REPUBBLICA

Aldrovandi, insulti su Facebook interviene il Viminale

  • Nov 30, -0001
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26 06 2012

ROMA - "Se avesse saputo fare la madre non avrebbe allevato un cucciolo di maiale". Insulti in libertà su Facebook. Contro la mamma di Federico Aldrovandi, ucciso a 18 anni da quattro poliziotti dopo un controllo la sera del 25 settembre 2005. Sulla bacheca di "Prima Difesa due", l'account di un'omonima associazione che difende gratuitamente esponenti delle forze dell'ordine, la firma è di tale Sergio Bandoli. "Avete visto che faccia di c...". Patrizia Moretti Aldrovandi ha denunciato tre persone, tra questi Paolo Forlani, uno degli agenti ritenuti colpevoli dell'omicidio del figlio, per diffamazione e minaccia.

Non cessano dunque le polemiche dopo la sentenza di Cassazione che ha reso definitiva la condanna a tre anni e mezzo. I poliziotti non sono in cella, la pena è coperta da indulto. Eppure "Prima Difesa" grida in maiuscolo tutto il proprio disappunto: "Avete sentito la mamma di Aldrovandi...... fermate questo scempio per Dio..... vuole che i quattro poliziotti vadano in carcere.... sono una bestiaaa". Arriva Paolo Forlani: "Una falsa e ipocrita. Spero che i soldi che ha avuto
ingiustamente dallo Stato (2 milioni di risarcimento, ndr) possa non goderseli come vorrebbe. Adesso non sto zitto, dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie". Forlani si accende: "Ma chi lo ha ammazzato? Sfido chiunque a trovare negli atti dove si dice che Federico, cui va il massimo rispetto, è morto per le lesioni". Nella requisitoria in Cassazione, il Procuratore generale, Gabriele Mazzotta, ha definito i quattro poliziotti "schegge impazzite, in preda al delirio" e ha sottolineato come il giovane sia morto "per il trauma a torace chiuso" provocatogli con "percosse da schiacciamento quando era già ammanettato ". Invece l'agente sostiene di dover "pagare per una famiglia che non ha fatto niente per aiutare quel ragazzo".

La madre di Federico ha detto basta. "Speravo che la Cassazione ponesse fine a questa vicenda - spiega Patrizia Moretti Aldrovandi - Invece no. Da parte di Forlani mi sono sentita minacciata, la sua aggressività si è espressa chiaramente". Questa è
la sua prima denuncia. Indaga la procura di Ferrara. "Se ci sono stati abusi è giusto colpirli", ha detto il ministro Annamaria Cancellieri. Ma l'uso del condizionale ha irritato i genitori del ragazzo. "Fuori luogo per una sentenza definitiva". I quattro poliziotti sono ancora in servizio ma nei loro confronti è aperto un procedimento disciplinare, le frasi ingiuriose sono entrate nel dossier.

Adesso gli insulti sono stati cancellati sulla pagina Facebook di Prima Difesa, cui risulta iscritta, ma forse è un falso profilo, Valentina Vezzali, campionessa che sarà portabandiera alle Olimpiadi di Londra. C'è anche il profilo del governatore del Lazio, Renata Polverini. Sarà un fake? "Insulti inaccettabili", scrive su Twitter lo scrittore Roberto Saviano. Di "degrado morale" parla Nichi Vendola, leader di Sel. Il Pd interroga il governo su "un caso impunito a Trieste" segnalato da Forlani. Invece la condanna per tre poliziotti è definitiva: 6 mesi per omicidio colposo. Ma anche stavolta pena sospesa.
La Repubblica
21 03 2012


TELEVISIONE

Luisa Ranieri conduce la nuova stagione di "Amore criminale", dal 24 marzo su RaiTre. "Siamo vittime degli uomini incapaci di gestire l'abbandono". Un debutto alla conduzione per l'attrice, neomamma e compagna di Luca Zingaretti. Presto al cinema nei panni di un comandante di una nave Costa: "Sul set, a bordo, eravamo obbligati alle esercitazioni, la tragedia del Giglio è inspiegabile..."
di ALESSANDRA VITALI

ROMA - Sono le storie di donne che non vorremmo mai sentire invece è bene che nessuna voce resti inascoltata. Perché sono le storie delle donne vittime di violenze, soprusi, pressioni psicologiche da parte degli uomini, fuori dalle mura domestiche ma più spesso all'interno. Anna, Emanuela, Maria Rita, Tiziana Roberta. Uccise dai loro compagni. Poi ci sono pure Claudia, Mara, Veronica. Che si sono ribellate. Sono le storie di Amore criminale, che torna su RaiTre da sabato 24 marzo in seconda serata, passaggio di testimone alla conduzione, da Camila Raznovich a Luisa Ranieri. Che di mestiere fra l'attrice e ha detto sì perché non di vera conduzione si tratta ma di racconto, "ero un po' titubante perché è un altro lavoro però questo programma si regge sulla narrazione e come attrice era più alla mia portata".

LE FOTO
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Trentanove anni, napoletana, lontani i tempi in cui conquistò il pubblico del piccolo schermo con lo spot in cui diceva "Anto', fa caldo", Luisa Ranieri negli ultimi dieci anni è stata al cinema con oltre dieci film e in tv con film e fiction. La scorsa estate ha avuto una bambina, con il suo compagno Luca Zingaretti. E a giugno sarà di nuovo sul grande schermo perché esce anche in Italia un film già campione d'incassi in Francia in cui, ironia della sorte, interpreta un comandante della Costa Atlantica.

Luisa, che impressione le ha fatto, da donna, avere a che fare con storie vere di donne vittime di violenza?
"Pensavo fosse molto più semplice affrontare l'argomento, il problema è rendersi conto che è un tipo di materia difficile da comunicare. All'inizio mi sentivo schiacciata dalla pesantezza di queste storie anche perché pensi che sono cose che in Italia, oggi, accadono con una frequenza mostruosa, nel 2011 centoventisette donne sono state ammazzate dai propri compagni, per non parlare di quelle che subiscono stalking, violenza psicologica. Due giorni fa abbiamo contato la trentasettesima vittima dall'inizio dell'anno".

Un conflitto antico, l'uomo che comanda e la donna succube. Queste storie le hanno dato il polso di quanto i ruoli non siano cambiati?
"Mi sono resa conto che quando parliamo di parità e quote rosa un po' ci riempiamo la bocca. Il cambiamento c'è stato, ma solo nella forma: prima l'uomo era il maschio padrone e la donna una specie di oggetto, oggi ci sentiamo riconosciute ma la mentalità non è cambiata, è trasversale e coinvolge tutti i ceti e gli strati sociali. Il problema è sempre l'incapacità dell'uomo a gestire l'abbandono e il rapporto col femminile".

Il rischio di un programma del genere è scivolare nel morboso.
"E' un rischio che non corriamo grazie alla linea degli autori, molto distaccata, si raccontano i fatti dalla parte della difesa e dalla parte dell'accusa, la vita della vittima e quella del carnefice senza prendere parte né scendere negli aspetti troppo personali delle persone coinvolte. Io ho cercato di mantenere questo linguaggio, e credo sia quello giusto perché in gioco c'è anche la vita del carnefice, ci sono difficoltà enormi nella gestione del dolore, del senso di colpa, della sofferenza. Mi piace questo taglio freddo".

Il programma "ospita" anche una campagna di sensibilizzazione.
"Si, è una campagna contro i maltrattamenti sulle donne in collaborazione con Telefono Rosa, con i carabinieri e con la polizia. La Rai fa davvero servizio pubblico, perché mette a disposizione degli utenti degli strumenti per aiutare le persone in difficoltà".

A giugno la rivedremo al cinema in Bienvenue à bord, lei interpreta un comandante di una nave Costa. Che impressione le ha fatto la tragedia del Giglio?
"Si, nel film sono un comadante conteso da Gérard Darmon, il mio secondo, e Franck Dubosc, un animatore un po' stupidino. Siamo stati a bordo quasi per tre mesi, abbiamo attraversato dal canada al Messico passando per i Caraibi e quando ho sentito del Giglio mi è sembrato tutto così assurdo... Noi, a bordo, eravamo obbligati a fare due volte alla settimana le esercitazioni antipanico per l'abbandono della nave, erano tutti precisissimi e di grande professionalità, non so che cosa possa essere accaduto, ma io in quasi tre metri non ho mai visto fare un 'inchino' a un'isola... Proprio non capisco...".

Storie di donne, ma questa volta belle: come si sta da neomamma?
"Si sta molto bene! Il tempo, però, mi si è molto ridotto. Prima me avevo molto di più, anche per curare una serie di aspetti della mia vita. Ora non mi basta mai".

Diciamo che è impiegato per un nobile scopo...
"Nobilissimo. Il migliore della vita".
La Repubblica
15 10 2012


La ragazza si sarebbe uccisa in seguito a ripetuti episodi di violenza, tra cui la diffusione di immagini private online, insulti sui social network, inviti a farla finita, percosse. Due tentativi precedenti, e un video in cui la giovane racconta il suo tormento attraverso messaggi scritti. Che ora restano come potente atto di denuncia.

AVEVA quindici anni Amanda T. Una ragazzina canadese come tante, visetto carino, sguardo vispo, e una vita connessa in Rete come la maggior parte degli adolescenti di oggi. Una vita che Amanda ha deciso di interrompere suicidandosi, con un gesto su cui gli inquirenti stanno cercando di fare luce.

Amanda si è tolta la vita perché a differenza della gran parte degli altri ragazzi della sua età, non era spensierata. Da quando aveva conosciuto "lui" su Facebook, la sua vita era cambiata. Esponendo al mondo il suo corpo ancora non da donna, in immagini scattate con la webcam durante un momento intimo. Un "flash", come dicono i ragazzi oggi, in cui la ragazza mostrava il seno allo sconosciuto dall'altra parte della connessione.

Lui era un cyber-bullo, ma Amanda non poteva saperlo. Da lì a poco, l'avrebbe minacciata di diffondere le immagini online, se lei non avesse acconsentito di "dare spettacolo" per lui. Finendo poi per pubblicarle comunque. Tanto che Amanda ha ricevuto la notizia dall'agente di polizia arrivato a casa sua, che le ha detto poche parole: "Le tue foto le hanno viste tutti".

1Lo scorso 7 settembre, Amanda aveva deciso di raccontare la sua storia con un video, toccante, in cui fa scorrere una serie di cartelli che dipingono una discesa in un pozzo di incapacità di reagire a chi martoriava la sua sensibilità. Trasformando la gioia di ricevere complimenti in una finestrella di chat in attacchi di ansia, depressione, panico nella vita reale.  A quindici anni Amanda ha tentato di combattere contro il bullismo ai tempi di internet, e non ce l'ha fatta. La sua storia scorre su decine di biglietti sfogliati davanti alla telecamera, un sogno di ragazzina che diventa un inferno. A cui Amanda aveva provato a porre fine già altre due volte.

Alla scuola di Vancouver a cui Amanda era arrivata da qualche mese dicono di aver fatto "di tutto per aiutarla". Ma non è bastato. Perché dopo l'episodio delle foto, che aveva causato una serie di reazioni online, tra cui molte pesanti per la ragazza, c'era ancora violenza in attesa dietro l'angolo. Amanda era andata via, in un'altra scuola, in un'altra città. E là aveva incontrato un altro uomo, più grande, già in una relazione. La compagna dell'uomo l'ha cercata e l'ha picchiata, in pubblico, mentre chi assisteva alla scena incoraggiava il pestaggio. Ma non era il dolore causato dagli altri a ferire Amanda, più di quanto avesse deciso di fare lei: una volta rientrata con il papà, ha tentato di bere della candeggina, sopraffatta dal desiderio di morire. Una lavanda gastrica è stata sufficiente a riportarla a casa. Solo per aprire Facebook e trovare insulti, maledizioni e inviti a farla finita, a bere "il giusto tipo di solvente" per ammazzarsi.

"Non ho nessuno, ho bisogno di qualcuno", scrive Amanda con la sua calligrafia da ragazza. Negli ultimi fotogrammi del video, sulle sue braccia si vedono dei tagli. Non si sa se provocati da altri o da lei stessa, segni arrivati fino alla pelle dall'anima irreparabilmente danneggiata di un'adolescente. Le ferite di Amanda non si chiuderanno più, la sua storia diventerà una cicatrice come altre simili che vedono l'innocenza scontrarsi con la violenza. E quello scorrere di note, cartelli che raccontano il tormento della ragazza dall'inizio alla fine, sono ora il più potente viatico possibile contro il cyber-bullismo.

"La giudice...."

  • Nov 30, -0001
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24 10 2012 
 
A cinquant'anni dall'ingresso delle donne in magistratura, il libro-testimonianza ricco di esperienze e riflessioni, scritto da Paola di Nicola, in magistratura da vent'anni. Uno spaccato della realtà giudiziaria "al femminile"
di SILVANA MAZZOCCHI
 
Interrogare un imputato e sentirsi scrutate, valutate e infine trattate con la condiscendenza riservata alle donne e non certo all'istituzione giustizia. Essere considerate, perfino dai colleghi, non un magistrato a cui chiedere contributi giuridici secondo il merito, ma soprattutto una madre, di fatto o potenziale, e dunque a rischio assenze. Per una donna la professione di giudice è ancora un percorso a ostacoli. A cinquant'anni dal primo concorso che, dopo una discriminazione durata secoli, ha permesso solo nel 1963 l'ingresso delle donne in magistratura, essere giudice è ancora difficile, nonostante le magistrate siano oggi oltre quattromila e, a vincere i concorsi, siano ormai in prevalenza le donne. E non solo: per vincere la sfida, per non omologarsi e per imporre un'interpretazione orgogliosamente "altra", femminile e differente, sono indispensabili autocontrollo,volontà di ferro e grande determinazione. 

Una realtà che emerge perfettamente in La giudice, libro-testimonianza ricco di esperienze e riflessioni scritto da Paola Di Nicola, in magistratura da vent'anni e che, già dal titolo, tiene ad affermare tramite l'articolo al femminile, la giusta esigenza di vedersi riconosciuti valore, specificità e diversità.

Non descrive gioie e dolori di una giudice famosa, né denuncia emergenze Paola Di Nicola; la sua è una storia di "normalità", e nel suo dare voce alla "fatica" quotidiana di essere  giudice, sta la sua forza narrativa. Una fatica silenziosa e un impegno costante che, pur con diverso grado di consapevolezza, sono comuni a migliaia di colleghe, giovani e meno giovani, che rappresentano una fetta imponente della categoria dei magistrati. 

Descrive le delusioni, la rabbia, le difficoltà, ma anche la passione per il suo lavoro Paola di Nicola. L'impatto con l'imputato che, quando si trova davanti una giudice, stenta a riconoscerle autorità e risponde alle domande seguendo lo schema di una supposta sensibilità femminile, invece che seguire la logica contestazione del reato. Le udienze da tenere durante la maternità, prima del congedo e la lotta con il tempo per curare i figli; le corse da pendolare tra casa e tribunali, e la sfida più grande e più giusta: quella di rifiutare la tentazione a comportarsi come i maschi pur di essere accettate e imporre invece, il proprio punto di vista giuridico e considerarlo una irrinunciabile ricchezza.

Paola Di Nicola, figlia di un noto magistrato ha respirato fin da bambina la cultura del diritto. E, attualmente, dopo essersi occupata di giustizia civile, aver presieduto al Tribunale di Napoli il Collegio per lo smaltimento dei rifiuti in Campania ed aver partecipato alla formazione dei magistrati del Lazio, è giudice penale a Roma.

La sua storia per raccontarne cento, mille ? Perché ha scritto "La giudice" ?
"Dietro la mia storia c'è quella collettiva delle donne che vuol dire esclusione dal potere; dal mondo dell’interpretazione della legge dove si stabiliscono i rapporti di forza e si ripristina l’ordine costituito quando si determina una rottura; dal linguaggio giuridico che, per esempio, definisce le vittime delle mutilazioni degli organi genitali femminili al maschile. Come tutte le altre donne, ho dovuto scegliere giorno dopo giorno e rinunciare, perché stretta dai sensi di colpa. Ho visto passare come un treno in corsa le prime parole storpiate dei miei bambini e non ho potuto fare il Pubblico Ministero a Palermo, come avrei desiderato, per non sacrificare i miei figli. Ho scritto questo libro dopo l’ennesimo interrogatorio in cui ho sentito di non sopportare più il pregiudizio culturale che si abbatte ogni giorno su di noi, fatto di sguardi, silenzi, battute; ho provato la fatica, mia e delle colleghe, di dover fare sempre di più per essere riconosciuta come istituzione credibile “nonostante donna”. E’ un male che ha radici antiche. Ho cercato la risposta del perché l’Assemblea Costituente, dopo avere sancito il principio di uguaglianza, ci avesse negato l’accesso in magistratura sostenendo la nostra incapacità fisica e mentale 'per la difficile arte del giudicare'."  

Cosa è cambiato in cinquant’anni ? 
"Le donne magistrato oggi sono 4006, il 46%; l’ultimo concorso è stato vinto per il 68 % da donne che, in gran parte, non sanno che la giurisdizione ci fosse stata preclusa. Questo deficit di memoria storica non ci ha permesso di capire da dove venissimo e come ci fossimo arrivate. Non si è mai discusso come sia cambiata la giustizia italiana dal nostro ingresso dietro la falsa rappresentazione di una magistratura neutra. Quando vinsi il concorso non pensavo che ci fosse una differenza tra me e i miei colleghi con la barba, me ne accorsi quando vidi che a me non veniva mai chiesto di spiegare il mio orientamento su determinate questioni giuridiche, ma solo se intendessi avere figli tanto da lasciare sguarnito l’ufficio per qualche mese. Una frustrazione inimmaginabile. Adesso è cambiato soprattutto il contesto culturale grazie a magistrati coraggiosi che hanno combattuto, anche pagando con la vita, per una magistratura non più asservita al potere costituito ma  solo al servizio della Costituzione e dei diritti. Resta ancora, per le donne, il limite di tendere ad omologarsi a un modello maschile che resta vincente perché rimuove le differenze".

Che importanza ha il punto di vista femminile ?      
"Essenziale. Si tratta di dare voce ad un punto di vista escluso per oltre 2000 anni dalla storia dell’interpretazione. E’ un punto di vista né migliore né peggiore, ma diverso, con i suoi limiti e le sue ricchezze. Sarebbe ingenuo pensare che questo passaggio delle donne, dall’assenza alla presenza, sia avvenuto senza lasciare il segno, giorno per giorno, nelle nostre aule e nelle nostre sentenze. Nello scrivere queste riflessioni – grazie alla lungimirante sensibilità di una collana editoriale come quella di Ghena -  guardando in filigrana la mia professione ho scoperto che la toga che indossavo era ’diversa’ da quella dei miei colleghi uomini perché sotto c’era un percorso storico-culturale differente. Io ero stata vittima di pregiudizi che mi avevano impedito di diventare giudice, loro no. Anche in magistratura, come in altri ambiti, noi donne abbiamo adottato modelli che sacrificano quello che del nostro genere è speciale, come ad esempio intuito, ascolto, attenzione, praticità, profondità. Rischiamo di perdere noi stesse per essere accettate da una toga ritagliata da altri e su altri. La scommessa è difendere le differenze di uomini e donne in una prospettiva culturale nuova che veda declinare gli articoli al femminile e al maschile tanto da diventare, sol per questo, più ricca e più vera".
11 09 2012

ALEPPO - A due passi dalla Porta di Bab al Habib dieci soldati dell'Esercito siriano libero riposano in un vicolo che mi sembra un ottimo rifugio. È tanto stretto e scavato tra alti edifici, in verità più miserabili che imponenti, da farti sentire al sicuro. Il rumore in queste ore insistente dei Mig 21 si dissolve nella luce abbagliante, nel caldo appiccicoso del primo pomeriggio, al punto da apparire un innocuo ronzio. Non cessa quasi mai e si finisce col dimenticare che è un costante annuncio di morte. 

Gli schianti dei proiettili sparati dai carri T72, o delle cariche esplosive piovute dal cielo, sganciate da quei Mig invisibili e assassini, arrivano come un curioso suono metallico. Sono puntuali. Le pause sono ben scandite. 

La gente dell'Aleppo, che i ribelli chiamano "liberata", ha imparato a misurare le distanze e quindi pensa di sapere dove altre vite sono state falciate, e se la sciagura è più o meno vicina. La città è vasta, è una metropoli. È una grande roulette dove non si sa dove si fermerà il prossimo proiettile. Gli spari isolati non sono presi troppo in considerazione. Sono diventati banali. Sono attribuiti ai cecchini, lealisti o ribelli, che mi dicono onnipresenti e inafferrabili come insetti che uccidono. 

Il riposo dei dieci soldati dell'Esercito siriano libero non è minimamente turbato dalla sinistra musica di guerra. E la loro assuefazione è contagiosa. Lo è anche per chi è appena arrivato 
ed è ancora sotto il trauma delle immagini: la città contesa, gli ampi quartieri devastati e abbandonati, le urla eccitate dei guerriglieri, gli uomini e le donne anziane che avanzano titubanti nelle strade deserte, tra montagne di immondizie. Per contegno o perché non ha scelta, il nuovo arrivato ad Aleppo si adegua. Non tutti se ne sono andati, neppure da questo quartiere tartassato dalle bombe lealiste. Questa zona è tra le più povere.

E quando il capo della pattuglia a riposo mi invita a bere un tè scopro che molte case, in parte ferite dalle bombe dei lealisti, con pareti sfondate e scale pericolanti, sono affollate da famiglie in cui non mancano tribù di bambini. Sono famiglie che vivono accatastate, annidate in quel che è rimasto dei loro alloggi, a ridosso della prima linea. Da alcune ore, a causa di bombe occasionali o mirate, il quartiere non ha più acqua potabile. Come larga parte della città. E la sete può diventare più micidiale delle bombe. 

La Siria libera, come è annunciata al confine turco quando entri nella zona in mano ai ribelli, qui ad Aleppo comprende i quartieri popolari. Nur, la giovane siriana laureata in letteratura inglese, che mi fa da guida, e Mahmud, uno studente in legge con una pistola infilata nella cintura, che fa da autista, mi tracciano su una mappa della città le zone periferiche in mano ai ribelli. Sono tutte povere. 

Il quartiere di Hanano sarebbe stato espugnato nei giorni scorsi, ma anche quello è abitato da classi sociali con scarsi mezzi. I ricchi vivono, o perlomeno vivevano , non so quanti ne siano rimasti, nel cuore della città, attorno alla Cittadella. La quale si esibisce come una superba altura naturale dominante Aleppo ( dichiarata "patrimonio dell'umanità" soprattutto grazie ai monumenti lasciati da Ghazi, figlio del Saladino).

Ma là, attorno alla Cittadella, comanda l'esercito di Bashar el-Assad. C'è una linea di separazione, un confine, che divide anche socialmente la città. I dieci soldati dell'Esl formano una pattuglia impegnata sulla prima linea. Era il loro turno di riposo e quando ritornano nelle postazioni mi invitano a seguirli. E' un percorso a ostacoli, perché i vicoli zigzaganti si alternano a edifici sventrati, nei quali sono stati aperti passaggi che fungono da trincee di scorrimento. E infine, dopo una marcia senza sorprese, ecco gli altri, i lealisti, a portata di mano. Meglio a portata di voce. Sono tanto vicini, dall'altra parte di un vicolo, nella casa dirimpetto, che puoi chiamarli e parlare con loro. Anche se il dialogo è inevitabilmente agitato, e si preferisce il kalashnikov o il tiro dei cecchini. 

Uno della pattuglia in cui sono provvisoriamente intruppato, il più spavaldo, che ha una bandana nera che lo fa assomigliare a un pirata (nella vita normale, mi dice, faceva il contrabbandiere), spara una breve raffica di kalashnikov per attirare l'attenzione dei lealisti della casa di fronte, e poi si lancia in una lunga litania di improperi. Ma questa volta dall'altra parte nessuno risponde. Perlomeno al momento. I dirimpettai sono soldati alawiti. I combattenti più sicuri per Bashar el Assad. Quelli di cui si può fidare, perché sono convinti che il loro futuro è strettamente legato a quello del clan o della famiglia Assad. 

Il padre di Bashar, Hafez el-Assad (nato nel 1930 e morto nel 2000) veniva da Qurdaha, un villaggio sulle montagne, a trenta chilometri da Latakia, città mediterranea. Era un alawita, apparteneva cioè a una setta religiosa, di origine sciita, piuttosto maltrattata dalla maggioranza sunnita. I membri della comunità erano contadini, al servizio dei proprietari sunniti, o erano addetti a lavori umili. Prima del potere coloniale francese, si chiamavano Nusayriya, dal nome del fondatore della setta. 

Negli anni Venti i francesi li ribattezzarono, li chiamarono alawiti, con riferimento ad Ali, genero di Maometto e capostipite degli sciiti. E li arruolarono nelle forze coloniali. Da più di quarant'anni, da quando la famiglia Assad è al potere a Damasco, gli alawiti occupano posti chiave, nel governo, nell'esercito, nell'amministrazione, nella polizia, meno nel commercio. 

Qui ad Aleppo sono le truppe di prima linea. Nel Paese rappresentano il dodici per cento della popolazione. Sono una forte minoranza. Come lo sono i cristiani, insediati nel cuore della città tenuta saldamente dall'esercito lealista, del quale gli alawiti sono le avanguardie. La Siria è una terra con profonde radici cristiane. Non solo perché Paolo di Tarso si convertì a Damasco. Da secoli qui vivono ortodossi armeni, siriani e greci; e cattolici siriani e greci. L'elenco non è certamente completo. Nell'insieme rappresentano più del dieci per cento della popolazione. Un'élite con un notevole peso economico è insediata nei quartieri attorno alla Cittadella (dove si trovano importanti chiese e santuari), o comunque nella zona controllata dall'esercito lealista. 

Per tradizione le minoranze sono in balia dei regimi autoritari, possono esserne le vittime o gli strumenti. O entrambe le cose. Anche se con cospicue eccezioni, il mosaico cristiano è stato trattato con riguardo, o più ancora, dal potere degli Assad che si basa, appunto, essenzialmente su un'altra minoranza, quella alawita. La battaglia di Aleppo - della quale il cronista, impegnato a schivare le insidie concrete e in definita elementari, scorge con facilità soltanto le divisioni più evidenti - ha in realtà tanti aspetti complicati non sempre apparenti. Quello più assillante riguarda le profonde radici della paura nelle forze a confronto, o nelle comunità travolte dal conflitto. 

Gli alawiti temono la vendetta dei sunniti, e si aggrappano al regime di Assad; e a loro volta i sunniti temono la vendetta di Assad, che potrebbe seguire l'esempio del padre. Il quale uccise venticinquemila sunniti a Hama, e distrusse coi bulldozer la città, colpevole di essere stata il teatro di un'insurrezione favorita o orchestrata dai Fratelli musulmani. Questo accadde nel 1985 ma il fatto è ben vivo nella memoria. La reciproca paura impedisce una riconciliazione ed anche la pietà. Pochi, rari, sono i prigionieri, e molti i morti.  

Basta superare la moschea Al Nasser, in un quartiere intatto ma deserto, per trovarsi in un altro punto della prima linea, a fianco degli insorti dei quali vale la pena studiare l'abbigliamento, e le insegne che esibiscono. C'è qualche bandiera nera islamica e alcuni uomini hanno la testa avvolta in un fazzoletto, anch'esso nero, su cui sono scritti in bianco versetti del Corano. La presenza di gruppi jihadisti viene ingigantita dal governo di Damasco che cerca di alimentare la paura del dopo-Assad, prospettando la presa del potere da parte di gruppi islamici estremisti. Ho incontrato dei libici, un iracheno, un egiziano, venuti a combattere con i "fratelli siriani". E ho raccolto soltanto voci sui dissidi che sarebbero sorti tra laici e salafiti. E' impossibile escluderli. 

In fatto di fanatismi non mancano gli elementi contradditori: l'Iran degli Ayatollah aiuta il "laico" Assad; e l'Arabia Saudita aiuta i salafiti. La Siria è incline alla balcanizzazione: tante sono le comunità che vivono entro i suoi confini (sunniti, curdi, cristiani, drusi, alawiti), e tante sono le potenze limitrofe o vicine che hanno interesse ad appoggiare una delle comunità. 

Cosi la "primavera" siriana è diventata una guerra civile. Si calcola che l'Esercito siriano libero conti tra i trenta e i quaranta mila uomini, e che gli stranieri infiltratisi o accorsi apertamente per appoggiare l'insurrezione, si aggirino sui seimila. Il fatto che quest'ultimi siano sunniti sensibili al richiamo islamico non significa che siano jihadisti. Ma la paura dei cristiani è dovuta alla paventata ondata islamica. Questo mi ricorda la guerra di Spagna. Per paura dei comunisti (che tra l'altro avevano massacrato gli anarchici) nessun paese occidentale aiutò i repubblicani, lasciando via libera alla dittatura di Franco, aiutato dalla Germania nazista e dall'Italia fascista. 

Era già il pomeriggio avanzato (non ho avuto il tempo di controllare l'ora esatta) quando domenica, 9 settembre, il Mig 21 che ronzava da un pezzo sulle nostre teste, ha colpito un edificio a più piani sul lato opposto del viale a due corsie che stavamo percorrendo. Eravamo nel quartiere di Chaar, nella zona Nord-Est della città. Mahmud ha bloccato l'automobile come se si fosse trovato all'improvviso davanti a un muro. Non per lo spavento. Al contrario. Lui e Nur, entrambi armati di apparecchi fotografici, si sono precipitati dove il missile lanciato dal Mig 21 aveva aperto un cratere (dove poi sono stati ritrovati quindici morti). 

Dalle case sono usciti centinaia di uomini e donne. Una folla sempre più densa ed eccitata. Molti erano armati di kalashnikov e hanno cominciato a sparare contro il Mig 21, che volava a una quota irraggiungibile anche per la mitragliatrice pesante nel frattempo arrivata su un camioncino del mercato. Altri, disarmati, urlavano imprecazioni rivolti al cielo. La lotta impari illustrava la disparità dei mezzi: da un lato la Siria di Assad che con il Mig trasformato in avvoltoio sorvolava la folla gettando shrapnel e missili, e a terra la Siria dell'insurrezione che sparava con le sole armi leggere di cui dispone contro un irraggiungibile obiettivo.

A un certo punto sono arrivato a pensare che il jet di Damasco avesse creato un'esca con i quindici morti per poi attaccare la folla scesa per protestare nelle strade. Forse non era così, ma in quel momento di tensione il sospetto era ammissibile. La terribile ballata è durata a lungo, e non ho poi avuto la possibilità di fare un bilancio completo. Mahmud e Nur puntavano i loro obiettivi contro l'aereo, come impegnati in un'assurda sfida. Entrambi sono rimasti feriti leggermente. Una scheggia di shrapnel ha colpito al ginocchio Mahmud. E Nur è ritornata con l'abito insanguinato per le piccole schegge che l'avevano appena graffiata. 

No, la pietà non è di casa ad Aleppo. Né dall'una né dall'altra parte, se è vero, come dice l'osservatorio siriano per i diritti umani, che venti soldati di Assad catturati al momento della presa del quartiere di Hanano, la settimana scorsa, sarebbero stati subito fucilati. Con le mani legate dietro la schiena.
La Repubblica
23 10 2012


Le motovedette sono intervenute in acque libriche dopo un messaggio lanciato da un barcone con un telefono satellitare e raccolto da Don Mosè Zerai, il sacerdote eritreo responsabile dell'agenzia Habeshia.

PALERMO - Duecentoventisei migranti di origine subsahariana (tra loro anche un bambino e 37 donne, di cui due in stato di gravidanza), a bordo di due diversi gommoni, sono stati soccorsi e salvati dalla Guardia costiera italiana in acque libiche. A raccogliere le richieste di aiuto, giunte via satellitare, nella serata di ieri erano stati Don Mosè Zerai, il sacerdote eritreo responsabile dell'agenzia Habeshia, e suor Grazia di Bari.

L'sos era arrivato con una chiamata da un telefono satellitare. Da un barcone in difficoltà carico di profughi al largo delle coste libiche. "Veniteci a prendere, stiamo per affondare...". Don Mosè Zerai, il sacerdote eritreo responsabile dell'agenzia Habeshia che si occupa di migranti e richiedenti asilo, ha girato l'allarme alle autorità: "Mi hanno detto che sono in mare da venerdì scorso e che le condizioni del mare stanno peggiorando. Non possiamo assistere inermi a una nuova tragedia del mare".

Il primo sos, quello raccolto da padre Mose, è arrivato intorno alle 21: "Venite a prenderci, stiamo per affondare"; arrivava da un'imbarcazione con 111 persone a bordo, che avrebbe preso il mare venerdì scorso e che è stata individuata a circa 30 miglia da Tripoli. Un'ora più tardi, la seconda richiesta di aiuto, da un'imbarcazione con altri 115 migranti, a circa 60 miglia da Tripoli. Le capitanerie di porto hanno immediatamente dirottato in area il rimorchiatore "Asso 30". Concluse le operazioni di trasbordo di tutti i passeggeri, le motovedette della Guardia costiera hanno ripreso la rotta verso Lampedusa.
Repubblica.it
29 10 2012


La sorella e artista Loredana Bertè: "Raccoglieremo in un'unica struttura il lavoro, la sua anima e la sua memoria". Il progetto sarà presentato martedì a Palazzo Valentini

Nasce la fondazione Mia Martini Contro la violenza sulle donne Mia Martini
"Al fianco dei giovani musicisti emergenti, con attenzione al sociale e in particolare al recupero psicologico delle donne vittime di violenza". Sono questi i principali obiettivi della fondazione Mia Martini nata grazie all'impegno e la volontà della sorella della cantante, Loredana Bertè.

La fondazione, che ha ottenuto il patrocinio della Provincia di Roma, servirà anche per creare un archivio definitivo della vita e delle opere della Martini.
"Con questo progetto - ha detto Loredana Bertè - si vuole accendere un cono di luce sulla figura di una delle più grandi artiste italiane di sempre, raccogliendo in un'unica struttura il lavoro, l'anima e la memoria di Mia Martini".

"Una musicista che non ha mai smesso di raccontate storie, tra gioie e sofferenze, con quella forza espressiva che la pone al di sopra di ogni altra interprete italiana - ha aggiunto la sorella - Mia era una donna che ha parlato alle donne e per le donne. Vogliamo fare in modo che il suo mito rimanga intramontabile nel tempo".

Il progetto sarà presentato martedì 30 ottobre alle 12 a Palazzo Valentini, nella sede della Provincia.
La Repubblica
31 08 2012


L'autore della carneficina durante la prima di Batman ad Aurora, in Colorado, aveva composto il numero di assistenza 24 ore su 24. Ma non riuscì a parlare con la dottoressa Fenton

DENVER - È troppo presto, è troppo poco, per dire che la strage si sarebbe potuta evitare. James Holmes, il 24enne che, con i capelli rossi da Joker, ha aperto il fuoco dentro un cinema di Denver alla prima dell'ultimo Batman uccidendo 12 persone e ferendone 58, aveva cercato di contattare il proprio psichiatra nove minuti prima della strage. Senza ottenere una risposta.

Il gioco del "cosa sarebbe successo se.." mal si adatta a questa tragedia, però è quasi inevitabile. La chiamata è stata rivelata dall'avvocato di Holmes in un'udienza del processo. Holmes aveva cercato di chiamare un numero sempre aperto per le emergenze, ma Lynne Fenton non era immediatamente disponibile per rispondere. La psichiatra, secondo quanto ha testimoniato, non sapeva nulla di questa telefonata

L'accusa ha fatto notare che Holmes aveva anche il numero dell'ufficio della Fenton, ma lì non ha provato a chiamare. Non è nemmeno chiaro per quale motivo l'avesse chiamata al momento, a cui aveva anche inviato un quaderno con i dettagli del suo piano 1. Ma il pacco è arrivato troppo tardi.

Proprio sul quaderno è in atto uno scontro legale: gli inquirenti vorrebbero leggerlo, ma per l'avvocato della difesa è coperto dal segreto medico-paziente.
La Repubblica
03 09 2012


Alla festa nazionale del Pd il dibattito sulle unioni omosessuali ripropone le diverse posizioni nel centrosinistra. Il leader di Sel: "I Dico? Non voglio stare in un acronimo". La replica: "Non è previsto dalla nostra Costituzione"

REGGIO EMILIA - Sì ai diritti per le coppie gay, ma no al matrimonio. Nel centro sinistra restano distanti Rosy Bindi e Nichi Vendola sull'ipotesi di regolamentare le unioni omosessuali. La differenza di posizioni è emersa nuovamente e chiaramente stasera nell'incontro tra la presidente dell'assemblea nazionale del Pd e il leader di Sel, andato in scena sotto un affollatissimo tendone alla festa democratica di Reggio Emilia.

"Noi regoleremo le unioni civili, anche quelle omosessuali - ha detto Rosy Bindi - . Credo che dobbiamo fare insieme su questa scia un grande sforzo italiano per dare finalmente non mezzi diritti, ma diritti. E ritengo debba essere un impegno. Il Pd lo ha già assunto e lo porterà avanti nella prossima legislatura".

Una posizione che a Vendola non basta: "L'agenda dei diritti civili e sociali va scritta insieme", ha sottolineato il governatore della Puglia, ricordando il riconoscimento dei 'Dico' che Bindi aveva cercato di portare avanti nel secondo governo Prodi. "Ma io non voglio stare in un acronimo. A 54 anni voglio dire che mi voglio sposare con il mio compagno. Rivendico questo - ha detto Vendola - . Come cittadino, come persona e come cristiano voglio poter vivere una discussione vera e chiedere al mio Stato e alla mia Chiesa per quale motivo progetti d'amori non possono essere liberati da un tappo di Medioevo che tante volte ha ferito la nostra vita".

"Prendiamo quello che è possibile, si dice - ha proseguito il leader di Sel -. Ma è con questa logica che abbiamo uno standard di diritti civili da repubblica islamica, perché abbiamo rinunciato a una battaglia di principio. Invece voglio poter dire anche in Italia che abbiamo diritti interi e non dimezzati".

D'accordo in linea di principio Bindi, che però ha invitato a restare sul campo del possibile anche sulla base della Costituzione. "Ci ho già provato una volta e mi è andata male - ha detto - , la prossima volta ci vorrei riuscire e dare finalmente un riconoscimento alle unioni omosessuali. Vorrei che il Pd si prendesse questo impegno e fosse in grado di portarlo avanti. Se parliamo di unioni civili siamo in grado di portarlo avanti".

Poi la frenata sulle nozze: "Non è perché sono credente, ma l'obbiettivo che ci possiamo porre è del riconoscimento delle unioni civili e non del matrimonio. Ed è perchè sono fedele alla carta costituzionale", ha speicificato. "La Costituzione italiana ci dice con chiarezza che mentre è possibile riconoscere i diritti delle coppie omosessuali non è pensabile l'istituto del matrimonio, come stabilito anche da una recente sentenza della Corte costituzionale", ha ricordato.

Pakistan, è finito l'incubo di Rimsha

  • Nov 30, -0001
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La Repubblica
20 11 2012


Assolta la bimba accusata di blasfemia

La ragazzina, che ha 14 anni ed è affetta da sindrome di Down, era stata arrestata con l'accusa di aver bruciato alcune pagine del Corano. A denunciarla un imam, a sua volta imprigionato per aver falsificato le prove

ISLAMABAD - E' stata assolta Rimsha Masih, la ragazza disabile cristiana accusata da un imam di blasfemia per aver bruciato pagine del Corano. Lo ha reso noto il suo avvocato, Akmal Bhatti. Il caso, che aveva suscitato indignazione in tutto il mondo, era scoppiato dopo l'arresto di Rimsha, una ragazza di 14 anni affetta da sindrome Down, il 16 agosto, in seguito alla denuncia dell'imam Mohammed Khalid Chishti.

Rimsha era già stata rilasciata l'8 settembre, dopo tre settimane trascorse in un carcere per adulti, in seguito all'arresto dell'imam che per denunciarla avrebbe inserito le pagine del Corano in una busta della ragazza contenente carta bruciata. La polizia aveva detto alla magistratura di assolverla e aveva chiesto l'incriminazione dell'imam per falsificazione di prove e blasfemia.

Paul Bhatti, l'unico ministro cristiano nel governo pakistano, ha confermato la sentenza di assoluzione: "Giustizia è stata fatta e il diritto è stato applicato dal tribunale". "Questa sentenza darà un'immagine positiva del Pakistan alla comunità internazionale mostrando che c'è giustizia per tutti e che il Paese vuole tolleranza". Dopo il rilascio,
Rimsha e la sua famiglia erano state trasferite in una località segreta per il timore di aggressioni.

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