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REPUBBLICA

La Repubblica
27 01 2015

Pronto il documento sui nuovi servizi e prestazioni che dovranno essere assicurati ai cittadini a totale carico dello stato o con pagamento di ticket. Quasi mezzo miliardo di investimento. Mercoledì il ministero della Salute lo presenterà alle Regioni

di MICHELE BOCCI

ROMA - Sono pronti i nuovi Lea (i livelli essenziali di assistenza) che mercoledì prossimo saranno esaminati dagli assessori regionali in un incontro con il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Per le nuove prestazioni è previsto un aumento delle disponibilità pari a 470 milioni di euro. Si tratta di una tappa necessaria per l'approvazione di nuovi prestazioni e servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento del ticket, con le risorse pubbliche.

Nel piano del ministero entrano nei Lea la procreazione medicalmente assistita (Pma), l'epidurale, gli screening neonatali, le vaccinazioni per varicella, pneumococco e meningococco e il vaccino contro l'hpv. Le novità sono contenute nella proposta che Lorenzin presenterà alle Regioni la prossima settimana. Già domani intanto è previsto un incontro con Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte e presidente della Conferenza delle Regioni.

A guidare la riforma è la cancellazione di prestazioni ritenute ormai superate che vengono sostituite con l'inserimento di nuove. Prima di tutto c'è la Pma, che vuol dire sia fecondazione omologa che eterologa. Ci sono Regioni italiane che praticamente non erano in grado di assicurare ai cittadini nemmeno la prima. Adesso dovranno avere dei centri pubblici in questo campo. Il parto con l'anelgesia epidurale era un'altra prestazione non sempre disponibile negli ospedali italiani che invece dovrà essere offerta alle donne che la richiedono (non solo per problemi clinici contingenti).

Ma le novità riguardano anche il mondo dei cosiddetti "ausili". Nei Lea vengono inseriti infatti gli Ict, cioè i computer che permettono ai disabili gravi, come ai malati di sla, di comunicare e che ora spesso le famiglie dovevano pagarsi. Andranno assicurati a chi è in determinate condizioni di salute anche apparecchi acustici digitali, barelle per la doccia, carrozzine con "sistema di verticalizzazione", scooter a quattro ruote, kit di motorizzazione per carrozzine, sollevatori fissi e per vasca da bagno, sistemi di sostegno per il bagno e carrelli servoscala.

Riguardo invece alle prestazioni diagnostiche e ambulatoriali, dove spesso c'è molta inappropriatezza, come ad esempio nel caso delle risonanze magnetiche, si introducono "condizioni di erogabilità" di numerose prestazioni, che saranno assicurate dal servizio pubblico solo quando ci sono certe condizioni cliniche (come avviene per certi farmaci). Per 160 prestazioni si introducono precise condizioni che devono essere rispettate dai medici che prescrivono (e le Asl dovranno controllare che i professionisti seguano le indicazioni). Trentacinque prestazioni, infine, saranno "reflex" cioè andranno in coppia: la seconda si farà solo se la prima ha un determinato esito. E nella riforma si ritoccano anche i follow up, cioè ad esempio gli esami da fare dopo un tumore, per evitare prestazioni inutili al paziente.

E il ministero propone anche di inserire alcune nuove patologie nella lista di quelle esenti dai ticket. Si tratta delle broncopneumopatie croniche ostruttive moderate, gravi o molto gravi, delle osteomieliti croniche, delle patologie renali croniche, del rene policistico, della sindrome da Talidomide, della endometriosi. E tra gli esenti entrano anche i donatori di organo. Inoltre sono state inserite circa 110 malattie rare. Infine, sindrome di Down e la celiachia non sono più considerate malattie rare ma croniche.

Il nodo della sostenibilità per le Regioni del nuovo elenco di prestazioni è da mesi al centro del confronto fra governo e Regioni. La soluzione sarebbe stata trovata, a quanto si apprende, nell'individuazione di nuove risorse che sfiorerebbero il mezzo miliardo di euro.

Pochi giorni fa la Corte dei Conti aveva lanciato un allarme, nella Relazione sulla gestione finanziaria per il 2013, sul rischio che nel medio periodo, senza investimenti, molte Regioni possano non essere più in grado di assicurare l'assistenza minima.

La Repubblica
14 01 2015

A Gaza "la tempesta di Huda" uccide. Cinque le vittime degli ultimi giorni, quattro sono bambini, fra gli sfollati della guerra. Oltre 100 mila sono ancora accampati fra le rovine della propria casa. L'ondata di pioggia, gelo e neve di questi giorni ha reso alcune zone della Striscia un grande pantano di sabbia e detriti. Qualche segno di ricostruzione per le scuole dell'Onu e quelle pubbliche, ma per le case private non è stato ancora fatto nulla. Intanto, i colloqui tra Hamas e Israele, attraverso l'Egitto, sono sospesi.

Un gelo insopportabile nelle case diroccate. Un neonato di quattro mesi era morto congelato tre giorni fa a Khan Yunis, cittadina situata a sud della Striscia di Gaza. Un altro in un rifugio per sfollati a Beit Hannun, nel nord della Striscia, mentre nella stessa giornata, a Khan Yunes, un pescatore e un altro bimbo sono morti nella loro casa, danneggiata severamente dai bombardamenti dell'estate scorsa durante il conflitto con Israele. C'era stato poi ancora un altro neonato, morto venerdì scorso per gli stessi motivi. Le notizie sono apparse anche sul quotidiano "Jerusalem Post", citando fonti palestinesi.

Povertà e disoccupazione. Da giorni, dunque, gli abitanti dell'enclave palestinese - territorio autogovernato dal 2005, popolato da circa 1.700.000 abitanti di etnia araba, attualmente governato dal movimento di Hamas, sul quale grava il blocco severo di Israele su tutte le sue frontiere - mostrano di non farcela più a sopportare l'ondata di freddo pungente che si è abbattuto sulla regione e sulle case provvisorie, costruite per coloro che hanno perso un tetto durante il conflitto nella Striscia della scorsa estate. Gaza è sotto il blocco israeliano dal 2007 e ciò ha causato un peggioramento nelle condizioni di vita, mentre i livelli di disoccupazione hanno raggiunto stadi senza precedenti, con un aumento inesorabile della povertà.

Gli effetti della guerra del luglio scorso. La tempesta invernale ha così già di fatto provocato una crisi umanitaria, dal momento che Gaza è afflitta ancora da parecchi problemi, come la carenza di elettricità, sottolineano spesso i funzionari della municipalità. Va ricordato che Israele ha effettuato attacchi aerei su Gaza nel luglio scorso e successivamente ha ampliato la sua campagna militare con un'invasione di terra nell'enclave costiera palestinese. Oltre 2.140 Palestinesi, compresi 577 bambini, sono stati uccisi durante l'attacco israeliano che, oltre al resto, provoco il ferimento di oltre 11.000 persone, compresi 3.374 bambini, 2.088 donne e 410 anziani, secondo fonti palestinesi. Ma gli effetti più pesanti di quell'attaco si avvertono oggi con questa ondata di gelo, perché migliaia di abitazioni venero distrutte, lasciando circa 170.000 Palestinesi senza casa.

Venti e piogge violentissimi. Decine di abitazioni e roulotte sono state colpite da venti e violenti piogge. Le autorità di Gaza stanno lavorando per favorire lo sgombero dei residenti dalle zone colpite dalle alluvioni. Il maltempo che ha colpito la Cisgiordania dovrebbe continuare, secondo le previsioni, per tutto il fine settimana con temperature in picchiata e neve nel Negev settentrionale (a sud di Israele). La neve, inoltre, è tornata a imbiancare anche Gerusalemme, dove tutte le scuole sono rimaste chiuse. Ancora maggiori le precipitazioni sulle colline intorno alla città, così come nel nord del paese soprattutto in alta Galilea, oltre che sul Golan.

La visita di 16 vescovi. E' iniziata così con un incontro con le sofferenze e le speranze della popolazione di Gaza la visita in Palestina e Israele di 16 vescovi organizzata dall'Holy Land Coordination (Hlc), organismo che riunisce Vescovi e rappresentanti delle Conferenze episcopali di Europa, Nord America e Sudafrica. "Il pomeriggio di domenica, dopo una sosta di 8 ore al valico di Erez", riferisce la Radio Vaticana a proposito dell'arcivescovo italiano Riccardo Fontana, alla guida della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro: "siamo arrivati a Gaza, abbiamo celebrato la Messa e abbiamo subito incontrato alcune famiglie. Abbiamo avuto l'impressione di trovarci in una situazione devastata".

Il racconto dei bambini. "Ci hanno raccontato dei tre bambini morti per il freddo. La corrente elettrica c'è solo per alcune ore al giorno. Colpisce - ha detto l'arcivescovo - vedere che tutti, a cominciare dai bambini hanno molto chiaro di essere vittime di violenza e di sapere chi sono i responsabili di questa ingiustizia. Una bambina di terza elementare ci ha detto: hanno distrutto le nostre case, ma soprattutto hanno tolto i bimbi alle madri e le madri ai bimbi. Un ragazzo più grande ci ha ammonito: tutti vengono qui a chiederci se abbiamo bisogno di cibo e di altri aiuti materiali. Ma noi abbiamo bisogno dell'unica cosa che nessuno ci promette: essere considerati come uomini, riconosciuti nella loro dignita'".

Le difficoltà per entrare.

Per entrare nella Striscia di Gaza, la delegazione dei vescovi ha dovuto superare molte difficoltà: al valico di Erez, le autorità di Israele hanno negato alla delegazione il permesso per entrare nella Striscia. I presuli hanno allora iniziato una lunga trattativa e alla fine hanno ottenuto il permesso di entrare a gruppi di tre. L'ingesso di tutta la delegazione si è concluso solo alle 16,30. Il programma della visita prevede anche un incontro con la popolazione di Sderot - l'insediamento israeliano raggiunto dal lancio di missili lanciati dalla Striscia di Gaza durante la campagna militare di luglio - e una puntata alla Valle di Cremisan, luogo interessato dal progetto di costruzione del Muro di Separazione voluto da Israele.

La Repubblica
12 01 2015

PORT AU PRINCE - Sono passati cinque anni da quando un terremoto devastante sconvolse Haiti, colpendo circa 3 milioni di persone e uccidendone 220.000, secondo le stime del Governo. Qual è la situazione ad Haiti oggi, dopo cinque anni di ricostruzione, e quali sono i bisogni medici a cui Medici Senza Frontiere risponde?

Ne parla il direttore delle operazioni di MSF ad Haiti Oliver Schulz.

L'attuale situazione medico-umanitaria. Prima di qualunque valutazione, è importante ricordare - dice Oliver Schulz - che il 12 gennaio 2010, in un solo istante, il 60% di un sistema sanitario già precario è stato completamente distrutto, mentre il 10% del personale sanitario haitiano ha perso la vita o ha lasciato il paese a seguito del terremoto. Tutto questo ha avuto conseguenze catastrofiche. MSF ha dovuto trasferire le proprie attività di assistenza medica in altre strutture, costruire ospedali nei container, lavorare in rifugi temporanei e perfino allestire un ospedale gonfiabile. Eravamo già presenti ad Haiti da 19 anni per colmare alcune lacune nell'assistenza sanitaria locale. La maggior parte dei sistemi sanitari - aggiunge Schulz - avrebbe risentito duramente di un evento del genere, figuriamoci uno che era già in difficoltà in circostanze normali.

La fatica di accedere alle cure. Per fare un esempio, l'Ospedale universitario di Haiti, l'unico ospedale pubblico che offra assistenza chirurgica ortopedica in tutto il paese, non è ancora stato riabilitato - dice ancora il direttore di MSF ad haiti - e quindi non funziona a pieno ritmo. Inoltre, sebbene siano stati impiegati fondi per costruire ospedali, alcuni di essi sono solo scheletri vuoti perché non c'è stata una programmazione adeguata a garantire personale formato, farmaci sufficienti, finanziamenti, manutenzione e materiale medicale per gestirli.

Le donazioni hanno migliorato le cose? Sebbene siano stati fatti dei progressi - risponde Oliver Schulz - non siamo nella posizione di poter tracciare gli esiti dell'enorme afflusso di donazioni arrivate nel paese dopo il terremoto. È chiaro però che questo massiccio afflusso di fondi per la ricostruzione non ha dato priorità adeguata all'assistenza sanitaria. È vero che, data anche la presenza di altri attori e degli sforzi per la ricostruzione, MSF ha poi interrotto alcune attività direttamente collegate alla risposta al terremoto. Ma ci troviamo ancora a colmare gravi lacune nel sistema sanitario locale, lacune che forse non ci sarebbero se alcuni di quei progetti per la ricostruzione fossero stati pianificati meglio.

Le priorità? Le violenze e i traumi accidentali. MSF continua a gestire quattro ospedali nell'area di Port-au-Prince e Léogâne, colpita dal terremoto, fornendo assistenza ostetrica e traumatologica di emergenza, cure neonatali d'emergenza e trattamento di grandi ustionati. Nonostante la diffusione della violenza urbana, i frequenti incidenti automobilistici e un drammatico aumento dei decessi dovuti a traumi, dall'1 per 20.000 nel 2002 a quasi l'1 per 10.000 nel 2012, l'assistenza traumatologica nel paese è praticamente inesistente. Nel 2014, nel solo ospedale di Tabarre, MSF ha trattato 1325 traumi da violenza e quasi 6500 traumi accidentali, effettuando una media di 130 interventi chirurgici al mese. E nonostante l'alto rischio di ustioni dovuto alle precarie condizioni di vita e al fatto che intere famiglie vivono in ambienti molto ristretti, MSF gestisce l'unica unità per grandi ustionati nel paese.

Ma l'emergenza primaria è ancora il colera. Oltre a queste attività - sottolinea Schulz - fino a quando il Ministero della Salute di Haiti non potrà farsene carico, la priorità principale resta il colera. In questo ambito, a quattro anni dalla ricomparsa della malattia nel paese dopo 150 anni di assenza, la risposta all'emergenza resta inadeguata. Dovrebbe essere chiaro al governo di Haiti e ai suoi partner che le epidemie di colera continueranno almeno nel medio-termine. Nonostante questo, durante l'epidemia scoppiata tra settembre e dicembre 2014, la macchina della risposta è andata presto in stallo perché i fondi non sono stati sbloccati abbastanza rapidamente. MSF è dovuta intervenire di nuovo, ha allestito i propri centri di trattamento per il colera e ha offerto supporto economico agli sforzi del Ministero della Salute per curare i pazienti. Per tutto l'anno scorso, MSF ha trattato oltre 5600 pazienti con i sintomi del colera, più della metà in un unico picco tra metà ottobre e metà novembre.

Mancano ancora strutture per cure urgenti. Ad Haiti non c'è un sistema adeguato per fornire cure urgenti - afferma Oliver Schulz, dopo anni di esperienza sul campo - nonostante l'esistenza di un Piano nazionale per l'eliminazione del colera. Le autorità haitiane, in collaborazione con i loro partner internazionali, devono attivare una risposta all'emergenza e includere la gestione dei casi di colera nelle attività delle loro strutture sanitarie.


Cos'altro va ancora fatto ad Haiti? L'assistenza sanitaria deve essere una priorità molto più sentita dalle autorità e dai loro partner internazionali - risponde senza esitazioni il direttore di MSF ad Haiti - il budget dedicato è troppo limitato e in generale assistiamo al passaggio da una risposta all'emergenza di tipo umanitario a una risposta orientata allo sviluppo. Sebbene sia fondamentale per costruire un sistema sanitario adeguato e funzionale, questo non deve accadere a scapito della capacità di rispondere alle emergenze attuali. I meccanismi di finanziamento devono essere in grado di sbloccare i fondi in tempi adeguati a situazioni di emergenza come un'epidemia di colera. Inoltre - conclude Oliver Schulz - serve una pianificazione più coerente da parte degli attori coinvolti nella ricostruzione, per non trovarci di fronte a nuovi ospedali, ma senza personale, fondi e materiali che ne garantiscano l'adeguato funzionamento, come è successo per alcune strutture costruite finora.

Il lavoro di MSF in questi anni. Nei dieci mesi successivi al terremoto di Haiti del 2010, MSF ha trattato 360.000 pazienti, effettuato più di 15.000 interventi chirurgici e distribuito oltre 50.000 tende, oltre a mezzo milione di metri cubi di acqua al giorno. Oggi MSF gestisce quattro ospedali che forniscono cure traumatologiche e ostetriche di emergenza, cure neonatali e trattamento di grandi ustioni. Dal 2010, MSF ha anche trattato oltre 204.000 persone affette da colera, con un tasso di mortalità inferiore all'1%. MSF lavora ad Haiti dal 1991.

La Repubblica
09 01 2015

Nello scontro a fuoco avvenuto poco prima delle 9 ci sarebbero stati due morti e almeno venti feriti, ma la gendarmeria non conferma la notizia. Inseguiti i due presunti killer si sono poi rifugiati in una fabbrica e hanno preso un uomo in ostaggio. Prefetto Parigi: "L'epilogo è vicino". Sulla zona fermi cinque elicotteri della polizia, iniziati i negoziati

I due fratelli Kouachi, sospettati per il massacro nella redazione parigina della rivista satirica Charlie Hebdo, sono braccati. Dopo la fuga tra i boschi nella notte, l'inseguimento con la polizia a bordo di un'auto rubata e una violentissima sparatoria dove ci sarebbero stati morti e feriti, i due si sono barricati nell'agenzia di consulenza pubblicitaria Creation Tendance Decouverte di Dammartin en Goele, che si trova a Rue Clement. Lo ha confermato a Le monde il sindaco della cittadina nel dipartimento di Senna e Marna, nella regione dell'Ile-de-France, a una quarantina di chilometri a nord-est di Parigi. Hanno preso due ostaggi: l'agenzia in questione è una piccola azienda, che ha solo cinque dipendenti. Le forze dell'ordine avrebbero per il loro rilascio. E' una delle più gigantesche cacce all'uomo degli ultimi tempi.

A tutti gli abitanti della cittadina è stato ordinato di rimanere in casa, lontano dalle finestre, mentre gli alunni delle scuole sono confinati negli edifici. Il prefetto di polizia di Parigi prevede che "l'epilogo è vicino". Anche il ministro dell'Interno, Bernard Cazeneveu, ha confermato che è in corso l'operazione per "neutralizzare" i due fratelli.

I due fuggitivi Cherif e Said Kouachi, rispettivamente 32 e 34 anni, sono stati riconosciuti giovedì mattina dal gestore di una stazione di servizio che hanno aggredito nei pressi di Villers-Cotterets. A volto scoperto, secondo la videosorveglianza, avevano kalashnikov e un lanciarazzi all'interno della loro auto. Un altro killer è attivamente ricercato dalle forze dell'ordine: quello che in una sparatoria ha ucciso ieri mattina una poliziotta nella periferia parigina.

la Repubblica
07 01 2015

Crescita di 0,2 punti percentuali rispetto ad ottobre, nella fascia tra 15 e 24 anni il tasso sale di 0,6 punti. In cerca di lavoro quasi 730mila under25. La crescita annua del tasso complessivo è di 0,9 punti. Nota positiva dal calo degli inattivi. Intanto la Germania è al minimo storico: 6,5%

MILANO - Sale ancora il tasso di disoccupazione in Italia, proprio nel giorno in cui la Germania annuncia un nuovo calo al minimo storico: nel Belpaese il tasso di senza lavoro, a novembre, ha raggiunto quota 13,4%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto ad ottobre. Lo ha comunicato l'Istat nelle stime, mentre l'omologo tedesco Destatis ha annunciato un tasso del 6,5% a dicembre. Mentre cioè in Germania - nell'ultimo mese del 2014 - i disoccupati scendevano di 27mila persone (contro previsioni per -7mila), in Italia nel mese precedente il numero di senza lavoro toccava quota 3 milioni 457 mila, con un aumento dell'1,2% rispetto ad ottobre (+40 mila) e dell'8,3% su base annua (+264 mila).

Per il tasso di disoccupazione tricolore si tratta del massimo storico, il valore più alto sia dall'inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia delle trimestrali, ovvero dal 1977 (37 anni fa). Anche tra i giovani, tra 15 e 24 anni, il tasso di disoccupazione a novembre balza al 43,9%, in rialzo di 0,6 punti percentuali su ottobre. E anche in questo caso è il valore più alto mai registrato sia dall'inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia di quelle trimestrali, ovvero dal 1977. Risultano in cerca di un lavoro ben 729mila under25, che rappresentano il 12,2% del totale della popolazione in quella fascia d'età.

Come nota positiva della serie di dati Istat - e responsabile anche della crescita del tasso - si può leggere il calo del numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni, che diminuisce dello 0,1% rispetto al mese precedente e del 2,2% rispetto a dodici mesi prima. Il tasso di inattività, pari al 35,7%, rimane invariato in termini congiunturali e diminuisce di 0,7 punti su base annua. Il trend si riscontra anche tra i giovani: coloro che non sono occupati e neppure cercano (4 milioni 304 mila), scendono dello 0,5% nel confronto congiunturale (-22 mila) e del 2,1% su base annua (-93 mila). Il tasso di inattività dei giovani tra 15 e 24 anni, pari al 72,1%, diminuisce di 0,3 punti percentuali nell'ultimo mese e di 1,1 punti nei dodici mesi.

Guardando ai dati sugli occupati, e tornando cioè alle note buie, a novembre scendono dello 0,2% rispetto a ottobre. Si contano così 48 mila occupati in meno in un solo mese, con il secondo ribasso consecutivo. Il loro numero cala anche su base annua, sempre dello 0,2% (-42mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,5%, diminuisce di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e rimane invariato rispetto a dodici mesi prima.

La Repubblica
05 01 2015

E' morta questa mattina Elena Bentivegna, 69 anni, figlia dei partigiani protagonisti della Resistenza romana Carla Capponi e Rosario Bentivegna, gappisti di via Rasella.

Nei mesi scorsi Elena Bentivegna era stata al centro delle cronache per la vicenda legata alla sepoltura delle ceneri dei suoi genitori. Dopo il "no" del cimitero acattolico romano, aveva annunciato che il 5 giugno scorso, anniversario della Liberazione di Roma, avrebbe disperso le ceneri di Sasà Bentivegna e della Capponi nel Tevere, "come era nei loro desideri".

In seguito, per offrire una soluzione, si era fatto avanti Antonio Parisella, presidente del Museo storico della Liberazione, proponendo di accogliere temporaneamente le due urne in via Tasso.

"La città di Roma si stringe intorno al dolore dei familiari e ricorda con affetto Elena Bentivegna che ci ha lasciati nella giornata di oggi- ha dichiarato in una nota il sindaco Marino- Figlia dei partigiani Carla Capponi e Rosario Bentivegna, tra i principali protagonisti della Resistenza romana, Elena ha contribuito nella sua vita, con instancabile caparbietà e orgoglio, a ricordare chi, attraverso il sacrificio anche della propria vita, ha liberato Roma e l'Italia dalle forze nazifasciste. Come le avevamo più volte promesso, continueremo a portare avanti il suo impegno per la difesa della Memoria".

I funerali di Elena Bentivegna - rende noto l'Anpi Roma - si svolgeranno lunedì 5 gennaio in forma privata nella chiesa del Sacro Cuore a Grottaferrata."Con dolore apprendiamo la morte di Elena, provata negli ultimi mesi dalla triste vicenda della mancata sepoltura delle ceneri dei suoi genitori nel cimitero acattolico", ha dichiarato Ernesto Nassi, presidente dell'Anpi di Roma: "La ricordiamo con grande affetto e siamo vicini alla famiglia".

Ad esprimere cordoglio per la scomparsa di Elena Bentivegna anche Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio. "Insieme a lei nei mesi scorsi abbiamo tentato di dare una degna sepoltura ai genitori, gli eroi della Resistenza, Rosario Bentivegna e Carla Capponi- spiega Smeriglio- Elena ha provato con grande determinazione a dare seguito al desiderio espresso dai genitori, impegnandosi con tutte le sue forze nonostante le condizioni di salute. La ricordiamo come una donna determinata e orgogliosa dell'eredità culturale dei genitori".

Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma, ricorda che "Elena Bentivegna ha lottato nel corso della sua vita affinché la Memoria degli eroi che liberarono l'Italia dal nazifascismo resti per sempre viva. Per questo ci siamo sentiti al suo fianco e continueremo a portare avanti anche il suo immenso lavoro. Ci siamo sentiti sentimentalmente vicini a lei quando nei mesi scorsi cercava una soluzione alla sepoltura delle ceneri dei genitori, poi disperse nel Tevere lo scorso 5 giugno come aveva annunciato. A Elena Bentivegna va il nostro ultimo saluto e in sua memoria pianteremo degli alberi in Israele".

 

la Repubblica
04 01 2015

Il rapporto di Unimpresa: in un anno quasi 500mila persone sono entrate nell'area della difficoltà economica. "Serve maggiore attenzione alla famiglia da parte del governo"

 

MILANO - Cresce di quasi mezzo milione il numero degli italiani che 'non ce la fanno': secondo i calcoli del Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, il totale del'area di disagio sociale comprendeva 9,21 milioni di persone nel terzo trimestre del 2014. Rispetto al terzo trimestre del 2013, risulta un aumento del 5,3%.

Ai 3 milioni di persone disoccupate, Unimpresa somma i lavoratori con contratti a tempo determinato, sia quelli part time (677mila persone) sia quelli a orario pieno (1,74 milioni); quindi i lavoratori autonomi part time (813mila), i collaboratori (375mila) e quelli con contratti a tempo indeterminato part time (2,5 milioni). Questo gruppo di persone occupate - ma con prospettive incerte circa la stabilità dell'impiego o con retribuzioni contenute - ammonta complessivamente a 6,2 milioni di unità.

Sempre secondo Unimpresa, in un anno 466mila persone sono entrate nell'area di disagio sociale. Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Nel terzo trimestre dello scorso anno i disoccupati erano in totale 2,84 milioni: 1,48 milioni di ex occupati, 596mila ex inattivi e 763mila in cerca di prima occupazione. A settembre 2014 i disoccupati risultano in aumento del 5,8% rispetto all'anno precedente (+166mila persone). In calo gli inattivi: -19mila unità (-3,2%) da 596mila a 577mila. In aumento di 51mila unità gli ex occupati da 1,48 milioni a 1,53 milioni (+3,4%). Salgono anche le persone in cerca di prima occupazione, in aumento di 134mila unità da 763mila a 897mila (+17,6%). In forte aumento anche il dato degli occupati in difficoltà: erano 5,9 milioni a settembre 2013 e sono risultati 6,2 milioni a settembre scorso.

I contratti a temine part time sono aumentati di 60mila unità da 617mila a 677mila (+9,7%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 92mila unità da 1,65 milioni a 1,74 milioni (+5,6%). Salgono anche i contratti di collaborazione (+18mila unità) da 357mila a 375mila (+5,0%). Risultano in aumento anche i contratti a tempo indeterminato part time (+4%) da 2,49 milioni a 2,59 milioni (+99mila) e gli autonomi part time (+4,0%) da 782mila a 813mila (+31mila).

"Il 2014 è stato durissimo e non possiamo permetterci un altro anno senza ripresa" commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. "Più di 9 milioni di persone sono in difficoltà e questo vuol dire che spenderanno meno, tireranno la cinghia per cercare di arrivare a fine mese. Tutto ciò con effetti negativi sui consumi, quindi sulla produzione e sui conti delle imprese". Secondo il presidente di Unimpresa "serve maggiore attenzione proprio alla famiglia da parte del governo".

la Repubblica
31 12 2014

Otto voti a favore contro i 9 necessari, il documento non passa ed evita a Washington di dover mettere il veto. Il testo era stato irrigidito nell'ultima settimana al punto da creare imbarazzo agli stessi paesi arabi. La prima reazione dell'Anp è l'adesione del governo alla Corte penale internazionale

NEW YORK - Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha bocciato il documento palestinese per la fine dell'occupazione israeliana in Cisgiordania entro tre anni. L'Autorità nazionale palestinese aveva spinto perché l'organismo ristretto delle Nazioni Unite si pronunciasse entro l'anno, ma la risoluzione ha aottenuto solo otto sì, uno in meno del minimo di nove necessario per l'adozione. Due i voti contrari (Stati Uniti e Australia), cinque le astensioni.

Tre membri permanenti - Cina, Russia e Francia - hanno votato a favore, con la Gran Bretagna astenuta. Se la risoluzione avesse ottenuto i 9 sì necessari, gli Stati Uniti, solido alleato di Israele nonostante le difficoltà di Washington con il premier Benjamin Netanyhau, avrebbero usato il veto. Non è stato necessario.

La risoluzione era stata introdotta con riluttanza dalla Giordania e sostenuta dai Paesi del Gruppo Arabo con le medesime perplessità di Amman dopo che i palestinesi nel fine settimana avevano irrigidito il testo rispetto a una prima versione fatta circolare due settimane fa. La nuova versione conteneva una scadenza di un anno per concludere i negoziati di pace e aveva trasformato Gerusalemme da "capitale condivisa" in "Città Santa capitale" del nuovo stato palestinese.

Entrambe condizioni inaccettabili per Washington: in particolare le scadenze temporali, già prima del voto, erano state denunciate dal Dipartimento di Stato come presupposto, se necessario, all'uso del veto. Gli Usa insistono perché i colloqui di pace proseguano senza diktat temporali. "Un calendario per i negoziati è necessario" anche secondo la Francia che, con Germania e Gran Bretagna si era adoperata nelle ultime settimane per una versione più morbida del documento: "La soluzione dei due stati sta diventando un miraggio: gli insediamenti illegali da parte di Israele stanno minando la possibilità di creare uno stato palestinese", ha detto l'ambasciatore Francois Delattre spiegando le ragioni del suo sì su un testo che, secondo lo stesso diplomatico, "non era l'ideale".

La domanda adesso è il perché della fretta palestinese, dato che gli otto sì - Giordania, Lussemburgo, Russia, Cina, Francia, Ciad, Argentina e Cile - avrebbero potuto diventare almeno nove dopo Capodanno, quando si insedieranno nuovi membri non permanenti più vicini alla causa palestinese. Alcuni diplomatici sospettano che il presidente dell'ANP Abu Mazen abbia voluto veder affondata la sua risoluzione massimalista: non costringendo Washington a far uso del veto, il leader palestinese potrebbe aver mantenuto aperte le linee di comunicazione con Washington riservandosi, allo stesso tempo, l'opzione di accedere alla Corte Penale Internazionale che gli è stata riconosciuta quando l'Assemblea Generale, due anni fa, ha promosso la Palestina "stato osservatore non membro".

E l'adesione alla Corte penale internazionale (Cpi) è infatti la prima decisione presa dal governo palestinese dopo la bocciatura all'Onu. L'annuncio è stato dato dal capo negoziatore Saeb Erekat, citato dalla stampa palestinese. Oggi a Ramallah si terrà un vertice dell'Anp.

la Repubblica
29 12 2014

La Lituania si prepara all'ingresso nell'euro

Il debito pubblico è inferiore a quello di Germania, Francia, Spagna e Italia. Il Pil cresce rapidamente e il divario con i Big si riduce, mentre il deficit è sotto controllo. Per il presidente della Bce, Mario Draghi, Vilnius "ha dato una efficace lezione a tutti gli altri"

di GIULIANO BALESTRERI

MILANO - L'Eurozona si allarga. Dal primo gennaio l'euro sarà la moneta ufficiale anche della Lituania, l'ultima delle tre repubbliche baltiche ad aderire alla divisa unica, dopo l'ingresso dell'Estonia nel 2011 e della Lettonia nel 2014. L'ingresso di Vilnius, con i sui 3,5 milioni di abitati e 35 miliardi di Pil, non cambiarà certo gli equilibri e le prospettive dell'area, ma ha un forte significato geopolitico: nonostante le difficoltà a uscire dalla crisi, l'Eurozona rimane estremamente attraente anche per un'area delicata e complessa come il Baltico. Una regione da sempre divisa tra l'Europa e l'Asia. Ma, d'altra parte, è proprio in Lituania che iniziarono i moti destinati a portare al collasso l'Unione sovietica.

Motivo sufficiente per pagare il prezzo necessario in termini di convergenza economica per entrare nel club dell'euro. Gli interventi varati a livello di bilancio, per rispettare i parametri di Maastricht, però hanno dato i loro frutti: dopo essere cresciuto del 3,4% nel 2013, quest'anno il Pil lituano dovrebbe mettere a segno un +2,7% e poi accelerare ancora a +3,1% nel 2015. Un'azione che lo stesso presidente della Bce, Mario Draghi, definì "rapida ed audace", dopo che con la crisi internazionale nel 2009 l'economia aveva registrato una contrazione del 15%: "La Lituania - ha detto Draghi - ha dato una efficace lezione a tutti gli altri" paesi europei.

Adesso Vilnius può permettersi di guardare dall'alto in basso, tutti gli altri grandi d'Europa, con parametri migliori persino dei paesi fondatori. Quasi un paradosso pensando l'ingresso nell'euro era stato chiesto per il 2007, ma la domanda lituana fu respinta a causa dell'eccessivo livello d'inflazione che non riusciva a scendere sotto l'1,7% fissato dai parametri di Maastricht: l'adesione è così slittata al 2010, poi al 2013 e infine a giovedì. L'inflazione, nel frattempo, è calata allo 0,4% (ultima rilevazione Eurostat) in linea con l'Eurozona e meglio della Spagna caduta già in deflazione.

Pil. L'economia della piccola repubblica baltica vale appena 35 miliardi di euro, il Pil pro-capite è passato dal 35% della media Ue nel 1995 al previsto 78% del 2015. Quest'anno è salito fino a 19.400 euro, ancora lontano dai 28.500 euro dell'Eurozona o dai 32.600 della Germania, i 25mila euro della Spagna e i 26.500 dell'Italia non sono certo più un miraggio.

Debito pubblico. Sul fronte del debito nazionale, Vilnius non deve certo prendere lezioni da nessuno, anzi come suggerisce Draghi dovrebbe essere presa ad esempio dagli altri partner europei. I parametri di Maastricht prescrivono un tetto massimo pari al 60% del Pil: l'Eurozona è al 90,9%, l'Ue all'85,4% e tra i grandi - al netto dell'Italia che secondo Eurostat è al 127,9% - nessuno è all'interno delle regole, si va dal 77% della Germania al 92,2% della Francia passando per il 92,1% della Spagna. La Lituania è ferma al 39%.

Deficit. Per Maastricht il disavanzo di bilancio non dovrebbe superare il 3% del Pil: Vilnius è al 2,6% con il 2,8% dell'Eurozona e il 3,2% dell'Unione europea allargata. E se la Germania con un avanzo dello 0,1% è un modello per tutti, la Lituania è in linea con il 2,8% dell'Italia, ma può dare lezioni a Francia (4,1%) e Spagna (6,8%).

Disoccupazione. Non c'è alcun trattato che preveda un tetto massimo alla disoccupazione, ma tasso di senza lavoro, spesso, spiega più di qualuque cosa lo stato di salute di un Paese, non per nulla era uno dei parametri utilizzati dalla Federal Reserve americana per decidere quando terminare gli stimoli all'economia Usa. La maglia rosa, in Europa, spetta alla Germania con il 4,9%, ma la Lituania con il suo 9,9% fa meglio di tutti i grandi del Vecchio continente dalla Francia (10,5%) all'Italia (13,2%) fino alla Spagna (24%). Nell'Eurozona, complessivamente, i senza lavoro sono l'11,5%. Abbastanza per pensare che Vilnius, nella moneta unica possa entrarci con pieno diritto.

la Repubblica
22 12 2014

Volevano uccidere politici senza scorta, "dieci, undici nello stesso momento", e far saltare sedi Equitalia con il personale dentro

di GIUSEPPE CAPORALE

L'eversione nera voleva uccidere politici "senza scorta" con un'azione simultanea: "dieci, undici, insieme...". Voleva far saltare le sedi di Equitalia con il personale dentro. E non solo, tra gli obiettivi c'erano anche le stazioni, le prefetture e le questure. Erano questi i piani del gruppo terroristico arrestati questa mattina dai carabinieri del Ros tra L'Aquila, Montesilvano, Chieti, Ascoli Piceno, Milano, Torino, Gorizia, Padova, Udine, La Spezia, Venezia, Napoli, Roma, Varese, Como, Modena, Palermo e Pavia.

Quattordici le persone arrestate, quarantaquattro in tutto gli indagati. A firmare il provvedimento è stato il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di L'Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, a seguito di una inchiesta portata avanti dalla procura distrettuale antimafia dell'Aquila.

I reati contestati sono associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico, associazione finalizzata all'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi nonché tentata rapina. I provvedimenti scaturiscono da un'attività investigativa (guidata dal procuratore dell'Aquila Fausto Cardella e dal pubblico ministero Antonietta Picardi) è stata avviata, nel 2013, dal R. O. S. nei confronti di un'associazione clandestina denominata "Avanguardia Ordinovista" che, "richiamandosi agli ideali del disciolto movimento politico neofascista "Ordine Nuovo" e ponendosi in continuità con l'eversione nera degli anni '70, progettava azioni violente nei confronti di obiettivi istituzionali, al fine di sovvertire l'ordine democratico dello Stato".

In particolare, le indagini documentavano come il gruppo, guidato da Stefano Manni (uno dei leader del gruppo, ex carabiniere) avesse elaborato un piano volto a "minare la stabilità sociale attraverso il compimento di atti violenti nei confronti di obiettivi istituzionali quali Prefetture, Questure e Uffici di Equitalia e previsto, in un secondo momento, di partecipare alle elezioni politiche con un proprio partito".

Il gruppo aveva avviato la ricerca di armi per la realizzazione degli scopi eversivi, recuperandone alcune sotterrate dopo l'ultima guerra mondiale, acquistandone altre in Slovenia tramite contatti locali o approvvigionandosi con una rapina, già pianificata, di armi detenute da un collezionista. La rapina è poi stata sventata da uno stratagemma dei carabinieri. "L'associazione eversiva" scrivono i Ros "utilizzava il web, ed in particolare il social network Facebook, come strumento di propaganda eversiva, incitamento all'odio razziale e proselitismo comunicazione: uno attraverso un profilo pubblico, dove lanciava messaggi volti ad alimentare tensioni sociali e a suscitare sentimenti di odio razziale, in particolare nei confronti delle persone di colore".

Tra gli indagati anche Rutilio Sermonti, già appartenente al disciolto movimento politico "Ordine Nuovo", prolifico scrittore e artista è considerato una delle figure più note nel panorama degli intellettuali di estrema destra. Scrivono i Ros: "Sermonti fornisce sostegno ideologico alla struttura avendo inoltre redatto un documento denominato "Statuto della Repubblica dell'Italia Unita" che rappresenta una nuova Costituzione della Repubblica nella quale viene tracciato il nuovo ordine costituzionale della nazione esplicitamente ispirato all'epoca fascista. E incita i sodali del gruppo "all'offensiva"".

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