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CARMELA DISTRUTTA DAI SORRISI

  • Nov 30, -0001
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18/2/2010  


Profondo Sud tra innocenza e pettegolezzo
MIMMO GANGEMI*
Quando si scaglia in terra un pugno di farina...». Saggezza antica. Lì a dire che, la farina, tutta non la si potrà mai raccogliere, che un po’ rimarrà sempre. Il riferimento è alle dicerie, al fango sparso con intenzione. Si appiccica addosso e accompagna la vita, spesso dannandola. Agli inizi degli anni ’60, a Carmela, appena sfiorita alla giovinezza, appiopparono di averla colta in un disdicevole e sospetto bisbigliare nella viuzza, sul fare dell’imbrunire, con Milio. La voce percorse in un niente i vicoli, penetrò i muri delle case, infiammò le chiacchiere di piazza. Di niente fecero lussuria, sbarrandole i buoni partiti che la sua avvenenza e un po’ di dote le avrebbero dovuto garantire. In età da marito, Carmela non ebbe infatti proposte di matrimonio. Eppure, nessuno credeva veramente che fosse successo qualcosa, a parte innocenti chiacchiere, in quel peccaminoso imbrunire. Importava solo che esistesse la diceria di mani che l’avevano rovistata ovunque. Importava solo che sul capo del malcapitato che l’avrebbe scelta sarebbe sempre gravato il sospetto che fosse infestato di corna. Carmela si sposò al limite del diventare zitella. Il mattino dopo la prima notte di nozze, il marito, seppure in pochi usassero ormai, espose al balcone le lenzuola macchiate della sincera verginità della moglie e rimase minaccioso, forse anche armato, poggiato alla ringhiera. Nessuno ebbe da obiettare, né allargò sorrisini, né mostrò gesti di scherno. Fu quel mattino di 15 anni dopo che venne raccolta gran parte della farina. Ma non tutta. Storie antiche. Che a volte ritornano. In forme diverse, ma ritornano, a bollarci di arretratezza e di inciviltà. Nel 2002 una ragazzina di tredici anni fu violentata da più uomini, soli, a gruppi, dentro casolari di campagna. Finché si decise a varcare la soglia della caserma.

Dove ebbe, assieme ai familiari, il coraggio e la civiltà di denunciare, più apprezzabili perché ciò avveniva in un paesino della Piana di Gioia Tauro, dove in simili casi appare conveniente tacere, per primo alla vittima. Nel 2003 aggiunse altri nomi, l’anno precedente non rivelati per paura. Arresti e carcere, con pene severe, che qualcuno sta ancora scontando. Ma che certo non sono riusciti a sanare la ferita dell’innocenza violata. E che hanno anzi aggiunto vituperio e scorno, le hanno impresso un marchio infamante e indelebile. Con la violenza subita sì un fatto raccapricciante, da condannare, ma in qualche misura pure una colpa da portarsi addosso per il resto del suo tempo, rinfocolandole ricordi che mai troveranno quiete, guastandole i giorni, invogliandola a spingere i passi dove la tragedia non è nota. Invece la ragazzina sceglie di restare, si fa donna. Cresce nel dolore però, perché scorge anche in uno sguardo innocente il luccichio di un sorrisetto ironico, la condanna, i compatimenti, perché deve sorbirsi la carità pelosa di chi s’impietosisce, però non la darebbe mai sposa a un figlio, perché scova dentro le parole un’allusione che magari non c’è. Non ha ancora trovato, come già Carmela, un uomo disposto a stendere sul balcone la sua innocenza, le macchie di una verginità - per quel che conta oggi - che le spetta di diritto e che le sozzure subite non hanno intaccato. E non intravede il futuro che tocca alla sua giovane età. Sette anni dopo, di nuovo agli onori della cronaca. «Sopra ernia, carbonchio», diciamo da queste parti. Perché costretta a denunciare chi le rende la vita impossibile. Con risolini, allusioni, parole chiare, minacce, ingiurie, per ferirla di una colpa non sua, per farle scontare arresti e condanne, pesare addosso i brandelli di una vita dannata. Ottiene soltanto un ammonimento del Questore a quanti le mettono sott’ombra l’esistenza. Quella farina fa ancora mostra di sé in terra. È rimasta là, a imbiancare la strada di tutti, a insozzarla. Nessuno l’ha raccolta. Neppure ci ha provato. Ne hanno aggiunta altra, anzi. Più che un pugno, è ora un sacco intero. Su un’innocente al pari di Carmela, più di Carmela. «Sono così i paesi piccoli» giustifica un tale. S’accorge che ci sono rimasto male e «chi cade nell’acqua, o poco o assai si bagna» aggiunge, credendo di riparare. Parliamo per proverbi, noi. Come se la saggezza antica sia in grado di dare un senso a tutto, di giustificare persino. Vorrei ribattergli che non è così, che la ragazzina è stata buttata a forza nell’acqua. Ma non capirebbe. È successo in un paesino, frazione di un Comune città d’arte, almeno così dice il cartello di benvenuto rovinato da bozzi che forse sono "civili" colpi di pistola. Ci si conosce tutti con tutti. Ha i difetti delle piccole comunità, dove lo stretto contatto crea malumori e invidie, dove il ristagnare delle fortune altrui rende meno infelice e opprimente il ristagnare delle proprie, dove non si è disposti a perdonare l’infamità di una denuncia, per quanto sacrosanta e legittima.

È successo lì, ma sarebbe potuto succedere altrove. Con gli stessi risultati, un timbro a caldo con la ceralacca, a bollarla per sempre colpevole vittima. Non mi meraviglia che sia andata così. Continua piuttosto a meravigliarmi questa mia gente che sa di stantio, che non si scuote, che si gira da un’altra parte, per viltà, per quieto vivere, per non curanza, che calpesta indifferente quella macchia bianca di farina, sempre lì a rinfacciarci che restiamo indietro mentre il mondo ci progredisce intorno.

* Scrittore calabrese, nato in Aspromonte, vive a Palmi. Ha pubblicato quattro romanzi, l’ultimo s’intitola «Il giudice meschino» (Einaudi)

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201002articoli/52338girata.asp

la stampa.la zampa.it
17 feb


ROMA
Un laccio sul muso, tenuto al guinzaglio, visibilmente terrorizzato e, soprattutto, in balia di due donne che lo prendono a calci. E' questo l'inizio di un video pubblicato su Internet contenente l'ennesimo caso di maltrattamenti. Le immagini con il passare dei secondi diventano atroci: le donne conficcano i tacchi delle loro scarpe sulla schiena e sulle zampe della povera bestiola che non riesce neanche a lamentarsi tanto è stretto il laccio attorno al muso. Alla fine l'animale rimane esamine sul pavimento, senza che si riesca a capire se sia morto oppure sotto choc.

Il video è purtroppo ancora disponibile in rete, ma, dopo una serie di verifiche da parte dell'associazione Aidaa, le due donne sono state individuate e con loro è stato individuato la persona che ha caricato il filmato in rete ed il presidente nazionale dell’Aidaa, Lorenzo Croci, ha inviato formale denuncia alla procura della repubblica di Milano.

Le due donne sono di nazionalità italiana, anche se hanno fatto caricare il filmato attraverso un provider straniero, residenti presumibilmente a Milano e sono state denunciate per maltrattamento di animali ai sensi dell`articolo 544 del codice penale, reato che prevede la reclusione fino a 2 anni in quanto in presenza dell`aggravante della violenza gratuita. Oltre alle due donne, trentenni, sono stati denunciati alla procura della repubblica anche i responsabili del sito che ospita il video e ne è stata chiesta la immediata rimozione. Da quanto esiste il gruppo di controllo, composto da veri e propri esperti della rete, sono stati individuati circa 200 video che contengono violenze su animali.

http://www.lastampa.it/lazampa/girata.asp?ID_blog=164&ID_articolo=1599&ID_sezione=339&sezione=News

BERLINALE, QUEI GAY "MINE VAGANTI"

  • Nov 30, -0001
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lastampa.it
14 02 2010

FULVIA CAPRARA
INVIATA A BERLINO
Il tabù dell’omosessualità, ma soprattutto gli equilibri complessi di una grande famiglia patriarcale del Sud. Essere gay, finalmente, non è un dramma e nemmeno una bandiera, piuttosto un incidente di percorso che si può superare, anche grazie ai colori, alla luce, al cibo, alle risate, di una comunità vitale, capace, con fatica, di metabolizzare il problema della diversità: «In Italia, da Trieste a Catania, la situazione è quella del film. Il punto sta nella comunicazione tra padri e figli, nel fatto che anche il genitore con la mentalità più aperta in fondo si preoccupa delle difficoltà che un figlio gay dovrà affrontare nella vita».Alla Berlinale, nel giorno in cui l’attenzione è soprattutto per Shutter Island di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio (che cita Kennedy: «Ich bin ein Berliner»), Ferzan Ozpetek presenta fuori concorso Mine vaganti (dal 12 marzo nei cinema), ballata tragicomica nel bianco del barocco leccese, dedicata al padre scomparso tre anni fa, straordinariamente simile, confessa l’autore, al capofamiglia interpretato da Ennio Fantastichini. Su di lui, classico maschio meridionale completo di moglie granitica (Lunetta Savino) e amante debordante (Gea Martire) si abbatte la più terribile delle maledizioni, il primogenito gay: «C’è la mia storia, ma anche quella di tante famiglie che conosco. Con mio padre non abbiamo mai parlato apertamente della mia omosessualità, non sono cose di cui è necessario parlare... Lui, pur sapendolo, non ha mai smesso, quando mi vedeva con una ragazza, di fare battute del tipo: non te ne fai scappare una».Sul set, in Puglia, Ozpetek ha ricostruito il clima delle sue tavolate romane all’ombra del gasometro, nel cuore del quartiere ostiense: «Girare un film è come mettersi a cucinare, non sai mai che cosa verrà fuori». Gli ingredienti sono gli attori, e si vede che il regista si è divertito un mondo a usarli, mescolarli, strapazzarli. Basta guardare i fratelli, motore della storia, Riccardo Scamarcio e Alessandro Preziosi, due sex-symbol dello spettacolo italiano alle prese con sofferte confessioni di omosessualità: «Mi piacevano, li ho trovati adatti per la parte». A Scamarcio è toccata la scena di un bacio appassionato: «Nessun problema, è scivolata via senza intoppi, però Riccardo continua a dire che, quando suo padre la vedrà, avrà le stesse reazioni di quello raccontato nel film». Di Preziosi, dice ancora il regista, «mi ha colpito la grande ambiguità, è molto istintivo, quando recita senza metterci il cervello raggiunge livelli eccellenti».Anche Daniele Pecci ha accettato la trasformazione senza battere ciglio, anzi, racconta l’autore, «non ha voluto nemmeno leggere il copione». E dire che tutti hanno dovuto rinunciare a un bel pezzo della loro immagine: «A Riccardo ho fatto tagliare i capelli, volevo che facesse tenerezza».E salti mortali sono stati richiesti pure a Elena Sofia Ricci che condensa, nel personaggio della zia Luciana, «le tre zie della mia infanzia». L’unica perfetta, fin dall’inizio, è stata Ilaria Occhini, la nonna depositaria dei segreti di famiglia, la più anticonformista, perché sa bene che fingere non serve: «L’ho scelta per la sua bellezza, per il fascino, per l’eleganza. Dopo, vedendola recitare, ho scoperto che è una grande attrice». La musica di Mine vaganti è importante, così come lo sono i titoli di coda che, nell’anteprima romana riservata alla stampa, sono saltati per errore gettando l’autore nel più totale sconforto: «Sono stato malissimo, ho preso venti gocce di Lexotan e sono andato a vedere Avatar». Il buonumore ritorna parlando delle ammiratrici celebri. Oltre a Madonna che, qualche tempo fa, in un’intervista, ha citato Cuore sacro e La finestra di fronte tra i suoi film preferiti, c’è Patty Pravo, autrice del brano Sogno composto apposta per il film: «Mi ha detto: sei l’unico regista a cui darei una canzone».Come gli altri italiani invitati a Berlino (oggi tocca a Silvio Soldini con Cosa voglio di più), Ozpetek non è in gara per l’Orso: «Meno male, ieri notte, per l’ansia di essere qui, ho creduto di avere due infarti, già vedevo i titoli sui giornali, “Regista morto nella sua stanza al Festival”... Ma sarebbe stato stupido rifiutare per orgoglio l’offerta di partecipare fuori concorso». Mine vaganti parla di legami familiari, tema principe del cinema italiano: «Forse, raccontando la famiglia, cerchiamo di raccontare quello che succede nel Paese, perché è da lì che parte tutto».

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/201002articoli/52202girata.asp 

 

lastampa.it
12 02 2010


Il Vaticano sottolinea la necessità di aiutare i migranti

La Chiesa richiede impegno concreto delle diocesi nel combattere fenomeni di razzismo e intolleranza
ROMA
Il Pontificio Consiglio ha diffuso oggi il documento finale del sesto congresso mondiale della Pastorale per i migranti e i rifugiati che si è svolto in Vaticano nel novembre scorso. Nel documento viene evidenziata la necessità di rivedere le politiche di controllo delle frontiere, la detenzione arbitraria e le politiche riguardanti la cittadinanza. Il cambiamento nelle politiche deve essere accompagnato da un incremento della cooperazione della Chiesa con i governi, la società civile e le autorità locali, al fine di «soddisfare le esigenze dei migranti e difenderne dignità e diritti».

La Chiesa dovrebbe assumere, secondo il Pontificio Consiglio «un ruolo di mediazione e di “advocacy” tra queste persone (i migranti ndr) e le autorità locali», anche «sostenendole dal punto di vista giuridico, medico e di altro tipo, lottando contro la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento, proteggendo i più vulnerabili, insistendo su un approccio basato sul rispetto dei diritti e promuovendo attivamente il ricongiungimento familiare».

Un impegno concreto che deve essere assunto anche a livello locale dalle diocesi, quindi, nel denunciare sfruttamento e violazione dei diritti umani e nell’aiutare i migranti anche trovando loro alloggi. Le azioni da intraprendere, secondo l’arcivescovo Antonio Maria Vegliò - che presiede il Pontificio Consiglio – devono quindi essere mirate a «ridurre la crescente sfiducia reciproca tra migranti e rifugiati e le comunità d’accoglienza».

Secondo il Vaticano, la Chiesa deve usare meglio i mass media «controbilanciando la copertura mediatica negativa con programmi d’educazione volti a sottolineare il contributo positivo dei migranti alla società, parlando anche della ricchezza che essi producono come manodopera qualificata», ma non solo, attraverso i mass media si devono anche promuovere campagne internazionali per combattere «discriminazione, la xenofobia e il razzismo» e per eliminare sospetto e diffidenza.

Infine, secondo il documento vaticano, i migranti devono essere aiutati a non annullare la propria identità culturale ma anzi a manifestarla, pur nel «rispetto per le leggi, la cultura e la tradizione del Paese che li accoglie»

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201002articoli/52168girata.asp

la stampa
9/2/2010

Significative riduzioni di un ormone collegato allo sviluppo del cancro

Assumere adeguate quantità di alfa e beta-carotene ridurrebbe fino al 68% la presenza di un ormone legato allo sviluppo del carcinoma mammario nelle donne fumatrici.
È quanto sostiene un nuovo studio svedese e pubblicato sul prestigioso “European Journal of Cancer”.

I ricercatori del Karolinska Institutet hanno coinvolto nello studio, durato quasi dieci anni, 36.664 donne. La ricerca da un lato ha mostrato che non vi erano evidenze legate all’uso di carotenoidi e il cancro al seno, dall’altro ha mostrato un forte legame con la riduzione di un ormone sensibile al tumore nelle donne fumatrici.
Per questo motivo, gli scienziati, oltre a raccomandare di non fumare ammettono che aumentare l’apporto di carotenoidi può essere d’aiuto nella prevenzione del cancro al seno.

«Se il potenziale effetto protettivo di alfa-carotene e beta-carotene contro il cancro al seno è mediato attraverso le loro proprietà antiossidanti, un'associazione può essere più forte o limitata alle donne che non ottengono antiossidanti altri da integratori alimentari. Un effetto protettivo dei carotenoidi può anche essere più pronunciato tra i fumatori perché il fumo di tabacco induce uno stress ossidativo», ha dichiarato la coordinatrice dello studio, dr.ssa Susanna Larsson
Naturalmente sono necessari ulteriori studi per chiarire se i carotenoidi conferiscono una maggiore protezione tra i non utilizzatori di integratori e i fumatori, e se l'associazione varia lo stato dei recettori ormonali, hanno concluso i ricercatori.
(lm&sdp)


http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/Benessere/grubrica.asp?ID_blog=26&ID_articolo=1601&ID_sezione=566&sezione=Ricerca

BAMBOCCIONI FRANCESI "COME MAMMA NESSUNA MAI"

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4/2/2010  


La società torna indietro: le donne a casa, i maschi al lavoro


DOMENICO QUIRICO
Avanza forse una generazione di retrogradi, di nostalgici dei buoni vecchi tempi, di adepti fervorosi dei valori cosiddetti tradizionali che credevamo in pezzi dopo i mille Sessantotto, le rivoluzioni sessuali permanenti, i giulivi peana all’eguaglianza dei sessi, la disintegrazione della famiglia «normale» nei mille rivoli rigeneratori delle complesse tribù dei divorzi e delle separazioni? La Francia, dove un matrimonio su tre finisce in divorzio e si crede ultra modernista ed emancipata, ha prodotto invece adolescenti il cui ideale è: vorrei essere come papà e mamma. La maggioranza tra loro tira avanti a capo basso almanaccando, se è femmina, che il suo destino resta la maternità (passando attraverso la seduzione); e, se maschio, il lavoro.

Il dato più sconcertante è che non lo sente come una sconfitta ma come l’irrefrenabile inclinazione a un magnifico destino. La prova, definitiva? Invece di struggersi al cinematografo per i prototipi del mauvais garçon e della donna mascolinizzata, gli adolescenti vogliono assomigliare ad Angelina Jolie e Brad Pitt: non tanto per il glamour e il conto in banca quanto per il fatto che sono genitori di sei figli, la famiglia patriarcale! Per il 41% dei ragazzi tra i 15 e i 18 anni, il modello cui ispirarsi è la mamma o il papà. Il 36% dice addirittura che la mamma è il miglior simbolo della donna.

E’ un guaio, questa indagine condotta da Ipsos Santé per conto del «Forum adolescentes 2010» promosso dalla fondazione Wyeth ieri a Parigi: sciupa il lessico di decenni di politiche dell’educazione e di rimodellamento sociale. Come riassume il pedopsichiatra Philippe Jeammet: «A furia di dire che siamo tutti eguali, si finisce per ottenere il contrario. Si cerca di abolire le differenze, e invece gli adolescenti vi si arroccano. Soprattutto i più fragili, i ragazzi che hanno bisogno di sembrare più grandi o quelli che vengono dall’immigrazione e ritornano alle loro culture di origine». Si è costruito un costume santificato alla mescolanza dei sessi ed ecco i risultati: nella fase cruciale della vita, quando si costruisce la propria identità, ragazzi e ragazze se ne stanno ben divisi gli uni dagli altri, duri e inconvertibili all’aria del tempo. Le ragazze, lontanissime dal rispettare i codici femministi, non aspettano altro che sentirsi toccare il cuore. I maschi strimpellano virilità, machismo e lavoro. Una quota rilevante tra loro (29%) non vuole farsi abbindolare dall’eguaglianza delle retribuzioni e dalla condivisione dei lavori domestici. E questo mentre la Francia proclama di voler introdurre le quote obbligatorie di donne nei consigli di amministrazione! La società è in evidente sfasamento rispetto al progresso legislativo. Solo sul punto specifico dell’equa ripartizione delle faccende domestiche all’interno della coppia le ragazze dissentono nettamente dai coetanei: il 92% è per la condivisione.

Il luogo della competizione, dove l’eguaglianza tra i sessi si accascia, è evidentemente la scuola: qui il sesso forte e desideroso di restarlo è in penose difficoltà, attruppato nei corsi di sostegno, nelle liste dei più lenti a imparare e in quelle di coloro che la scuola, alla fine, la disertano. Constatazione che ha spinto ormai molti pedagogisti a invocare gruppi di lavoro separati, per parlare liberamente di sessualità, ad esempio, e preparare l’orientamento scolastico successivo. Le ragazze vanno a scuola per riuscire, per far piacere ai genitori e agli insegnanti; i maschi per incontrare dei compagni.

Fuori dall’aula, al momento di divertirsi, le cose non cambiano, i gusti restano nettamente divisi. I maschi deridono le abitudini femminili; loro che adorano i giochi elettronici burleggiano le ragazze che «chattano» in continuazione o parlano sempre di amore. Anche per una passione comune, la musica, le differenze sono ben marcate: i maschi non sopportano la tendenza delle loro coetanee a diventare «fan di». Come nota il sociologo Dominique Pasquier, «è come se i ragazzi avessero bisogno di rafforzare la loro identità in gruppi unicamente maschili che esaltano la competitività e i valori virili». Un impetuoso balzo all’indietro.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/201002articoli/51894girata.asp

SOLDI AI PARENTI E PERSINO AI VICINI DI CASA

  • Nov 30, -0001
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01 02 2010

La legge non scritta della solidarietà per chi resta indietro

FLAVIA AMABILE

E’ una legge non scritta di chi affronta un viaggio per andare a cercare lavoro fuori: una parte del guadagno va divisa con chi è rimasto a casa. «E ne vediamo tanti che mandano tutto quello che possono», racconta Mustafa Jmaali, funzionario del dipartimento immigrazione della Cgil di Milano. Mandano soldi ai genitori ma anche a sorelle, fratelli, cugini, persino ai vicini di casa, in una catena di solidarietà che dovrebbe essere naturale ma che può anche avere dell’incredibile.

Perché non è poi così scontato che Fatima mandi ogni mese cento euro alla sorella e al cognato. Fatima vive da molti anni in Italia, ha due figli e non è così facile mandare avanti una famiglia a Milano. Il marito lavora, anche lei guadagna qualcosa come colf, hanno un permesso di soggiorno ma la crisi si fa sentire per tutti. Accadde due anni fa: «Mi chiamò mia sorella rimasta in Marocco. Abita ancora nel nostro paese d’origine non lontano da Rabat. Piangeva, il marito era responsabile in un’azienda tessile ma un incidente con un macchinario gli aveva maciullato un piede», racconta Fatima.

Impossibile mantenere il posto di lavoro, in teoria l’uomo poteva sperare di aver diritto al risarcimento di un'assicurazione o a portare la vicenda in tribunale. Il proprietario dell’azienda invece aveva preferito risparmiare su alcune voci, e l’assicurazione era una di queste. Nessuna copertura. Per di più l’uomo non se la sentiva di denunciare il suo datore di lavoro. E, quindi, raccontava la sorella a Fatima, ora erano senza un soldo, con tre figli piccoli, la più grande aveva nove anni, e un invalido da curare.

Fatima iniziò così a mettere da parte cento euro ogni mese, e ogni mese a mandarli alla sorella. Cento euro equivalgono a circa 1100 dirham, non è una fortuna, ma nemmeno una somma da disprezzare. E’ pari quasi a un salario minimo, ci si può comprare da mangiare, e almeno la sopravvivenza è garantita.

L’obbligo morale non c’entra molto con Irina, invece. Origini ucraine, e un figlio rimasto nel suo Paese perché le radiazioni cancerogene emesse dopo lo scoppio della centrale di Chernobyl hanno colpito anche lui come migliaia di altri. Quando Irina ha scoperto la malattia del figlio ha fatto le valigie ed è venuta in Italia. «Non avevo un altro modo per guadagnare abbastanza, dovevo pagare le lunghe e costose terapie necessarie per mio figlio», racconta Irina. Il piccolo è rimasto in Ucraina, e a poco a poco è diventato grande. Fra qualche mese avrà diciotto anni. La madre non ha mai smesso di mandargli a casa il necessario per mantenerlo ma non ha mai smesso di sperare di poterlo portare con sé per farlo vedere da medici che ritiene più preparati. Manca poco ormai. E’ rientrata nell’ultimo decreto flussi, ottenendo il permesso di soggiorno. Da questo momento ottenere il nulla osta per il ricongiungimento familiare con una vicenda come la sua dovrebbe essere piuttosto semplice.

Mary è arrivata a Roma trent’anni fa. Abitava a Manila, ha i capelli lisci e scuri delle donne filippine ma, al contrario di tante altre sue connazionali emigrate, ha avuto una fortuna: non si è spinta fino in Italia lasciando in patria marito e figli ma una madre molto malata. «Trovare un’occupazione come colf non è stato un problema ma i primi anni sono stati difficili, vivevo in una casa dove lavoravo dalla mattina fino alla sera tardi, senza interruzione. Però andavo a casa una volta l’anno per un mese, portando con me un bel pacco di soldi, anche più di un milione di vecchie lire», racconta Mary. Poi la madre è morta. Mary avrebbe potuto tornare a Manila ma i fratelli erano senza lavoro e lei ha capito che il suo aiuto poteva ancora servire. E’ la legge non scritta, valida per gli emigrati di tutto il mondo. E, quindi, un anno dopo l’altro i soldi continuavano ad arrivare ai suoi fratelli. A volte, per risparmiare, non tornava nemmeno a casa: il mese di vacanza lo trascorreva a Roma e i soldi del biglietto aereo andavano a rendere anche più corposa la somma mandata.

Dopo cinque-sei anni i fratelli sono riusciti ad aprire un negozio di alimentari. Nel frattempo il padre era morto, altri fratelli non ce n’erano. A quel punto Mary poteva considerarsi libera di rientrare e concedersi una vita meno massacrante. Ha scelto di rimanere in Italia. La famiglia dove viveva da ormai venti anni è diventata un’altra sua famiglia e ai fratelli ancora un po’ di aiuto in fondo non dispiace. Le leggi non scritte vanno rispettate fino in fondo.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201002articoli/51783girata.asp

LE DONNE CHE VOGLIONO IL VELO

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27/1/2010

Lanciano una petizione sul web oppure fuggono dall'Italia le musulmane che il governovuole obbligare a non indossare il niqab

FLAVIA AMABILE
C’è chi ha fatto le valigie ed è andata via, e chi ha deciso di restare e combattere con ogni mezzo. La guerra del niqâb ha almeno cinque anni in Italia, partita dal comune di Azzano Decimo in provincia di Pordenone con un tentativo del sindaco leghista di approvare il divieto bloccato da prefetto, Tar e Consiglio di Stato. Il sindaco ha replicato con un’ordinanza ora in vigore. Altri otto comuni hanno seguito l’esempio, fra cui Treviso e Alassio. Nel frattempo la guerra ha assunto carattere nazionale con proposte di legge depositate in Parlamento da Lega e Pdl. Ieri è bastato un annuncio arrivato da Parigi che la Francia vorrebbe vietare il velo integrale in pubblico a far riaccendere gli animi. Ad essere diviso non è solo il mondo politico ma gli stessi musulmani in Italia. ??Da un lato c’è Souad Sbai, deputato del Pdl ma anche presidente dell’Associazione Donne Marocchine in Italia. Come deputato ha presentato una legge per vietare burqa e niqab. E che anche ieri ha ricordato che lo stesso imam dell’Al-Azhar, una delle principali autorità religiose dell’Islam sunnita, è contrario. «Ha detto anche lui che non si tratta di un fatto religioso, è venuto dopo l’Islam e non c’entra nulla con la religione se non in qualche comunità tribale. Anche se fosse un dettame reigioso, la donna col burqa non può lavorare, partecipare alla vita politica ed economica di un paese e neppure vedere la sua faccia». ??Dall’altra ci sono loro, le donne velate in Italia, convinte del loro velo e decise a non farselo togliere da una legge. Quante sono? Forse nessuna, o comunque pochissime, quelle che indossano il burqa, vale a dire il tradizionale abito che ingabbia del tutto il volto delle donne. Alcune centinaia quelle che invece escono in niqab, che copre il volto lasciando scoperti soltanto gli occhi. ??Due settimane fa hanno dato vita a una petizione al Presidente della Repubblica e alle principali cariche istituzionali che hanno spedito ai politici di ogni schieramento per chiedere di non dare via libera al divieto, perché loro il niqab hanno scelto di indossarlo e vogliono continuare a farlo. «Non siamo state per nulla ‘obbligate’», scrivono nella petizione. «Al contrario, molte di noi hanno conosciuto il marito dopo la conversione all'Islâm, quando già indossavano l'hijâb. Le nostre famiglie generalmente ci hanno almeno al principio ostacolate in tutti i modi». ??Fra le ideatrici della petizione c’è Mujahida Cristina Lacquaniti, torinese. Lo dice chiaramente: «Può sembrare strana questa nostra scelta di continuare, nonostante tutto, a difendere il nostro velo, eppure indossando il nostro niqâb rivendichiamo ciò che siamo. Per noi è una questione di fede. Il divieto ci costringerebbe a rimanere in casa o a emigrare come già tante altre nostre sorelle hanno fatto negli ultimi anni. C’è chi è andata nel Paese d’origine del marito e chi si è trasferita nel Regno Uito dove c’è maggiore libertà. Per difendere il nostro diritto, che dovrebbe essere garantito dalla Costituzione, siamo pronte a batterci con ogni mezzo».


http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=833&ID_sezione=274&sezione=

CARFAGNA: "ANCHE L'ITALIA IMPORRA' IL DIVIETO"

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la stampa.it
27/1/2010  
 
Il ministro per le Pari opportunità: «Tempi brevi, il Pd collabori con noi»

MARIA CORBI

ROMA
L’Italia come la Francia: mai più donne velate. E’ il ministro Mara Carfagna a promettere un provvedimento in tempi brevi: «Il velo integrale non è una libera scelta delle donne, ma un segno di chiara oppressione». Non ha dubbi, incertezze la ministra delle Pari Opportunità che vuole rendere «pari» anche le donne immigrate in Italia insieme al burqa.

Ministro, a quando una legge italiana per vietare il velo integrale?
«Spero che la decisione francese possa servire da spinta anche per l’Italia dove alla Camera in commissione Affari costituzionali si sta discutendo una proposta di Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia e deputata Pdl, che va a modificare la legge 172 del 1975, che vieta l’uso di indumenti, come i caschi e i passamontagna, per esempio, che rendono impossibile l’identificazione delle persone. Occorre inserire burqa e niqab visto che la giurisprudenza negli anni, derogando dalla legge, li ha giustificati perché legati a pratiche devozionali».

Tempi lunghi...
«Mi auguro di no. Penso che, anche nell'ambito della legge sulla cittadinanza, ci saranno norme adeguate che vietino di indossare il burqa nei luoghi pubblici, e che magari si decida di negare la cittadinanza a chi costringe la moglie a velarsi. Solo così ci potrà essere vera integrazione».

Qualcuno potrebbe obiettare che il velo è un simbolo religioso come lo è per i cattolici il crocifisso.
«Non scherziamo. Sono cose imparagonabili. Il burqa non è un simbolo religioso, come hanno riconosciuto anche autorevoli autorità religiose dell’Islam, bensì un atto di sopraffazione dell'uomo sulla donna. Un modo, come dico spesso, per renderla una minorenne a vita. Vietare il burqa è un modo per aiutare le giovani immigrate a uscire dai ghetti dove vorrebbero costringerle».

Pensa di avere un appoggio trasversale in Parlamento? Sesa Amici, del Pd, ha già messo le mani avanti dicendo che non c’è fretta e bisogna procedere con prudenza e, soprattutto, senza nessuna preclusione ideologica, visto che tocca direttamente la vita intima delle donne...
«Sono d’accordo sulla prudenza per non provocare rivendicazioni identitarie. Ma credo che di fronte al dovere di tutelare le donne non ci possano essere divisioni politiche. E confido in quell’unità che ha permesso di varare le leggi sulla violenza sessuale e sullo stalking».

Anche nel Pdl qualcuno non sembra entusiasta dell’idea. Fabio Granata sostiene che è un falso problema che riguarda un numero irrisorio di persone in Italia.
«Anche se ne riguardasse una sola il problema esisterebbe, perché l’imposizione di burqa e niqab riporta indietro la lancetta dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese. E fino a che anche solo una donna dovrà accettare un matrimonio combinato, il velo o il potere assoluto del marito, non ci potrà essere integrazione».

Il burqa, è la conclusione del rapporto francese, offende i valori nazionali del Paese. E’ d’accordo anche per l’Italia?
«Sono d’accordo, se per valori nazionali si intendono le conquiste di libertà e di civiltà».

Se venisse varata la legge anti burqa anche in Italia potremmo avere un effetto paradosso, di donne che non saranno più prigioniere solo di un velo ma di pareti domestiche. Potrebbero, per esempio, rifiutarsi di andare anche in un ospedale. Come pensate di fare?
«In Francia il rapporto suggerisce l'adozione di una disposizione che “assicuri la protezione delle donne costrette” a indossare il burqa. Potremmo adottare una soluzione del genere anche noi e possiamo iniziare potenziando i centri di accoglienza che già accolgono e proteggono molte donne immigrate. Si possono fare molte cose. Si devono fare. Presto».

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201001articoli/51638girata.asp

lastampa.it
26 gen


Procurò alla 15enne paralitica
pasticche di morfina in dosi letali


LONDRA
Era accusata della morte della figlia paralizzata. L'ha aiutata a morire, ed è stata dichiarata innocente dell’accusa di omicidio. Poiché però si è detta colpevole di aver collaborato al suo suicidio è stata condannata a 12 mesi di libertà condizionata. E' accaduto a Londra.

Bridget Kathleen Gilderdale, 55 anni, è la madre accusata della morte della figlia Lynn, 31 anni, per 15 anni paralizzata e costretta a letto per colpa di una rara malattia, l’encefalopatia mialgica. La madre ha ammesso in tribunale di aver aiutato la figlia a togliersi la vita, ma è stata assolta dall’accusa di omicidio volontario in quanto le prove hanno dimostrato che sua figlia aveva più volte espresso il desiderio di morire. Secondo quanto è stato riferito in tribunale, la signora Gilderdale ha procurato alla figlia due siringhe di morfina. La giovane donna si sarebbe autosomministrata la sostanza, che però è risultata inefficace. A quel punto, la madre avrebbe somministrato alla figlia due pasticche di morfina e una iniezione di aria per causare un embolo.

L’autopsia ha stabilito che Lynn è morta per overdose di morfina. La madre ha dichiarato che la figlia viveva una vita «incredibilmente triste e isolata» e che aveva più volte espresso il desiderio di portare a termine la sua infelice esistenza. La famiglia aveva anche pensato di mandarla alla clinica Svizzera Dignitas, che pratica il suicidio assistito, ma la soluzione si era rivelata troppo costosa.

In questi giorni il parlamento scozzese si unisce al dibattito sul suicidio assistito con un disegno di legge che permetterebbe ai malati terminali di richiedere aiuto per porre fine alla propria vita. La Bbc riferisce che la deputata scozzese Margo Macdonald, ch eha il morbo di Parkinson, ha presentato la proposta che sarà sottoposta allo scrutinio di una commissione parlamentare per poi essere votata dai deputati scozzesi. I «richiedenti», secondo il disegno di legge, dovranno essere malati terminali o disabili fisici permanenti. Le richieste dovranno essere approvate da un medico e da uno psichiatra. I medici che vorranno astenersi potranno farlo. La legge intende anche evitare che coloro che contemplano il suicidio assistito debbano recarsi all'estero.


http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201001articoli/51612girata.asp

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