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REPUBBLICA

La Repubblica
09 11 2014

Da Nord a Sud, i beni sequestrati e confiscati alle mafie nell'ultimo anno valgono come un quarto della prossima finanziaria; per legge devono essere riutilizzati per la collettività, ma mostrano prima di tutto che le cosche possano essere sconfitte. Il caso dell'agrumeto di una cooperativa sociale bruciato dalla 'ndrangheta e i dati forniti da don Ciotti: il 61% dei disoccupati è disposto a lavorare in un'attività collusa con la criminalità organizzata.

di STEFANO PASTA

Beni confiscati alle mafie, quando il tesoro dei boss diventa impresa sociale"Riprendiamoci il maltolto": recitava così la campagna di Libera che nel 1996 portò, con oltre un milione di firme raccolte, all'approvazione della legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. "Andate a cercare dove investono il denaro, confiscate i beni e restituiteli alla comunità mi disse più di trent'anni fa il generale Dalla Chiesa", ricorda don Luigi Ciotti. Secondo il Ministero dell'Interno, sono 10.769 (di cui 709 aziende) i beni sequestrati e 3.513 (161 aziende) quelli confiscati in solo un anno, dal 1 agosto 2013 al 31 luglio 2014. Questo "tesoretto" vale 7 miliardi di euro, cioè un quarto della prossima Finanziaria o quanto lo Stato spende per l'intero sistema universitario. Tra le prime sei regioni interessate, ci sono l'Emilia Romagna e la Lombardia, a conferma di come non sia un fenomeno solo meridionale. A Milano, le ultime inaugurazioni sono un centro diurno per giovani, in un un'ex tavola calda usata come base dello spaccio nel quartiere Stadera, e la "Casa della legalità" in via Curtatone.

La pizzeria nel covo del boss e l'uliveto intitolato a Rita Atria. Se ne è parlato ieri al convegno "Fare impresa sociale e buona economia con i beni confiscati alle mafie si può!", organizzato a Milano dall'Unicredit Foundation in collaborazione con Libera. Nell'ultimo anno e mezzo, la Fondazione bancaria ha stanziato 1 milione e 200mila euro per sostenere dieci progetti in varie regioni italiane. Gli ultimi sono per la pizzeria "Wall Street" di Lecco, sorta nel covo che il boss della 'ndrangheta Franco Coco Trovato usava per riciclare denaro sporco, gestire traffici di droga, ordinare agguati, e per la cooperativa "Rita Atria" di Trapani, che si è vista distruggere gli ulivi di un terreno che ha in gestione e che prima apparteneva ad un boss. Del resto, il solo nome dell'attività è una sfida alla mafia: Rita è la diciassettenne, figlia di un mafioso ucciso da una cosca rivale, che nel 1991 decise di non lasciare che la verità "passeggiasse" per Partanna (Tp) senza che nessuno parlasse. Andò da Paolo Borsellino, a cui si legò come un padre, e raccontò tutto ciò che sapeva. Ma una settimana dopo che il giudice venne ucciso, si buttò dal settimo piano dell'appartamento di Roma dove viveva in segreto. Nessuno andò al funerale, la madre l'aveva ripudiata e andò al cimitero solo per distruggere la sua lapide a martellate.

Quando le mafie ti bruciano l'agrumeto. "L'uso sociale dei luoghi confiscati - spiega la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli - è la miglior bandiera della legalità perché mostra che vincere le mafie è possibile". Secondo don Ciotti, "questi beni diventano un'occasione di rigenerazione quando fanno nascere speranza, dignità e lavoro, nel segno di un'economia che non dimentica il senso etico d'impresa per il bene comune". Non mancano le difficoltà, specie al Sud, dove gli appezzamenti agricoli si prestano bene alle rappresaglie delle cosche. Lo racconta Giuseppe Carrozza del consorzio Terre del sole, che a Placanica di Melito Porto Salvo, provincia di Reggio Calabria, gestisce un terreno confiscato con 2100 alberi di agrumi e di bergamotto, alla base dell'industria profumiera. "Nel giugno 2013 - spiega - un incendio doloso ha distrutto buona parte delle piante; sono seguiti danni e attentati alle condutture d'acqua, in una zona dove il controllo delle risorse idriche è decisivo". A Isola Capo Rizzuto, in un terreno del clan Arena passato in gestione a Libera, nessuno voleva trebbiare l'orzo, finché non intervenne la Forestale.

Fino a dieci anni per assegnare i beni confiscati. Tra i problemi, c'è anche la lentezza dello Stato. Occorrono in media cinque anni, a volte anche dieci, prima che il tesoro dei boss venga assegnato alle associazioni. In tutto questo tempo, i beni rischiano di rovinarsi e perdere valore. Molti puntano il dito contro l'Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati, con sede principale a Reggio Calabria e altre a Roma e Milano. Quella lombarda, inaugurata tre anni fa come l'avamposto della lotta alle mafie al Nord, oggi conta sul lavoro di solo due funzionari, meno della metà rispetto al 2011. Secondo Roberto Maroni, che istituì l'Agenzia quando era al Viminale, "la sua funzione è indispensabile, ma certo occorre maggiore efficienza e personale più preparato". È d'accordo il ministro delle Politiche agricole Martina, anche lui intervenuto al convegno di ieri annunciando che gli alimenti delle terre confiscate saranno presenti nel Padiglione Italia dell'Expo.

1 italiano su 5 disposto ad andare in una pizzeria delle mafie se più conveniente. La lentezza delle assegnazioni è particolarmente grave nel caso delle aziende, che rischiano di finire fuori dal mercato e dover chiudere. "Vanno tutelati - spiega don Ciotti - anche i lavoratori che altrimenti, perso il posto di lavoro, penseranno con rimpianto alla gestione mafiosa". Il presidente di Libera cita i dati di alcune ricerche: "Il 61% dei disoccupati è disposto ad accettare un posto di lavoro in un'attività dove la criminalità ha investito denaro, l'8% a commettere piccoli reati pur di avere un lavoro, mentre 1 italiano su 5 non ha problemi ad andare in un bar o pizzeria colluso con le mafie se i prezzi sono convenienti. Infine, nei primi mesi del 2014, il 53% degli studenti di 94 scuole superiori siciliane pensa che la mafia sia più forte dello Stato, solo l'11% il contrario e il 36% non esprime un'opinione". "Tutto ciò - conclude don Ciotti - dimostra come diritti e lavoro siano vie per combattere le mafie". Dovrebbe essere la funzione dello Stato, come chiedeva il generale Dalla Chiesa quando diceva: "Lo Stato dia come diritto ciò che la mafia dà come favore".

C'è vita nei consultoriValeria Pini, Repubblica.it
8 novembre 2014

In Italia le interruzioni di gravidanza sono sempre più difficili, con molte donne costrette ad emigrare in un'altra regione o addirittura fuori dal paese per ottenere quello che la legge 194 in teoria garantisce. Lo affermano i medici della Laiga, (Libera associazione italiana dei ginecologi per l'applicazione della legge 194).

la Repubblica
07 11 2014

La denuncia: "Molte donne costrette ad emigrare in un'altra regione o addirittura fuori dal paese per ottenere quello che la legge 194 in teoria garantisce". Nasce la rete avvocati a sostegno delle pazienti e dei professionisti

In Italia le interruzioni di gravidanza sono sempre più difficili, con molte donne costrette ad emigrare in un'altra regione o addirittura fuori dal paese per ottenere quello che la legge 194 in teoria garantisce. Lo affermano i medici della Laiga, (Libera associazione italiana dei ginecologi per l'applicazione della legge 194) riuniti in congresso oggi e domani a Napoli.

I ginecologi obiettori di coscienza sono in aumento in molte Regioni. "In alcune zone come Lazio, Campania, provincia di Bolzano i medici obiettori sono oltre il 90%, e questo spesso costringe le donne ad andare in un'altra regione - spiega la presidente Silvana Agatone - per le interruzioni nei primi tre mesi solo il 64% degli ospedali italiani è disponibile, mentre la legge prevederebbe che fossero il 100%. Per quelle superati i 90 giorni, che si fanno in presenza di gravi patologie del feto o rischi per la mamma, le strutture disponibili sono molte meno, e cominciano i pellegrinaggi che portano addirittura all'estero". Secondo Agatone le statistiche del ministero della Salute, che parlano di pochi aborti a settimana per i medici non obiettori, sono falsate. "Ci sono centri che fanno 70 interruzioni a settimana, e altri che mettono a disposizione al massimo due posti letto - spiega - nelle seconde è ovvio che risulta che i medici hanno fatto pochi aborti, ma quello che non si vede è che probabilmente le donne sono state costrette ad andare da un'altra parte'.

Per questo Laiga ha inaugurato una rete nazionale di avvocati aiuterà le donne che hanno avuto difficoltà nell'accesso all'interruzione di gravidanza. "Attualmente i medici non obiettori applicano con preoccupazione la legge 194 - spiega la presidente Silvana Agatone - non solo perchè le strutture non forniscono i mezzi ed il personale necessario, ma anche perché si opera tra mille difficoltà anche burocratiche e organizzative. In questo Convegno, a tutela delle scelte degli operatori, sarà presentata una rete di avvocati presenti su tutto il territorio nazionale, pronti a seguire l'iter di eventuali denunce nei confronti dei ginecologi e del personale non obiettore e a salvaguardia delle donne cui non siano riconosciuti i propri diritti riproduttivi".

A questa rete, spiega Agatone, se ne affiancherà un'altra di tutte le associazioni coinvolte nella tutela della salute riproduttiva della donna. "Questo servirà a concretizzare alcune richieste che riteniamo urgenti - sottolinea la ginecologa - dalla formazione dei giovani, che nelle scuole di specializzazione non viene fatta, all'introduzione nei turnover dei medici non obiettori, all'aumento della prevenzione attraverso la contraccezione d'emergenza all'uso in tutta Italia della Ru486".

La Repubblica
04 11 2014

In Francia la chiamano già la ''tassa rosa'': si tratta dello scarto di prezzo che esiste, a parità di prodotto, tra la versione per donna (quasi sempre più costosa) e quella per uomo. E' quanto sostiene uno studio del collettivo Georgette Sand sulla ''Woman tax'' che denuncia il sessismo del marketing. Il governo ha già annunciato un'inchiesta sul tema. La disparità è notevole, soprattutto sugli scaffali dei prodotti cosmetici, ma torna anche nel campo delle assicurazioni e non solo.

"Facendo un giro al supermercato o nei negozi del quartiere, - spiega Geraldine Frank - mi sono subito resa conto che, a parità di marca, un deodorante costa per esempio 4,15 euro per lei e 4,11 euro per lui, uno shampoo 13 euro se destinato alle donne, contro 8 euro per gli uomini, un camice da lavoro 5 euro contro 4 euro e così via". E aggiunge: "Il marketing di genere, segmentando il mercato per femmine e quello per maschi, veicola stereotipi, spinge al consumo e infligge una tassa specifica alle donne, le quali, pur non avendo in media redditi superiori agli uomini, sono incitate a spendere di più".

Per ora una petizione del collettivo, che ha già raccolto circa 20mila firme, chiede al supermercato Monoprix, tra i più diffusi in Francia, "di applicare la parità di prezzo alle etichette dei prodotti". La prossima tappa saranno i negozi di parrucchieri.

Intanto, sul web la ministra francese delle Pari opportunità, Pascale Boistard, che ha preso a cuore lo studio del collettivo Georgette Sand, ha condiviso su Twitter una foto di due pacchetti di rasoi di marca Monoprix messi a confronto, uno ne contiene cinque per donna a 1,80 euro, l'altro ne ha 10 per uomo a 1,72 euro. E il commento: "Anch'io ci penso rasandomi".

La Repubblica
04 11 2014

Un iPhone alto due metri, con tanto di "display" touchscreen, è stato rimosso in seguito al recente coming out di Tim Cook, attuale CEO di Apple, dalla “National Research University of Information Technologies, Mechanics, and Optics” di San Pietroburgo che lo ospitava.

Il monumento, voluto nel 2013 dall'azienda russa ZEFS per ricordare Steve Jobs, è stato smantellato perché ora violerebbe le leggi russe che condannano la propaganda gay.

La Repubblica
04 11 2014

A 50 anni dalla Convenzione internazionale che istituiva lo status di apolide, sono ancora dieci milioni le persone a cui è negata una cittadinanza nel mondo. Spesso sono le minoranze etniche ad essere colpite, mentre un terzo degli apolidi sono bambini. Luci e ombre per l’Italia, in cui gli apolidi sono 15mila de facto, ma solo 900 quelli riconosciuti. L’Unhcr lancia una campagna per porre fine all’apolidia nei prossimi dieci anni.

La ragazza ritratta nella foto è una ventenne urdu di lingua bihari. Paga una “colpa” non sua: a 300mila persone della sua etnia è stata negata la cittadinanza da parte del Governo del Bangladesh, quando il paese, nel 1971, ha ottenuto l’indipendenza. Nell’ultimo anno, il marito l’ha lasciata per sposare una donna locale per risolvere i suoi problemi di cittadinanza. La ragazza sta per diventare cieca e, senza documenti, non ha diritto alla tessera sanitaria; per ora, per mantenere se stessa e il suo bambino, fabbrica buste di carta.

Invisibili dalla culla alla tomba. Nel mondo ci sono 10 milioni di persone come lei, apolidi. Bambini, coppie, anziani, intere comunità, a cui viene negata una cittadinanza. Non hanno diritto ad un certificato di nascita, ma neanche a quello di morte. Oggi l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati lancia la campagna “I belong” per cancellare l’apolidia dalla faccia del pianeta nei prossimi dieci anni. “È un problema – spiega l’Unhcr – creato unicamente dall’uomo, facilmente risolvibile se ci fosse la volontà dei Governi”. Si può essere apolidi per generazioni, come succede ai bihari del Bangladesh, a 600mila ex cittadini sovietici ancora senza nazionalità a più di vent’anni dalla disgregazione dell’Urss, e agli oltre 800mila rohingya di fede islamica che in Myanmar, l’ex Birmania, si sono visti rifiutare la cittadinanza sulla base di una legge del 1982 che ne limita fortemente la libertà di movimento, quella religiosa e l’accesso all’istruzione. Ma si può anche diventare apolidi dal giorno alla notte: è successo nel 2013 a decine di migliaia di dominicani di origine haitiana, a cui una sentenza della Corte Costituzionale ha revocato la cittadinanza e i diritti ad essa connessi.

Climate changeRepubblica.it
2 novembre 2014

Le concentrazioni di gas serra nell'atmosfera sono ai massimi livelli da "800.000 anni a questa parte". Tra il 1880 e il 2012 la temperatura della superficie terrestre e degli Oceani è salita di 0,85°C, a un ritmo troppo veloce. Resta poco tempo per intervenire e mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2°C.

la Repubblica
03 11 2014

Il rapporto Ismu 2014 fotografa il cambiamento del fenomeno migratorio, in crescita per i ricongiungimenti e non più per lavoro. Il numero degli irregolari cala al minimo storico. Malgrado la crisi, tra i cittadini di origine straniera l'occupazione cresce. Oltre 800 mila i ragazzi senza cittadinanza iscritti all'anno scolastico. Triplicati gli arrivi di profughi, ma l'Italia è perlopiù un paese di transito verso altre mete europee

di VLADIMIRO POLCHI

ROMA - C'è una ventunesima regione in Italia, abitata solo da stranieri. Una regione popolosa come il Veneto o la Sicilia: è la regione dei "nuovi italiani". Oggi gli immigrati superano infatti i 5 milioni e mezzo di persone: un popolo di lavoratori e studenti, quasi tutti con i documenti in regola. La notizia? Nel 2014 la componente irregolare è ai minimi storici (6% del totale, pari a circa 300mila persone), sia per le più recenti sanatorie, sia per la minor forza attrattiva del mercato del lavoro nel nostro Paese.

Flussi e residenti. La novità del XX Rapporto nazionale sulle migrazioni 2014, elaborato dalla Fondazione Ismu, è la ricostruzione del fenomeno negli ultimi due decenni, che hanno visto crescere la popolazione straniera da 500mila a 5 milioni e mezzo persone. Nel corso di questi vent'anni la presenza dei migranti si è stabilizzata: si è passati infatti da un'immigrazione legata a motivi di lavoro all'immigrazione per motivi familiari rappresentata in prevalenza da ricongiungimenti tra capifamiglia divenuti residenti stabili e consorti e figli arrivati in un secondo tempo. Non solo. Negli ultimi quattro anni si è assistito da un lato a una forte diminuzione - dovuta alla crisi economica e allo stallo del mercato del lavoro - dei flussi in entrata legati ai permessi di soggiorno, dall'altro a un aumento dei migranti giunti via mare, perlopiù profughi di Paesi in guerra.

Italia, Paese di transito. Dal 1° gennaio al 15 ottobre 2014 i migranti sbarcati in Italia hanno toccato la cifra record di 150mila unità (per metà siriani ed eritrei), numero più che triplicato rispetto al 2013 (43mila) e più che doppio rispetto al 2011 (63mila arrivi, a seguito delle primavere arabe). Alcune recenti ricerche mostrano però che le mete dichiarate dai profughi che approdano in Italia sono la Svezia e la Germania. "Tutto porta a pensare quindi - scrivono i ricercatori dell'Ismu - che ci troviamo di fronte a una nuova dinamica migratoria: l'Italia, dopo essersi trasformata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione, ora si trova al centro di complessi flussi di immigrazione, emigrazione e transito".

Studenti e lavoratori. Tornando alla comunità straniera stabilizzata, le famiglie che hanno esclusivamente componenti stranieri sono oggi oltre un milione e 300mila. Quanto alle nazionalità, romeni, albanesi e marocchini rappresentano complessivamente il 40% degli stranieri presenti. E ancora: nonostante il perdurare della crisi, gli occupati stranieri continuano a crescere anche se di poco: nel 2013 sono 2.356.000 (+22.000 rispetto al 2012). Un dato in controtendenza rispetto agli occupati italiani, che invece diminuiscono di 501.000 unità, arrivando a quota 20.064.000. Infine, gli alunni con cittadinanza non italiana nell'anno scolastico 2013/14 sono 802.785, il 9% della totalità gli studenti.

Rifugiati. Nel 2013 sono state presentate in Italia 28.700 domande di asilo (+10.480 rispetto al 2012), una cifra ancora bassa rispetto ad altri Paesi europei come la Germania (109.600 domande, +45.040 rispetto al 2012), Francia (60.100) e Svezia (54.300).

Minori. All'aumento delle famiglie straniere si affianca quello dei minori. All'inizio degli anni Novanta, erano poco più di 100mila, mentre nel 2001 sono triplicati arrivando a 323mila. Tra il 2001 e il 2006 la loro presenza è raddoppiata (628mila), fino a sfiorare quota un milione nel 2013 (995mila). I nati in Italia negli ultimi vent'anni sono più che decuplicati: da 61mila si è passati a 649mila, di cui 78mila nati nel 2013.

"Un bilancio positivo". "Guardando nel complesso gli ultimi vent'anni di immigrazione - sostengono all'Ismu - possiamo dire che il bilancio che se ne può trarre sembra complessivamente positivo. Sia dal punto di vista economico, perché gli immigrati sono andati a coprire una domanda di lavoro che la manodopera autoctona non riusciva a soddisfare; sia sul piano del capitale umano, diventando gli immigrati una risorsa per un Paese come l'Italia che fatica a darsi un futuro demografico con le proprie forze. Tuttavia è necessario sottolineare che l'immigrazione straniera da sola non riempirà le culle vuote dell'Italia del XXI secolo, né riuscirà a sconfiggere gli effetti derivanti dall'invecchiamento della popolazione italiana".

la Repubblica
30 10 2014

"Sono fiero di essere gay e considero la mia omosessualità tra i più grandi doni che Dio mi ha dato". Per la prima volta Tim Cook parla in pubblico della sua vita privata. Il successore di Steve Jobs alla Apple, in un articolo sul Businessweek, mette da parte il suo "desiderio di privacy". "Per anni sono stato aperto con molte persone sul mio orientamento sessuale. Tanti colleghi in Apple sanno che sono gay e non sembra fare nessuna differenza nel modo in cui mi trattano. Certo, ho avuto la fortuna di lavorare in un'azienda che ama la creatività e l'innovazione e sa che possono crescere solo quando accogli le diversità tra le persone. Non tutti sono così fortunati".

"Essere gay mi ha dato una più profonda comprensione di ciò che significa essere in minoranza e mi ha fornito una finestra sulle sfide che le persone in altri gruppi di minoranza fanno tutti i giorni". Poi aggiunge: la mia omosessualità "mi ha dato la pelle di un rinoceronte, che torna utile quando si è il CEO di Apple".

Cook supera la sua ritrosia a parlare della vita privata: "Pur non avendo mai negato la mia sessualità, non l'ho mai neanche riconosciuta pubblicamente". Ha sempre cercato "di conservare un livello elementare di privacy. Apple è già una delle società più esaminate del mondo e ci tengo a mantenere l'attenzione sui nostri prodotti e sulle cose incredibili che i nostri clienti riescono a farci".

Per Cook c'è ancora molto da fare per superare le discriminazioni contro gli omosessuali. "Il mondo è cambiato così tanto da quando ero un ragazzino", ma aggiunge che in molti stati ci sono ancora leggi che "consentono ai datori di lavoro di licenziare le persone unicamente sulla base del loro orientamento sessuale. Ci sono molti posti dove i proprietari possono sfrattare gli inquilini gay, o dove può essere impedito di visitare partner malati e condividere le loro eredità. Innumerevoli persone, in particolare bambini, affrontare la paura e gli abusi ogni giorno a causa del loro orientamento sessuale".

Non si considera un'attivista, ma spera che il suo gesto possa "aiutare a portare conforto a chi si sente solo, o ispirare le persone a insistere sulla loro uguaglianza".

Gender gapRepubblica.it
28 ottobre 2014

Nella classifica del Global Gender Gap 2014 stilata dal Wef l'Italia è al 69esimo posto (dal 71esimo) dietro il Bangladesh. Grave ritardo nell'uguaglianza salariale: 114esimo. Passi indietro anche nel comparto dell'istruzione; il miglioramento generale si deve solo alla politica.

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