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REPUBBLICA

la Repubblica
18 12 2014

Un progetto della Federazione della aziende sanitarie italiane per estendere a livello nazionale l'esperienza creata cinque anni fa a Grosseto accordo. Sin dal pronto soccorso, operatori appositamente formati individueranno le eventuali vittime di abusi e faranno intervenire una 'squadra' di cui faranno parte all'occorrenza psicologi, assistenti sociali, ma anche magistrati e forze dell'ordine.

Al pronto soccorso le violenze sulle persone fragili, donne e bambini in testa, avranno un codice "rosa-bianco". La Fiaso, cioè la federazione delle aziende sanitarie italiane, estenderà a livello nazionale un modello attivo da tempo in Toscana e creato a Grosseto. Quando in ospedale si presenteranno donne, anziani, bambini, portatori di handicap, o più in generale persone deboli che hanno subìto violenza, non si procederà semplicemente a curare il corpo. I medici e gli infermieri dell'emergenza coinvolgeranno psicologi, assistenti sociali ma anche procure e forze dell'ordine per rintracciare i responsabili, assicurando, se necessario, protezione e sostegno alle vittime.

Secondo Fiaso, che ha messo insieme una serie di studi scientifici, sono almeno tre milioni i cittadini indifesi che potrebbero aver bisogno del "Codice rosa bianca", come è stato chiamato il progetto. Si è deciso così di firmare un protocollo con la Asl di Grosseto, dove il modello è stato inventato 5 anni fa e si è passati da 2 a 450 segnalazioni di violenze domestiche e sessuali all'anno. "Il problema dell'assistenza e delle denunce - spiega la dottoressa della Asl toscana - parte proprio dalla trincea dei pronto soccorso, perché la persona che si rivolge prima alle forze dell'ordine, ai consultori o ai centri anti-violenza ha già la coscienza di essere vittima di violenza. Ma così non è nella stragrande maggioranza dei casi, i milioni di abusi fantasma, che restano senza denuncia ogni anno e che lasciano le vittime sole con il loro dolore". Sempre a Grosseto, modello che verrà ripreso nelle altre aziende sanitarie italiane, c'è una squadra di 40 persone tra medici, sanitari, forze dell'ordine, volontari, psicologi ed assistenti sociali, che comincia a operare da subito, dalla fase di accoglienza al pronto soccorso che i tecnici chiamano "triage". Dopo l'intervento sanitario, il personale formato appositamente chiarisce se c'è da assegnare un altro codice.

Il presidente di Fiaso, Francesco Ripa di Meana, ha anche uno slogan: "Più impegno e meno sdegno. È questa la molla che dovrebbe muovere tutto il sistema amministrativo pubblico. Contiamo, grazie a un effetto domino, di portare questa rivoluzione contro gli abusi ai più deboli nella maggior parte delle nostre aziende sanitarie pubbliche. Tanto più sapendo di poter contare sulla professionalità e la passione dei nostri sanitari. Gli stessi - conclude Ripa di Meana - che hanno reso possibile a Grosseto quello che molti all'inizio giudicavano un sogno di pochi visionari".

Il ministro alla Salute Beatrice Lorenzin ha commentato l'iniziativa della Fiaso ricordando come nelle linee guida stabilite dal ministero della Salute sia previsto uno stanziamento di 50 milioni di euro per l'assistenza psicologica alle donne vittime di violenza. "Il ministero - afferma Lorenzin - , attraverso l'ufficio prevenzione, ha già stabilito le modalità di formazione del personale dedicato e una centrale unica per le informazioni che devono arrivare dai pronto soccorso. La procedura va condivisa con le politiche sociali e il protocollo dovrà essere poi recepito dalle Regioni. Se il fondo sanitario non verrà intaccato, nel 2015 verranno reperite le risorse necessarie".

Michele Bocci

Usa e razzismo, proteste in California: 25 arresti

  • Dic 16, 2014
  • Pubblicato in REPUBBLICA
  • Letto 2107 volte

La Repubblica
16 12 2014

WASHINGTON - Almeno 250 manifestanti hanno circondato il quartier generale della polizia a Oakland, in California, nell'ennesimo giorno di protesta contro il razzismo e i metodi brutali usati dalle forze dell'ordine dopo i casi di Ferguson e New York.

I manifestanti a Oakland hanno anche bloccato l'autostrada, incatenandosi lungo una corsia, al grido di 'Il silenzio e' violenzà e 'Nero e respiro'. La polizia ha arrestato 25 persone per ostacolo a un edificio e a un pubblico ufficiale.

La protesta è stata organizzata per durare 4 ore e 28 minuti: le ore rappresentano il tempo che il corpo di Michael Brown è rimasto sull'asfalto dopo essere stato ucciso da un poliziotto, il 9 agosto scorso; mentre i minuti ricordano che ogni 28 ore un nero viene ucciso in America, secondo uno studio denominato 'Operation Ghetto Storm'.

la Repubblica
12 12 2014

Un fotografo del Washington Post, vincitore di tre premi Pulitzer, è morto di infarto in Liberia mentre realizzava un reportage sull'epidemia di ebola. Cinquantotto anni, Michel du Cille, americano di origini giamaicane, si è accasciato vicino a un villaggio ed è morto durante il trasporto in auto al più vicino ospedale, lontano due ore.

Il Washington Post gli ha reso omaggio ricordandolo per la sua capacità di catturare "immagini delle lotte e dei trionfi dell'uomo" e definendolo "uno dei più bravi fotografi al mondo". Du Cille era arrivato martedì nell'Africa occidentale per un servizio sul virus che ha già fatto quasi 6.400 morti.

Du Cille vinse due premi Pulitzer per la fotografia, con il Miami Herald nel 1986 e nel 1988, con lavori sull'eruzione del vulcano Nevado del Ruiz e sul dramma del crack a Miami. Passò al Post nell'88 e qui vinse, nel 2008, il Pulitzer per il Public service con i reporter Dana Priest e Anne Hull per una serie di foto sulla cura dei veterani di guerra negli Stati Uniti.

"Siamo distrutti - dichiara il il caporedattore esecutitov del Washington Post, Martin Baron - abbiamo perso un collega amato e uno dei più grandi fotografi al mondo".

Le sue parole sull'Ebola. E' stato lo stesso du Cille a raccontare, sul post, la sua esperienza in Liberia per fotografare l'emergenza Ebola. "Sono stato sempre orgoglioso nei miei oltre 40 anni di carriera come fotogiornalista dell'offrire dignità ai soggetti che fotografo, specialmente quelli che sono malati o in difficoltà di fronte a una fotocamera. Il mio recente lavoro in Liberia è stata una sfida per me. Il rispetto è una delle ultime e uniche cose che il mondo può offrire a un persona che è morta o sta per morire. Ma la fotocamera stessa a volte sembra un tradimento di quella dignità che si spera di offrire (...) Come si dà dignità all'immagine di una donna che è morta e giace a terra, ignorata, non coperta e sola mentre la gente passa, o solo guarda da lontano? Ma credo che il mondo debba vedere gli effetti orribili e disumani dell'Ebola. La storia va raccontata, così andiamo in giro con dolcezza e evitando intrusioni estreme (...) Raccontare Ebola vuol dire essere vicini, a distanza di scatto, con la devastazione del virus. Questo lavoro mi ha portato faccia a faccia con un altro aspetto dis-umanizzante del virus: la paura. Sapendo che un pericolo silenzioso si nasconde in una persona infetta da Ebola, un semplice tocco può farci ammalare. In Monrovia, dove è passato due settimane, la paura è sempre presente. Tra la gente, e tra i fotografi".



La Repubblica
10 12 2014

Almeno 3.419 migranti hanno perso la vita nel Mar Mediterraneo da gennaio: una traversata che diventa così la "strada più mortale del mondo". Si tratta di un bilancio record. Lo annuncia l'agenzia Onu per i rifugiati. Dall'inizio dell'anno, afferma l'UNHCR, sono stati oltre 207.000 i migranti che hanno tentato di attraversare il Mar Mediterraneo: una cifra quasi tre volte superiore al precedente record del 2011 quando 70.000 migranti erano fuggiti dai loro paesi durante la primavera araba.

Con i conflitti in Libia, in Ucraina e in Siria-Iraq, l'Europa è la principale metà dei migranti via mare. Quasi l'80% delle partenze avvengono dalla costa libica verso l'Italia e Malta. La natura clandestina di queste traversate rende paragoni attendibili con gli anni precedenti difficili, premette l'Unhcr, ma in base ai dati disponibili, il 2014 avrebbe registrato un livello record di persone che hanno effettuato questi pericolosi viaggi. E nel 2014 il numero di richiedenti asilo è cresciuto. E per la prima volta, quest'anno, le persone provenienti da paesi fonte di rifugiati (soprattutto Siria ed Eritrea) sono inoltre diventati una "componente essenziale di questo tragico flusso", pari a quasi il 50%.

Oltre al Mediterraneo, vi sono almeno altre tre principali rotte di navigazione usate dai migranti e le persone in fuga da conflitti o persecuzioni: nella regione del Corno d'Africa, 82.680 persone hanno attraversato il Golfo di Aden e il Mar Rosso nel 2014. Nel sud-est asiatico, la stima è di circa 54.000 partiti da Bangladesh o Birmania verso Thailandia e Malesia. Nei Caraibi infine, il dato è di almeno 4.775, afferma Unhcr. I dati sono stati diffusi nel giorno dell'apertura a Ginevra di un forum di discussione organizzato dall'Alto commissario dell'Onu per i rifugiati, António Guterres, e incentrato quest'anno sulla protezione dei migranti nel mare.

la Repubblica
04 12 2014

"Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte / c'erano solo cani e fumo e tende capovolte / tirai una freccia in cielo per farlo respirare / tirai una freccia al vento per farlo sanguinare / la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek... Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek". Grazie a Fabrizio De Andrè e a Massimo Bubola, all'epoca stretto collaboratore del grande cantautore genovese, dal 1981 tanti italiani sanno che qualcosa di terribile accadde lungo le rive del Fiume Sand Creek, in Colorado. Era il 29 novembre del 1864, la fratricida Guerra di Secessione volgeva al termine, all'orizzonte la vittoria degli abolizionisti del Nord, quando la furia del 3° Reggimento dei Volontari del Colorado del colonnello unionista John Milton Chivington si abbattè sui Cheyenne e gli Arapaho accampati nei pressi di un'ansa del fiume, trucidando 200 nativi, per oltre due terzi donne e bambini inermi.

In questi giorni i discendenti di quelle tribù ricordano i 150 anni esatti trascorsi da quel massacro. Celebrano le loro vittime, ma anche chi, quel giorno, sull'altro fronte, ebbe il coraggio di dire no. Infilandosi tra le pieghe della guerra civile, due ufficiali, il capitano Silas Soule e il tenente Joseph Cramer, si rifiutarono di partecipare alla scrittura di una delle pagine più cruente dell'epopea americana. E' a loro che i nativi americani, riunitisi per quattro giorni a Eads, circa 300 chilometri a sud-est di Denver, hanno rivolto il pensiero. Fino a rendere onore ai due ufficiali con una visita alle loro tombe, al Riverside Cemetery della capitale del Colorado.

A caricare di valore e umanità il diniego del capitano Soule e del tenente Cramer è il fatto che i volontari di quel reggimento fossero uomini assoldati con il preciso compito di massacrare quanti più indiani possibile, per far "rispettare" il proclama del governatore Evans che esortava la popolazione a cacciare ed eliminare il numero maggiore di nativi. In particolare quelli che, per diffidenza verso i bianchi o per semplice ignoranza, non avevano obbedito all'ingiunzione con cui nell'estate del 1864 Evans aveva ordinato alle tribù di insediarsi nei dintorni di Fort Lyon, in Colorado.

Fu una lunga estate di schermaglie, durante la quale gli indiani ebbero per primi l'occasione di sconfiggere il nemico. Ma si trattennero dal farlo perché convinti di poter trattate un accordo di pace con le autorità. Un capo cheyenne, in particolare: Pentola Nera, che desiderava fortemente la pace e, dietro assicurazione che nulla sarebbe accaduto, obbedì all'ordine di accamparsi lungo il Sand Creek, poco lontano da Fort Lyon. Alla sua tribù si unì quella degli Arapaho del capo Mano Sinistra. In quell'ansa dove il fiume ha la forma di un ferro di cavallo si stabilirono in 600, tra Cheyenne e Arapaho, per due terzi donne e bambini.

Il giorno dell'attacco, la maggior parte dei guerrieri si trovava a decine di chilometri "sulla pista del bisonte". La fiducia nei bianchi era tale che all'alba di quel 29 novembre del 1864 il villaggio scambiò il rimbombo del terreno calpestato dagli zoccoli del 3° Reggimento proprio per una mandria di tatanka in rotta di collisione con il villaggio. Quando il pericolo mostrò il suo vero volto, era ormai troppo tardi. E nell'accampamento fu l'inferno. Alla vista dei soldati che arrivavano al galoppo, le donne e i bambini corsero via tra le tende, mentre i pochi uomini d'istinto andarono a recuperare le loro armi.

Il capo Pentola Nera cercò ancora di rassicurarli, i soldati non avrebbero fatto loro del male. E attese l'arrivo del 3° Reggimento davanti alla sua tenda, dove aveva piantato una bandiera americana in cima a un palo. Nonostante gli accordi, il colonnello Chivington fece circondare l'accampamento e incurante di quella bandiera diede l'ordine di attaccare. Alla fine, i pochi sopravvissuti conservarono la vita solo perché il 3° Reggimento non era ben addestrato. Era composto da un'accozzaglia di mercenari, spesso 'caricati' a whisky. Nel suo rapporto ufficiale, Chivington scrisse di aver perso 9 uomini, 38 i feriti. Molti furono vittime del fuoco amico.

Capo Pentola Nera riuscì a salvarsi. Dopo una notte passata all'addiaccio, uscì dal dirupo in cui si era riparato e guidò ciò che restava della sua gente verso est, una marcia di 80 chilometri per ricongiungersi con i loro guerrieri lontani, sulle tracce del bisonte. Tra mille sofferenze, a piedi, seminudi e senza cibo. "Per 80 chilometri sopportarono il gelo dei venti, la fame e i dolori delle ferite, ma alla fine raggiunsero il campo di caccia". La notizia del massacro di Sand Creek corse veloce tra le nazioni Cheyenne, Arapaho, Sioux, assieme alla promessa della vendetta effimera, che arrivò solo dodici anni dopo tra le colline di Little Big Horn a spese del generale Custer. Ma la memoria dei nativi americani per 150 anni ha conservato anche i nomi di Soule e Cramer.

Il capitano Soule, in particolare, il giorno del massacro ordinò ai suoi uomini di attraversare l'accampamento senza fare fuoco. Il colonnello Chivington lo accusò di codardia. Soule e altri sei uomini furono arrestati. Ma il capitano ebbe il coraggio di denunciare tutto e riuscì a portare il colonnello Chivington davanti a una commissione d'inchiesta. Il Congresso avviò un'indagine formale, ma il capitano Soule non portò a termine la sua testimonianza: una settimana dopo il rilascio fu assassinato a Denver. Non aveva compiuto 26 anni.

Il colonnello Chivington lasciò l'esercito e scampò così al giudizio della Corte Marziale. Ma le sue ambizioni politiche annegarono presto nello sdegno che gli americani provarono nell'ascoltare un giudice dell'esercito affermare formalmente che "Sand Creek era stato un atto di profonda codardia e una strage perpetrata a sangue freddo, un gesto sufficiente a coprire i colpevoli di infamia indelebile, e nel contempo, a suscitare indignazione in tutti gli americani". Qualcuno, il 29 novembre del 1864, aveva salvato anche l'uomo bianco.

Paolo Gallori

La Repubblica
03 12 2014

A sfilare universitari, precari, sindacati di base a Palazzo Madama, dove si discute la riforma del lavoro varata dal governo Renzi. Spintoni e lancio di petardi contro le camionette degli agenti. Poi gli scontri in via Florida, feriti alcuni giovani con il volto sanguinante. Slogan contro Gianni Alemanno e Massimo Carminati.

Studenti in corteo: "Stop Jobs Act". Scontri vicino al SenatoTutti al Senato al grido di "Stop Jobs Act". Sfila per le vie del centro di Roma il corteo organizzato dal Laboratorio nazionale dello sciopero sociale, partito dalla stazione Colosseo della metro B. In testa lo striscione "Stop Jobs Act! Per salario minimo europeo e reddito di base, no Sblocca Italia - no Piano scuola". In marcia più di un centianio tra precari, studenti medi e universitari, associazioni, sindacati di base, che a largo Sant'Andrea della Valle si sono uniti agli attivisti in arrivo da Napoli, Bologna, Pisa, Padova e Venezia.

Qui la tensione è salita: sono state lanciate uova, fumogeni colorati e un petardo contro le camionette delle forze dell'ordine che presidivano il Senato, poi spintoni con i finanzieri in via di Torre Argentina, gli agenti hanno respinto una trentina di giovani e gli altri sono rimasti indietro. Alla fine, i manifestanti, alcuni con il volto coperto, sono tornati in via del Plebiscito diretti a piazza Venezia, ma sono stati bloccati dagli agenti. La situazione è degenerata: dopo mezz'ora di trattativa con le forze dell'ordine, in via Florida, gli agenti hanno temporeggiato prima di spostarsi, i manifestanti hanno tentato di avanzare e sono partite le cariche. Feriti alcuni studenti con il volto sanguinante. Sono state chiuse le vie attorno a Largo Argentina e a piazza Venezia e i manifestanti si sono concentrati in piazza dell'Enciclopedia italiana.

Numerosi i cartelli esposti durante la protesta come "Basta precarietà", "Reddito per tutti", "Il vero degrado è il lavoro gratuito". E non sono mancati slogan contro Gianni Alemanno e Massimo Carminati, l'ex sindaco indagato e l'ex Nar arrestato nell'indagine 'Mondo di mezzo' sugli intrecci tra mafia, politica e affari nella capitale che ha portato all'arresto di 37 persone. "Chi ha scritto il Jobs Act andava a cena con la cricca di Carminati e Alemanno. Vergognatevi!", hanno urlato dal camion i manifestanti.
Scuola, studenti in corteo: cariche vicino al Senato.

"E' una giornata di contestazione a un decreto infame, che riscrive in peggio le regole del mercato del lavoro e stabilizza la condizione di precarietà", spiegano gli organizzatori, annunciando: "Se oggi viene approvato il Jobs Act, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane saremo in strada in tutta Italia per continuare a combattere". L'appello è "alle sensibilità democratiche che ancora resistono nel Senato della Repubblica a tradurre le parole in fatti facendo ostruzionismo e opposizione in ogni modo all'approvazione della legge".

Tra lo sventolio di fumogeni rossi e blu lungo via dei Fori Imperiali, dal camion si sono susseguitigli interventi: "Vogliamo spazzare via la 'Terra di mezzo', dove criminali, fascisti e faccendieri dettano legge. I colpevoli sono dentro ai Palazzi, li andremo a cercare,dimostriamo la voglia di cambiare questo Paese, estirpare il cancro che governa Roma e l'Italia da troppi troppi anni", grida un manifestante al microfono. A Renzi oggi lo diciamo chiaro: il tuo Jobs Act non lo vogliamo!", ha aggiunto. Ricordate anche "le decine di scuole occupate a Roma, Napoli, Milano, Bologna. La vera 'buona scuola' non ha paura di presidi infami e studenti che rimangono in classe, invece di riprendersi gli spazi per costruire un futuro migliore".

La Repubblica
01 12 2014

"La legge di stabilità vuole cancellare il principio che bisogna pensare non solo al presente della ricerca. Presidente, è una scelta miope". "E non le scrivo per lamentarmi, qui in Inghilterra sto benissimo, ma sono stato costretto a venirci"

di COSIMO LACAVA

Repubblica.it ha ricevuto la lettera che Cosimo Lacava - trentadue anni, ricercatori andato all'estero come migliaia di altri giovani - ha indirizzato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. L'analisi della Legge di Stabilità, le misure che riguardano la ricerca. Per chiedere al Presidente di "scongiurare" quelle modifiche che lascerebbero i ricercatori in un infinito limbo di precariato.

Ecco il testo della lettera:

Egregio Presidente della Repubblica,

Il mio nome è Cosimo Lacava, ho trentadue anni, il mio mestiere è fare ricerca, nell'ambito dell'optoelettronica per le comunicazioni in fibra ottica. Le scrivo questa lettera dopo aver appreso di alcune delle misure che il Governo attuale intende portare avanti riguardo l'Università e la Ricerca. In particolare mi riferisco alla norma prevista dall'art. 28, comma 29 della Legge di Stabilità in discussione in Parlamento in questi giorni.

Tale norma intenderebbe cancellare quanto previsto dall'art. 4 del decreto legislativo 49/12, che introduceva un principio sacrosanto: e cioè che si dovesse pensare anche al futuro e non solo al presente della ricerca e della didattica delle università; e che le risorse disponibili dovessero essere equamente distribuite tra le progressioni di carriera (legittime) e le immissioni in ruolo di giovani ricercatori del tipo b (a norma della legge 240/10), l'unica figura con una prospettiva certa e chiara, dopo tre anni di lavoro di ricerca di qualità, certificato dall'ottenimento dell'abilitazione nazionale da professore associato, di poter entrare a far parte dell'organico stabile dell'università.

L'abolizione di quel principio, Presidente, rappresenterebbe una scelta miope e insensata perché non guarderebbe al futuro, ma solo al presente, peggiorando un quadro già compromesso, con il rischio di ridurre il capitale umano futuro della Ricerca Italiana; quel capitale umano che dovrà innovare e confrontarsi con le altre realtà accademiche europee e mondiali; una scelta che darebbe l'avallo a quella politica universitaria incline a premiare chi sia già immesso stabilmente in ruolo. Anche dal punto di vista simbolico, si tratterebbe di un pessimo segnale per i più giovani.

Le chiederei pertanto, sapendo dell'attenzione con cui ha da sempre guardato al sistema universitario e al suo futuro, di fare quanto nelle sue possibilità istituzionali e politiche per scongiurare quella modifica normativa che la Legge di Stabilità vuole introdurre.

Le scrivo anche, Presidente, per raccontarle la mia storia, una storia, sono sicuro, identica a tante altre, ma che forse vale la pena di essere raccontata, per evitare che tutto diventi normale, accettato. La mia storia è semplice: sono nato a Grottaglie, provincia di Taranto. Mio padre ha lavorato per quaranta anni all'Ilva di Taranto. Grazie ai suoi sacrifici ho studiato Ingegneria Elettronica (Laurea triennale, al Politecnico d Bari) e poi ho deciso di iscrivermi alla laurea magistrale in Ingegneria Elettronica a Pavia, Università piena di eccellenze nel campo che più mi interessava, appunto l'optoelettronica.

Ho concluso il mio percorso a Pavia dopo due anni e, grazie all'entusiasmo di alcuni dei docenti che mi hanno seguito, ho deciso che nella vita avrei voluto fare ricerca, che avrei voluto avere il loro stesso entusiasmo, e che mi sarebbe piaciuto, in futuro, "contagiare" altri studenti come me.

Ho deciso allora di iscrivermi al concorso di dottorato, di cui sono risultato vincitore con borsa. E' stato uno dei momenti più belli della mia carriera di studio, perché in quel momento ho capito che "era una cosa possibile" e che la ricerca italiana, in qualche modo, aveva deciso di investire risorse su di me. Circa un anno fa ho concluso il dottorato. Sono stati tre anni intensi, in cui chi mi ha seguito mi ha letteralmente "insegnato un mestiere" da zero, quello da ricercatore.

In questi anni non sono peraltro riuscito a ignorare l'altra grande passione della vita: fare Politica. Ho sempre fatto Politica, fuori dall'Università, e dentro l'Università; penso che fare Politica significhi cercare di risolvere problemi, semplicemente. Quando faccio politica mi sento al posto giusto, nel momento giusto, perché mi rendo conto che ci sono dei problemi da risolvere, e in qualche modo la passione mi aiuta a capire qual è la soluzione. Solo chi fa questa cosa ogni giorno sa cosa intendo dire, e Lei, Presidente, sono sicuro che capisce ciò che intendo.

Dopo un anno di post dottorato ho dovuto abbandonare tutto questo. Ho dovuto lasciare il mio lavoro in Italia perché mi sono reso conto (e non è difficile arrivare a questa conclusione) che non esistevano (e non esistono) prospettive qui per chi vuole fare il mio lavoro. Sono dovuto andare all'estero, abbandonando un potenziale gruppo di ricerca in crescita; e ciò nel mentre il nostro Governo vuole varare norme come quella di cui le scrivevo in principio, che vanno nella direzione sbagliata, non guardano al futuro, e che, poiché ingiuste, abbattono il morale di quanti, tra i più giovani, vorrebbero e vogliono continuare a fare ricerca nel nostro amato Paese.

Oggi nell'Università italiana si resiste, Presidente, nulla più: si cerca (e in diversi casi, peraltro si riesce, al prezzo di enormi sacrifici!) strenuamente di fare ricerca di qualità con pochi fondi (e quindi poco personale) e pochi mezzi.

So già cosa potrebbero dire alcuni leggendo questa lettera: i soldi vanno trovati altrove, fondi Europei, ecc. Tutto vero, ma questo, almeno dal dipartimento da cui arrivo io, viene fatto, e anche bene. Non si può fare di più perché continuando a tagliare fondi si taglia la base su cui noi ricercatori dobbiamo poi costruire il resto, e trovare poi fondi esterni. E' un concetto semplice: se non esiste la base, non si può costruire quello che viene dopo.

Per non parlare dell'incredibile vicenda dei progetti Sir, banditi in febbraio, scaduti a marzo (un mese per scrivere un progetto?) e di cui non si conoscono gli esiti a oggi (nel mezzo, una storia fatta d'inefficienza e incompetenza, ma non mi dilungo oltre). Qualcun altro dirà che è bene fare "un'esperienza all'estero"; non posso che essere d'accordo a patto che ci sia la possibilità di ritornare e che l'Italia ospiti altri ricercatori da altre parti del mondo per arricchirsi anch'essa. E' cosi in questo momento? Assolutamente no.

In questo momento io vivo a Salisbury, una cittadina inglese del Wiltshire. Ogni mattina alle 7.30 prendo un treno che mi porta a Southampton, dove lavoro. La mia ricerca è d'interesse internazionale e potrebbe portare, nei prossimi anni, tante innovazioni nel campo delle comunicazioni a banda larga che, sicuramente, saranno anche d'interesse primario per il nostro Paese.

Non so quantificare con precisione quanto lo Stato abbia speso per la mia formazione: so che il costo per lo Stato della formazione di un dottore di ricerca, dalla scuola primaria fino al conseguimento del titolo di Dottore di Ricerca, viene stimato in 500.000 euro. Oggi un altro Paese "trae" vantaggio da questo, senza nulla in cambio. E le statistiche di questi ultimi anni, che non le riporto, Presidente, perché immagino le conosca, raccontano di un vero e proprio esodo verso l'estero di tanti, tantissimi giovani come me. Questo non è normale, e vorrei che qualcuno se ne accorgesse.

Infine, ci terrei ad aggiungere, Presidente, che questa non è una lettera per comunicare "quanto sto male"; al contrario, io sto benissimo, mi sento "un privilegiato" perché faccio un lavoro che mi piace, che mi appassiona, lo stipendio che ricevo è giustamente proporzionato al lavoro assegnatomi e le prospettive che ho sono promettenti. Vivo bene e sono felice, vorrei però poter decidere di farlo nel mio e per il mio Paese.

In questi momenti mi rendo conto che anche contribuire al bene comune del nostro Paese sta diventando un privilegio per noi Italiani; e mi creda, Presidente, questo fa male, molto male. Vorrei, al contrario, poter tornare, e tornare ad investire una consistente parte del mio tempo libero in impegno civile e politico, per lasciare un Paese migliore alle generazioni che seguiranno. Il resto del tempo vorrei semplicemente lavorare, e fare il mio lavoro, attraverso cui, ugualmente, contribuire al bene comune e dimostrare anche che l'investimento fatto su di me è stato un buon investimento. Con un cordiale saluto,

Southampton, 27/11/2014

La Repubblica
26 11 2014

I colori e le ragioni dell'antifascismo. Le radici della nostra Costituzione. La cultura della democrazia. Temi che saranno moltiplicati in 130 piazze lungo tutta l'Italia. Spalmati da nord a sud, dalle città metropolitane fino ai centri urbani più piccoli. Un gazebo, ad esempio, sarà allestito anche in piazza Giacomo Leopardi a Recanati. Proprio nelle Marche, peraltro, oggi c'è anche la vicepresidente più giovane: 19 anni. Ad Arcore in Lombardia, invece, la sezione è guidata da un 35enne, a testimoniare, di fatto, il ruolo attrattivo di un'associazione nei confronti di chi, per evidenti motivi generazionali, la Resistenza non l'ha vissuta né fatta. I partigiani dell'Anpi sono pronti a dare il via alla giornata nazionale del tesseramento di domenica 30 novembre. Una giornata a cui, tra gli altri, anche la cantante Giorgia ha voluto fornire il proprio sostegno.

L'appuntamento. Per l'Anpi la giornata di domenica sarà un'occasione per incontrare i cittadini e riflettere con loro "del difficile momento che sta attraversando il nostro Paese, per parlare di neofascismo e di antifascismo, di lavoro come fondamento della Repubblica, di rinnovamento della politica, di democrazia". Un'attenzione particolare riguarderà le riforme costituzionali del governo Renzi.

L'appello del presidente. Classe 1923, avvocato, politico, docente e partigiano, il presidente nazionale Anpi, Carlo Smuraglia, dice no alle modifiche della Costituzione e no ai cambiamenti senza che i cittadini siano consultati. Non è casuale, dice, la disaffezione dimostrata in Emilia Romagna alle elezioni regionali del 23 novembre scorso. Nel mirino soprattutto la riforma del Senato "già approvata in prima lettura in una versione che non potrebbe essere più inadeguata" - sostiene - "anche rispetto alle linee portanti della Costituzione, nonché alla legge elettorale, passata alla Camera in un testo contrario alle indicazioni della Corte Costituzionale e non corrispondenti alle attese e ai diritti dei cittadini". Smuraglia ribadisce, di contro, "l'opportunità, se non anche la necessità, di differenziare il lavoro delle due Camere; l'esigenza di mantenere comunque un valido sistema bicamerale, rinnovato, ma sempre con due Camere che hanno uguale prestigio".

All'aula di Palazzo Madama sarebbero da attribuire "alcune funzioni fondamentali come la partecipazione effettiva alla formazione delle leggi in materia costituzionale ed elettorale, trattati e rapporti internazionali, principi generali in materia di autonomie e diritti fondamentali. Al Senato sarebbero da attribuire, poi, seri e severi poteri di controllo sull'esecutivo, sull'amministrazione pubblica e sulla concreta applicazione ed efficacia delle leggi approvate. Se si realizzassero questi obiettivi si otterrebbe il risultato di eliminare il bicameralismo perfetto e nel contempo si terrebbe fermo quel sistema di garanzie, di pesi e contrappesi che, con intelligenza e sensibilità costituzionale, fu costruito dal legislatore costituente e che deve essere mantenuto". Proprio l'Italicum, già approvato a Montecitorio ma in attesa di approdare a Palazzo Madama, fa dire a Smuraglia "meno male che il Senato c'è".

Identikit del tesserato e numeri. Nel 2013 gli iscritti all'Anpi erano 130mila. Di questi, il 40% donne e il 20% giovani tra 18-25 anni. Sul totale, i partigiani tesserati erano 10mila. Alcune particolarità: la sezione di Lazzate (in provincia di Monza) ha un presidente di 26 anni e un vice di 27. La sezione di Arcore ha una presidente di 35 anni. Ad Ascoli Piceno nel 2012 è stato ricostituito il comitato provinciale con una vicepresidente di 19 anni. Presente in tutte le 110 province italiane (al sud si distinguono Taranto, Potenza, Salerno, Benevento, Catanzaro e Palermo), l'Anpi è anche in Belgio, Lussemburgo, Francia, Inghilterra, Germania, Repubblica Ceca, Svezia e Svizzera. Per la prima volta, l'anno prossimo la ricorrenza del 25 Aprile sarà celebrata assieme a Colonia e Francoforte, in Germania.

A Milano contro il raduno 'nazi'. Rispetto al calendario e alla data del 30 novembre, l'eccezione sarà Milano dove la giornata del tesseramento sarà anticipata a sabato 29. Una scelta dettata - dice l'Anpi - dalla necessità di contrastare il raduno neonazista degli Hammerskin "nel quadro preoccupante di un crescendo di provocazioni in camicia nera, in una città medaglia d'oro per la Resistenza" E per rispondere alla "manifestazione paramusicale animata da band provenienti da diversi Paesi europei, tutte con una inequivocabile matrice nazi", andrà in scena una mobilitazione democratica che culminerà sabato dalle 14 alle 18.30 con un raduno antifascista alla Loggia dei Mercanti: qui, infatti, ci sarà una 'pagoda' dell'Anpi con l'intervento del presidente nazionale Carlo Smuraglia.

I messaggi. Dalla cantante Giorgia alla segretaria della Cgil, Susanna Camusso, fino al fumettista Sergio Staino passando per l'Arci guidata da Francesca Chiavacci (che all'Anpi è legata da "vicinanza storica" oltre che da "un vincolo di amicizia") e pensionati dello Spi con Carla Cantone in testa, non mancano i messaggi inviati ai partigiani da artisti, intellettuali e associazioni in vista di domenica. Scrive Giorgia: "È con gratitudine che seguo l'Anpi e con coscienza la sostengo, perché è alla coscienza che l'Anpi si rivolge, in senso di consapevolezza. L'anima di questo si nutre e in un tempo di follia e oblìo come questo è fondamentale il riconoscimento per chi si è battuto con estremo sacrificio prima di noi e per noi, per il naturale e ovvio, ma troppo spesso negato, diritto alla libertà, che è base dell'etica universale ed è altrettanto fondamentale ricordarsi ogni giorno che questa è una lotta tutt'ora in atto ed ogni piccolo gesto verso la libertà, la verità e l'uguaglianza nei diritti fa la differenza".

la Repubblica
27 11 2014

Una ragazza di 22 anni è stata ferita alla testa con un colpo di fucile vicino Roma ed è morta poche ore dopo. E' accaduto ieri sera intorno alle 21.30 in un'abitazione in via Monte Pellegrino a Sacrofano, alle porte della capitale.

La 22enne era stata ricoverata in fin di vita all'ospedale Sant'Andrea ed era stata sottoposta in nottata a un delicato intervento chirurgico ma non ce l'ha fatta.

I carabinieri hanno arrestato il compagno, un uomo di 42 anni, con l'accusa di omicidio: sarebbe stato lui ad esplodere il colpo con un fucile che avrebbe la matricola abrasa. Ancora da chiarire i motivi del gesto. Si ipotizza che il ferimento sia avvenuto al culmine di una lite.

La Repubblica
26 11 2014

Alle 9.33 di questa mattina un presidente sloveno della Corte di Giustizia europea, Marko Ilesic, ha sentenziato che i contratti a tempo determinato per gli insegnanti italiani sono illegittimi rispetto alle norme europee, che i precari che hanno superato i trentasei mesi di insegnamento a scuola devono essere assunti oppure risarciti. È una sentenza attesa, ma che ora deflagra in tutta la sua potenza.

Il bacino degli insegnanti precari che sono stati in cattedra più di tre anni è tra le 250 e le 300 mila persone. Se si rivolgeranno a un tribunale del lavoro italiano, con questa sentenza europea che fa giurisprudenza, la strada della loro assunzione diventerà certa. Chi nel frattempo ha già trovato un impiego al di fuori della scuola potrà chiedere un risarcimento. La sentenza, che interessa anche il personale amministrativo (Ata) della scuola italiana, prevede un risarcimento anche per gli scatti d'anzianità fin qui non riconosciuti.

Il sindacato Anief, che iniziò questa battaglia cinque anni fa, ora calcola in due miliardi a carico dello Stato i potenziali risarcimenti. E l'avvocato Walter Miceli, che cura il ricorso dal 2012, quando la Cassazione lo fermò e un Tribunale del lavoro di Napoli chiese successivamente lumi alla Corte del Lussemburgo, allarga la platea dei possibili lavoratori sanabili: "Questa sentenza può essere applicata a tutto il pubblico impiego, chi ha un'anzianità di lavoro superiore ai tre anni non potrà più avere contratti a tempo determinato. L'interpretazione della Corte europea è vincolante per tutti i giudici".

La Buona scuola di Renzi-Giannini, che a gennaio dovrebbe diventare un decreto, prevede l'assunzione di 148 mila precari, la metà di quella contabilizzati dai sindacati italiani. Marcello Pacifico, segretario dell'Anief, dice: "Dopo tanti anni di sacrifici per mantenere una buona scuola giorno per giorno i precari italiani possono avere giustizia".

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