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SI' ALL'ADOZIONE PER UNA COPPIA GAY

  • Nov 30, -0001
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lastampa.it
10 11 2009


Francia, giudice accoglie la richiesta
 
In Francia sono in vigore istituti giuridici simili ai Pacs  
 
 

«Le condizioni offerte corrispondono
a bisogni e interesse di un bambino»
A Besancon due donne conviventi
da oltre vent'anni vincono la battaglia
Il tribunale di Besancon, nel nord-est della Francia, ha dato il proprio via libera oggi all’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale, annullando così la decisione del Consiglio generale della regione del Jura, che rifiutava di dare il suo consenso.

«Le condizioni offerte dalla richiedente sul piano familiare, educativo e psicologico corrispondono ai bisogni e all’interesse di un bambino adottato», ha sottolineato il giudice, precisando che i motivi di rifiuto avanzati dal Consiglio del Jura «non giustificano legalmente la decisione di rigetto della domanda di adozione».

Sono dieci anni che Emmanuelle B., maestra di 48 anni, e Laurence R., psicologa infantile, si battono per ottenere il diritto di adottare un bambino. Le due donne vivono insieme da una ventina d’anni e da quattro sono unite civilmente da un Pacs.

A due riprese il Consiglio generale del Jura ha rifiutato la domanda di adozione avanzata da Emmanuelle. Ora, il via libera del tribunale riconosce la loro unione come «solida» e «duratura».

Di fronte al primo rifiuto delle autorità francesi, l’insegnante si era anche rivolta alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, che nell’ottobre 2008 aveva condannato la Francia per discriminazione sessuale per aver negato alle due donne di adottare un bambino.


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ARCHITETTURA, LE DONNE AL POTERE

  • Nov 30, -0001
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10 11 09

Kazuyo Sejima è la nuova direttrice della Biennale. Zaha Hadid apre il Maxxi. E non sono le sole

MARIA GIULIA MINETTI
Affidata negli ultimi anni a critici - anche se con una laurea da architetti in tasca -, la Biennale Architettura del 2010 sarà invece diretta da un architetto vero e proprio, che esercita il mestiere, cioè. Non solo, si tratta di una vera star dell’arte sua, anche se si colloca all’opposto dello starismo architettonico «à la Gehry», stupefacente, provocante. Ultima sorpresa, il nuovo direttore è una donna. Si chiama Kazuyo Sejima, è nata in Giappone nel 1956, ha lavorato con Toyo Ito, ha aperto il suo studio nel 1987, e nel 1995, in società con Ryue Nishizawa, ha fondato Sanaa. E Sanaa ha da allora firmato «alcune fra le più innovative opere di architettura realizzate di recente in tutto il mondo», informa orgoglioso il comunicato stampa della Biennale. E se il Museum of Contemporary Art di Kanazawa o il Christian Dior Building di Omotesando (Tokyo) sono un po' fuori dai soliti giri turistici, molto più facili da contemplare sono il New Museum of Contemporary Art di New York o il Serpentine Pavillion di Londra. Contemplando i quali non si può che essere d'accordo con l'architetto Pierluigi Nicolin, che la definisce «la punta di un certo Giappone minimalista, gentile, spirituale… il contrario di Gehry e Hadid, per intenderci».

L’inclusione di Zaha Hadid nella frase di Nicolin non è fatta per lusingare l’architetta araba (Nicolin trova «dissennato» tutto ciò che Hadid propone, e attribuisce al provincialismo italico l'avere affidato a lei la costruzione del nuovo Maxxi, «anziché, per esempio, proprio a Sejima, che aveva presentato un bellissimo progetto»), ma l’accostamento al nome di Gehry, oggi l’architetto più celebre del mondo, denota quanto ampia sia anche la fama di Hadid. Di nuovo una donna! Ma, riflettendoci, altri nomi femminili di peso vengono alla mente, popolando d’un tratto il panorama fino a pochissimo tempo fa quasi soltanto maschile dell’architettura, «un mestiere duro», secondo Nicolin, che in tal modo giustifica la lunga prevalenza, nel campo, del suo sesso.

Le opinioni di altri due architetti e storici della disciplina, Matteo Vercelloni e Franco Raggi confermano che sia proprio Kazuyo Sejima la più stimata di queste nuove professioniste. «La migliore», sostiene Vercelloni; «grandissima statura», rincara Raggi. Oltre a lei chi sono le architette più note e richieste del mondo?

Nell’elenco ci sono le due irlandesi dello studio Grafton Architects, Shelley McNamara and Yvonne Farrell, due professioniste solide, capaci, misurate, «le più maschili di tutte», approva Nicolin. Per farvi un’idea di come lavorano guardatevi la nuova Università Bocconi di Milano. Passiamo allo studio newyorkese Diller, Scofidio + Renfro, ultimo lavoro il ripristino della High Line di Manhattan, la vecchia ferrovia soprelevata in disuso riaperta come «strada fiorita» per passeggiate a mezz'aria. Cuore intellettuale della ditta è Elizabeth Diller, «personaggio post-duchampiano», motore di un’architettura, dice Vercelloni, «ai margini, fra arte e paesaggismo».

Di Zaha Hadid, «molto legata al gesto, indifferente al contesto», secondo Raggi, gli italiani potranno giudicare da giovedì prossimo i risultati andando a vedere il suo museo romano. Allieva dell’olandese Rem Koolhaas, gli esiti di Hadid sono comunque assai diversi da quelli di Petra Blaisse, architetto del paesaggio che con Koolhaas lavora spesso, vedi la biblioteca pubblica di Seattle progettata da lui dove lei «ha curato la sistemazione a verde degli esterni che entrano negli interni, molto brava», la elogia Vercelloni. Nomi importanti sono quelli di Francine Houben dello studio olandese Mecanoo, autore di grossissimi interventi urbani (per Houben l’architettura «dovrebbe sempre toccare i sensi») e di Louisa Hutton dello studio anglo-tedesco Sauerbruch Hutton Architects che, con altri, ha appena vinto il concorso per la progettazione di un quartiere-prototipo all’interno del primo distretto a emissioni zero di carbonio, in Finlandia. Famosa anche la francese Odile Decq, cui a Roma è stata affidata l'espansione del Macro. Leone d'oro alla Biennale di Venezia nel 1996, si autodefinisce «punk». Dell’italiana diventata spagnola Benedetta Tagliabue, vedova di Eric Miralles, i maligni dicono che porti avanti l’architettura di lui, i benevoli che l’ispirazione fosse comune. Tra le tante, bravissime architette paesaggiste, citiamo l’americana Martha Schwartz e l’artista e land artista Maya Lin, cino-americana, autrice del famoso Vietnam Veterans Memorial di Washington.


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09 11 2009


 
Violenza annunciata: da tempo perseguitava la donna. Non accettava la fine della relazione

Ex compagni di vita che pedinano, minacciano, subissano di sms, aggrediscono: solo oggi sono venuti alla luce tre casi, a Cecina (Livorno), Montecchio (Reggio Emilia) e Montesilvano (Pescara). Quando va abbastanza bene, come nel livornese e nel reggiano, le donne vivono da recluse, escono solo se scortate, cadono in un profondo stato di ansia, mentre l’uomo viene arrestato per stalking. Quando va male, avviene come la scorsa notte nel pescarese: lei in ospedale con il viso sfigurato da un colpo di pistola; il suo ex in fuga; il nuovo compagno ferito tanto gravemente da perdere un rene.

Un duplice tentativo di omicidio annunciato, secondo le forze dell’ordine, quello della scorsa notte a Montesilvano. In un mese e mezzo il magistrato era già intervenuto due volte. A ottobre, con un divieto di dimora per lui a Silvi Marina (Teramo), dove la ex coppia - con un bimbo di quasi 4 anni - aveva vissuto in passato e dove ora lei era stata costretta, dalla paura, a trasferirsi a casa dei genitori. Venerdì scorso, con un provvedimento di arresti domiciliari nella sua abitazione foggiana.

L’uomo, Michele Lambiase, 47 anni, 16 più di lei, è conosciuto come una persona violenta. Ieri sera, secondo la ricostruzione dei Carabinieri, raggiunge l’abitazione dei genitori di lei, a Silvi. Travestito, con una parrucca bionda, spia. La vede uscire di casa, prendere la sua auto e dirigersi verso Sud. La segue fino a Montesilvano, aspetta che lei lasci la sua auto in un parcheggio e salga su quella del fidanzato, poi spalanca lo sportello e spara con una pistola calibro 7.65. Nonostante le ferite il compagno della donna riesce a mettere in moto ed a raggiungere la vicina caserma dei carabinieri per chiedere aiuto.

Michele Lambiase fugge. Ora lo cercano tra gli amici che aveva a Silvi, ma anche tra i parenti che ha a Foggia. Difficile sapere quale auto abbia usato e, quindi, cercare. Le indagini dei carabinieri hanno accertato che le precedenti aggressioni subite dalla giovane donna sono sempre state fatte con autovetture diverse, a volte prese in prestito da amici e parenti, altre prese a noleggio. Insieme erano stati circa tre anni. Poi la rottura, da lui mai accettata. Minacce, un tentativo di violenza sessuale, l’esigenza di controllarla sempre, fino al gesto della scorsa notte.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200911articoli/49227girata.asp

ROMA,TENSIONE AL CORTEO PER CUCCHI

  • Nov 30, -0001
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7 11 09


Lanci di bottiglie contro i blindati.
I manifestanti: lo ha ucciso lo Stato


ROMA
Alcune bottiglie di vetro sono state lanciate contro i blindati delle Forze dell’Ordine prima della partenza del corteo organizzato a Roma per ricordare Stefano Cucchi, il ragazzo morto il 22 ottobre all’ospedale Sandro Pertini dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti. Dopo i primi momenti di tensione, il corteo, partito da via dell’Acquedotto Alessandrino, raggiungerà via Ciro da Urbino dove viveva il giovane.

«È stato ucciso dallo Stato, è l’ennesima vittima della stagione della repressione italiana». Queste le frasi che continuano ad essere urlate al megafono nel corso del corteo organizzato dai centri sociali per Stefano Cucchi e che sta attraversando via di Tor Pignattara. «Dopo Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino e Carlo Giuliani Stefano è l’ennesima vittima dello Stato - gridano arrabbiati i manifestanti - e chissà quanti altri morti ci sono stati di cui non conosciamo il nome». «Era un ragazzo normale - racconta Federica, una conoscente del quartiere - l’hanno messo in prigione per due canne ed è uscito morto. Tutto questo non può rimanere impunito».

«Stefano è stato ucciso - continua a gridare un manifestante al megafono - È passato dalla Stazione dei carabinieri di Tor Sapienza e loro non sono stati, è passato per Regina Coeli e loro non sono stati, è passato per il tribunale e non sapevano niente e alla fine è morto in un letto dell’ospedale Pertini». Nel corso del corteo, in cui continuano la forte contestazione nei confronti delle forze dell’ordine, viene distribuito un volantino che riprende una nota canzone di Fabrizio De Andrè: «Non mi uccise la morte ma due guardie bigotte. Per Stefano Cucchi ucciso dallo Stato».

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7/11/2009

P.POL.
Non ci sono «punti oscuri» nella fine di Stefano Cucchi, il trentenne morto il 22 ottobre all’ospedale Pertini di Roma. L’afferma il direttore di Regina Coeli, Mauro Mariani, ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta. Ascoltati anche tre medici del carcere: per loro Cucchi, all’arrivo a Regina Coeli, presentava lesioni gravi al volto, lesioni vertebrali e un sospetto trauma cranico. Martedì la Commissione ascolterà i familiari del giovane. La sorella ha fatto sapere che le condizioni di salute di Stefano erano buone, come dimostra un certificato rilasciato il 3 agosto dal medico curante. Mariani ha detto ai parlamentari che il giovane arrivò il 16 ottobre in carcere già in condizioni critiche.

«La situazione d’arrivo di Cucchi è oggettivamente documentata dal certificato medico del tribunale, dalla visita di primo ingresso effettuata tra le 15.45 e le 16.30 e dalle foto», ha spiegato il direttore per il quale «in nessun momento della pur breve permanenza del giovane nell’istituto penitenziario ci sono stati punti oscuri o momenti poco chiari. Sono certo che si siano fatte le cose a norma». Il responsabile di Regina Coeli ha aggiunto che Cucchi «è rimasto in carcere fino alle 19.50 quando un’ambulanza l’ha prelevato per portarlo all’ospedale Fatebenefratelli». Dopo la visita - che ipotizzava la necessità di un ricovero «per la quasi impossibile deambulazione» - Cucchi avrebbe chiesto di essere dimesso e di far rientro in carcere

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UN CROCEFISSO CONTRO L'EUROPA

  • Nov 30, -0001
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4 11 09

Un'intervista a Mariastella Gelmini dopo la sentenza della Corte Europea che chiede all'Italia di togliere i crocefissi dalle aule


FLAVIA AMABILE

???E ora che la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha giudicato irrispettoso il crocefisso appeso nelle aule delle scuole italiane, il governo non intende lasciar correre: si opporrà innanzitutto con un ricorso. Se non dovesse bastare con tutte le armi legali a disposizione, dall’incostituzionalità della sentenza a altri strumenti che gli uffici legislativi del ministero dell’Istruzione studieranno, promette il ministro Mariastella Gelmini in quest'intervista che mi ha rilasciato. ??I crocefissi però resteranno al loro posto anche se la Corte Europea li condanna ?«La Corte Europea sbaglia. Il crocefisso in classe non è soltanto un simbolo religioso ma è un simbolo della nostra tradizione. Nessuno vuole imporre nulla, chiediamo però che non siano cancellati i nostri simboli». ??Ma è anche un simbolo religioso molto preciso, e nelle classi ci sono alunni di religioni diverse ?«E’ certamente un simbolo religioso ma la sua presenza in classe non significa adesione al Cattolicesimo, è la nostra storia, la tradizione. Le radici dell’Italia passano anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi. Purtroppo quest’Europa che non valorizza il passato dei Paesi ma annichilisce tutto in nome della laicità desta preoccupazione». ??La nostra storia, infatti, è permeata di cattolicesimo che è una religione che predica l’accoglienza degli altri, anche diversi da noi. Perché allora, ad esempio, non accettare un’ora di religione musulmana o imporre tetti alle classi miste? ?«Ma no, la scuola vuole proprio fare il contrario, offrire gli strumenti perché gli alunni stranieri possano integrarsi. Il tetto è proprio questo, evitare che si creino classi-ghetto e quindi chiuse rispetto alla cultura del nostro Paese». ??Secondo la Corte Europea la presenza del crocefisso fa sentire agli studenti di essere «educati in un ambiente scolastico segnato da una determinata religione». ?«Ma no, non è così. Si è liberi di non frequentare l’ora di religione». ??Spesso questo vuol dire essere parcheggiati in aule diverse, restare un’ora intera a non fare nulla, a volte anche senza controlli adeguati. ?«Esistono sempre disagi, ma la maggior parte delle scuole si sono attrezzate per l’alternativa all’ora di religione». ??La Corte sostiene anche che alunni di religioni diverse, o atei, potrebbero essere turbati dalla presenza di un crocefisso in aula. ?«Non credo. Come non risultano turbati gli studenti cattolici di fronte ai simboli di altre religioni. Sono problemi che vengono sollevati soltanto da alcuni genitori ideologizzati». ??L’Italia si opporrà, quindi. Come? ?«Il governo ha presentato ricorso contro la sentenza. Nessuno, nemmeno qualche corte europea ideologizzata, riuscirà a cancellare la nostra identità». ??I giudici di Strasburgo ideologizzati? La Corte è composta da giudici nominati da tutti i Paesi europei, anche quelli protestanti, ortodossi e cattolici. La decisione è stata presa all’unanimità. ?«Nel suo complesso la sensazione è che ci sia un preconcetto molto forte nei confronti delle nostre tradizioni, che si tratti di persone connotate ideologicamente in nome del laicismo». ??La Corte Europea potrebbe anche non accogliere il ricorso. A quel punto la decisione diventerebbe definitiva e i crocefissi dovrebbero scomparire dalle aule. ?«Stiamo valutando anche questa eventualità con gli uffici legislativi. E’ chiaro che se il ricorso non venisse accolto si aprirebbe un problema serio. E’ anche vero però che la nostra Costituzione riconosce, giustamente, un valore particolare alla religione cattolica. Non vorrei che alcune norme a cui si rifanno i giudici della corte di Strasburgo fossero in contrasto con il nostro dettato costituzionale». ??Questo vuol dire che la sentenza potrebbe essere dichiarata incostituzionale? ?«Valuteremo anche questa ipotesi».

http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=765&ID_sezione=274&sezione=

"PESTALO MA SENZA FARTI VEDERE"

  • Nov 30, -0001
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3/11/2009

Testimonianza-choc a Teramo: voci di due agenti registrate e inviate a un giornale
FULVIO MILONE


TERAMO
La voce si sente chiara e forte: «In sezione un detenuto non si massacra. Si massacra sotto... Abbiano rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto». E’ la registrazione di un colloquio che sarebbe dovuto rimanere segreto fra due agenti di custodia del carcere di Castrogno, a Teramo, ma che un anonimo ha invece riversato su un cd fatto arrivare tre giorni fa alla redazione del quotidiano locale «La Città». La conversazione si riferisce evidentemente al pestaggio di un detenuto, una brutta storia su cui la magistratura ha aperto un’inchiesta.

Il dialogo è crudo, esplicito. La prima voce insiste: «Abbiano rischiato una rivolta eccezionale, una rivolta...». La seconda borbotta una vaga giustificazione. «Ma perché, scusa, non lo sai che ha menato al detenuto in sezione?», incalza il primo uomo, e l’altro replica: «Non c’ero, non so niente». La risposta è immediata e brutale: «Ma se lo sanno tutti!... In sezione un detenuto non si massacra, si massacra sotto».

I giornalisti del «Centro» sono riusciti a dare un nome e un volto alla voce che parla del pestaggio: è quella di Giovanni Luzi, comandante di reparto degli agenti della polizia penitenziaria di Castrogno. Il caso di Teramo ha acceso un altro riflettore sulle condizioni di vita drammatiche nelle carceri italiane. «La violenza gratuita non appartiene alla cultura dei poliziotti penitenziari in servizio a Teramo, uomini che pur tra mille difficoltà mostrano senso del dovere, abnegazione e professionalità», hanno commentato i rappresentanti sindacali degli agenti di custodia.

Ma come giustificare quel dialogo dal contenuto inequivocabile? Nel carcere, ieri, si è recata la deputata radicale Rita Bernardini. «Ho parlato con il comandante Luzi - dice -. Mi ha confermato che la voce nella registrazione è sua, precisando però che quelle parole sono state estrapolate da un contesto diverso da quello che si immagina dopo avere ascoltato il cd». E ha spiegato, Luzi, che quel verbo, «massacrare», in realtà l’ha usato al posto di un altro: «Rimproverare». Rita Bernardini appare molto cauta: «Ho parlato con quasi tutti i detenuti, e devo dire che nessuno ha fatto riferimenti a pestaggi o violenze».

Ciò non toglie, aggiunge la deputata radicale, che le condizioni di vita nel carcere di Teramo siano insopportabili: «I reclusi sono 400, mentre dovrebbero essercene solo 250. Quasi nessuno studia o lavora. Vivono 20 ore su 24 in celle sovraffollate, umide e prive di riscaldamento». La situazione, aggiunge Rita Bernardini, non migliora per quanto riguarda il personale: «a Teramo dovrebbero lavorare 210 agenti, invece ce ne sono 185. In queste condizioni è inevitabile che la tensione salga alle stelle: il carcere di Castrogno è una vera polveriera».

Il sostituto procuratore della Repubblica David Mancini, che conduce l’inchiesta, si è fatto consegnare il cd con i colloqui fra gli agenti di custodia. E’ probabile che la registrazione sia stata effettuata di nascosto da un collega di Luzi e del suo interlocutore anche se, nella lettera che accompagna il dischetto inviato al giornale, l’anonimo si definisce un detenuto stanco delle vessazioni che avvengono nel carcere.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200911articoli/49003girata.asp

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28/10/2009

Il rapporto Caritas/Migrantes illustra la situazione dell'immigrazione in Italia
ROMA
Gli immigrati regolari in Italia sono oltre 4 milioni e mezzo. Lo stima il rapporto 2009 sull’ immigrazione della Caritas/Migrantes, presentato oggi. Per la prima volta, nel 2008 - anno in cui gli immigrati sono cresciuti del 13,4% (+458.644 unità) - l’Italia ha superato la media europea (6,2%) per presenza di immigrati in rapporto ai residenti. I regolari, in particolare sono 4.330.000, il 7,2% dei residenti. Ma superano i 4 milioni e mezzo se si considerano i circa 300 mila regolarizzati lo scorso mese.

È straniero un abitante su 14 , circa la metà è donna. Oltre la metà degli stranieri regolari in Italia sono passati per le vie dell’irregolarità e sono stati quindi oggetto di regolarizzazioni. Lo sottolinea Il dossier della Caritas/Migrantes, dal titolo quest’anno "Conoscenza e solidarietà", che ribadisce le critiche alla vigente normativa sugli ingressi nel nostro paese. Sugli immigrati - sottolinea il dossier - «non esiste alcuna emergenza criminalità, non ci distinguiamo in negativo nel confronto europeo. Mentre la vera emergenza, stando alle statistiche, è il catastrofismo migratorio, l’incapacità di prendere atto del ruolo assunto dall’immigrazione nello sviluppo del nostro paese».

Gli stranieri sono il 7,2% dei residenti ma se si fa riferimento ai più giovani (fino a 39 anni), gli immigrati sono il 10%. Siamo sulla scia della Spagna (5 milioni) e non tanto distanti dalla Germania (7 milioni). Fra gli immigrati, prevale la provenienza da paesi europei (53,6%, per più della metà da paesi comunitari); seguono africani (22,4%), asiatici (15,8%), americani (8,1%).

Le prime cinque comunità superano la metà dell’intera presenza: 800 mila romeni, 440 mila albanesi, 400 mila marocchini, 170 mila cinesi e 150 mila ucraini. Le maggiori presenze si hanno al Nord (62,1%); il 25,1% al Centro, il 12,8% al Meridione. Prima regione e la Lombardia (23,3%) seguita dal Lazio (11,6%) e Veneto (11,7%). Oltre un quinto degli stranieri sono minori (862.453), 5 punti percentuali in più rispetto agli italiani (22% contro 16,7%). I nuovi nati da entrambi i genitori stranieri (72.472) hanno inciso nel 2008 per il 12,6% sul totale delle nascite. Altri 40 mila minori sono giunti a seguito di ricongiungimento.

Tra nati in Italia e ricongiunti, il 2008 è stato l’anno in cui i minori, per la prima volta, sono aumentati di oltre 100 mila unità. Oltre metà degli stranieri sono cristiani, un terzo musulmani. Le acquisizioni di cittadinanza sono quadruplicate dal 2000 (39.484 nel 200). Dal 1995 sono stati celebrati 222.521 matrimoni misti (un decimo solo lo scorso anno); non mancano i fallimenti, il 6,7% finisce con una separazione, il 5,7% con un divorzio.

Il rapporto Caritas illustra poi lo scenario futuro: nel 2050, l’Italia sarà chiamata a convivere ben oltre 12 milioni di immigrati, la cui presenza «sarà necessaria per il funzionamento del paese». «L’Istat - spiega Pittau, coordinatore del dossier - ipotizza un aumento degli immigrati di circa 250 mila l’anno ma è inferiore a quanto effettivamente sta avvenendo. Negli ultimi anni, la crescita degli immigrati è stata di 300-400 mila l’anno. È evidente che gli immigrati nel 2050 potranno essere di più dei 12 milioni stimati dall’Istat».

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200910articoli/48784girata.asp

SINTOMI DELL'INFARTO UGUALI PER UOMINI E DONNE

  • Nov 30, -0001
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 27/10/2009


 Al contrario di quanto comunemente creduto, sintomi simili per uomo e donna

Il credo comune, ancora oggi, è che per diagnosticare un attacco di cuore in uomini o donne si debbano valutare sintomi diversi, invece, a quanto pare, non è del tutto così.
Secondo un recente studio, infatti, i sintomi da infarto sono molto più simili di quanto ritenuto.

Ricercatori canadesi, coordinati dalla dr.ssa Martha Mackay del Canadian Institutes of Health Research (CIHR), hanno esaminato 305 pazienti sottoposti ad angioplastica, che provoca sintomi simili a un attacco di cuore, e non hanno trovato differenze di sesso nei livelli di disagio al torace o altri "tipici" sintomi come fastidi al braccio, mancanza di respiro, sudorazione, nausea, sensazione come da indigestione e pelle appiccicosa.
L'unica differenza evidente che è stata rilevata è che nelle donne si accentuavano maggiormente sintomi legati a fastidi alla mascella, alla gola e al collo. Tuttavia, per entrambi i sessi, spesso capita che i sintomi siano differenti da persona a persona, fanno notare i ricercatori.
Ritenere che donne e uomini abbiano necessariamente sintomi differenti potrebbe avere origine in una cattiva comunicazione, ovvero a uno sfalsato rendiconto dei sintomi accusati dal paziente, specialmente quando questo si presenta al pronto soccorso e qui vengono raccolti i dati in modo molto rapido, spesso suggerito, ipotizzano i ricercatori.
Ecco così che la dr.ssa Mackay consiglia, in particolare alle donne, di raccontare tutti i sintomi che hanno provato e non solo quelli che vengono suggeriti dal personale medico o paramedico.
Questo è molto importante per avere un chiara visione di quanto accade in caso di attacco cardiaco, visto anche che le donne che muoiono a seguito di questo sono il 16% in più degli uomini secondo il CIHR.
(lm&sdp)

Source: i risultati dello studio sono presentati al Canadian Cardiovascular Congress 2009 in corso dal 24 al 28 ottobre a Montreal e organizzato in collaborazione con la Heart and Stroke Foundation e la Canadian Cardiovascular Society. 

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/Benessere/grubrica.asp?ID_blog=26&ID_articolo=1299&ID_sezione=566&sezione=Ricerca

FECONDAZIONE:SCONTRO SULLA LEGGE

  • Nov 30, -0001
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24 10 09

Polemica per la «selezione dei gemelli» in parti multipli. «Il medico deve poter scegliere gli embrioni»
MARCO ACCOSSATO
TORINO
Bisogna cambiare al più presto la legge». Sulla fecondazione assistita la professoressa Tullia Todros, direttore del dipartimento di Ostetricia e Neonatologia dell’ospedale Sant’Anna di Torino, non ha dubbi: la sentenza della Corte Costituzionale che nel maggio scorso ha dichiarato illegittima la norma che prevede un unico e contemporaneo impianto di embrioni «è un risultato importante ma non sufficiente». Finché non sarà legge, appunto.

Dopo i casi delle quattro donne che nell’ospedale torinese hanno deciso di sopprimere uno dei tre feti di una gravidanza trigemina (in un caso la tecnica ha eliminato tutti e tre i feti) si riaccende una polemica mai sopita. «Soltanto se verrà confermata la libertà del medico di decidere quanti embrioni trasferire, in base all’età e alle condizioni della donna, riusciremo a limitare il rischio di gravidanze multiple non volute. Ho l’impressione - aggiunge la professoressa Todros - che non ci sia una buona informazione, o una sufficiente comunicazione, nei confronti delle coppie che chiedono di sottoporsi alla riproduzione assistita».

Nel principale ospedale ginecologico del Piemonte la minaccia di qualcuno fra il personale medico e infermieristico di creare una nuova forma di obiezione di coscienza («Proviamo un forte senso di disagio ad accompagnare queste donne al parto») non è caduta nel vuoto. «La verità - dice Todros - è che bisognerebbe selezionare a monte queste donne: con una consulenza psicologica attenta si può valutare chi sarà in grado di affrontare esperienze e rischi di una fecondazione assistita».

L’ospedale Sant’Anna sostiene ovviamente «il diritto all’assistenza di tutte le future madri, indipendentemente dalle scelte compiute» ma giudica anche «comprensibile» la difficoltà di chi deve accompagnare queste donne al parto. «Già nel 2004, visto l’aumento delle gravidanze bi e trigemine dopo la fecondazione assistita - ricorda Todros - scrissi alla direzione sanitaria per sapere come comportarmi: chiesi se fosse possibile la soppressione di un feto in gravidanza multipla alla luce della legge 40». Risposta: «E’ consentita in caso di pericolo sia fisico sia psicologico della donna». Cosa che finora ha consentito l’eliminazione alla cieca di uno dei feti, ma che adesso torna a far discutere.

«Ogni giudizio dato dall’esterno rischia di essere una presunzione ideologica», è il commento di Silvio Viale, il ginecologo che proprio al Sant’Anna sperimentò la Ru486: «Viste dall’interno le situazioni di queste donne sono sempre più complicate di come possano apparire. Non mi scandalizza una richiesta di embrio-riduzione, mi colpisce di più che ci siano colleghi, infermieri o ostetriche che non se la sentono di assistere queste donne, come se fosse una colpa». Viale ricorda che «la scelta di sopprimere uno dei feti non richiederebbe in realtà neppure la consulenza psichiatrica perché rientra nei confini della legge 194». La differenza, semmai, «è che con la legge 40 il legislatore ha fatto una scelta opposta alla 194: la fecondazione assistita è autorizzata anche nel privato, e noi sappiamo quale grande pressione ci sia da parte delle donne che vogliono una gravidanza perché ritengono ingiusto non poter avere un figlio».

Alessandro Di Gregorio, direttore di uno dei centri di tecniche di riproduzione assistita più noti d’Italia, sostiene che qualcosa, finalmente, sta cambiando: «Dopo la sentenza della Consulta che ha definito incostituzionale il trattamento con tre soli ovociti, si è ritornati a poterli utilizzare in rapporto all’età. Purtroppo ciò non è stato recepito da molte coppie italiane che anche per questo motivo continuano a inseguire nei centri in Spagna il desiderio di un figlio».
        
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200910articoli/48639girata.asp

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