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REPUBBLICA

La Repubblica
16 02 2015

Ibrahim si è tagliato le vene all'altezza dell'incavo interno del gomito del braccio destro. Mostra la ferita sanguinante con grossi punti che la ricuciono. Ricorda le bocche cucite, la protesta che circa un anno fa portò alla ribalta nazionale le drammatiche condizioni del Centro di identificazione ed espulsione più grande d'Italia, quello di Ponte Galeria, a Roma. Un ammasso di ferro e cemento che si trova accanto alla Nuova Fiera di Roma, vicino all'aeroporto di Fiumicino. Ibrahim ha solo 19 anni e viene dal carcere, dove ha interamente scontato la sua pena, come tutti gli ex detenuti passati allo status di "trattenuti", cioè "ospiti" non più reclusi, formalmente. Devono essere identificati e rimpatriati. Nella metà dei casi questo non avviene.

Giovani vite bruciate. Rachid ha vent'anni, è marocchino. Anche lui si è tagliato le vene nello stesso punto. Poi ha ingoiato due pezzi di lametta. Lo dice con noncuranza. Mostra lo stomaco: "ce li ho ancora qui", dice. Arrivato in Italia all'età di tredici, scappò da una comunità di accoglienza per minori di Agrigento. Aveva creduto ai suoi connazionali che, per telefono, gli raccontavano di una vita ricca e bella nel Nord Italia e lo spinsero a fuggire. Ma arrivato a Modena, è finito come migliaia e migliaia di altri minori soli, nella tratta di minori a fini di spaccio di droga. Ha fatto il carcere. Ora è nel Cie. A soli vent'anni il futuro appare bruciato, più di quella frontiera che bruciò da piccolo (da harraga come si dice in arabo).

Autolesionismo, scabbia e disagi psichici. Mohammed invece ha mangiato un pezzo di ferro grande quanto l'indice e il pollice insieme. Ce l'ha dentro da una settimana. "Mi hanno detto che devo andare in bagno e buttarlo fuori, ma niente". Arrivato meno di due anni fa, non ha avuto guai con la giustizia. Lavorava in nero per un egiziano che ha un autolavaggio sulla Magliana. L'hanno preso e buttato in gabbia. Il suo sfruttatore è libero e impunito. Un altro ragazzo mostra una cartella clinica di pronto soccorso dell'ospedale Vannini del 3 febbraio, in cui c'è scritto che il 118 l'ha soccorso per trauma cranico mentre era in stato di fermo all'ufficio immigrazione. Un altro ancora mostra una diagnosi di psicosi che lo affligge. Un giovane che sostiene di avere 17 anni parla solo francese. È rinchiuso con altri sette uomini in una cella. Sono in isolamento per sospetta scabbia, perché condividevano la gabbia con altri due trattenuti che l'hanno effettivamente avuta. Materassi per terra. Lenzuola di carta lacere. Riscaldamenti rotti. Bagni allagati. Mura ammuffite. Gabbie ancora annerite dalla rivolta del febbraio 2013. Scene di vita quotidiana nei Cie. Una vita da 29 euro al giorno a persona, pagati dallo Stato alla cooperativa che lo gestisce. A un anno dalle bocche cucite, dalle lettere al Papa e al presidente della Repubblica, niente sembra essere cambiato a Ponte Galeria. Anche se il trattenimento massimo è diminuito da un anno e mezzo a tre mesi.

Appello al sindaco Marino per chiuderlo. "Chiediamo a Ignazio Marino, come sindaco e come medico, di visitare al più presto questa struttura e di mobilitarsi per chiederne la chiusura immediata, anche nella veste di autorità sanitaria locale - hanno dichiarato i Radicali di Roma dopo una visita - Oltre ai tentativi di suicidio e agli atti di autolesionismo, che sono ormai all'ordine del giorno, a Ponte Galeria persistono infatti casi di scabbia e di altre patologie dovute alla promiscuità e alle condizioni disumane in cui sono costretti a vivere gli ospiti del centro". La delegazione era composta, tra gli altri, dal consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi e dal segretario di Roma, Alessandro Capriccioli. La visita è stata organizzata dalla campagna LasciateCIEntrare, che chiede la chiusura dei Cie perché "inutili" e l'applicazione di misure alternative alla detenzione amministrativa.

Appalti milionari. L'appalto triennale fino al 2017 costerà oltre 8 milioni di euro solo per la gestione data agli ex gestori del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, la cordata Gepsa - Acuarinto, formata da un'associazione culturale di Agrigento e dalla francese Gepsa (Gestion etablissements penitenciers services auxiliares), che fa capo a Cofely Italia, società del gruppo Gdf-Suez, multinazionale dell'energia. Attualmente i migranti rinchiusi sono 73, di cui 18 donne su una capienza di 364. Gli stessi soggetti gestiscono da gennaio anche il Cie di Torino, dove l'appalto è per 37 euro a persona trattenuta al giorno. Hanno vinto al ribasso su base d'asta di 40 euro ed erano gli unici concorrenti. "A Torino abbiamo trovato 20 migranti - dice Gabriella Guido, portavoce di LasciateCIEntrare che li ha visitati entrambi - lì il contratto prevede che per il primo mese venga pagata la quota per le presenze effettive di trattenuti, ma dal trentunesimo giorno di gestione si passa al corrispettivo della metà della capienza del centro anche se i trattenuti effettivi sono di meno". La capienza ufficiale a Torino è di 180 posti. "Visti questi numeri esigui, ci chiediamo a che servono strutture che hanno più personale dell'ente gestore e forze dell'ordine che trattenuti - continua Guido - il Cie ormai ha solo la funzione di dipingere il migrante come una persona pericolosa per la società davanti all'opinione pubblica".

A Bari un morto. Oltre al tempo di trattenimento, è stato ridotto anche il numero dei Cie attivi, passati da 13 a 5, con Milano, Bologna e Gradisca che vengono usati al momento per l'accoglienza dei profughi in arrivo e non più per la detenzione e i rimpatri. Sono state chiuse anche le sezioni femminili, ultima quella di Torino, per cui l'unica sezione per le donne resta quella di Roma. Ciò nonostante, nei Cie si continua a morire giovani. L'ultimo in ordine di tempo è Reda Mohammed, 26 anni, che nel Cie di Bari è deceduto per "arresto cardiorespiratorio irreversibile" lo scorso 7 febbraio.

la Repubblica
12 02 2015

Peggiora lo stato della libertà di stampa nel nostro Paese: nella speciale classifica redatta da Reporter Senza Frontiere l'Italia precipita di 24 posizioni, dal 49esimo posto al 73esimo. Pesano in questi ultimi 12 mesi "l'esplosione di minacce, in particolare della mafia, e procedimenti per diffamazione ingiustificati".

In Italia nei primi dieci mesi del 2014 si sono verificati 43 casi di aggressione fisica e sette casi di incendio doloso a case o auto di giornalisti. I processi per diffamazione "ingiustificati", secondo Rsf, nel nostro Paese sono aumentati da 84 nel 2013 a 129 nei primi dieci mesi del 2014. Stupisce che in graduatoria il nostro Paese sia superato anche da Paesi come l'Ungheria del discusso premier Orban (65esimo posto) o come Burkina Faso e Niger (46esimo e 47esimo posto). Peggio dell'Italia in Europa è riuscita a fare solo Andorra, caduta in un anno di 27 posizioni a causa delle difficoltà incontrate dai giornalisti nel raccontare le attività delle banche del piccolo Paese tra Francia e Spagna.

IL WORLD PRESS FREEDOM INDEX 2015, TUTTI I PAESI DAL PRIMO ALL'ULTIMO

La situazione è in peggioramento in tutto il mondo: il rapporto parla di "una regressione brutale" della libertà di stampa nel 2014, conseguenza in particolare delle operazioni terroristiche dello Stato islamico e di Boko Haram e in generale dell'aumento dei conflitti armati. Un "deterioramento globale" legato a diversi fattori, con l'esistenza di "guerre d'informazione" e "l'azione di gruppi non statali che si comportano come despoti dell'informazione", ha dichiarato Christophe Deloire, segretario generale di Rsf.

L'indicatore globale annuale, che misura il livello delle violazioni della libertà di informazione, è arrivato a 3719 punti, quasi l'8% in più rispetto al 2014 e il 10% in più se paragonato al 2013. Il peggioramento più grave riguarda l'Unione europea e i Balcani.
"L'interferenza sui media da parte dei governi - si legge nel rapporto - è una realtà in molti Paesi dell'Unione europea. Ciò è dovuto alla concentrazione della proprietà dei mezzi di informazione in poche mani e nell'assenza di trasparenza sui proprietari". Inoltre "la Ue non ha regole sulla distribuzione degli aiuti di Stato ai media".

Nel rapporto si parla del controllo dei mezzi di informazione che nelle aree di conflitto è diventato un vero e proprio strumento di guerra: in particolare lo Stato islamico sta usando i media come uno strumento di propaganda e di reclutamento. L'Is controlla cinque stazioni televisive a Mosul in Iraq e due nella provincia siriana di Raqqa.

Dal rapporto si evince che i due terzi dei 180 paesi classificati da Rsf "hanno fatto meno bene dell'anno precedente". Per il quinto anno consecutivo, la Finlandia conserva il primato di Paese più virtuoso, davanti a Norvegia e Danimarca. Nella top ten anche Nuova Zelanda (sesta), Austria (settima), Giamaica (nona) ed Estonia (decima) dove a dicembre era stato arrestato e poi rilasciato il giornalista italiano Giulietto Chiesa. Bene anche la Mongolia, il Paese che ha registrato l'incremento più significativo balzando dall'84esimo al 54esimo posto. L'Egitto, dove oggi sono stati rimessi in libertà i due giornalisti di al-Jazeera accusati di complicità con i Fratelli Musulmani, è al 158esimo posto.

Tra i paesi dell'Ue, la Bulgaria è quello più indietro (106esima posizione). Gli Stati Uniti si trovano al 49esimo posto (in calo di tre posizioni), la Russia al 152esimo, appena davanti alla Libia (154). I Paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti sono risultati invece l'Eritrea (180esimo posto), la Corea del Nord (179), il Turkmenistan (178) e la Siria (177). In questo speciale indice di Reporter senza frontiere, l'Iraq sconvolto dai jihadisti dello Stato islamico occupa il 155esimo posto, la Nigeria dove agisce Boko Haram il 111esimo.

la Repubblica
12 02 2015

Più di 15 ore di trattative, poi l'annuncio: "Raggiunto accordo sui punti essenziali". Appello del capo del Cremlino alle parti in conflitto: "Fermare il bagno di sangue fino a una tregua piena"

A Minsk nei negoziati sulla riconciliazione in Ucraina sono stati raggiunti "accordi sui punti principali". L'annuncio, dopo un vertice durato 15 ore, arriva dal presidente russo Vladimir Putin, anche se non sono mancati numerosi momenti confusi con le controparti tedesca, ucraina, francese. Il presidente russo, quello ucraino, Petro Poroshenko, il capo dell'Eliseo, Francois Hollande e il cancelliere tedesco, Angela Merkel, hanno lavorato per tutta la notte per raggiungere un accordo che prevede il ritiro delle armi pesanti e una tregua che deve scattare alla mezzanotte tra il 14 e il 15 (le 22 in Italia). Secondo Putin "i negoziati tra Kiev e l'Est Ucraina sono a un punto morto" e per questo fa appello alle parti che inizino a breve negoziati di pace. Putin ha detto poi che c'è l'accordo con Petro Poroshenko di incaricare esperti militari per valutare la situazione e soprattutto la posizione delle parti sul fronte di Debaltsevo. Il presidente russo ha attribuito il ritardo nei nogoziati al fatto che le autorità di Kiev hanno continuato a rifiutare di avere contatti diretti con i rappresentanti filo-russi delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk.

Abbastanza soddisfatto per il risultato il presidente francese, secondo il quale il vertice è riuscito a raggiungere una "soluzione politica complessiva" al conflitto in Ucraina, che rappresenta una "speranza importante", anche se "non tutto è stato fatto". Sia il capo dell'Eliseo che la cancelliera tedesca Angela Merkel rischiano di non fare in tempo per l'inizio del Consiglio europeo in programma oggi a Bruxelles a causa del proseguimento dei colloqui sul conflitto in Ucraina a Minsk.

Conferme e smentite. Stamani si era già diffusa la voce di una svolta, ma le parole dei protagonisti non sembravano andare nella stessa direzione. Per il leader di Kiev la posizione russa restava inaccettabile, e "non ci sono ancora buone notizie". Poroshenko ha lasciato l'incontro a quattro prima degli altri, dichiarando che le condizioni poste dalla Russia sono inaccettabili. In particolare, l'Ucraina non è soddisfatta delle proposte russe riguardo alla demarcazione della linea di separazione tra i ribelli e le forze di Kiev né con la posizione di Mosca relativa allo status dei territori controllati dai ribelli. Più tardi, però, Poroshenko ha raggiunto di nuovo Merkel, Hollande e Putin, con cui ha ripreso la discussione. Ai quattro si è unito il rappresentante dell'Osce nel gruppo di contatto (Mosca, Kiev, Osce, separatisti), Heidi Tagliavini. Anche il Cremlino aveva precisato, dopo le notizie positive diffuse dalle agenzie di stampa russe, che "i colloqui proseguono".

Ribelli rifiutano di firmare documento. Sempre stamani l'agenzia Tass aveva reso noto che sono stati i leader delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk a rifiutare di firmare il documento di cessate il fuoco che in precedenza sarebbe stato concordato dai leader. I ribelli ucraini filorussi hanno chiesto che l'esercito di Kiev si ritiri dalla città di Debaltseve, strategico nodo ferroviario a metà strada tra le roccaforti separatiste di Lugansk e Donetsk, dove da giorni sono in corso combattimenti tra le forze di Kiev e i ribelli.

Fabius e Steinmeier modificano agenda. Il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, ha annullato il suo viaggio a Londra previsto per oggi, dove avrebbe dovuto partecipare alla riunione 2+2 (periodici incontri fra i ministri degli Esteri e della Difesa dei due Paesi), a causa del protrarsi delle discussioni di Minsk sull'Ucraina. Ne dà notizia il Quai d'Orsay. Fabius - conclude il comunicato - parlerà al telefono con il suo collega inglese Philip Hammond per uno scambio di opinioni sulla crisi ucraina e per stabilire rapidamente una nuova data per l'incontro. Anche il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha dato notizia via Twitter del prolungamento del suo soggiorno a Minsk e del posticipo della partenza per una prevista missione in Brasile.

Ancora morti. Due soldati ucraini e nove civili sono stati uccisi in Ucraina orientale nelle ultime 24 ore. "A causa dei combattimenti e dei bombardamenti, l'Ucraina ha perduto due uomini e 21 sono rimasti feriti", ha dichiarato in una conferenza stampa Vladimir Selezniov, portavoce delle forze ucraine. Secondo le autorità locali di Donetsk, una roccaforte dei ribelli, almeno nove civili sono rimasti uccisi e 14 feriti nelle precedenti 24 ore. Tra le vittime, tre civili colpitida tiri d'artiglieria che hanno centrato un ospedale, ha dichiarato la portavoce del governo separatista Yulyana Bedilo, la quale ha comunque precisato che "non ci sono vittime all'interno dell'ospedale". I tiri d'artiglieria e di lanciagranate multipli Grad non si sono interrotti nella notte, principalmente a partire da zone controllate dai ribelli, secondo quanto ha constatato un giornalista dell'agenzia France Presse.

la Repubblica
09 02 2015

Al Nord-ovest 33.500 euro di Pil per abitante, al Sud 17mila e 200. Bolzano in testa con 40mila euro. Il valore aggiunto più alto a Milano. Tra il 2011 e il 2013 solo in Lombardia e il Trentino Alto Adige performance occupazionali positive, in Calabria e Molise le cadute più ampie

MILANO - Un burrone separa le economie di Nord e Sud d'Italia. Non è certo una scoperta dell'ultima ora, ma gli ultimi dati disponibili sono spaventosi: nel 2013, secondo il Report Istat sui conti economici territoriali, il Pil per abitante è risultato risulta pari a 33,5 mila euro nel Nord-ovest, a 31,4 mila euro nel Nord-est e a 29,4 mila euro nel Centro. Il Mezzogiorno, con un livello di Pil pro capite di 17,2 mila euro, "presenta un differenziale negativo molto ampio. Il suo livello è inferiore del 45,8% a quello del Centro-Nord", quindi praticamente dimezzato.

Nel 2013, il Pil per abitante ha registrato una riduzione rispetto al 2011 in tutte le regioni italiane, con l'eccezione di Bolzano e della Campania. Risulta in testa Bolzano con un Pil per abitante di 39,8 mila euro, seguito da Valle d'Aosta e Lombardia (rispettivamente con 36,8 e 36,3 mila euro). Prima tra le regioni del Mezzogiorno è l'Abruzzo, che registra un livello paragonabile a quello delle regioni del Centro, con 23 mila euro. La spesa per consumi finali delle famiglie a prezzi correnti nel 2013 risulta pari a 18,3 mila euro per abitante nel Centro-Nord e a 12,5 mila euro nel Mezzogiorno.

I dati, per altro, arrivano mentre uno studio Svimez dice che negli anni di crisi 2007-2012 la caduta del potere d'acquisto delle famiglie italiane è stata di circa il 9%, pari a 1.664 euro per ogni cittadino, ma è stata più forte al Sud. A causa della mancanza di lavoro, ma anche di un sistema di welfare che penalizza il Mezzogiorno, nel periodo 2007-2012 la caduta dei redditi ha colpito soprattutto i giovani e il Sud: nelle famiglie con un capofamiglia under 35 e un tasso di occupazione inferiore al 50% (dove lavora cioè meno di una persona su due) i redditi sono scesi al Sud del 24,8%, mentre al Nord sono cresciuti dell'1,7%.

Tornando ai dati territoriali dell'Istat, Lazio e Sicilia sono le regioni più "terziarizzate", in termini di incidenza settoriale del valore aggiunto, mentre Basilicata ed Emilia Romagna sono quelle a maggiore propensione agricola e industriale. Nel 2012, Milano è la provincia con i più elevati livelli di valore aggiunto per abitante prodotto, pari a 46,6 mila euro; seguono Bolzano con 35,8 e Bologna con 34,4 mila euro. Le province con i più bassi livelli di valore aggiunto per abitante prodotto sono Medio Campidano e Agrigento, con circa 12 mila euro, e Barletta-Andria-Trani e Vibo Valentia con meno di 13 mila euro.

Il contributo dei servizi finanziari, immobiliari e professionali al valore aggiunto provinciale è prevalente nelle province di Milano, Roma e Trieste. Il contributo dell'industria primeggia in molte province del Nord-est e in particolare in quella di Modena. Tra il 2011 e il 2013 la Lombardia e il Trentino Alto Adige ottengono le uniche performance occupazionali positive, mentre Calabria e il Molise le cadute piu' ampie (-8% circa in termini di numero di occupati).

La Repubblica
03 02 2015

L'associazione Antigone illustra la situazione dei detenuti immigrati nel nostro Paese. Dati, cifre, analisi delle norme vigenti. E alcune proposte che potrebbero rendere l'Italia un paese all'altezza della tradizione della sua giurisprudenza. "Detenuti stranieri in Italia", il libro pubblicato dalle Edizioni Scientifiche italiane frutto di una ricerca che Antigone ha svolto insieme alla Open Society Foundations.

Carceri, i diritti violati e le iniquità di quel 32% di detenuti stranieri
ROMA - Per la prima volta si può osservare con chiarezza uno di quei luoghi dove in Italia emerge la contraddizione tra giustizia e diritto. Dove l'assenza di capacità organizzativa da parte dello Stato rischia di creare dei vuoti di diritto che mettono a repentaglio prerogative inviolabili di migliaia di persone. L'associazione Antigone, grazie al lavoro di Patrizio Gonnella, il suo presidente, illumina la situazione dei detenuti immigrati nel nostro Paese. Dati, cifre, analisi delle norme vigenti. E alcune proposte che potrebbero rendere l'Italia un paese all'altezza della tradizione della sua giurisprudenza.

Partiamo con i dati. Al 31 luglio del 2014 i detenuti immigrati sono passati a 17.423 unità, il 32% del totale della popolazione carceraria. E il rilevamento di un miglioramento statistico - in pochi anni la percentuale è diminuita di cinque punti - non può cancellare l'analisi. "Ciò è avvenuto più per caso che non per una strategia penale diretta a redistribuire il peso delle iniquità sociali. Di fronte al grave problema del sovraffollamento non si poteva che intervenire nei confronti di quelle categorie di persone detenute che nel tempo, loro malgrado, hanno contribuito a determinarlo", scrive Gonnella in "Detenuti stranieri in Italia", il libro pubblicato dalle Edizioni Scientifiche italiane frutto di una ricerca che Antigone ha svolto insieme alla Open Society Foundations. Testo che sarà presentato oggi a Roma e che Repubblica. it ha potuto leggere in anteprima.

Un territorio instabile. E si tratta di un viaggio all'interno di un territorio giuridico paradossalmente instabile. Perché il "caso" non può essere contemplato quando si tratta di diritti. Gonnella è molto chiaro. "Quando ci si affida il caso e non a una strategia il rischio è che in breve tempo si torni al passato. Così da ottobre 2014 si sentono le sirene di nuove campagne contro gli immigrati che potrebbero portare a un aumento generale della popolazione reclusa". E a fronte di questo pericolo, l'unica soluzione è una "rivoluzione organizzativa che tenga conto di come sia cambiata l'utenza penitenziaria e ridisegni il tutto alla luce della presenza non minoritaria dello straniero in carcere".

Il rischio della recidiva. Il punto è prevedere che lo staff penitenziario sia all'altezza delle sfide poste dall'accoglienza degli stranieri. Che va fatta anche in carcere. Ancora Gonnella: "L'enunciazione di principi anti- discriminatori, per essere effettiva, richiederebbe ulteriori modifiche legislative, organizzative e operative. Ogni carcere deve avere un numero sufficiente di mediatori culturali e interpreti pagati dallo Stato e inseriti a pieno titolo nella vita penitenziaria". Tutto per rendere il sistema non punitivo ma indirizzato sulla strada del reinserimento sociale anche dello straniero che delinque. Che se viene lasciato solo a se stesso in carcere, rischi di ritornare a commettere gli stessi reati per cui è stato già condannato.

Dopo l'analisi, le proposte. Che Antigone articola in trentatré punti che potrebbero andare a comporre uno Statuto dei diritti dei detenuti stranieri in Italia. Quasi un suggerimento alla politica. Si parte dalla "cancellazione dell'espulsione come misura di sicurezza fino all'inserimento nel sistema procedurale italiano del principio del favor rei, secondo il quale "nessuno deve ? essere soggetto in Italia a una sanzione o una misura alternativa più afflittiva rispetto a quella ? del Paese di provenienza". ? Poi la recezione della Raccomandazione del 2012 del Consiglio d'Europa sui detenuti stranieri.

Per farli sentire meno soli. Poi il lavoro "culturale" da organizzare negli istituti di pena. Dai corsi in cui si portano a reciproca conoscenza le diverse "culture nazionali" fino alle norme che esplicitino come "in materia di vestiario ed igiene vanno rispettate le identità culturali e religiose" e che facciano che all'interno del carcere sia possibile acquistare "cibi etnici". Poi la liberalizzazione della corrispondenza telefonica e l'uso di internet: dalla comunicazione via skype fino alla possibilità di inviare mail ai parenti lontani. Poi le biblioteche, lo sport, l'accelerazione nelle pratiche per la concessione del visto. Per uno Stato che faccia sentire meno soli i migranti che ospita anche nelle proprie strutture carcerarie.

La Croazia cancella il debito dei cittadini poveri

  • Feb 03, 2015
  • Pubblicato in REPUBBLICA
  • Letto 2670 volte

La Repubblica
03 02 2015

MILANO - Una misura larga e senza precedenti, che per alcuni porta con sé la macchia indelebile del populismo e che anticiperebbe le elezioni politiche a orolgeria. In Croazia, da questa mattina, molti poveri non hanno più debiti. Lo ha deciso il governo, che ha siglato un accordo con banche, compagnie di finanziamenti e ha rinunciato in prima persona a crediti da lui stesso vantati verso persone in tale difficoltà da ritenere che comunque non sarebbero mai state in grado di restituire il dovuto.

La misura è attiva da oggi, per coloro che vivono del welfare pubblico, ed è stata voluta il 15 gennaio scorso dal governo di orientamento a sinistra. In un Paese dal reddito medio di circa 750 euro al mese, apre le porte a cominciare dal 2 aprile anche ai cittadini facenti parte di un nucleo familiare con un reddito pro capite inferiore a 1.250 kune al mese (162 euro al cambio attuale), oppure ai cittadini 'single' con reddito fino a 2.500 kune (330 euro). Per accedere bisogna poi avere a carico un affitto e non essere in grado di onorare impegni di spesa sottoscritti in passato: si potrà beneficiare di un'amnistia fino a circa 4.500 euro di debito. Si calcola che la misura coinvolga fino a 60mila cittadini su una popolazione che supera di poco i 4 milioni. Una stima di Reuters dice che le perdite ammonteranno a 309 milioni di dollari.

Il costo complessivo del progetto "Cancella il debito" si aggira sui 210milioni di kune, ossia 27milioni di euro per le casse del governo, ma stando alle stime dell'esecutivo dovrebbe portare benefici a breve e lungo termine sull'economia. Se ne è detto convinto il primo ministro Zoran Milanovic, che è riuscito a portare nell'impresa comuni, aziende pubbliche e private fornitrici di servizi, aziende di telecomunicazioni e nove banche.

La Croazia, entrata nella Ue ma fuori dalla zona Euro, ha una disoccupazione vicina ai 20 punti percentuali e dal 2008 ad oggi ha perso il 12 per cento del suo prodotto interno lordo. L'accelerazione verso queste politiche, però, per alcuni analisti e oppositori è "un classico caso di populismo", come dice Timothy Ash, chief economist della banca londinese Standard Bank. In effetti, il partito di Milanovic retrocede nei sondaggi dietro l'Unione democratica, che si è aggiudicata anche il round dell'elezione presidenziale.

la Repubblica
02 02 2015

Sono 11 le misure cautelari emesse dal gip del Tribunale di Roma e coinvolgono i dipendenti in servizio al nono dipartimento di Roma Capitale (programmazione e attuazione urbanistica), preposti a rilascio delle concessioni edilizie

La Guardia di finanza ha eseguito undici ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Roma nei confronti di funzionari e tecnici del Comune di Roma e di altri enti nell'ambito di un'indagine su corruzione e concussione condotta dalla Procura di Roma.

Gli arresti, dopo la prima tranche dell'operazione avviata l'8 gennaio scorso, hanno riguardato questa volta tecnici in servizio al nono dipartimento di Roma Capitale (programmazione e attuazione urbanistica), preposti a rilascio delle concessioni edilizie.

In particolare si tratta di cinque funzionari pubblici, tre tecnici del Comune e due ispettori della Asl, che sono stati arrestati, e sei imprenditori a cui è stato imposto l'obbligo di presentazione davanti all'autorità giudiziaria. L'operazione di oggi, disposta dalla Procura della Repubblica di Roma ed eseguita dai finanzieri del Comando unità speciali della Guardia di finanza di Roma, si collega a quella di inizio anno, soprannominata 'Vitruvio' quando furono eseguite 28 misure cautelari (di cui 22 arresti) per funzionari pubblici, imprenditori e professionisti accusati di corruzione e concussione. Chiedevano tangenti da 1.000-1.500 euro per non rilevare abusi edilizi.

I tecnici del Dipartimento arrestati per reati di corruzione si occupavano di istruire le pratiche edilizie per il rilascio dei titoli abilitativi, quali il permesso di costruire, l'approvazione delle varianti in corso d'opera e le concessioni edilizie in sanatoria. Dagli accertamenti eseguiti è emerso che alcuni costruttori per ottenere velocemente l'approvazione dei progetti edilizi senza rischiare di incorrere in lungaggini immotivate, si trovavano costretti a sottostare alle richieste illecite dei pubblici ufficiali responsabili delle pratiche.

Il sistema di malaffare e di corruzione svelato dalle indagini nel settore delle costruzioni residenziali della Capitale apre uno squarcio preoccupante sul metodo adottato dai pubblici ufficiali indagati. Si rilevano, infatti, episodi di corruzione sia nella fase preliminare, nel momento in cui venivano presentati i progetti al IX Dipartimento per ottenere il titolo autorizzativo, sia nella fase esecutiva, quando i tecnici dell'ispettorato edilizio dei vari Municipi effettuavano i controlli nei cantieri, non rilevando gli abusi. Anche per quanto attiene ai controlli effettuati dagli ispettori dell'Asl in materia di sicurezza negli ambienti di lavoro è stato ulteriormente rilevato come la corruzione preventiva abbia assunto forme preoccupanti consentendo l'arresto di ulteriori pubblici ufficiali. Le indagini delle fiamme gialle proseguono.

 

Il Leone del Kurdistan: "Vogliamo il nostro Stato"

  • Gen 30, 2015
  • Pubblicato in REPUBBLICA
  • Letto 2450 volte

la Repubblica
30 01 2015

A Kirkuk con Kosrat Rasul Ali, una delle figure leggendarie delle battaglie dei peshmerga, oggi in prima fila nella guerra contro l'Is. "I leader occidentali ci dicono: grazie, combattete per noi"

A che punto è la guerra con l'Is? Nel Kurdistan iracheno, il più efficace punto di osservazione, si hanno impressioni diverse. I confini della regione autonoma, allargati a Kirkuk, sembrano saldamente tenuti dai peshmerga curdi: ma il territorio riguadagnato in Iraq è solo l'1 per cento, secondo il comando Usa. Lo Stato Islamico tenta ancora attacchi ambiziosi, come a Gwer, avamposto della capitale Erbil: attraversato di sorpresa il fiume Zab, gli assalitori sono stati respinti e hanno lasciato sul campo 200 morti. 120 sono caduti fra i difensori curdi (la cifra fornita ufficialmente è molto più bassa).

"Tra i morti dell'Is - dice Jasim Mohammed Kharend, agricoltore e peshmerga - c'erano quattro stranieri non circoncisi, dunque non erano musulmani". Si parla molto di una controffensiva della coalizione per Mosul, e si fa la data della primavera: la preparazione dell'esercito arabo-iracheno "ha ancora bisogno di mesi".

Nel governo di Erbil più impellenti sono le voci su una resa dei conti con l'Is a Qamishli, capitale del Rojava, la regione curda siriana. La sconfitta del Califfato a Kobane non fa piacere alla Turchia, che già vede accantonare la cacciata di Assad (questo è uno smacco per tutti): Erdogan si è affrettato a riescludere una regione autonoma curda in Siria. Ma Qamishli, se è al confine turco, è anche vicinissima a quello curdo-iracheno, sicché i peshmerga, diversamente che a Kobane, non avrebbero bisogno di lasciapassare per intervenire accanto all'Ypg (l'esercito nazionale del Kurdistan siriano).

Il Kurdistan (formalmente) iracheno affronta un paio di problemi di fondo, oltre all'inadeguatezza irrisolta degli armamenti. Nello Shingal (Sinjar in arabo), dove l'avanzata dell'Is fece strage di yazidi e ne rapì bambine e donne, i combattenti curdo-siriani dell'Ypg e curdo-turchi in esilio del Pkk, politicamente affini, furono i protagonisti del soccorso, rimediando a un brutto sbandamento iniziale dei peshmerga. Oggi premono per una propria amministrazione cantonale, che il Kurdistan vede come una sottrazione inaccettabile alla sua integrità territoriale. La controversia rinnova la minaccia di un conflitto fra curdi, dannazione di questo gran popolo senza Stato. E resta il cuore del problema del Kurdistan iracheno, ancora diviso in due grandi partiti-dinastie, il Pdk, radicato a Erbil e Dohuk, e il Puk, le cui roccaforti sono Suleimania e Kirkuk. Già protagonisti di una sanguinosa guerra civile fra il 1994 e il 1998, oggi governano insieme, ma conservando le rispettive prerogative, milizie comprese. La prodezza dei peshmerga aveva a che fare con una condizione di lotta partigiana largamente superata, anche se di prodezza c'è sempre bisogno, e l'addolcimento della vita cittadina non le si addice.

Il Kurdistan, mi dice Kosrat Rasul Ali, deve avere una forza armata unitaria e regolare. È uno dei personaggi leggendari che queste parti infelici del mondo ancora ospitano, scampato a una quantità di battaglie e di ferite, di cui porta i segni; e vi ha perso due bambini. Sta giocando una partita a scacchi con un avversario giovane e mi chiede di lasciarlo concludere: è lui, "il leone del Kurdistan", a perdere, senza prendersela.

Parliamo delle armi, comprese le italiane: sono davvero ferri vecchi? Ride: può darsi, dice, ma buone lo stesso. Tutto è buono. Daesh (acronimo arabo che sta per Stato Islamico) combatte con armamenti evoluti. Certo che c'era bisogno dei bombardamenti: noi non abbiamo nemmeno un aereo. Perderanno, dice. Hanno potuto fare la loro avanzata da smargiassi perché il conflitto fra sciiti e sunniti aveva distrutto un esercito iracheno che era stato forte. Chiedo: ma vi accontenterete di riprendere il vostro territorio, a costo di avere una lunghissima frontiera con un vicino come l'Is? La risposta, senza i suoi precedenti, sarebbe da sbruffone: "Se facessero sul serio, in 48 ore posso liberare Mosul.

Le difese dell'Is sono concentrate in due punti, a sud-ovest di Mosul e nella direzione di Shargat e Tikrit. Bisogna attaccarli in più punti. Conosco il terreno: dove hanno piazzato la principale fortificazione, Kasik, feci il mio servizio militare, nel '75". E i famosi "boots on the ground", ossia l'intervento di terra? "Se lo fanno sono i benvenuti, altrimenti dovranno bastare curdi e iracheni. La maggioranza dei sunniti sta ancora dalla parte dell'Is, per il momento... almeno di giorno", ride.

"Nel 1991, erano molti i curdi pro-Saddam, e di notte stavano con noi: ora è la volta dei sunniti sotto l'Is. Alla fine io liberai Erbil nel '91, senza colpo ferire. Noi veniamo dalla guerriglia, combattevamo in 4 mila contro 200 mila o più. È una scuola di coraggio e di dedizione. Ma senza un esercito regolare non avremo mai uno Stato. Col presidente Barzani abbiamo appena deciso, nel villaggio di Suhaila: arruoleremo i volontari, tra i 18 e i 22 anni, cui dare una buona paga e armi moderne, perché sia un esercito curdo, e non una milizia di partito. I nostri grandi veterani saranno d'accordo, hanno orgoglio ma anche lucidità. Le nostre rivalità sono una versione del perenne settarismo di famiglia socialista". Be', dico, se vuoi ti racconto un giorno qualunque del Pd italiano: e voi del Puk vi siete fatti portare via Suleimania da una scissione. Ho visto però che i commenti che deplorano queste divisioni aggiungono spesso: "A parte Kosrat...". "Mi rispettano perché sono figlio di nessuno".

Gli faccio la mia solita domanda: in questa liquidazione di confini, voi mirate a farvi il vostro Stato, o riuscite a immaginare una nuova geografia confederata del Medio Oriente, come l'Europa dopo il 1945? Le due cose, dice, Stato e Confederazione. Ma per lui lo Stato viene prima. "Con l'appoggio di Stati Uniti, Europa e Israele, e oggi sembra che se ne vadano persuadendo, potremo avere l'indipendenza. Si può lasciare un popolo di 50 milioni senza uno Stato?". Intanto succedono cose imbarazzanti: la coalizione si incontra a Londra e non invita il Kurdistan. Ufficialmente c'è l'Iraq. Però l'Is insulta i curdi come "i cani degli infedeli": e oltretutto i cani qui sono tristemente malvisti.

I capi degli infedeli, da Renzi, il primo a venire, alla ministro della Difesa tedesca Ursula von der Leyen, qui assidua, continuano a congratularsi: "Voi combattete per noi". Cortocircuiti diplomatici, sui quali Barzani alza le spalle: "Stiamo ancora aspettando l'invito di Londra". Sono tornato a Kirkuk, posta della partita sul petrolio: in agosto era rischioso, ora è una trasferta tranquilla. Il mercato brulica di gente animali e veicoli di ogni sorta. La suggestiva Cittadella è sempre in rovina, ma riaperta al pubblico.

La pipeline con il Mediterraneo turco (e un giorno, chissà, curdo...) si raddoppia, e la produzione va, benché ridotta dal mercato e dallo stato pietoso degli impianti. La Exxon ha allungato le mani sul futuro (gli italiani esclusi perché stanno a Bassora). L., liceale sedicenne, dice che sì, lei e le sue amiche parlano molto del Daesh, si dicono che devono essere pronte a fuggire. Chiedo a Kosrat di Kirkuk: tornerà in discussione, quando l'Is fosse debellato? Il ritorno di Kirkuk al Kurdistan è un fatto compiuto, dice. "Saddam distrusse i villaggi curdi e finanziò l'insediamento di famiglie arabe, che continua ora per l'immigrazione di sunniti in fuga: i curdi sono la maggioranza, ma si sono ridotti.

Purtroppo fra gli arabi c'è un forte sciovinismo, come c'era fra i serbi. Io paragono quello che è successo in Iraq dopo Saddam alla ex Jugoslavia. E penso che il peggior governo curdo per noi valga più del miglior governo arabo-iracheno". Parliamo del Pkk: sono curdi, sono oppressi, dice. "Per quanti errori abbia fatto, Ocalan è in galera da quindici anni. Sono grandi combattenti, e senza di loro in agosto l'Is non sarebbe stato fermato sul Sinjar. A Kobane abbiamo pareggiato le cose". In una caserma vicina al fronte, uno dei pochi generali curdi di formazione accademica, nell'esercito iracheno, spiega che la rivalità fra Pdk e Puk spinge perfino all'accaparramento delle armi. Gli istruttori sono utili, dice, ma occorre tempo, e i peshmerga sono abituati alle armi di produzione russa: gli Rpg, per esempio, molto meno efficaci dei razzi anticarro Milan, di brevetto tedesco. L'Is ha combattenti sperimentati nella lunga pratica siriana, militari di professione iracheni, e mercenari. Gli dico che sono sorpreso della libertà con cui qui parlano delle operazioni militari: ride, ormai si sa tutto, fra cellulari e internet. Infatti: quando la fotografa comincia a fotografare i peshmerga, si mettono a turno in posa con lei per i loro telefonini, per immortalarsi su Facebook, in una pausa fra uno scontro a morte e un altro.

Adriano Sofri

la Repubblica
29 01 2015

I tentacoli della 'Ndrangheta sono arrivati fino in Emilia. Una maxi operazione dei Carabinieri, denominata "Aemilia", condotta dalla Dda di Bologna ha portato a 117 richieste di custodia cautelare (110 portate a termine, 7 persone risultano irreperibili) e ad oltre 200 indagati, per la maggior parte in Emilia. Altri 46 provvedimenti sono stati emessi dalle procure di Catanzaro e Brescia. Sul campo sono stati impiegati un migliaio di militari con il supporto anche di elicotteri.

I provvedimenti di custodia riguardano soggetti ritenuti responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, emissione di fatture false. Il clan al centro dell'inchiesta è quello dei Grande Aracri di Cutro (Crotone), di cui è documentata da tempo l'infiltrazione nel territorio emiliano, soprattutto nella zona di Brescello dove vivono esponenti di spicco della cosca calabrese. Alcuni dei reati hanno carattere transnazionale, interessano Austria, Germania, San Marino. Chiesto il sequestro di beni per 100 milioni di euro.

Una parte consistente dell'inchiesta riguarda gli appalti della ricostruzione post terremoto e alcuni imprenditori emiliani. In particolare la "Bianchini costruzioni Srl" di Modena è riuscita ad ottenere "numerosissimi appalti" del Comune di Finale Emilia in relazione - si legge nell'ordinanza - ai lavori conseguenti il sisma del maggio 2012 e altri in materia edile e di smaltimento rifiuti. Per questo Augusto Bianchini è finito in carcere, Alessandro Bianchini è invece ai domiciliari. Tra gli arrestati anche l'imprenditore Giuseppe Iaquinta, padre dell'ex calciatore della Juventus e campione del mondo Vincenzo Iaquinta.

E ancora una volta alcuni alcuni indagati, si legge nell'ordinanza del Gip, ridono dopo il terremoto che ha colpito l'Emilia nel 2012 proprio come era accaduto nel 2009 all'Aquila. Le risate sono in un dialogo citato nell'ordinanza del Gip tra due indagati, Gaetano Blasco e Antonio Valerio: "E' caduto un capannone a Mirandola", dice il primo. "Valerio ridendo risponde: eh, allora lavoriamo là.. Blasco: 'ah sì, cominciamo facciamo il giro...'", si legge.

"Un intervento che non esito a definire storico, senza precedenti. Imponente e decisivo per il contrasto giudiziario alla mafia al nord", ha commentato il Procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti in conferenza stampa. Poi ha aggiunto: "Non ricordo a memoria un intervento di questo tipo per il contrasto a un'organizzazione criminale forte e monolitica e profondamente infiltrata". L'inchiesta, in corso da diversi anni, aveva portato gli inquirenti a sentire come persona informata dei fatti anche l'ex sindaco di Reggio Emilia e attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio e altri politici locali. Lo stesso Delrio, in un tweet, ha manifestato il suo plauso per l'inchiesta bolognese: "Inchieste Dda Bologna fondamentali per rendere più forti e libere le nostre comunità #Aemilia".

Anche la politica locale è coinvolta nell'inchiesta. Gli inquirenti hanno documentato attività di supporto e tentativi di influenzare elezioni amministrative da parte degli affiliati al gruppo criminale in vari comuni dell'Emilia. Lo ha spiegato il procuratore Roberto Alfonso citando i casi di Parma nel 2002, Salsomaggiore nel 2005, Sala Baganza nel 2011, Brescello nel 2009.

Tra le persone colpite dai provvedimenti di custodia, il consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, di Forza Italia. I carabinieri lo hanno prelevato dalla sua abitazione di Arceto di Scandiano, vicino a Reggio Emilia.

Tra gli indagati ci sono il sindaco di Mantova Nicola Sodano, che sarebbe accusato di favoreggiamento per una vicenda legata a un appalto in cui è coinvolto un imprenditore arrestato, e Giovanni Paolo Bernini, ex presidente del Consiglio comunale di Parma, allora appartenente a Forza Italia. Per lui la procura aveva chiesto l'arresto, ma il Gip non l'ha concesso. L'accusa a suo carico è di "aver contribuito pur senza farne parte al rafforzamento e alla realizzazione degli scopi dell'associazione mafiosa", perché "richiedeva e otteneva dagli associati voti a suo favore in relazione alla campagna elettorale 2007 per l'elezione del sindaco e del consiglio comunale di Parma".

Agli arresti anche Nicolino Sarcone considerato anche da indagini precedenti il reggente della cosca su Reggio Emilia. Sarcone, già condannato in primo grado per associazione mafiosa, è stato recentemente destinatario di una misura di prevenzione patrimoniale che gli aveva bloccato beni per cinque milioni di euro. Dalle carte dell'inchiesta emergerebbe anche il sostegno elettorale imposto dai Grande Aracri ad alcuni candidati emiliani durante le amministrative.

L'indagine è condotta dalla procura distrettuale antimafia di Bologna che ha ottenuto dal gip del Tribunale le 117 richieste custodie cautelari in Emilia, ma anche Lombardia, Piemonte, Veneto, Sicilia. Contestualmente si sono mosse le procure di Catanzaro e Brescia che hanno emesso 46 provvedimenti.

Nella lista dei nomi colpiti dalle ordinanza di custodia sono finiti anche Ernesto e Domenico Grande Aracri, i fratelli del boss già detenuto Nicolino Grande Aracri, detto "Mano di gomma". Domenico è un avvocato penalista, il suo arresto è stato disposto dalla Dda di Bologna, mentre per Ernesto si è mossa la Dda di Catanzaro. Il centro di questa organizzazione è Cutro, piccola cittadina del crotonese: Nicolino Grande Aracri aveva intenzione di costituire una grande provincia in autonomia. La cosca di Cutro sarebbe riuscita, grazie all'avvocato del foro di Roma Benedetto Giovanni Stranieri (sottoposto a fermo per concorso esterno in associazione mafiosa), anche ad avvicinare un giudice di Cassazione e a fare annullare con rinvio una sentenza di condanna a carico del genero del boss.

"Grande Aracri - ha spiegato il procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo - si atteggia a capo di una struttura al di sopra dei singoli locali. E' sostanzialmente il punto di riferimento anche delle cosche calabresi saldamente insediate in Emilia Romagna dove c'era una cellula dotata di autonomia operativa nei reati fine. I collegamenti tra Emilia Romagna e Calabria erano comunque continui e costanti e non si faceva niente senza che Grande Aracri lo sapesse e desse il consenso".

Intanto emergono dettagli sui tentativi di intimidazione che il clan aveva messo in atto nell'area emiliana. Non solo su imprenditori e istituzioni, ma anche su giornalisti, come nel caso di Sabrina Pignedoli, corrispondente ANSA da Reggio Emilia e cronista del Resto del Carlino. Tentativo però respinto dalla cronista. Un altro giornalista è finito agli arresti: si tratta di Marco Gibertini, cronista di TeleReggio, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa poichè, secondo l'accusa, avrebbe dato una mano agli affiliati della cosca emiliana facendoli andare in Tv e sui giornali. In manette anche sei "talpe", che informavano i Grande Aracri. Si tratta di tre ex carabinieri in congedo e tre poliziotti.

Fabio Tonacci e Francesco Viviano

La Repubblica
28 01 2015

Una donna albanese è sparita con il suo piccolo. Per combattere in Siria

di CARLO BONINI

MILANO - Un'ennesima giovane donna ha lasciato a dicembre l'Italia per le bandiere nere dell'Is. E la sua storia non sarebbe che l'ultimo, anodino numero da sommare alle statistiche in aggiornamento del Viminale sulla via italiana alla jihad, se non fosse per il bambino che ha portato con sé. Il suo bambino. In un ratto che torna a raccontare, dopo la vicenda del piccolo Ismair Tabud Mesinovic (trascinato da Belluno alla Siria dal padre, di cui sarebbe rimasto orfano), di una generazione perduta di preadolescenti chiesti e consegnati al piano demografico del Califfato. Carne e psiche tenere, malleabili, il cui valore, al mercato clandestino dei reclutatori islamisti, può arrivare a qualche migliaio di dollari.

La donna si chiama V. E' una cittadina albanese che aveva trovato a Lecco il suo posto nel mondo. Con un marito, Afrim, albanese come lei, due figlie e un terzogenito maschio. Poche settimane fa, prima che l'Europa venisse precipitata nella paura dalle stragi di Parigi, l'uomo si presenta ai carabinieri e racconta la storia di una fuga e di un inseguimento tanto disperato, quanto vano. La moglie - dice - è scomparsa dal giorno alla notte insieme al maschio più piccolo di casa, lasciandolo con le due femmine. Al culmine di un viaggio emotivo in cui l'ha vista progressivamente trasformarsi in una "sorella della jihad" pronta al grande salto in quella terra promessa chiamata Califfato. Verosimilmente incoraggiata - aggiunge - da una "ricompensa in denaro" che i reclutatori offrono a chi trascina con sé il sangue del proprio sangue. Lui, allora, decide di seguire la rotta che dalla Lombardia porta in Siria. Vuole riportare indietro lei e il loro bambino. Un posto di blocco dell'Is lo convince che la sua corsa va interrotta. A meno di non voler pagare con la vita.

Di V. e del suo bambino non c'è più traccia e, allo stato, le indagini del Ros dei carabinieri sulla loro scomparsa equivalgono alla ricerca di un ago in un pagliaio. Ma il racconto di Afrim, vedovo bianco della jihad, fa dire a una qualificata fonte del nostro Antiterrorismo che "sono proprio storie come questa a dare la misura della complessità della sfida dell'Is". "In questi mesi - prosegue la fonte - abbiamo avuto negli occhi le immagini crudeli di una propaganda che riprende un bambino con un coltello in pugno alle spalle di due presunte spie russe qualche istante prima della loro decapitazione. E dunque pensiamo immediatamente allo scempio dei bambini soldati denunciato ancora la scorsa estate dai rapporti delle Nazioni Unite e da Human Rights Watch (dal settembre 2011 all'estate 2014 sono stati 194 i "bambini soldati" di cui è stata accertata la morte in combattimento nel teatro siriano, ndr). Ma la verità è in qualche modo ancora più spaventosa.

Il Califfato sta chiamando a sé bambini e bambine sotto i 10 anni. Scommette sull'educazione e la crescita di almeno una, due, nuove generazioni. E il target di questo piano demografico forzoso non sono soltanto i foreign fighters, a cui viene garantito un welfare familiare e per i quali vige comunque l'obbligo coranico che i figli maschi seguano le scelte e il destino del padre. Ma anche e in numero crescente le giovani donne musulmane che vivono in Europa". A loro, non a caso, è destinato un "manuale" diffuso recentemente dall'Is in Rete, dal titolo "Il ruolo delle sorelle nella jihad". Un decalogo o, se si preferisce, un breviario che spiega come sia decisivo per le sorti del Califfato costruire a partire dall'età più tenera di un bambino la sua identità di musulmano rispettoso delle regole della Sharia. Il libro fa divieto alle madri di lasciar vedere la televisione ai propri figli, prescrivendo, al contrario, un'educazione selettiva in Rete. Un palinsesto di video, dvd, social forum, tarato su un indottrinamento progressivo e totalizzante, accompagnato da libri e giochi che, fin dalla più tenera età, "devono formare al combattimento", simularne le tecniche, costruire l'epica religiosa e sociale del mujaeddin.

In un format in cui realtà e propaganda si alimentano a vicenda e ben documentato da uno degli ultimi video virali postati sui forum jihadisti: "I cuccioli dell'Is". O dalla disturbante foto diffusa da "Syria deeply" (sito indipendente che monitora costantemente gli eventi della crisi siriana), in cui un bimbo travisato nel mefisto nero tiene per i capelli di stoppa biondi una bambola in tunica arancio di cui si prepara a spiccare la testa con il coltello che impugna nella sinistra. "Non c'è alcun dubbio - osserva una fonte qualificata della nostra Intelligence - che la scommessa demografica dell'Is dica molto della qualità della minaccia che ci troviamo a fronteggiare. Ma in qualche misura ne segnali anche una debolezza. Negli ultimi mesi di guerra, l'Is ha subito perdite importanti. Nell'ordine di quasi 1.500 mujaheddin. Il cinque per cento di quella che stimiamo al momento come la forza complessiva del suo esercito. Ed è un'emorragia che Al Baghdadi sa bene che si protrarrà nel tempo. La difesa del suo Califfato richiederà un costo di vite umane crescenti. E per sostenerlo non ha che una strada". La jihad dei bambini.

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