni, nella stessa posa che aveva Jada nelle foto. Il tutto con l’hashtag #jadapose. Tramite telefonini e Twitter, l’incubo di Jada era diventato virale.

Il brutto del contenuto virale è che molti di questi ragazzi non conoscevano neanche a Jada ed ignoravano il vero significato dell’hashtag. Quando il giornale americano ‘Houston Press’ ha contattato uno degli utenti che avevano condiviso un contenuto con #jadapose, lui ha risposto di non conoscere neanche Jada, ma di essere semplicemente “annoiato all’una del mattino”.

La polizia di Houston sta indagando sull’accaduto. Nel frattempo, il presunto aggressore continua a proclamare la sua innocenza su Twitter, parlando di Jada in termini volgari.

La ragazzina, invece, ha coraggiosamente deciso di farsi avanti per raccontare la sua storia. “Non ha senso nascondersi” ha detto. “Tutti hanno già visto il mio viso e il mio corpo. Ma quello non è chi sono e cosa sono”. Nonostante tutto, Jada vuole andare avanti. Vuole studiare come privatista, forse per voler evitare i pettegolezzi dei compagni e per recuperare un po’ della privacy che gli è stata strappata via.

Ma su Internet ci sono anche state reazioni a supporto di Jada: negli ultimi giorni il web e i social network si sono inondati di gente indignata, manifestando solidarietà. Adesso, cercando l’hashtag #jadapose si trovano centinaia di foto di ragazze in un’altra posa: forte, decisa, dove mostrano i muscoli. “Stay strong” (“Fatti forza”) dicono attraverso gli hashtag #justiceforjada, e #IamJada. Un modo per dire che qualcosa del genere “potrebbe succedere a chiunque di noi”.

La Stampa
11 07 2014

L’inchiesta partita da Venezia. Sequestrati centinaia di gigabyte con foto e video. Interventi anche in Russia, Polonia, Messico, Spagna e Argentina

Una cinquantina di pedofili sono stati individuati tra Italia e altri 11 paesi in una vasta operazione che è stata portata a termine dal Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Venezia. Un lavoro investigativo durato mesi e coordinato dal Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia Online (Cncpo) presso il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni di Roma che dava la caccia a una rete di pedofili in giro per il mondo.
L’indagine, diretta dal pm lagunare Massimo Michelozzi, ha portato a 23 interventi della polizia di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Belgio, Polonia, Messico, Argentina, Russia, Spagna, Repubblica Ceca e, in Italia a 26 perquisizioni tra Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana. Centinaia e centinaia i gigabyte passati al setaccio dagli investigatori informatici, varie migliaia i sequestri di immagini e video di natura pedopornografica.



La Stampa
08 07 2014

Continuano i raid dell’Esercito israeliano su Gaza. Fonti palestinesi denunciano la morte di sette persone e il ferimento di altre 20 a Khan Younis, nel nord della Striscia di Gaza. Fra le macerie di una casa colpita dall’aviazione israeliana c sarebbero anche i corpi di donne e bambini. Intanto il capo didi Stato maggiore dell’esercito ha chiesto l’autorizzazione al richiamo di 40 mila riservisti. Hamas ha reagito minacciando il lancio di missili verso Tel Aviv «e anche oltre»: è la minaccia di Abu Obeida, portavoce del braccio armato di Hamas Brigate Ezzedin al Qassam. Il miliziano ha consigliato agli abitanti di Tel Aviv di prendere precauzioni. Intanto centinaia di migliaia a Beer Sheva (Neghev) sono corsi nei rifugi dopo le sirene di allarme.

LA SVOLTA DI ISRAELE
“E’ arrivata l’ora di togliersi i guanti con Hamas, aumentate gli attacchi”. E’ questo l’ordine che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto recapitare ai comandi militari dell’operazione “Protective Edge”, come è stata denominata l’offensiva aerea contro Hamas nella Striscia di Gaza che ha visto aviazione e marina realizzare nella notte appena trascorsa almeno cinquanta raid. L’obiettivo è distruggere le strutture militari di Hamas, far cessare il lancio dei razzi contro le città israeliane e obbligare Hamas ad accettare un nuovo cessare il fuoco. I raid aerei in particolare hanno distrutto tre centri di addestramento militare e le case di quattro miliziani di Hamas nell’area di Rafah, coinvolti nel lancio dei razzi.

LO SCENARIO
Il ministro della Difesa Yaalon avverte la popolazione nelle città del Sud: “E’ un’operazione che non durerà pochi giorni”. Il ministro degli Interni Sa’ar ammette che Hamas può colpire in profondità: “Non escludo razzi su Tel Aviv”. Hamas ha lanciato ieri notte 90 razzi e questa mattina altri 30. Si tratta dell’offensiva più intensa degli ultimi 20 mesi. Per il suo portavoce Mushir al-Masri: “Non è questo il momento per discutere di tregua o di ridurre gli attacchi, al momento siamo concentrati a combattere, sorprenderemo il nemico e colpiremo in profondità”. Al momento quella fra Israele e Hamas è una guerra aerea anche se l’esercito sta concentrando truppe di terra lungo i confini della Striscia. Ma il 41 per cento degli israeliani è contrario, secondo i sondaggi, ad una guerra terrestre. A Gaza accordo fra Hamas, Fronte Popolare e Jihad Islamica per coordinare i lanci di razzi. Il presidente americano Barack Obama interviene sulla crisi in atto in Medio Oriente con un articolo su “Haaretz”: “I sistemi di sicurezza possono difenderci da alcune minacce, la vera sicurezza può venire solo da una pace negoziata”.

#vorreiprendereiltreno. Battaglia di un disabile

  • Lug 03, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 1707 volte

La Stampa
03 07 2014

«Io, la Carrozza, i vagoni e l’amore. Sono single per colpa degli autobus: politici, aiutatemi!! #vorreiprendereiltreno». È il messaggio lanciato pochi giorni fa da un giovane disabile, Iacopo Melio, attraverso il suo blog e sui social network.

Tutto comincia con un cinguettio dell’ex ministro Maria Chiara Carrozza: «Buongiorno, oggi di ritorno da Roma con un treno magnifico partito alle sei #ioprendoiltreno». Dopo aver letto il tweet, Iacopo pensa a quanto invece sia difficile per lui e per tanti altri disabili fare una cosa normale come quella e le risponde sottolineando il problema con un hashtag simile al suo, ma modificato: #vorreiprendereiltreno

«È stato naturale ribattere al tweet della Carrozza per me che ogni giorno incontro barriere architettoniche ovunque e spesso non trovo mezzi di trasporto attrezzati – racconta - Ho lanciato la provocazione dell’amore, per suscitare una riflessione generale, senza voler essere polemico».

In un attimo, sui social network, l’ironia delicata di Iacopo trova decine e poi centinaia di sostenitori, prima tra gli amici, poi, anche tra tanti sconosciuti o volti noti della tv.

Il post sul blog di Iacopo: “Sono single per forza”

Il bimbo e' disabile, l'oratorio lo rifiuta

  • Lug 01, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 3353 volte

La Stampa
01 07 2014

«Francamente mi sarei aspettata tutt’altro atteggiamento da un’organizzazione che per motto vanta una frase come: “L’educazione è cosa di cuore”».
Tiziana, 42 anni, insegnante di scuola media, è amareggiata e non lo nasconde.
Per lei e suo figlio Alberto (il nome è di fantasia), bambino di otto anni affetto da una lieve disabilità, che si traduce in un leggero ritardo di apprendimento, trovare un centro estivo dove passare parte delle vacanze è stato più difficile di quanto si aspettassero.
«Sono partita con l’idea di non mandare mio figlio all’estate ragazzi della scuola per farlo staccare da quello che era l’ambiente in cui è rimasto tutto l’anno - racconta la donna -. Alcuni genitori dei suoi compagni di classe, così, mi hanno consigliato di iscriverlo al Centro Estivo dell’oratorio Don Bosco di Rivoli. Una struttura gestita dai salesiani, dove, mi hanno spiegato, venivano organizzate molte attività dalle gare sportive alle proiezioni di film. Così, dopo aver verificato su Internet il programma estivo e la disponibilità di posti liberi, ho chiamato il responsabile».

La conversazione con i referenti del centro, racconta la donna, procede senza intoppi e il responsabile conferma nuovamente la disponibilità di posti liberi per l’estate ragazzi. Questo, almeno, fino a che Tiziana non accenna al problema del figlio: «Mio figlio soffre di un leggero ritardo che gli fa assumere alcuni atteggiamenti più infantili rispetto ai suoi otto anni. E’ questo il motivo per cui ha frequentato quest’anno la prima elementare e per cui, in classe, è seguito da un’insegnante di sostegno - spiega la donna -. Fino a che non ho accennato a questa tematica è andato tutto bene».

E’ in quel momento che da certa, la permanenza di Alberto all’oratorio Don Bosco diventa impossibile: «Mi hanno detto che inserirlo sarebbe stato difficile perché non erano preparati - dice la madre del bambino. Anche le insistenze di Tiziana non trovano accoglimento, ai problemi già elencati, infatti, dall’oratorio aggiungono «una preparazione non adeguata da parte degli animatori, spesso adolescenti, per prendersi cura di suo figlio».

Al Don Bosco, oratorio di via Stupinigi a Cascine Vica, però, sottolineano che la soluzione del problema non dipende da loro. «I nostri animatori non sono qualificati per accogliere bambini con disabilità – spiega Roberto Romano, responsabile del centro –. Abbiamo strutture per disabili e molti ragazzi disabili che frequentano l’oratorio ma non siamo noi a fornire gli educatori. La signora avrebbe dovuto fare richiesta al Comune di Rivoli. A quel punto non ci sarebbero stati problemi». Alla fine la vicenda si è conclusa con il piccolo Alberto andato in una estate ragazzi comunale ma lontano dai suoi amici.

Truffa sui vaccini per l’influenza H1N1

  • Giu 20, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 4096 volte

La Stampa
20 06 2014

Truffa sui vaccini per l’influenza H1N1. Indagato un dirigente della Novartis. "Danni all’erario per 2,7 milioni di euro"

La procura di Siena apre un’inchiesta. Le irregolarità sarebbero legate al risarcimento versato dallo Stato all’azienda dopo il cessato allarme.

Perquisizioni sono in corso nelle sedi del gruppo farmaceutico Novartis, a Siena e a Origgio (Varese), nell’ambito di un’inchiesta dei carabinieri del Nas di Firenze, coordinata dalla procura di Siena, che ipotizza una truffa nell’ambito della fornitura al ministero della Salute del vaccino contro l’influenza A(H1N1) del 2009.

In base a quanto si apprende, gli investigatori ipotizzano una truffa legata al risarcimento che nel 2012 lo Stato versò a Novartis, a cui, nel 2010, in seguito al “cessato allarme” pandemia, il ministero aveva chiesto l’interruzione della fornitura del vaccino. L’accusa ipotizzerebbe che il risarcimento venne calcolato sulla base del prezzo fittiziamente gonfiato da Novartis di un componente essenziale del vaccino, l’adiuvante MF59. Il costo sarebbe stato incrementato grazie a una serie di sovrafatturazioni fra le società dal gruppo.

L’ad della divisione vaccini della casa farmaceutica Novartis, Francesco Gulli, è indagato con l’accusa di truffa aggravata nell’inchiesta della procura di Siena sulla fornitura del vaccino pandemico anti A(H1N1) al ministero della Salute: gli investigatori ipotizzano un danno all’erario di 2,7 milioni di euro. Le accuse riguardano, per illecito amministrativo, anche la società Novartis Vaccines Diagnostics, per non aver adottato quei modelli organizzativi che avrebbero dovuto prevenire il reato di truffa contestato al suo amministratore delegato. Le perquisizioni sono state disposte dal pm di Siena Aldo Natalini. L’indagine è collegata ad un secondo fascicolo, sempre senese, in cui vengono ipotizzati reati fiscali.

La Stampa
17 06 2014

Il bellissimo Hostal de San Marcos di León, il primo esempio di architettura rinascimentale spagnola innalzato nel XVI secolo per ospitare i pellegrini del Cammino di Santiago, è uno dei 94 hotel della rete statale Paradores. Peccato però che sia stato per 4 anni, dal ’36 al ’40, uno dei più duri lager del sanguinario dittatore Francisco Franco. La webcam della catena alberghiera, che enumera le meraviglie architettoniche dell’Hostal, dedica solo una riga al fatto che fu un campo di concentramento in cui furono torturati la bellezza di 7 mila democratici che appoggiavano il governo della II Repúbblica ( ’31-’39), abbattuta dal “Caudillo” con il suo golpe del ’36.

L’Hostal funziona dal ’64 e nessuno aveva mai avuto niente da ridire, benché nel 2011, premier il socialista José Luis Rodríguez Zapatero, il professor di Storia Contenporanea della Università di León avesse pubblicato il libro “Carceri e campi di concentramento della Castilla-León”, in cui si rivelava che nella zona che adesso occupa il lussuoso albergo da 5 stelle vennero imprigionati e torturati gli antifranchisti ( e pure che vi venne incarcerato il nonno di Zapatero, nativo della città di León, prima di essere fucilato).

Il vergognoso black-out però è stato infranto da un tedesco, Wilfried Stuckmann, che insieme alla moglie vi ha alloggiato per la scorsa Pasqua. Il turista ha scoperto, vicino al chiostro, una piccolo cartello in cui, in 12 righe, si ricorda la tragedia che occorse nell’edificio, cosi come che i morti ammazzati nella provincia di León allo stragismo franchista, e prima detenuti nell’Hostal, sono stati ben 3 mila.

Lo sdegno di aver dormito ed alloggiato in un lager ha spinto il signor Stuckmann ha scrivere una lettera di protesta presso un noto portale turistico, sostenendo che mai avrebbe prenotato se avesse saputo la sinistra storia. La lettera non esce, l’ostinato democratico insiste con pignoleria teutonica e un giorno si vede recapitare, nel suo conto corrente, i 390 euro che gli sono costate le due notti. Ma la più che giusta protesta non è mai uscita sul web.

L’antifranchista germanico non sapeva cosa fare dei soldi, così è entrato in Internet ed ha donato il denaro alla più che meritoria Asociación para la Recuperación de la Memoria Histórica ( Armh), che da anni cerca di recuperare e dar sepoltura alle 100 mila vittime della tirannia del Caudillo che ancora giacciono, come cani, nelle fosse comuni sparse per mezza Spagna. E la rete statale Paradores ed il portale turistico? Fanno gli gnorri e continuano a riempire l’Hostal. Business is business, alla faccia delle vittime. “Credo che l’Hostal dovrebbe essere un monumento commemorativo, non un hotel”, commenta scandalizzato Stuckmanm.

La Stampa
11 06 2014

Ancora una sparatoria e sangue in una scuola americana: uno studente é stato ucciso questa mattina in un liceo in Oregon con un’arma semiautomatica. Ad aprire il fuoco - lo apprende la Cnn da fonti investigative - sarebbe stato uno studente, a sua volta morto probabilmente dopo essersi suicidato, della Reynolds High School di Troutdale, non lontano da Portland.

Il presidente Usa Barack Obama è durissimo: «Siamo l’unico Paese sviluppato nel mondo dove accadono queste cose», ha commentato durante un dialogo con gli utenti del social media Tumblr.

«Gli Stati Uniti - ha aggiunto Obama - dovrebbero vergognarsi per l’incapacità di varare leggi più severe sulle armi da fuoco. I politici sono terrorizzati dalla Nra», la potente lobby delle armi in America. «Io rispetto la tradizione e il diritto a possedere le armi - ha aggiunto Obama - ma è incredibile che non si riesca nemmeno a varare una legge che prevede i controlli preventivi su chi vuole acquistare delle armi», per verificare se gli acquirenti abbiano precedenti penali o problemi legati a disturbi mentali. «La mia grande frustrazione è che in questa società non c’è la volontà di prendere alcune misure essenziali per tenere le armi da fuoco lontane dalle persone sbagliate. Non siamo di fronte a un caso alla settimana, - ha aggiunto il presidente Usa - ma a una storia di tutti i giorni».

Il killer, secondo quanto ha confermato la polizia, avrebbe agito da solo. Come sempre in questi casi, immediatamente dopo i primi spari, all’interno e all’esterno della scuola é scattato l’allarme. Attraverso gli altoparlanti o con dei messaggini, gli studenti sono stati esortati a mettersi al riparo. Contemporaneamente decine di agenti, anche delle squadre speciali, hanno circondato l’edificio, in cui hanno poi fatto irruzione.

facebook