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REPUBBLICA

Le ragazze coraggio dell'Arabia Saudita

  • Nov 30, -0001
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La Repubblica
01 11 2012


di FRANCESCA CAFERRI

In Arabia Saudita le donne hanno reagito quasi con indifferenza. Eppure la notizia che la famigerata polizia religiosa del Regno sta per aprire i suoi ranghi alle donne ha fatto il giro del mondo.

Non è una polizia normale, quella saudita: i muttawa, o custodi della morale, si aggirano nelle strade e nei centri commerciali con le loro barbe lunghe e le tuniche corte. Nel paese più conservatore del mondo la loro missione è fustigare chiunque non rispetti la rigida morale del Regno: in particolare le donne. Nel loro mirino finiscono signore che parlano con uomini che non siano loro familiari, che non si coprono abbastanza, che ridono ad alta voce; ragazze sorprese a mandare sms sui cellulari di coetanei; adolescenti che cercano di indovinare chi si nasconde sotto le sagome completamente velate che gli passano di fronte.

Passeggiando per Ryad o per le altre città saudite, non ci vuole molto per capire quando i poliziotti della morale sono nei paraggi: i centri commerciali iniziano a svuotarsi, le persone abbassano la voce, i cellulari scompaiono nelle tasche, la paura si diffonde. Perché finire nelle mani della muttawa significa essere arrestati, umiliati, a volte picchiati. Ultimamente i sauditi, e in particolare le donne, hanno cominciato a reagire: qualche mese fa una ragazza ha sfidato i poliziotti, riprendendoli con il suo cellulare e postando il video su YouTube, dove è subito diventato una hit e ha incoraggiato molte altre a fare lo stesso. Dopo quell'episodio la muttawa è entrata nel mirino delle autorità, che ne hanno convocato i vertici imponendo loro una linea di condotta più moderata: di qui l'apertura alle donne. Ma le saudite non sono colpite e di fronte alla notizia alzano le spalle: "Non ci interessa entrare fra loro. Ci interessa che ci lascino in pace", mi dice un'amica da Ryad

Pussy Riot lontano da Mosca trasferite in colonie penali

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in REPUBBLICA
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La Repubblica
22 10 2012

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Le due componenti della band ancora in carcere, condannate a due anni, sono state portate lontano dalla capitale e dalle famiglie. A dirlo è il collettivo artistico "Voina", vicino alle ragazze

MOSCA - Tasferite lontano da Mosca. In due diverse colonie penali. Maria e Nadia, le due componenti della band punk femminista Pussy Riot ancora in carcere per la loro preghiera anti-Putin, sono state portate lontano dalle famiglie. Dovranno scontare la pena di due anni per "teppismo motivato da odio religioso" a centinaia di chilometri dalla capitale. A dirlo, su twitter, è il collettivo artistico Voina (Guerra), vicino alle ragazze: "Maria Aliokhina è stata mandata in una colonia nella regione di Perm (Siberia, a oltre mille chilometri da Mosca), mentre Nadia Tolokonnikova "è stata deportata" nella repubblica di Mordovia (440 km a sud-est dalla capitale). Al momento la notizia non trova conferme ufficiali. Le due ragazze, rispettivamente di 24 e 22 anni, sono entrambe madri di bambini piccoli. Dopo il processo di appello che il 10 ottobre ha concesso la libertà vigilata all'altra attivista Katia Samutsevich, la difesa ha chiesto la sospensione della pena per Maria e Nadia fino a quando i figli non avranno 14 anni.
La Repubblica
20 03 2012


Il documento redatto dagli inviati di papa Ratzinger nell'isola parla di "superiori religiosi" incapaci di "arginare il dilagare di gravissimi episodi", di "impunità per i colpevoli" e di "indifferenza verso le vittime"

di ORAZIO LA ROCCA
CITTA' DEL VATICANO - "Vescovi e superiori religiosi inadeguati ad arginare il dilagare dei gravissimi episodi di pedofilia tra il clero". "Omessi controlli". "Impunità per i colpevoli". "Indifferenza verso le vittime". "Vergogna per le sofferenze inflitte alle piccole vittime". Nuovo solenne pubblico mea culpa della  Chiesa cattolica per le violenze sessuali su minori da parte di sacerdoti, seminaristi e religiosi. Emerge dal Rapporto sulla pedofilia nelle chiese di Irlanda pubblicato oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede. Il documento - scritto a conclusione della visita apostolica iniziata nel novembre 2010 nella Chiesa cattolica irlandese dagli inviati del Papa, tra i quali c'erano i cardinali statunitensi Sean O'Malley e Timothy Dolan - mette a nudo tutte le "mancanze" che negli anni passati hanno favorito nelle istituzioni cattoliche di Irlanda (parrocchie, seminari, comunità) l'espandersi della pedofilia, sulla scia di quanto avvenuto anche negli Usa e in altre Chiese europee, come in Germania, dove proprio proprio ieri è finito sotto inchiesta un alto prelato perché accusato di aver coperto sette preti pedofili.

Il Rapporto. I firmatari del documento attestano, tra l'altro, "la gravità delle mancanze che in Irlanda hanno dato luogo nel passato a una non sufficiente comprensione e reazione, anche da parte di vescovi e superiori religiosi, al terribile fenomeno dell'abuso
sui minori''. E annunciano "una riflessione comune della Santa Sede e dell'Episcopato irlandese circa l'attuale configurazione delle diocesi, per rendere le strutture diocesane meglio idonee a rispondere all'odierna missione della Chiesa in Irlanda'' con particolare attenzione per la tutela di giovani e bambini. In materia di repressione, nel Rapporto si assicura che verso i responsabili di "tali misfatti" ci sarà tolleranza zero da parte delle autorità ecclesiali e che i colpevoli saranno automaticamente denunciati alla giustizia civile. E' dunque prevedibile che il Vaticano imporrà l'uscita di scena di tutti quei vescovi che, più o meno in buona fede, nel corso degli anni hanno insabbiato  le indagini sui preti pedofili (sette dei quali hanno già dato le dimissioni) e la fusione di alcune diocesi irlandesi per consentire la riduzione del numero dei presuli e "migliorare la loro qualità". Nel documento - definito ampio ed esauriente dal portavoce papale, padre Federico Lombardi - la Santa Sede conferma "il sentimento di vergogna e tradimento già espresso dal Papa nella lettera ai cattolici d'Irlanda 1" all'indomani dell'esplosione dello scandalo della pedofilia nel clero.

Le denunce. I primi casi vennero denunciati il 25 ottobre del 2005, con la pubblicazione da parte del governo irlandese del rapporto Ferns sugli abusi compiuti dal clero nell'omonima diocesi. Ma solo quando il 20 maggio 2009 la Commission to Inquire into Child Abuse guidata dal giudice Sean Ryan pubblicò una seconda inchiesta, nota con il nome di rapporto Ryan 2, emerse la dimensione "endemica" che la pedofilia aveva assunto nell'isola nei decenni precedenti. Al Ryan Report (abusi sessuali e violenze compiuti sui minori negli istituti di formazione gestiti da ordini religiosi cattolici in tutta Irlanda) seguì la pubblicazione di altri due rapporti governativi, il rapporto Murphy del 26 novembre 2009 (compilato dalla giudice Yvonne Murphy sulla pedofilia nella diocesi di Dublino) e il rapporto Cloyne del 13 luglio 2011 (sulla pedofilia nella omonima diocesi). Si tratta, in sostanza, di una poderosa documentazione che descrive migliaia di abusi sessuali compiuti da centinaia di sacerdoti sui minori, a partire dagli anni Trenta e per i decenni successivi (gli ultimi casi sono di un decennio fa). Casi, il più delle volte, frutto anche di insabbiamento, o comunque, di mala gestione delle denunce da parte di chi avrebbe dovuto vigilare e punire i responsabili delle violenze, cioè i vescovi diocesani e le gerarchie ecclesiali.

La risposta. Nei confronti della piaga della pedofilia nella Chiesa di Irlanda la risposta della Santa Sede è stata molteplice. Il Papa ha scritto una lettera ai fedeli irlandesi per esprimere la propria "vergogna per la pedofilia", definita "crimine scellerato" e "peccato grave", e per condannare gli abusi e l'inetta gestione dei vescovi, promettendo più controlli, maggiore formazione del clero e dei seminaristi, denuncia alle autorità civili dei colpevoli e riconciliazione con le vittime. Ha inoltre ricevuto i vescovi irlandesi in Vaticano per un vertice 'ad hoc' e ha inviato in Irlanda, circa un anno e mezzo fa, una visita apostolica che "ora - si legge nel rapporto pubblicato oggi - va considerata conclusa". Ha poi spinto diversi vescovi alle dimissioni. Oggi sono quattro su 26 le diocesi vacanti: Cloyne, Derry, Kildare, Limerik. E nel corso degli anni sono stati sette in tutto i vescovi che hanno lasciato per accuse di insabbiamento, tra di essi monsignor John Magee, nel passato segretario personale di Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II.

E in Germania. Intanto, il settimanale Der Spiegel nell'ultimo numero rivela che in Germania il vescovo Stephan Ackermann, incaricato di far luce sulle violenze sessuali sui minori da parte del clero, accoglie nella sua diocesi sette preti pedofili e ha deciso di offrire loro un'opportunità di riscatto in altre parrocchie. Il portavoce del vescovado - riporta il settimanale - minimizza, precisando che i sacerdoti saranno impiegati in ruoli "subalterni", "non avranno possibilità di contatto con minori" e saranno "sorvegliati da vicino". Lo scorso mese di dicembre, ricorda Der Spiegel, dopo un caso di abusi sessuali a Saarbruecken, monsignor Ackermann aveva assicurato di voler applicare una politica di "tolleranza zero" in materia di pedofilia tra il clero. Assicurazione clamorosamente smentita da quanto deciso nei confronti dei sette preti pedofili. Lo scandalo era scoppiato in Germania nel 2009, con un primo caso eclatante presso il prestigioso collegio gesuita Canesius di Berlino. Secondo le autorità nel corso delle indagini sono state ascoltate almeno 20mila presunte vittime di di abusi sessuali nelle scuole cattoliche tedesche.
La Repubblica
24 07 2012


L'EMERGENZA

Dopo che la siccità siè trasformate in fame diffusa, i problemi si sono moltiplicati nei campi dei rifugiati somali, in Kenia, in Etiopia ma anche nella stessa Mogadiscio, dove i profughi interni sono centinaia di migliaia assiepati in tendopoli infinite. Qui vige la legge del più forte e le violenze sessuali dilagano. 
di CARLO CIAVONI Salva

ROMA - L'anno scorso in Somalia, giusto di questi tempi, ad un certo punto la siccità si trasformò in fame sterminatrice di bambini e adulti. Fece paura e centinaia di migliaia di persone furono costrette ad andarsi a cercare cibo e acqua attraversando i confini con il Kenia o con l'Etiopia, oppure puntando su Mogadiscio, portandosi dietro le poche cose che avevano. I campi di rifugiati si moltiplicarono e si sparpagliarono un po' in tutta la capitale, fino a quando il ginepraio di capanne fatte di bastoni, pezze e plastica finirono per occupare ogni spazio vuoto della città.

La buona e la cattiva notizia. C'è comunque una buona notizia. E cioè, sebbene la fame resti ancora drammaticamente estesa, la carestia accenna a diminuire. La brutta notizia invece - diffusa da Hiiraan Online 2, giornale digitale somalo - è che le donne e le ragazze che vivono ancora nei campi profughi vengono costantemente fatte oggetto di aggressioni e stupri. Nel reportage del quotidiano, costruito con una serie di interviste, le ragazze e le donne parlano di una vita di terrore, per le violenze sessuali compiute con estrema brutalità, perfino su bambine di 8-9 anni, su ragazze adolescenti, o donne anziane, da bande di uomini armati che agiscono impunemente.

Una madre che difendeva le figlie, stuprata e uccisa. Una donna magrissima di 37 anni, madre di una ragazza di 17 anni ha riferito che nel corso di una notte recente alcuni soldati sono entrati nella capanna cercando sua figlia, che avevano visto raccogliere acqua e legna. La donna ha cercato di resistere, tanto da cacciare gli aggressori dalla capanna. Uno di loro però, prima di uscire, le ha dato una bastonata sulla testa e un'altra in pieno volto, facendole saltare i denti. Poi, una volta fuori hanno sparato contro la tenda, uccidendo l'altra figlia della donna, che aveva 12 anni. Quegli stessi uomini sono poi rientrati ed hanno violentato la donna e prima di fuggire l'hanno pugnalata alle costole. La donna è morta, dopo aver avuto il tempo di raccontare quanto le era accaduto al centro Human Right 3 di Mogadiscio

"Ha solo 9 anni ma la vogliono lo stesso". "Un'altra madre ha poi raccontato di tenere nascosta sua figlia di 9 anni, per paura degli stupri. "L'ho faccio di notte per tenerla al sicuro. Quando comincia a far buio ti preoccupi: Verranno stanotte? A volte non dormo, per essere pronta a reagire, ma non ce la faccio sempre a restare sveglia ", ha detto. "Dico a mia figlia di fare attenzione a come si veste, di non farsi notare, anche se ha solo 9 anni e non capisco come possa una ragazzina così piccola essere oggetto di attenzioni sessuali. Ma è così, purtroppo, non  bisogna farsi notare da queste bande di delinquenti assassini".

La paura e il far finta di niente. "Il rischio"Ci sono un sacco di problemi terribili all'interno dei campi, ma nessuno può parlarne. Se lo facciamo sono guai", dice una donna di 24 anni, madre di quattro figli, abbandonata dal marito. "C'è molta violenza, ma la maggior parte delle persone fa finta di niente, nasconde, ha paura. Il governo non fa nulla per proteggere le persone. Il rischio di essere aggrediti da gente impunita c'è ogni singolo minuto di ogni giorno", dice disperata un'altra mamma di tre figlie, tutte sotto i 12 anni.

Il lavoro dell'UNICEF 4. "In Somalia la violenza sessuale contro donne e ragazze è una delle conseguenze peggiori e più diffusa del conflitto in corso; ormai il fenomeno ha assunto una dimensione endemica", dice Sheema Sen Gupta, responsabile del programma di protezione dei bambini dell'UNICEF in Somalia. La maggior parte di questi attacchi si sono verificati a Mogadiscio nei campi sorti per effetto della carestia. E sono le famiglie senza un padre a sopportare il peggio della violenza e dell'abuso. Al culmine della carestia, le madri e i bambini sono fuggiti da soli verso la capitale. I loro mariti e padri sono rimasti nei villaggi d'origine per tutelare la proprietà della famiglia oppure sono già scomparsi, uccisi o dispersi dopo anni di guerra civile.

La disintegrazione delle pubbliche istituzioni. Più di due decenni di conflitti hanno disintegrato in Somalia ogni forma di pubblico potere, di istituzione statale. Non c'è legge, non c'è ordine, né nessuno che abbia l'autorità di farlo rispettare Non c'è nessuna forma di giustizia. La guerra ha formato una generazione di persone che non sanno nulla, ma hanno solo maturato una cultura secondo la quale basta una pistola per dar loro il diritto di fare ciò che vogliono. In aggiunto a tutto questo c'è la sensazione di impotenza percepita da chiunque voglia denunciare stupri, vioenze, aggressioni, ingiustizie. Pochi sono disposti a parlare. E quelli che osano farlo rischiano di essere identificati e puniti.
La Repubblica
01 08 2012

Quando perdeva la pazienza l'uomo non esitava a colpire le figlie di 13 e 14 anni con ganci di ferro, cric del trattore e chiavi inglesi. In almeno un'occasione, ha provato ad investirne una con l'auto: arrestato

Costrette a lavorare tutta la giornata nei campi e ad accudire un gregge di oltre 100 pecore e massacrate di calci e pugni ogni volta che disobbedivano agli ordini. Sono stati gli uomini della squadra mobile di Viterbo, diretti da Fabio Zampaglione, a mettere fine all'incubo di due ragazzine di 13 e 14 anni arrestando il loro padre-padrone, 37 anni, per maltrattamenti in famiglia continuati, di cui era vittima impotente anche la moglie.

Quando perdeva la pazienza l'uomo non esitava a colpire le figlie con ganci di ferro, cric del trattore e chiavi inglesi: in almeno un'occasione, ha provato ad investirne una con l'auto.

E' stata una segnalazione ad innescare le indagini riservate, che in breve hanno consentito di ricostruire uno scenario che gli stessi investigatori non esitano a definire "tragico". La "location" è una piccola masseria, alle porte di un paese della provincia di Viterbo dove il 37enne, pecoraio da giovane e poi responsabile di una piccola impresa, si era negli ultimi tempi riconvertito al lavoro contadino. La famiglia abitava in paese ma ogni mattina all'alba l'uomo caricava le ragazzine sulla sua auto e le portava a lavorare, costringendole ad accudire il gregge, a preoccuparsi di tutte le incombenze relative e a caricarsi di pesi esagerati, tra cui taniche di latte e di acqua da 50 litri. Ad ogni presunta "mancanza" scattavano le botte, pugni, calci allo stomaco e al basso ventre, colpi con oggetti contundenti tali da provocare almeno in un'occasione lo svenimento.

"Le ragazzine - spiega Zampaglione - non avevano alcuna occasione di svago e nessun tipo di vita sociale: d'estate, dovevano restare nei campi dalla mattina alla sera, durante l'anno scolastico ci venivano accompagnate appena finite le lezioni. Una delle due, ha dovuto 'lavorare' anche tutto il giorno prima dell'esame di terza media. Quando siamo andati a prenderle, per poi affidarle con la madre ad una struttura idonea, le abbiamo trovate sporche, malvestite, con lividi un po' ovunque, anche sul collo, e segni di morsi sulle dita". Identico trattamento veniva riservato anche alla mamma, sottoposta ad ogni forma di violenza fisica e morale, ma di recente un po' "trascurata" per via di seri problemi di salute, in particolare alla schiena, e perché molto dimagrita.

E' stato nel corso di audizioni "protette", alla presenza di uno staff di psicologi, che le vittime hanno trovato il coraggio di raccontare la loro odissea. E, tra le altre, è saltata fuori anche l'incredibile storia di un incendio appiccato proprio dal 37enne lo scorso 12 luglio: l'uomo ha raccontato alle figlie di aver visto dei lupi avvicinarsi al gregge e, per dimostrare come si faceva a metterli in fuga, ha dato fuoco a un terreno adiacente la masseria provocando un rogo che ha divorato oltre 20 ettari di terreno, compresa parte di un bosco, e ha richiesto l'intervento di tre squadre dei vigili del fuoco e di mezzi aerei. Ecco perché il "padre-padrone" dovrà rispondere anche di incendio doloso.

La Repubblica
20 07 2012

Un pianto disperato e gli incessanti singhiozzi hanno fatto scattare l'allarme. Un vicino di casa hanno chiamato i carabinieri del Norm della compagnia di Castel Gandolfo che, intervenuti intorno a mezzanotte nell'abitazione di via Tor Paluzzi, a Cecchina, in zona Albano Laziale, hanno trovato un bimbo di 4 anni in lacrime e spaventato. Il piccolo che provenivano dalla casa dove da qualche giorno si era stabilita la coppia di cittadini romeni, un uomo di 22 anni e una donna di 18 anni madre del bambino.

I militari hanno accertato che i due si erano allontanati da casa fin dalle 16, ignorando completamente le esigenze del bimbo, lasciato incustodito e senza cibo. Quando li hanno finalmente rintracciati i genitori hanno tentato invano di giustificarsi riferendo: "Ci siamo allontanati per andare a comprare il pane". Sono stati arrestati per abbandono di minore. Il bambino è stato temporaneamente affidato a una vicina di casa.

NO ALL'ABOLIZIONE DEI CONSULTORI

  • Set 28, 2010
  • Pubblicato in REPUBBLICA
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Un appello collettivo tutto al femminile per difendere i consultori del Lazio. A lanciarlo sono le donne che vogliono dire No alla proposta di legge presentata da Olimpia Tarzia, del Pdl, alla Commissione primaria delle politiche sociali della Regione per cambiare l'assistenza alle donne.
La protesta si è svolta a macchia di leopardo di fronte a tutti i centri di assistenza sanitaria della città perché, secondo le manifestanti, "la proposta Tarzia non parla di noi". Cinquemila le adesioni raccolte finora, anche attraverso Facebook, con una petizione contro la riforma. La proposta di legge Tarzia punta a riformare la disciplina dei consultori laziali riconoscendo le strutture private attive sul territorio, costituite da associazioni familiari o che fanno capo alle diocesi, e  finanziandole con risorse pubbliche se sono accreditate.



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Dopo aver messo in mutande i cittadini…

  • Mag 11, 2009
  • Pubblicato in REPUBBLICA
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Un’intera categoria - banchieri e operatori finanziari - venendo meno a qualsiasi etica ha causato la più grossa crisi finanziaria ed economica del pianeta, ma sembra avere  ancora voglia di impartire lezioni di arroganza maschile e di morale. Una famosa banca olandese Ing Direct ha deciso di rifarsi la faccia ricorrendo agli stereotipi più ignobili per promuovere il suo Conto Arancio. La pubblicità, tornata in auge in questi giorni nei social network, mostra un uomo che parcheggia il Suv sulle strisce pedonali. La vigile in divisa che si avvicina al finestrino roteando la catenella del fischietto prelude già al colpo di scena. Lui abbassa il finestrino e quando lei gli notifica la cifra della multa, risponde prontamente “va bene, sali” ridendo poi sotto i baffi.
“Conto Arancio, ogni giorno un motivo in più per sorridere” è la giusta chiosa della voce fuori campo prevista dai ‘creativi’. Il messaggio non ha bisogno di tante spiegazioni: le donne, si sa, sono tutte prostitute, dunque queste sono le opportunità di lavoro e di soddisfazione personale a cui possono aspirare nella vita.
Deve essere davvero grave la crisi per non avere altra scelta pubblicitaria che strizzare l’occhio (e il basso ventre) ai futuri titolari di conto, tutti uomini ovviamente.
Le donne tutte invece, oltre a lavorare ogni giorno con grande coraggio e dignità in ogni ambito della vita del Paese, prostitute comprese, e fare contemporaneamente i salti mortali per mandare in giro, lindi-e-pinti-mariti-e-figli, potrebbero dedicare 5 minuti del loro tempo per boicottare la banca infame, rimandando al mittente l’uso sessista della loro persona e immagine.

Scrivendo a http://www.ingdirect.it/area_info/contatti.stm?CookieValue=5vbfje3fioyrh545hjj3ai2z

E come dice Enza Panebianco su Femminismo a sud  “servirebbe un esempio di subvertising accompagnato dall'immagine degli uomini della banca che fanno i piazzisti di carne umana (ovvero i pappa)”.
Chiudo con una informazione che anche i più moralisti dovrebbero sapere in tema di prostituzione: il mestiere più antico del mondo – ovvero il cliente – in Italia conta 9 milioni e mezzo di esemplari uomini, quindi almeno uno su tre di nostra conoscenza.

Monica Pepe

di Cristina Cucciniello, La Repubblica
7 giugno 2012

Dagli Stati Uniti al Giappone, passando per l'Italia, migliaia di bambine, dai 5 ai 13 anni, realizzano e condividono video-blog dedicati al trucco, alla moda, agli accessori che portano con sé nei loro zainetti. E aumentano le preoccupazioni. "Non è la tecnologia in sé a fare del male ma il come la si usa", spiega l'esperto, "occorre guidare i bambini a un uso consapevole".

CODICE VIOLENZA. SPORTELLO H24: 6 MESI DI ATTIVITA'

  • Giu 21, 2010
  • Pubblicato in REPUBBLICA
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Primo bilancio del servizio 'Sportello donna H24' del pronto soccorso dell'ospedale romano. Vittime per lo più italiane tra i 29 e i 48 anni, spesso aggredite da marito, convivente, fidanzato o ex-partner

Quasi 20 al mese, per l'esattezza 118 in 6 mesi: tante sono state le donne vittime di violenza che si sono rivolte allo 'Sportello donna H24' del pronto soccorso dell'ospedale San Camillo, un punto d'ascolto di accoglienza, primo in Italia e tra i pochi in Europa, aperto 24 ore al giorno per 365 giorni l'anno. E' quanto emerge dal bilancio dei primi sei mesi di attività dello Sportello, presentato oggi nella capitale.

A rivolgersi al servizio 'in rosa' sono state donne di tutte le età, particolarmente nella fascia tra i 29 e i 48 anni, di tutti i ceti sociali e con diverse occupazioni (basso il numero di quelle che si definiscono 'casalinghe'). Quasi tutte hanno o hanno avuto un partner/marito, quasi tutte hanno figli. A subire violenza e a chiedere aiuto allo Sportello sono, per il 58,5%, italiane e per il 39,8% straniere. "Notevole il fatto - si legge nel dossier - che solo il 5,1% di queste ultime non ha i documenti in regola: questo ci può suggerire che la paura di essere denunciata come 'clandestinà da parte degli operatori sanitari tenga lontane le straniere irregolari ai sensi della vigente legislazione, nonostante il 'pacchetto sicurezzà non abbia introdotto questa norma, e nonostante il San Camillo Forlanini, come altri ospedali, abbia lanciato campagne rassicuranti in questo senso".

Diverse le tipologie di violenza. Si va dall'aggressione, la violenza psicologica, le molestie sessuali, le minacce, la violenza privata, la segregazione o il sequestro, la violenza economica, fino allo stupro. Dallo studio emerge anche che donna su due, quasi il 51%, dichiara all'accettazione che ne è stato autore una "persona conosciuta", specificando l'identità e la natura della relazione soltanto dopo, quando si sente rassicurata e protetta dal servizio.

Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta del marito, del convivente, il fidanzato o l'ex-partner.
Solo nel 7,6% dei casi è un parente della donna (padre, fratello, cognato, ecc.). Il 4,2%, infine, è rappresentato dal datore di lavoro. Anche in questo caso l'età si aggira tra i 29 e i 48 anni, per di più italiano, lavora come libero professionista o come impiegato. La violenza raccontata dalle donne-vittime è di vario tipo: aggressione, sopruso psicologico, molestie sessuali, minacce, violenza privata, segregazione/sequestro, violenza economica, stupro. Dati, spiegano, che confermano in linea di massima quelli forniti dall'indagine istat del 2006, secondo cui le donne italiane tra i 16 e i 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita sono stimate in 6.743.000 E, in particolare, circa un milione di donne ha subìto stupri o tentati stupri.

Altro dato allarmante è, infine, il coinvolgimento dei figli. "Oltre la metà dei figli delle donne che si sono rivolte a sportello donna subisce o ha subito violenza fisica o psicologica, o è stato presente alle aggressioni contro la madre, diventando così vittima della cosiddetta "violenza assistita", che è indicata dalla letteratura scientifica come fonte di disagio e dolore, al pari della violenza direttamente subita". Un fenomeno, conclude lo studio, di "gravità assoluta", che può creare nel tempo "malesseri estremamente seri, predisporre a comportamenti aggressivi, o estremamente passivi e inclini alla soggezione".

Non alto ma significativo (8,5%) anche il numero delle donne che accedono per proprio conto allo Sportello. "Si tratta - si legge nel dossier - di pazienti che si sono recate al pronto soccorso per patologie diverse, non strettamente collegate a un'aggressione recente, e che, incuriosite dalla nostra insegna su una porta che dà direttamente nella sala d'aspetto, entrano per chiedere informazioni su quello che facciamo. Spessissimo tornano".

L'integrazione tra l'ospedale e il servizio è giudicata "eccellente: nel 74,3% dei casi c'è stata una collaborazione attiva con il personale del triage, e nell'8,5% dei casi l'interazione è avvenuta con il personale degli altri reparti". Sportello Donna ha a sua volta coinvolto, in tutte le occasioni in cui se ne è ravvisata la necessità, i servizi interni: l'assistente sociale (4,2%), le mediatrici culturali (2,5%), il servizio di psichiatria (4,2%). "Possiamo correttamente affermare - si legge nel dossier - che la stragrande maggioranza dei casi che sono giunti allo Sportello non sarebbero emersi in alcun modo" se le vittime non avessero potuto giovarsi dello strumento reso loro disponibile dall'azienda ospedaliera San Camillo Forlanini e dalla cooperativa sociale BeFree.

Leggi il Rapporto di Be Free


08 giugno 2010

http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/06/08/news/sportello_donna-4668222/

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