REPUBBLICA

13 09 2012 
 
L'apprezzamento di Amnesty International Italia per l'avanzamento del dibattito parlamentare su una legge da tempo dovuta per il rispetto dei diritti umani, come stanno chiedendo alle Camere le migliaia di persone che hanno firmato l'appello emanato dall'organizzazione nel luglio 2011

ROMA - Apprendendo del voto unanime con cui, il 12 settembre, la Commissione Giustizia del Senato della Repubblica ha approvato un disegno di legge per l'introduzione del reato di tortura, Amnesty International Italia 2 ha espresso apprezzamento per l'avanzamento del dibattito parlamentare su una legge da tempo dovuta per il rispetto dei diritti umani, come stanno chiedendo alle Camere le migliaia di persone che hanno firmato l'appello emanato dall'organizzazione nel luglio 2011.

"Dopo quasi un quarto di secolo di ritardo - si legge in una nota dell'organizzazione che si batte per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo -  auspichiamo un iter parlamentare sollecito e consapevole, che consenta entro l'attuale Legislatura l'adozione di una norma per prevenire e punire la tortura in linea col dettato della relativa Convenzione delle Nazioni Unite". Lo ha dichiarato Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia. "Il testo approvato dalla Commissione Giustizia può essere migliorato. Continueremo a rivolgerci a Parlamento e Governo affinché questo iter porti a un risultato pieno e soddisfacente".

Lo sapevate che Joaquìn Cortés è un rom?

  • Nov 30, -0001
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di Vladimiro Polchi, La Repubblica
5 giugno 2012

Cosa unisce un premio Nobel, un principe, un presidente della Repubblica e un beato? E quale legame intercorre tra celebri attori come Michael Caine, Bob Hoskins, Yul Brynner e Rita Hayworth? Semplice: appartengono tutti alla popolazione romanì, così come il grande Chaplin o il calciatore tedesco Michael Ballack. Se ci stupiamo è la prova di quanto forti siano i nostri pregiudizi sui Rom: un popolo antico, presente in ogni continente, forte di 16 milioni di persone e cinque diversi gruppi etnici.
La Repubblica
26 11 2012

Calci, pugni, urla fra necrofori concorrenti sotto gli occhi dei parenti e dei colleghi delle vittime che gridavani "Vergogna, sciacalli"

ROSSANO - Calci, pugni, colpi di lettiga e urla fra addetti di agenzie funebri concorrenti in lite per accaparrarsi i corpi dei sei braccianti morti nell'auto investita dal treno a Rossano. La scena è andata in onda la notte, a poche ore dall'incidente, sotto gli occhi esterrefatti delle forze dell'ordine e soprattutto di amici e parenti delle vittime - tre uomini e tre donne di nazionalità romena - che gridavano "Vergogna" e chiedevano rispetto per quelle povere salme.

La scena da sciacalli è stata raccontata in parte da un video pubblicato dal "Quotidiano della Calabria". Protagonisti i titolari e i dipendenti di alcune agenzie di pompe funebri dei paesi vicini, accorsi sul luogo della tragedia una volta allertati dalle forze dell'ordine e dai sanitari. Uno spettacolo sconfortante, scrive sulla testata calabrese il giornalista Valerio Panettieri. "Quelli sono tutti miei - si sente urlare davanti alla carcassa dell'auto - . Sono stato avvisato dall'ospedale, sono arrivato per primo, se qui viene qualcuno che non è di Rossano succede un casino. Questa è roba nostra, non vogliamo gente da Corigliano o da Mirto".

Dall'altra parte la replica: "No, facciamo uno a testa". Poi gli spintoni e la rissa. Quando lo scontro sembrava essersi placato, mentre si trasportava una delle salme, il titolare di una delle agenzie ha dato nuovamentea in escandescenze. I portantini hanno perso l'equilibrio, facendo cadere a terra dalla barella il corpo che vi era adagiato. A quel punto, gli amici e i parenti delle vittime hanno cominciato ad urlare. "Vergognatevi, questo è il mio sangue, non sono dei cani questi sono esseri umani". La situazione è rimasta tesa fin quando le auto con a bordo i corpi dei sei lavoratori non si sono allontanate, inseguite ancora dalle grida: "Sciacalli, sciacalli!".

11 07 2012 
 
Diciassette anni fa l'attacco a Srebrenica da parte dei serbo-bosniaci: migliaia di uomini uccisi, centinaia di donne violentate. Episodio simbolo di una pratica comune in tutti i conflitti: lo stupro di guerra. Le donne della ex Jugoslavia stanno ricucendo una rete di solidarietà interetnica, partendo dalla ricostruzione della memoria e coinvolgendo anche le più giovani. Con una singolare "corte di giustizia" senza condannati e senza giudici.
 
 "Con lo scoppio della guerra in Bosnia Erzegovina la mia vita è cambiata per sempre. Sono diventata un'attivista per i diritti delle donne il 2 giugno 1992". Una data che Nuna Zvizdic, determinata signora di 59 anni, festeggia come un secondo compleanno. Attivista per la pace e femminista, fondatrice dell'associazione "Žene Ženama" ("Donne per le donne") di Sarajevo, Zvizdic da più di dieci anni lavora per la realizzazione del "Tribunale delle donne per i Balcani". Un organismo molto particolare, con competenza su tutto il territorio della ex Jugoslavia, che dia una risposta alla sete di giustizia delle vittime, a prescindere dall'etnia e dal credo religioso. A vent'anni dal conflitto, poche donne (quasi tutte di origine musulmana) hanno trovato il coraggio di denunciare pubblicamente gli stupri: pochissime croate e serbe lo hanno fatto. "Noi invece vogliamo che le donne della ex Jugoslavia capiscano di essere accomunate dalla medesima, tragica, esperienza", sottolinea Zvizdic.

Oggi a Srebrenica si ricorda un episodio che, più di ogni altro, sintetizza le violenze e le atrocità della guerra che ha sconvolto i Balcani: 17 anni fa, l'11 luglio 1995, le truppe del generale Radko Maldic fecero il loro ingresso in quella che era stata dichiarata "Zona protetta" dalle Nazioni Unite. Più di ottomila uomini e ragazzi vennero uccisi, centinaia di donne violentate.

Un dolore che però non può e non deve essere di parte. Né strumentalizzato da logiche politiche. "La giustizia deve essere per tutte le donne che hanno subìto violenza: musulmane come me, croate e ortodosse", ribadisce Enisa Salcinovic, originaria di Foca. Nell'agosto del 1992 è stata violentata più volte da un conoscente. Le lacrime scendono lentamente sulle sue guance mentre ricorda quei giorni. Le asciuga con discrezione, accende una sigaretta e riprende a parlare. Ha trascorso gli ultimi tre anni attraversando il Paese in lungo e in largo per incontrare le vittime degli stupri e convincerle a parlare, a non vergognarsi. "Perché se non raccontiamo quello che è successo, è come se quell'orrore non fosse mai successo e verrà dimenticato", conclude. 

Un lavoro prezioso, in una terra dove le cicatrici della guerra sono ancora profonde. L'associazione "Medica Zenica", che dal 1993 lavora per assistere le vittime di guerra, ha raccolto circa 28mila denunce. Ma altre stime fanno lievitare la cifra a 50mila vittime. Per contro, i casi portati davanti alla Corte penale internazionale dell'Aja sono stati appena 105. Di questi, solo 25 si sono conclusi con una sentenza di condanna.

Laddove la giustizia ordinaria ha fallito, è pronta a entrare in scena la società civile. La prima sessione del "Tribunale delle donne" è in programma tra cinque anni, al termine di un faticoso percorso iniziato nel 2000. Non ci saranno giudici, pubblica accusa né condannati: saranno le vittime a raccontarsi, a condividere la propria dolorosa storia. "In modo che tutti possano acquisire una vera consapevolezza di quello che è accaduto. E ciascuno possa assumersi le proprie responsabilità", spiega Nuna Zvizdic. Un momento di condivisione del passato da cui ripartire per costruire una memoria condivisa. 

Un progetto ambizioso, nato dall'amicizia fra tre donne unite dalle comuni battaglie per i diritti: Nuna Zvizdic di "Žene Ženama", Zarana Papic (leader delle "Donne in nero di Belgrado", scomparsa nel 2002) e con Biljana Kasic (del "Centro per gli studi di genere di Zagabria"). Successivamente sono state coinvolte altre associazioni che hanno costituito il "board" del nascente Tribunale: il "Centro per gli studi sulle donne e le ricerche di genere" di Belgrado, il "Centro per le donne vittime di guerra" di Zagabria, "Anima-Centro per le donne e l'educazione alla pace" di Kotor (Montenegro) e la "Rete delle donne" del Kosovo.

Nel 2011, dozzine di organizzazioni che lavorano per i diritti delle donne e 104 associazioni di vario tipo sono state coinvolte attivamente nel progetto per farlo conoscere il più possibile sul territorio. Tra queste le giovanissime di "Cure", associazione femminista di Sarajevo che promuove l'educazione di genere attraverso l'arte. "Cerchiamo di raggiungere i ragazzi più giovani -spiega Vedrana Frasto, 23 anni- Il nostro ruolo, all'interno del Tribunale, è quello di far conoscere il più possibile il progetto. Non è facile, c'è molta diffidenza da superare".

A vent'anni di distanza, la disillusione e le amarezze accumulate spingono molte donne a riporre in un cassetto il desiderio di giustizia. "Per molto tempo, dopo la fine della guerra, le donne violentate non hanno avuto la possibilità di denunciare. C'era un Paese da ricostruire, mancavano le istituzioni cui rivolgersi - spiega Azra Adžajli?-Dedovi?, docente di criminologia all'università di Sarajevo - In molti casi vittima e carnefice vivevano a poche decine di metri l'uno dall'altra e ci sono stati casi drammatici in cui le donne sono state costrette a sposare il proprio aguzzino". In quei primi anni le associazioni di volontariato e le ong hanno saputo dare un supporto alle vittime, portando avanti le loro istanze di giustizia. Ma i pochi processi che sono stati celebrati in Bosnia per stupro si sono conclusi con condanne risibili. 

"Ora la situazione è molto migliorata - aggiunge Azra Adžajli?-Dedovi? - Le vittime di stupro sono state equiparate alle vittime di guerra e ricevono una pensione di 570 marchi al mese (circa 300 euro, nda). Dallo Stato c'è più attenzione, ma le donne sono stanche di lottare".  Nuna Zvizdic e delle altre donne del Tribunale rappresentano, forse, l'ultima occasione per ottenere una giustizia condivisa. Un segno di pace e riconciliazione tra donne accomunate dal medesimo dolore che permetta di guardare al futuro con speranza. 
04 05 2012 
 
Doveva essere una riflessione d'apertura: ma ecco le linee guida proposte dall'Agesci. Vietato il "coming out" e un invito: in caso di situazioni del genere, vanno chiamati i genitori e consultato uno psicologo

ROMA - Capi scout omosessuali che non dovrebbero dichiarare il loro orientamento sessuale, per evitare di "turbare e condizionare i giovani"; giovani omosessuali che, a loro volta, dovrebbero essere mandati da uno psicologo, visto che si ritiene possibile educare i ragazzi e le ragazze all'eterosessualità. Doveva essere il seminario dell'apertura degli scout cattolici dell'Agesci al tema dell'omosessualità, invece, complice l'impostazione di alcuni relatori chiamati ad affrontare il tema, è finita con l'essere un'occasione per presentare l'eterosessualità come l'orientamento "giusto", la retta via verso la quale devono essere "indirizzati" scolte e rover.

Organizzato dalla rivista "Scout-Proposta educativa", il seminario si è tenuto a novembre, ma gli atti ufficiali e le relative conclusioni 1 sono stati pubblicati in questi giorni, incluse quelle che dovrebbero essere le prime linee-guida ufficiali per i capi di tutta Italia. Linee guida che, in alcuni casi, si traducono in un'offesa (più o meno volontaria) nei confronti delle persone Glbt. A partire dal paragone tra le adozioni dei bambini da parte dei gay e la tortura o dal divieto di coming out, che sembra riproporre la contrapposizione, ancora molto diffusa, tra persone normali-eterosessuali e anormali-omosessuali.

L'approccio seguito dagli esperti, del resto, era chiaro sin dalla presentazione del convegno, nella quale l'omosessualità 
viene definita come "un problema". Oltre a due psicoterapeuti - lo scout Dario Contardo Seghi e Manuela Tomisich  -  le lezioni sono state tenute anche da padre Francesco Compagnoni, assistente ecclesiastico presso il Masci (Movimento adulti scout cattolici italiani). Il religioso, che proviene da 45 anni di attività negli scout, ha messo in guardia i presenti dalle ostilità nei confronti della chiesa cattolica, anche alla luce degli scandali che hanno coinvolto preti pedofili.

In particolare, Compagnoni ha "denunciato" il caso del Regno Unito, dove la legge "ritiene la coppia omosessuale portatrice di diritti umani al pari della coppia eterosessuale. "La tesi sottesa in questa affermazione - dice il sacerdote - è che l'avere dei figli sia un diritto umano per ogni persona e, se è un diritto umano, neanche una comunità religiosa può sollevare alcuna obiezione. Sarebbe come se un gruppo religioso ammettesse la tortura come pratica lecita: la società civile non può ritenere ammissibile la negazione di un diritto fondamentale (in questo caso all'integrità fisica contro la pratica della tortura) in nome della religione".

Pur ammettendo che "l'omosessualità non ha nulla a che vedere con la pedofilia", il prete ribadisce il pensiero della chiesa sul tema: "Le relazioni tra persone omosessuali, secondo la Sacra Scrittura, sono gravi depravazioni. Per questo, le persone omosessuali sono chiamate alla castità". I gay, inoltre, "si trovano generalmente in difficoltà con il loro sesso corporeo - afferma padre Compagnoni  -  Le persone omosessuali, in linea generale, hanno dei problemi non solo sul piano sociale, ma anche con loro stessi". Perché  -  e qui vengono in mente le teorie che considerano i gay dei malati  -  l'omosessualità "è un fatto di struttura ormonale e, quindi, anche di struttura cerebrale".

Da queste premesse discende, logicamente, che i capi-scout omosessuali non sono visti di buon occhio (a poco serve ribadire, più volte, che i gay non debbano essere discriminati) e non possono rappresentare un esempio: "Le persone omosessuali adulte nel ruolo di educatore - teorizza dunque padre Compagnoni - costituiscono per i ragazzi loro affidati un problema educativo. Il capo è il modello per i suoi ragazzi e sappiamo che gran parte dell'effetto educativo dipende dalla esemplarità anche inconscia che proviene dall'adulto. Il capo trasmette dei modelli e i capi che praticano l'omosessualità, o che la presentano come una possibilità positiva dell'orientamento sessuale, costituiscono un problema educativo".

Come comportarsi con un ragazzo omosessuale? "Secondo me - conclude il prete, che insegna anche in una pontificia università della capitale - bisognerebbe parlare con i genitori e invitare un esperto con cui consigliarsi. In linea generale uno psicologo dell'età evolutiva o ancora meglio un pedagogista".

Per lo psicologo Contardo Seghi  -  anche lui proveniente dal mondo scout  -  l'omosessualità non è sempre una condizione permanente. Pur evidenziando che non si tratta di una malattia, Seghi afferma che alcune persone "diventano" omosessuali in seguito a un trauma o seguendo alcune loro errate convinzioni. "Molto spesso - dice - alcune donne lesbiche avevano incontrato maschi brutali. In queste situazioni per la ragazza o per la donna è facilissimo tornare affettivamente a situazioni precedenti, soprattutto se quella dimensione materna (omo-affettiva) è stata positiva e appagante. In questi casi, può facilmente svilupparsi una dimensione omosessuale perché il pensiero inconscio è: 'se il maschio è brutale io trovo più facilmente soddisfazione affettiva con un'altra donna'".

Un discorso analogo è quello relativo ai gay che, in realtà, sarebbero degli etero "latenti". "A volte ci sono delle convinzioni sedimentate da molto tempo, come un caso che ho seguito in cui un uomo, per il fatto di avere provato da bambino delle sensazioni piacevoli toccando lo sfintere anale, aveva sviluppato una modalità di masturbazione con una stimolazione anale. Questo fatto gli aveva prodotto la convinzione di essere omosessuale, e ne è rimasto convinto fino ai trenta anni. Ma lo sfintere anale può produrre di per sé piacere a chiunque con una stimolazione, e questa persona non era affatto un omosessuale".

Per lo psicoterapeuta, educare all'eterosessualità è possibile e, inoltre,  si possono "frenare" le pulsioni omosessuali: "Dobbiamo porre molta attenzione nell'educare i nostri ragazzi a non identificarsi con ciò che sentono perché quel che sentono non definisce pienamente ciò che sono. Posso provare una rabbia terribile che devo imparare a gestire e a riconoscere, non identificando me stesso con la rabbia. Devo diventare consapevole del fatto che posso gestire ciò che sento. Quindi non c'è dubbio che anche la dimensione sessuale vada poi gestita ed educata. Imparare a gestire le pulsioni e a non identificarsi in quello che si sente".

Il capo-scout, in quest'ottica, svolge un ruolo chiave. Per lo psicoterapeuta, anche un omosessuale può essere una brava guida, a patto che non ostenti il proprio orientamento sessuale: "Accennavamo prima al coming out, cioè al bisogno che a volte un capo ha di manifestare ed esprimere i problemi della sua identità. Un capo di questo tipo - dice lo psicoterapeuta - , affetto da protagonismo, se omosessuale, nel percorso di rafforzamento della propria identità può sentire di dover passare attraverso l'espressione pubblica del suo orientamento sessuale. Questa situazione può non essere opportuna in riferimento al percorso di crescita dei ragazzi".

Le conclusioni del seminario faranno sicuramente discutere gli scout cattolici, in particolare quanti, collocandosi su posizioni assai più lungimiranti verso i gay, hanno sollecitato l'associazione ad organizzare un momento di dibattito. Ora, infatti, le indicazioni e le "linee guida" uscite dal convegno saranno inviate a tutti i capi-scout, che, a loro volta, potranno confrontarsi e suggerire altri approcci. Ma per la piena accettazione dei capi omosessuali, in particolare quelli che non vivono di nascosto il loro orientamento sessuale, la strada è ancora in salita.

"COPPIE DI FATTO, BRAVA RENATA"

  • Nov 30, -0001
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repubblica.it
08 02 10

Regionali, Bonino con Polverini
"Coppie di fatto, brava Renata"


Con una mossa politicamente molto acuta, Emma Bonino plaude Renata Polverini, sua rivale nella corsa al governo della Regione Lazio sul tema che portato lo scompiglio all’interno del Pdl: le coppie di fatto. Come si ricorderà, sollecitata sul suo blog dalla domanda di un lettore, Renata aveva risposto concretizzando un’apertura su un argomento tabù per la destra.

"Sono favorevole a regolamentare le unioni di fatto – scriveva la Polverini -, a patto di non produrre un matrimonio di serie B. Allo stesso tempo, sono convinta che diritti e doveri reciproci debbano essere riconosciuti alle coppie che vivono fuori del matrimonio".

L’uscita della Polverini aveva sollecitato l’immediata reazione di Francesco Storace (“le coppie di fatto non sono nel programma!”) e le bacchettate del sindaco di Roma Gianni Alemanno (“Queste sono materie che non competono ne' alla Regione ne' al Comune, ma al Governo”).

Tutto questo accadeva il primo febbraio. Una settimana dopo, ecco Emma Bonino intervenire a “Il fatto del giorno”, su Rai 2, e prendere in parola Renata Polverini, ignorando i successivi rigurgiti del Pdl. "Oggi le persone organizzano i loro affetti non sempre come vogliono, ma molto più spesso come possono – la premessa della candidata del Pd -. Se Renata Polverini, a differenza di Storace o di altri, ha riconosciuto questa esigenza mi fa piacere".

E adesso, come potrà Renata Polverini ignorare questa pubblica dimostrazione di solidarietà della Bonino e non tornare sull’argomento coppie di fatto? E come ci tornerà? Sconfesserà se stessa o il “programma” che del tema non fa alcun accenno?

http://roma.repubblica.it/dettaglio/regionali-bonino-con-polverini-coppie-di-fatto-brava-renata/1853755

DEPRESSIONE POST-PARTUM, I CENTRI CHE AIUTANO

  • Nov 30, -0001
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Repubblica
07 02 2012


Nel nostro paese il 16% delle donne soffre di disturbi mentali durante la maternità. Anche nella capitale sono numerose le strutture pubbliche che cercano di dare sostengo alle donne e ai loro figli.
di Valeria Pini

Dovrebbe essere il momento più bello, quella della nascita di un figlio. Ma per molte non è così. L'arrivo di un bimbo si accompagna alla depressione, prima o dopo il parto. Anche nella capitale sono numerose le strutture pubbliche che cercano di dare sostengo alle donne che soffrono di questo disturbi. Fra i centri accreditati c'è quello nato pochi mesi fa all'interno del Policlinico Umberto I. Il servizio offre un counseling di tipo ambulatoriale offre interventi individuali, di coppia e di gruppo. "Il nostro centro è l'unico al momento ad essere accreditato nel centro Italia dall'Osservatorio Nazionale sulla salute della donna - spiega la dottoressa Franca Aceti, responsabile dell'Unità Operativa dedicata ai disturbi delle relazioni affettive e del post partum - . Arrivano donne in gravidanza o dopo il parto mandate dal medico di famiglia, da consultori o da centri di salute mentale. C'è anche una collaborazione con il nostro Dipartimento di ginecologia e ostetricia, dove le donne vengono sottoposte volontariamente ad alcuni questionari di screening nel corso dei controlli ambulatoriali o quando sono ricoverate".

I dati. In Italia il 16% delle donne soffre di disturbi mentali durante la maternità, con percentuali dal 10-16% al 14-23% in gravidanza e dal 10-15% al 20-40% dopo il parto. In quest'ultimo caso con possibili ricadute successive. "Un elemento comunque che accomuna queste donne è la sofferenza e
la 'vergogna' di non riuscire a vivere il momento della maternità come viene rappresentato nell'immaginario collettivo, creando momenti di grande disagio e senso di inadeguatezza - spiega Aceti - . Questo ha delle pesanti ripercussioni nella relazione madre-bambino e nello sviluppo del bambino stesso".

Il percorso. Di solito la giovane età, un basso livello d'istruzione, lo scarso supporto sociale rappresentano fattori di rischio importanti per lo sviluppo di una depressione post-partum. "Nel nostro ambulatorio cerchiamo di dare a ciascuna donna il percorso di cura più adeguato che può andare da un semplice counseling psicologico a un intervento più articolato e complesso attraverso colloqui individuali, di coppia e di gruppo. Anche l'utilizzo di farmaci rappresenta un'opzione terapeutica, se necessaria - aggiunge la professoressa Aceti che lavora in stretta collaborazione con la dottoressa Nicoletta Giacchetti - . La collaborazione con l'istituto di Neuropsichiatria infantile fornisce inoltre un supporto importante per i casi in cui la relazione madre  -  bambino presenti degli aspetti problematici. Il tutto con l'obiettivo di sostenere la madre e favorire un sano sviluppo psico-fisico del bambino".

Gli altri centri. Nella capitale esistono altre iniziative interessanti. Al Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina, dove ogni anni nascono 4.200 bambini,  le puerpere ricevono un servizio di assistenza sia prima che dopo il parto. La struttura organizza incontri tenuti da ginecologi, ostetriche, neonatologi e anestesisti sulla tematica della depressione post partum. “All’interno dell’ospedale c’è un monitoraggio continuo da parte dei nostri medici - dice Maria Grazia Pellegrini, capo ostetrica  del Fatebenefratelli - . Se il ginecologo si accorge che c’è un problema si rivolge al servizio di psicologia clinica e la paziente viene seguita. Anche le ostetriche hanno seguito corsi di specializzazione su questo tema e possono segnalare situazioni critiche alla psichiatra per valutare il singolo caso”.

Fra i centri più importanti della capitale c'è l'Ospedale Sandro Pertini, dove lavorano psichiatri, psicologi, assistenti sociali e infermieri per valutare i casi a rischio. Le donne vengono assistite al di fuori del reparto per garantire le relazioni con il neonato o con gli altri fratelli e sorelle. Tutti i reparti dell'Ospedale possono usufruire, su richiesta, di una consulenza specifica. La peculiarità di questo ospedale, è l'attenzione alle donne straniere.

All'interno della Clinica Città di Roma c'è un centro per la depressione post-partum con ambulatorio convenzionato, mentre all'interno del Centro per La Salute della Donna S. Anna  funziona un progetto per l'identificazione precoce della depressione post partum gestito dall'unità di pediatria, dalle ostetriche e dal dipartimento di salute mentale.

Le diverse Asl hanno avviato altre iniziative in materia. Fra questi c'è un progetto per la prevenzione della depressione post partum realizzato nei Consultori Familiari della Asl Roma E .

IL COMPAGNO DI DALLA E IL VELO DELL'IPOCRISIA

  • Nov 30, -0001
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Repubblica
05 03 2012


Con la compostezza, il dolore e la legittimità di un vedovo, il giovane Marco Alemanno ha reso pubblico omaggio al suo uomo e maestro Lucio Dalla in San Petronio, dopo l'eucaristia, se non rompendo almeno scheggiando il monolito di ipocrisia che grava, nell'ufficialità cattolica, sul "disordine etico" nelle sue varie forme, l'omosessualità sopra ogni altra.

È importante prenderne atto. Anche se è altrettanto importante sapere che fuori dalla basilica, nel denso, sconfinato abbraccio che i bolognesi hanno dedicato a Dalla, i suoi costumi privati non costituivano motivo di dibattito. Se non per lodare e rimpiangere la dimestichezza di strada e di osteria che Dalla aveva con "chiunque", il suo promiscuo prendere e dare parole, tempo e compagnia, la sua disponibilità umana. Ma dentro San Petronio la vita privata di Lucio, la sua omosessualità pure così poco ostentata, e mai rivendicata, creava un grumo che Bologna ha provveduto a sciogliere nella sua maniera, che è compromissoria, strutturalmente consociativa. Città rossa e vicecapitale del Papato, massonica e curiale, borghese e comunista. Un consociativismo interpretato al meglio (cioè senza malizia, per pura apertura di spirito) proprio da Dalla, che era amico quasi di tutti, interessato quasi a tutti. Non avere nemici è molto raramente un merito. Nel suo caso lo era.

In ogni modo si capisce che quel grumo, specie per una Curia che da Biffi in poi si è guadagnata una fama piuttosto retriva, non era semplice da gestire. Il vescovo non era presente, il numero due neppure, "altri impegni" incombevano e sarebbe infierire domandarsi quale impegno, ieri, fosse più impellente, per ogni singolo abitante della città di Bologna, di andare a salutare Lucio. L'omelia è stata affidata al padre domenicano Bernardo Boschi, amico personale del cantante, che non avendo zavorre istituzionali sulle spalle ha potuto e saputo essere affettuoso, rispettoso e libero, dunque prossimo alla città e ai suoi sentimenti.

L'ingrato compito di mettere qualche puntino sulle "i", per controbilanciare la quasi sorprendente "normalità" di una cerimonia così solenne, e insieme così semplice, nella quale il solo laico a prendere la parola, a parte il teologo Vito Mancuso, è stato il compagno di Dalla; quel compito ingrato, dicevo, se l'è caricato in spalla il numero tre della Curia, monsignor Cavina, che nel suo breve discorso introduttivo ha voluto ricordare che "chi desidera accostarsi al sacramento dell'Eucarestia non deve trovarsi in uno stato di vita che contraddice il sacramento". Concetto che, rivolto alla cerchia di amici di Lucio presenti in chiesa, e ai tanti "freaks" che affollavano chiesa e sagrato anche in memoria della dimestichezza che avevano con Dalla, e Dalla con loro, faceva sorridere: più che severo appariva pateticamente inutile, perché dello "stato di vita" delle persone, dell'essere canoniche o non canoniche le loro scelte amorose e affettive, a Lucio non importava un fico secco, né si sarebbe mai sognato, nelle sue recenti e purtroppo finali incursioni nella teologia, di stabilire se a Dio le scelte sessuali interessino quanto interessano a molti preti.

Comunque - e tutto sommato è il classico lieto fine - il breve monito di monsignor Cavina a tutela dell'eucaristia e contro gli "stati di vita che contraddicono quel sacramento" (?!) è passato quasi inosservato e inascoltato. Come un dettaglio burocratico. Marco Alemanno ha incarnato in una chiesa, e in una cerimonia che più pubblica non si sarebbe potuto, tutta la dignità di un amore tra uomini. Semmai, c'è da domandarsi quanti omosessuali cattolici meno famosi, e meno protetti dal carisma dell'arte, abbiano potuto sentirsi allo stesso modo membri della loro comunità. L'augurio è che la breve orazione di Marco per Lucio costituisca un precedente. Per gli omosessuali non cattolici, il dettato clericale in materia non costituisce il benché minimo problema: francamente se ne infischiano. Ma per gli omosessuali cattolici lo costituisce, eccome. Ed è a loro, vedendo Marco Alemanno pregare per il suo uomo accanto all'altare, che corre il pensiero di tutte le persone di buona volontà.

Michele Serra

Repubblica
26 11 2012

Gli attivisti hanno messo sul web alcuni video in cui si vedono i proiettili della bomba a grappolo sganciata da un Mig sull'area dove si trovavano i ragazzini e un altro filmato con i corpi senza vita e le madri che li piangono.

DAMASCO - Una bomba a grappolo lanciata su un parco giochi in un sobborgo di Damasco ha fatto strage di bambini: dieci i morti, riferiscono gli attivisti anti-regime citati dalla Bbc. Gli attivisti hanno pubblicato un video, in cui si vedono i cadaveri dei bambini con accanto le madri disperate.

I bambini sono stati uccisi da un attacco aereo compiuto da un caccia Mig su un campo da gioco nel villaggio di Deir al-Asafir a est di Damasco, secondo la denuncia degli attivisti. In un altro dei video postati, si vedono i corpi di due bambine senza vita su una strada e altri in un'auto. In altre immagini si vede una madre che veglia il cadavere della figlia in una stanza che sembra un ospedale. Tutte le vittime, secondo la testimonianza di Abu Kassem di Deir al-Safir alla Reuters, avevano meno di 15 anni. Ci sarebbero almeno 15 feriti. Gli attivisti negano inoltre che il villaggio fosse una sede di operativi dell'esercito ribelle, che opererebbe al di fuori del centro abitato.

I combattimenti sono continuati intensi ieri intorno alla capitale. I combattenti ribelli hanno conquistato parte di un aeroporto di Damasco. La presa della base aerea di Marj al-Sultan potrebbe essere strategica perché veniva usata dai governativi per far volare gli elicotteri da guerra Mi8.

Gli attivisti hanno postato anche altri video, tra cui uno in cui si vedono i dettagli della bomba con i proiettili lanciati "a grappolo" sul terreno. Secondo gli attivisti ne sono stati contati almeno 70. Le bombe a grappolo sono proibite dalla Convenzione
di Dublino del 2008, non firmata dalla Siria. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le denunce di utilizzo di questi ordigni letali nel conflitto con i ribelli, tra cui un rapporto di Human Rights Watch. Il governo ha sempre negato.

La Repubblica
12 06 2012


Niente scontri e contrapposizioni, ma "Mi aspetto primarie di programma e di contenuti. Se segretario dovesse dimenticare le priorità, sarei costretto a muovermi"

ROMA - Beppe Fioroni sfida Pier Luigi Bersani: se il leader del Pd dovesse fare di una legge sulle unioni omosessuali una delle priorità programmatiche del partito, l'ex ministro è pronto a candidarsi per le primarie: "Io mi aspetto primarie di programma. Di contenuti. E mi auguro che i grandi temi possano essere raccolti da Bersani. Che sia lui a declinare lavoro, crescita, giovani e famiglia. Lui a gettare la basi per un patto di governo riformisti-moderati. Perché se non c'è lui, ci dovrà essere qualcun altro capace di metterli in agenda", ha avvertito l'ex ministro in un'intervista ad 'Avvenire'. "Non si tratta solo di scegliere il leader, ma di fissare programmi e contenuti. E se Bersani dovesse dimenticare le priorità, sarei costretto a riflettere e, magari, a muovermi. Perché per il bene del Pd e di una idea di coalizione a cui non rinuncio vanno fissati dei punti chiave che domani nessuno potrà mettere in discussione", ha aggiunto.

Per Fioroni, il Pd deve darsi altre priorità. "Tutti dovrebbero cogliere i drammi legati a questo momento così complicato. Le persone che incontro non mi chiedono di coppie gay e di testamento biologico... Vogliono sapere di fisco e di esodati, di occupazione e di misure per la crescita", ha spiegato. Detto questo, ha chiarito, "non ci sto a mettere sotto accusa il segretario. Sono ore complicate e serve responsabilità e unità; non scontri e contrapposizioni. Soprattutto su questioni che non sono da tessera di partito, ma interpellano la nostra coscienza e sulle quali non ci saranno blitz. Io ho sempre avuto una posizione chiara e continuerò ad averla. Ho sempre detto i miei 'si' e i miei 'no' e continuerò a farlo. Senza timore di essere messo alla porta e consapevole di non essere solo"

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