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L'ESPRESSO

Diciamo anche noi marijuana libera

  • Ago 08, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2536 volte

l'Espresso
08 08 2014

Metà dei giovani ne fa uso, la mafia fa affari, il proibizionismo ha fallito. Ma nel mondo cresce la voglia di liberalizzazione. Un grande medico spinge l’Italia sulla stessa strada

La posizione del New York Times di domenica 27 luglio a favore della legalizzazione della marijuana non va letta solo come una campagna del più autorevole giornale americano - e uno fra i più influenti al mondo - ma come una svolta culturale che il mondo occidentale non può ignorare. Il cambio drastico di una linea editoriale che aveva fino a ieri appoggiato il proibizionismo è infatti lo specchio di un’ evoluzione mondiale verso la liberalizzazione delle droghe leggere, che ultimamente ha accelerato le sue tappe.

A fine 2013, per iniziativa del Presidente Josè Pepe Mujica , l’Uruguay è diventato il primo Paese al mondo a legalizzare pienamente la cannabis, facendosi carico della produzione, distribuzione e vendita; a gennaio di quest’anno il Colorado e subito dopo lo Stato di Washington hanno autorizzato il consumo di cannabis ad uso “ricreativo” e i sondaggi americani confermano che già da due anni i cittadini favorevoli alla liberalizzazione hanno raggiunto la maggioranza (54 per cento), mentre nel 1970, ai tempi dell’approvazione della legge proibizionista di Nixon, erano solo il 15 per cento. Sempre in Usa, gli Stati dell’Oregon, Alaska e California hanno indetto per novembre prossimo un referendum che, stando alle indagini sul parere dei cittadini, dovrebbe andare nella direzione antiproibizionista. Secondo i dati diffusi in Colorado dal Department of Revenue, l’equivalente del nostro Tesoro, nel mese di gennaio 2014, quando è entrata in vigore la legge sulla liberalizzazione, la vendita ufficiale di marijuana ha incassato 14 milioni di dollari, sottraendoli alla malavita. Si prevede che il prossimo anno fiscale il mercato della marijuana raggiungerà il miliardo di dollari, dai quali lo Stato del Colorado incasserà almeno 130 milioni.

Intanto anche il quadro europeo negli anni si è mosso verso la liberalizzazione, con le esperienze dell’Olanda, il primo Paese in cui la depenalizzazione è stata totale, e poi di Spagna, Portogallo e Belgio dove la legislazione è aperta, ma più restrittiva.
Dal Colorado all’Uruguay fino all’Argentina, ecco come stanno cambiando le politiche nei confronti della marijuana, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità a luglio ha invitato a depenalizzare l’uso personale e si avvicina una sessione speciale delle Nazioni Unite sulle droghe, prevista per il 2016.

E l’Italia? Noi siamo fermi al febbraio di quest’anno, quando la Consulta ha dichiarato incostituzionale la legge Fini-Giovanardi che equiparava le droghe pesanti e leggere, prevedendo pene fino a 20 anni di reclusione per il loro uso. La sentenza fece scalpore: si calcolò che le condanne dovevano essere riviste per ben 10 mila detenuti - perché connesse all’uso di droghe leggere - e dunque per circa la metà di tutti i reclusi per droga, che sono il 40 per cento di tutti i carcerati.

Sono cifre che la dicono lunga sull’inefficacia del proibizionismo, ancor più se pensiamo che, malgrado il numero enorme di carcerazioni, si stima che il 50 per cento dei nostri giovani faccia uso di cannabis, senza calcolare il gran numero di adulti. Dovremmo considerare la metà dei nostri giovani dei criminali? Eppure, finito l’attimo di indignazione per la situazione carceraria, devastata da un sovraffollamento cronico, nessuno più ha sviluppato il dibattito sull’aspetto filosofico e civile del proibire le droghe leggere.

Io mi batto pubblicamente da decenni contro il proibizionismo e in questo mio impegno ho ripetuto all’infinito che, come medico e come padre, sono un convinto oppositore di tutte le droghe, pesanti e leggere, compreso fumo e alcol, perché creano assuefazione clinica e danni spesso irreparabili e talvolta letali. Sono però altrettanto convinto che proibire e punire non serve, anzi può peggiorare la situazione.

Dobbiamo passare da una’attività indiretta (vietare) a un’attività diretta (educare). Ovviamente è molto più difficile convincere un ragazzo a tenersi lontano dalle droghe che fare una legge che le vieta tout court. Tutti sappiamo per esperienza diretta che la ribellione è una fase imprescindibile della crescita individuale e dovremmo essere coscienti che il trasgredire un divieto aumenta il senso di identità di una personalità in formazione: io mi differenzio dal mondo adulto perché non seguo le regole che mi impone.
Il rapporto dell'Osservatorio europeo sulle tossicodipendenze (Oedt) dice che siamo tra i pù forti consumatori di cannabis in Europa. E oltre 100mila giovani sono 'policonsumatori', ovvero mescolano più sostanze.

Dunque bisogna trovare attività e stimoli alternativi, che soddisfino il bisogno di autoaffermazione dei giovanissimi, senza ledere la salute e mettere in pericolo la vita. Dovremmo organizzare dei corsi completi di prevenzione nelle scuole pubbliche, che invece non si possono fare finché c’è la proibizione che, secondo lo Stato, è già un deterrente. Tuttavia dovrebbe essere evidente che se un divieto non viene osservato dalla maggior parte dei destinatari, e quindi tutti fondamentalmente delinquono, c’è qualcosa che non va nel divieto stesso.

La realtà dei fatti ci dimostra che rendere la cannabis un piccolo crimine non serve affatto a ridurne il consumo e che se rendiamo criminali i consumatori di droga, li obblighiamo soltanto ad uscire dalla legalità e dal controllo, senza che smettano di drogarsi. Così facciamo gli interessi del mercato nero e della criminalità organizzata che lo gestisce e che, ovunque nel mondo, è l’unica a trarre vantaggio dal proibizionismo.

Diversi decenni di politiche proibizioniste nei confronti della produzione, del commercio e del consumo di droghe hanno prodotto un vincitore assoluto: il narcotraffico.

Da noi, la mafia. Le stime più recenti dicono che la mafia incassa per la droga (tutte le droghe, ovviamente) circa 60 miliardi euro ogni anno in Italia, un patrimonio che la rende potente, indipendente e inattaccabile. Ma se proibire è deleterio, legalizzare non basta. È solo un primo passo che deve esser seguito dall’educazione e l’informazione. Bisogna saper trasmettere il principio non tanto che la droga è illegale, ma che ha un valore socialmente e individualmente negativo.

Basta con le demonizzazioni quindi.

Quando nel 2000 come Ministro della Sanità ho iniziato la mia battaglia per l’uso degli oppiacei e i cannabinoidi contro il dolore, ho trovato un muro ideologico perché queste sostanze, oltre ad essere potenti antidolorifici, hanno il “peccato originale” di essere anche sostanze stupefacenti. Dopo quasi quindici anni la situazione non è radicalmente cambiata: alcune Regioni hanno reso accessibile la cannabis ad uso terapeutico, ma nel resto del Paese l’uso medico dei derivati della cannabis è ancora tabù perché si teme un “via libera” all’uso ludico.

Siamo dunque un Paese che vieta inorridito la marijuana (che non ha mai ucciso nessuno) ma che lucra senza vergogna su una droga che causa 50 mila morti l’anno: il fumo di sigaretta.

Come è possibile che uno Stato proibizionista non solo legalizzi, ma addirittura guadagni, attraverso il Monopolio dei Tabacchi, su una droga potente e letale come il tabacco? Dove sta allora la coerenza di pensiero e che messaggio educativo pensiamo possa arrivare ai nostri ragazzi: se fumi uno spinello sei un delinquente invece se fumi un pacchetto di sigarette contribuisci alle casse dello Stato?

Capisco che in questo momento il Governo abbia come priorità crisi e riforme, ma le scelte etiche che possono fare dell’Italia un Paese più civile in cui vivere soprattutto per le nuove generazioni, non andrebbero sistematicamente rimandate. Spero che il movimento d’opinione mondiale a favore dell’antiproibizionismo, rilanciato dal New York Times, trovi anche qui uno spazio per il dibattito.

Umberto Veronesi

 

 

 

 

l'Espresso
06 08 2014

La corte federale di Karlsruhe ha riaperto il processo sull'eccidio delle SS. Rompendo un silenzio "costruito dalle opportunità politiche". Parla Franco Giustolisi, il giornalista dell'Espresso che fece luce sui dossier della strage

“Si, è una vittoria, una vittoria tardiva ma una vittoria. Una vittoria della giustizia sull’oblio costruito dalle opportunità politiche”. Franco Giustolisi commenta così la sentenza della corte federale di Karlsruhe che, in Germania, ha sostanzialmente riaperto il processo per la strage di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944. Da quasi vent’anni Giustolisi si batte perché sia fatta giustizia per quella che definisce “la più grande tragedia del popolo italiano”. I 15-20 mila morti della guerra dei nazifascisti contro la popolazione civile italiana, le stragi che insanguinarono la penisola dal 1943 fino alla fine della guerra. Donne, bambini e anziani trucidati, famiglie annientate, interi paesi dati alle fiamme.

Su quelle stragi gli americani e gli inglesi, insieme ai carabinieri italiani, prepararono voluminosi dossier in cui i responsabili venivano indicati con nome, cognome e grado, i singoli atti criminali ricostruiti nei dettagli. Ma celebrati i processi per due stragi-simbolo (Marzabotto e Fosse Ardeatine) tutto cadde nel silenzio.

Un silenzio durato fino a metà degli anni Novanta, quando fu proprio Giustolisi, insieme ad Alessandro De Feo, a denunciare sull’Espresso il ritrovamento di tutti quei fascicoli riempiti cinquant’anni prima. Era quello che lo stesso Giustolisi definì l’Armadio della vergogna: 695 fascicoli “archiviati provvisoriamente” nel 1960 in seguito a un tacito accordo tra l’Italia e la Germania federale e chiusi in un armadio della procura generale militare.

“Una vergogna assoluta”, dice Giustolisi, “chiudendo quei fascicoli nell’armadio è come si fosse voluto negare un pezzo di storia drammatica del nostro paese, cancellare una serie infinita di crimini di guerra”.

Da allora, grazie anche al continuo, incessante lavoro di Giustolisi, di strada ne è stata fatta. La magistratura militare, e soprattutto l’attuale procuratore di Roma Marco De Paolis, ha istruito molti processi per i quali c’erano ancora imputati in vita. Molti sono andati in dibattimento e a sentenza. I tribunali e le corti di appello militari hanno assolto e condannato: più di quaranta ergastoli comminati ad altrettanti ex militari delle forze armate tedesche, ufficiali e sottufficiali.

“Di tutte queste condanne”, dice Giustolisi, “nessuna, dico nessuna, è stata però eseguita. Nessuno è andato a bussare alla porta di questi criminali di guerra per dirgli che da quel momento erano agli arresti domiciliari. Colpa dell’Italia, colpa della Germania, colpa di tutti quelli che pensano che la giustizia non sia il bene più prezioso, un bene da difendere a tutti i costi e contro tutti. Un’ingiustizia nell’ingiustizia”. Adesso la sentenza di Karlsruhe.

A Sant’Anna di Stazzema le SS della 16^ divisione, la stessa di Walter Reder, il maggiore condannato all’ergastolo per la strage di Marzabotto, uccisero 560 persone. Ma è un numero approssimativo perché non è mai stato possibile contarle con esattezza. Guidate dai fascisti locali, le SS andarono per i borghi di Sant’Anna uccidendo e bruciando. Sulla piazzetta della chiesa vennero accatastati almeno cento corpi, il prete ucciso, tutto dato alle fiamme.

I tribunali italiani avevano comminato, per quella strage, dieci ergastoli. C’è anche Gerhard Sommer tra gli “ergastolani italiani”, lo stesso SS contro il quale adesso può procedere la magistratura tedesca. “Probabilmente”, dice adesso Giustolisi, “non sono cadute nel vuoto le parole pronunciate dal presidente della Repubblica tedesca e dal ministro della Difesa di Berlino. Il primo, proprio a Sant’Anna di Stazzema, nel 2013, disse, insieme a Giorgio Napolitano, che i tribunali non avevano fatto il loro dovere. Il secondo, il 29 giugno di quest’anno, ha presenziato, insieme al nostro ministro degli Esteri Federica Mogherini, alla celebrazioni per i 70 anni di un’altra terribile strage, quella di Civitella in val di Chiana, compiuta da reparti dell’aviazione tedesca. E ha detto di vergognarsi. 'Mi inchino - ha detto - di fronte a questi morti'. La nostra ministra, invece, è stata zitta… Ecco, in Germania qualcosa si sta muovendo, in Italia è il silenzio assoluto”.

“Spesso”, conclude Giustolisi, “mi chiedono perché mi batto per cose di 70 anni fa, che senso ha chiedere che ultranovantenni vengano condannati. Io rispondo prendendo in prestito le parole del diritto, l’azione penale in Italia è obbligatoria, e seguendo la straordinaria indicazione del presidente della repubblica di Germania: quando i tribunali non fanno il loro dovere è il popolo che deve andare avanti. Ecco io sono il popolo, e vado avanti. Anche se ho 89 anni e qualche acciacco. Vorrei che il popolo italiano raccogliesse questa triste eredità. E andasse comunque avanti nella ricerca della verità che, come diceva Gramsci, è rivoluzionaria”.

Pier Vittorio Buffa

Camera, apre l'asilo nido. Ma solo per le deputate

  • Lug 30, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2943 volte

L’Espresso
30 07 2014

A breve anche Montecitorio avrà un asilo nido. Peccato che il servizio sia previsto solo per le parlamentari, mentre le madri che lavorano come commesse e stenografe dovranno arrangiarsi diversamente.

A dare l’annuncio è stata, a nome del presidente Laura Boldrini, la sua vice Marina Sereni (Pd), orgogliosa di «rendere possibile alle deputate di conciliare l’impegno parlamentare con la cura dei propri figli, cosa che è giusto avvenga per tutte le donne che lavorano».

E le lavoratrici “non onorevoli”? Due sindacati interni hanno già tuonato chiedendo un’informativa sul punto. Chissà se la causa appassionerà Roberta Lombardi, la grillina che da neomamma chiese - addirittura - un asilo nido alla Camera del quale potessero usufruire anche le residenti in zona.

L’espresso
29 07 2014


Nel mondo degli stage gratuiti, dei contratti precari, dei co. co. co. e delle finte partite Iva, non si era ancora visto un “tirocinio” per sagrestano, per di più pagato da un ente pubblico. Adesso questo poco invidiabile primato lo ha conquistato la Regione Sicilia con il suo “Piano Giovani”, un progetto da venti milioni di euro con cui l'ente territoriale prova a favorire l'ingresso nel mondo del lavoro degli under 35.

“Il progetto ha la finalità di rafforzare le opportunità di transizione scuola-lavoro, disoccupazione-lavoro, inattività-lavoro e contenimento del disagio della non occupazione giovanile in Sicilia”, si legge nel bando che illustra il progetto siciliano lanciato dalla giunta di Rosario Crocetta, “e quindi di realizzare interventi di formazione on the job, sotto forma di tirocinio di formazione ed orientamento, nonché di inserimento/reinserimento, che prevedono l’assegnazione di facilitazioni economiche per i percorsi di formazione avviati”.

Dove la Regione abbia però visto la “formazione e l'orientamento” nei tirocini che le aziende propongono è tutto da capire. Il progetto funziona infatti così: attraverso un sito, i vari datori di lavoro inseriscono delle richieste per avere dei tirocinanti, specificando il lavoro che dovrebbero svolgere, la località dell'impresa e il titolo di studio richiesto. I giovani interessati provvedono poi a segnalare il proprio interesse e vengono eventualmente ricontattati.

Ma iscrivendosi al sito in questione si scopre che tra i tanti annunci c'è davvero di tutto: tirocini per cameriere, per commessi, per addetti alla ricarica dei distributori automatici, per operai di ogni tipo e genere. Decine e decine di lavori che di norma non richiederebbero alcun tirocinio, per di più pagato dal pubblico.

Dagli annunci per manovalanza non specializzata si arriva poi a richieste palesemente contro la legge: continui riferimenti alla “bella presenza” e richiesta di lavoratori di un determinato sesso (quindi discriminatori). E, come spesso accade, il passo dallo scandalo alla farsa è breve: ecco allora gli annunci per “guardapecore”, per “addetti ai bovini”, per non chiarissimi “scavatori manuali” (tirocinanti che devono scavare con le mani?), badanti, “donne tuttofare” o addirittura “comici”, ma con esperienza. E per fortuna che di tirocinio si trattava.

Quanto valgono i tirocini. Come già detto in precedenza, lo stanziamento complessivo della Regione per questo progetto è di circa 20 milioni di euro, pari a duemila tirocini attivati per sei mesi l'uno. Ogni tirocinante otterrà dalla Regione 500 euro lordi al mese, mentre l'impresa che lo “ospita” ne ottiene 250 al mese.

Un vero e proprio affare per i datori di lavoro insomma, che non solo ottengono manodopera, per loro, a costo zero, ma vengono addirittura pagati per questo. Le stesse aziende possono inoltre accedere a una serie di agevolazioni in caso di assunzione dei propri tirocinanti: assunzioni che però non sono affatto obbligatorie e che, c'è da scommetterci, per la maggior parte dei giovani resteranno solo un miraggio.

Il precedente. L'iniziativa, che ha subito dovuto affrontare non pochi problemi a causa di procedure burocratiche farraginose e alla scarsa preparazione degli uffici preposti al rilascio dei documenti, riporta alla mente un caso simile già denunciato dall'Espresso. Parliamo del progetto “Sardegna Tirocini” , finanziato dall'altra grande Isola italiana. In quel caso avevamo parlato di “tirocini da schiavi” per proposte di lavoro in tutto e per tutto simili a quelle proposte in Sicilia. Con una sola differenza: in Sardegna non era previsto che la regione arrivasse addirittura a pagare il datore di lavoro.

L’Espresso
29 07 2014


Un sondaggio dell'Unione Europea condanna senza appello il nostro Paese, relegato in fondo a tutte le classifiche quando si parla di libertà sessuale a scuola, sul posto di lavoro o al momento di accedere ai servizi. Anche a causa di una classe politica tra le più arretrate in materia. I nostri grafici per indagare il problema nei suoi vari aspetti

Discriminazione, paura e aggressioni: l'Europa delle libertà e dei diritti si scopre omofobica e transfobica. Un sondaggio condotto dall'Unione Europea su un campione di 93 mila persone Lgbt maggiorenni dei paesi membri non lascia dubbi: a troppi individui è negato il diritto di essere pienamente sé stessi a causa di intimidazioni, attacchi violenti e comportamenti discriminatori in ogni ambito della vita pubblica.

Le difficoltà iniziano a scuola, dove atti di bullismo e atteggiamenti intolleranti sono per molti il primo duro impatto con una società che non comprende e rifiuta le diversità. Un'esperienza che si ripete al momento di trovare un lavoro, cercare una casa, nell'accesso ai servizi pubblici e persino nel tempo libero. Segnando spesso, anche profondamente, la vita di tanti che, come conseguenza, scelgono di reprimere la propria identità in pubblico.

L'Espresso ha analizzato questi dati per capire un fenomeno che ha ancora molte ombre e comprendere la posizione dell'Italia nel contesto europeo.

MENO DIRITTI PIÙ DISCRIMINAZIONI
Per capire il contesto, vediamo con la prima mappa come si sono evoluti in Europa, dal 1998 a oggi, il riconoscimento del matrimonio egualitario (comunemente detto "matrimonio gay"), delle unioni civili e dell'adozione per le famiglie omoparentali (cambiando l'anno è possibile seguirne l'evoluzione nel tempo).

Guardando la mappa al 2014 si può immaginare un'Europa divisa in due: da una parte i paesi di colore viola e porpora, che hanno legalizzato il matrimonio e l'adozione anche per le coppie omosessuali, dall'altra parte tutti gli altri. È una separazione che ritornerà costantemente nel prosieguo dell'analisi. Un'Europa a due velocità in tema di diritti, dove possiamo notare che i paesi individuati in quello che chiameremo "gruppo A", sono quelli che hanno aderito all'Ue prima del 1994, mentre nel secondo gruppo ("B") abbiamo quelli dell'ex blocco sovietico, entrati nell'Ue a partire dal 1994, ai quali si aggiungono l'Italia e la Grecia.

Nei Paesi dell'ex blocco sovietico un vincolo costituzionale impedisce il riconoscimento del matrimonio per le coppie omoparentali, nonostante ciò l'Ungheria ha comunque riconosciuto l'unione civile, mentre l'Italia, che dovrebbe appartenere al gruppo A, in tema di diritti e discriminazione, ha caratteristiche del tutto assimilabili al gruppo B. Questi Paesi, lo vedremo più avanti, sono infatti con l'Italia anche il fanalino di coda di tutte le classifiche sull'omofobia e la transfobia. Una sovrapposizione totale tra assenza di riconoscimento pubblico dei diritti e maggiori discriminazioni.

LA PRIMA EMARGINAZIONE NON SI SCORDA MAI
La scuola e il lavoro sono forse gli ambienti più importanti, che assorbono gran parte del tempo dedicato della vita pubblica. Ecco cosa succede rispetto alla predisposizione delle persone Lgbt ad aprirsi rispetto alla propria identità nei due contesti.

L'età della scuola è quella in cui spesso si prende progressivamente confidenza con l'identità di genere e l'orientamento sessuale, sperimentando anche le prime esperienze di discriminazione. Solo il 5 per cento degli Lgbt europei è aperto con tutti, rispetto alla propria identità di genere a scuola. Lo sono meno gli uomini bisessuali (2 per cento) di più le lesbiche (6 per cento). Le persone transgender italiane sembrano invece tra le più aperte d'Europa. Un raro caso in cui l'Italia si trova in una posizione migliore della media.

Lesbiche e donne bisessuali condividono la propria identità di genere in circa la metà dei casi. Anche in Italia, con valori di poco più bassi. Il dato si abbassa drasticamente per gay, uomini bisex e transgender: meno del 30 per cento quelli che scelgono di essere aperti nell'ambiente universitario o scolastico. In sostanza oltre il 70 per cento degli intervistati preferisce non divulgare la propria identità di genere.

Nell'ambito del lavoro le cose cambiano. Oltre il 70 per cento degli intervistati non fa segreto della propria identità di genere, e ben il 23 per cento delle lesbiche e il 26 per cento degli omosessuali la condivide apertamente con tutti. Una differenza rispetto alla scuola, interpretabile anche con una maggiore consapevolezza di sé. L'Italia però è distante oltre dieci punti percentuali dalla media europea, impaludata tra quei Paesi post 2004 del gruppo B, con una differenza di oltre venti punti dalla media dei paesi del gruppo A.

Questi dati sembrerebbero confortare se letti in positivo, ma il rovescio della medaglia è che un gay e una lesbica su quattro preferiscono non rivelare la propria identità di genere al lavoro, proporzione che sale a uno su tre per donne bisessuali e supera il 50 per cento per gli uomini bisessuali.

IL POLITICO ITALIANO E' IL PIU' OMOFOBO
Analizziamo ora quattro comportamenti discriminatori, in ordine di gravità e tra i quali è possibile vedere un legame.

Ai politici italiani va la maglia nera di più omofobi d'Europa, secondo gli intervistati. Alla domanda su quanto sia diffuso il linguaggio offensivo da parte dei politici verso le persone Lgbt, l'Italia ne esce umiliata: il 91 per cento ritiene che i nostri rappresentanti usino diffusamente un linguaggio discriminatorio. Un risultato scioccante se confrontato alla media europea del 44 per cento, che contiene anche il dato sull'Italia e sui paesi dell'Est Europa, i quali oscillano tra il 60 all'80 per cento. Mentre guardando agli Stati del blocco A, quelli che hanno riconosciuto il matrimonio e l'adozione omoparentale, notiamo che la differenza è incolmabile se pensiamo al 10 per cento della Germania e dell'Olanda e a valori poco più altri di Gran Bretagna, Francia e Paesi scandinavi.

Se è vero che i politici sono lo specchio del paese, allora non è un caso che l'Italia sia tra quelli più intolleranti. Lo si vede con la seconda voce del menù, dove troviamo le battute contro le diverse identità di genere nella vita quotidiana. E vediamo che gli italiani sono all'"altezza" della loro classe politica: ben il 96 per cento ritiene un'abitudine diffusa fare battute offensive. Qui il resto dell'Unione non è molto più brava: 82 per cento.

Segue un tema ancora più serio, quello delle espressioni di odio e avversione contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender. Un comportamento che in molti Paesi è previsto come reato, mentre in Italia è ancora aperto il dibattito sulla necessità di approvare una norma specifica contro l'hate speech. Anche qui l'Europa non ne esce bene, oltre metà del campione ritiene diffusa l'espressione di odio verso le persone Lgbt. Ma mentre nei Paesi del gruppo A questo fenomeno è stimato al di sotto di un terzo, in quelli del gruppo B (Italia e Grecia comprese) il valore medio si attesta intorno all'80 per cento. Cioè quattro Lgbt su cinque ritengono diffuso l'incitamento all'odio.

L'ultima voce chiude il cerchio dell'odio, che inizia con le battute, le offese in pubblico e lo sdoganamento della violenza verbale da parte della classe politica, e termina con le aggressioni, prodotto di un processo sociale di assuefazione e assimilazione della cultura dell'intolleranza. Più di un terzo del campione, il 38 per cento, ritiene che siano diffusi i casi di aggressione contro le persone Lgbt. L'Italia, tanto per (non) cambiare, è quella messa peggio, il 69 per cento contro il 31 del Regno Unito, il 26 della Germania e il 23 della Spagna.

L'EUROPA DISCRIMINA, L'ITALIA DI PIÙ
Il terzo grafico sancisce tristemente che in Europa le discriminazioni sono molto forti e diffuse pressoché ovunque.


Se l'identità di genere è mediamente poco discriminata (11 per cento), l'orientamento sessuale invece è un bersaglio molto frequente: due intervistati su tre ritengono diffuso questo tipo di discriminazione. I dati sull'Italia, anche in questo caso, si rivelano pessimi, relegandola ancora una volta nel girone dei peggiori. Sulla discriminazione in base all'identità di genere, il nostro Paese registra un 18 per cento, mentre per quella sull'orientamento sessuale la condanna è senza appello: siamo al 92 per cento. Peggio di noi solo Croazia e Lituania.

La notevole differenza tra la discriminazione per l'identità di genere e quella per l'orientamento sessuale significa che il pregiudizio e l'avversione non si manifestano per ciò che le persone sono (l'identità di genere), ma perché manifestano pubblicamente la loro natura nelle relazioni di coppia (l'orientamento sessuale). E ci ricorda il leit motiv dell'omofobo: «Non sono omofobo, ma non devono baciarsi per strada».


NON IN PUBBLICO, GRAZIE
Dall'ex sottosegretario Carlo Giovanardi all'eurodeputato leghista Gianluca Buonanno, che da sindaco di Borgosesia propone 500 euro di multa per i baci gay , in molti sono stati chiari sull'argomento: i gay non devono manifestare il loro affetto pubblicamente.

Un pensiero forse diffuso, visto che in Italia tre intervistati su quattro hanno paura di tenersi per mano in pubblico, temendo aggressioni o minacce a sfondo omofobico o transfobico. Un dato che aumenta di poco in base all'età e che, per gli over 55 italiani, raggiunge il 78 per cento, seguiti da Francia e Regno Unito. In Europa il dato medio si attesta invece intorno al 67 per cento. Un valore comunque preoccupante.

Anche solo frequentare alcuni luoghi pubblici, o parlare di sé con gli amici, ma pubblicamente, può essere un problema. Circa la metà degli europei ha paura di frequentare determinati luoghi ritenendoli a rischio aggressioni. E la paura condiziona anche la libertà di espressione, alimentando forti forme di autocensura. Sono in molti a considerare non sicuri quei luoghi che dovrebbero rappresentare per tutti uno spazio di serenità, come lo sono la propria abitazione, un ufficio pubblico, un luogo di lavoro o una discoteca. Che diventano invece prigioni mentali, luoghi dove le persone, giovani e meno giovani, non possono godere del diritto di essere liberamente sé stessi, chiunque essi siano.

l'Espresso
25 07 2014

La capodelegazione democratica all'Europarlamento sarà la lombarda, nota per le sue posizioni contro le nozze gay. E, vista la scelta, il partito dovrebbe spiegare perché non riapre le porte a Paola Binetti. Grillini: "Sarebbe troppo integralista anche per la Merkel"

Rottamiamo un po' di diritti civili. E #cambiamoverso, eurodeputati del Pd, chiedendo scusa a Paola Binetti, che da domani dovrà riavere aperte le porte del partito democratico! L'elezione di Patrizia Toia - teodem, 64 anni, tre legislature a Strasburgo, autrice di lettere manifesto contro le unioni gay, di botta e risposta con le associazioni che invocano l'adeguamento della legislazione italiana a quella Europa - proprio alla guida della delegazione italiana del Pd in Europa si spiega solo in un modo: l'Italia si dev'essere resa conto di essere rimasta l'unico paese dell'Unione - quella europea - a non avere ancora una legge sulle Unioni - quelle civili - né sull'omofobia e, per non essere quindi tacciata di ipocrisia, per rendere evidente la sua essenza ai partner, ha scelto di farsi rappresentare da chi quelle leggi non vuole votare né adottare.

Ma allora, ci si domanda, perché non chiedere all'originale, Paola Binetti, di tornare sui suoi passi e rientrare a pieno titolo nel Pd? Perché affidarsi a una copia?

Domanda che resterà, temiamo, senza risposta. Perché - dopo avere di fatto silurato la candidatura di Simona Bonafé, la più votata d'Italia, per ragioni di “screzi” con il giglio magico renziano - peggio della scelta del nome, c'è stata la litania di spiegazioni, argomentazioni, arringhe, post, tweet, forniti dai civatiani per spiegare il gesto di improvvisa unità con Matteo, nel nome dell'omofobia. A partire da Daniele Viotti, gay dichiarato, che s'è spinto in sittanta elucubrazione: «Abbiamo dato il nostro voto a una persona con cui non siamo d'accordo su praticamente nulla», scrive su Facebook. Frase che, nel Pd italiano, ripetono in molti renziani di ritorno, da qualche tempo. Aggiunge: «Patrizia Toia avrà un ruolo diverso, di coordinamento nell'organizzazione interna della nostra delegazione». Davvero? Strano, visto che quel ruolo, occupato da Nicola Zingaretti e da David Sassoli, è sempre stato invece un ruolo al alto tasso politico, come ogni ruolo di rappresentanza. A maggior ragione nel momento in cui i diritti civili sono il tema caldo dell'agenda politica d'autunno.

Eppure, a pensarci bene, hanno ragione loro. In effetti, se il sottosegretario renziano Ivan Scalfarotto, gay dichiarato pure lui, è riuscito nell'intento di stendere una legge contro l'omofobia che, emendata come è stata emendata, cambiata come è stata cambiata, manomessa come è stata manomessa, in pratica è diventata una legge che acconsente (quindi istiga) alla violenza contro gli omosessuali, c'è da chiedersi che male possa fare - in effetti - Patrizia Toia, se non rappresentare la quota rosa di omofobia necessaria per non dire, poi, che come succedeva prima, tutti i ruoli più importanti spettavano agli uomini.

A pensarci bene, l'omofobia alla guida di una delegazione ha poi un'altra valenza: affermare con i fatti che non c'è all'orizzonte alcuna svolta autoritaria. Quando si tratta di diritti, nel Pd, il pensiero non è affatto unico. C'è sempre un omofobo pronto al salto.
"Non è una buona notizia per il movimento lgbt e per i diritti civili. La nostra infatti si è sempre opposta sia in Italia che in Europa a qualsiasi provvedimento a favore delle persone lgbt inseguendo il familismo ultratradizionalista di origine Teodem", spiega Franco Grillini, leader storico di Movimento Gay Italiani ed ex deputato Ds, che rifiutò di iscriversi al Pd per la presenza nel partito proprio di Paola Binetti, "Il gruppo Pd al Parlamento Europeo è il più numeroso dopo quello di Angela Merkel ma appartiene in teoria al Pse che dovrebbe essere laico e socialista. E’ davvero bizzarro che un personaggio cattolico integralista che sarebbe persino troppo a destra anche per buona parte del Ppe sia designato a capo del principale partito del socialismo europeo. Evidentemente la coerenza non sta più di casa nemmeno".

Se n'è accorta addirittura l'Arcigay, che sembrava essersi anestetizzata dopo che Francesca Pascale ha chiesto e ottenuto la tessera e, in cambio, ha spostato la rotta del centrodestra berlusconiano verso il porto dei diritti civili. Dice Flavio Romani, presidente nazionale: «Senza nulla togliere all'esperienza e alle competenze dell'onorevole Toia, balza all'occhio la nomina in un ruolo rappresentativo di un'esponente che dalla sua delegazione, durante la votazione della Relazione Estrela sul diritto delle donne all'interruzione di gravidanza, si smarcò clamorosamente, autodefinendosi minoranza», racconta il portale Gay.it. «La domanda - chiede Romani -, allora, è duplice: quanto l'onorevole Toia è davvero rappresentativa del gruppo dei democratici che oggi siede in Parlamento? E di conseguenza: le posizioni che Toia esprime sono da considerarsi da oggi "maggioritarie" all'interno della delegazione dei democratici, al punto da poter condizionare la sintesi politica su temi quali l'interruzione di gravidanza o le unioni tra persone dello stesso sesso?».

Dissento, presidente Romani, la domanda è triplice: perché non ridiamo la tessera honoris causa alla compagna Paola Binetti, così ingiustamente cacciata dal partito?

Tommaso Cerno

l'Espresso
18 07 2014

Il documentario del regista statunitense Alex Gibney, disponibile in streaming per gli abbonati E+, descrive con crudezza gli abusi durati oltre vent'anni di don Lawrence Murphy in un collegio per minorenni sordi. Un crimine avvolto dal silenzio della Chiesa che ora Bergoglio vuole finalmente spezzare

Nel 2012, quando uscì nelle sale, fece discutere parecchio fuori e anche dentro la Chiesa: «Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio», il film del regista statunitense Alex Gibney dedicato ai preti pedofili e ai loro crimini. Fece discutere soprattutto per il caso che fa da base a tutta la narrazione, la vicenda di don Lawrence Murphy (1925-1998), accusato di abusi particolarmente disgustosi, durati per vent’anni, in un collegio per minorenni sordi, la St. John School a Saint Francis, nel Wisconsin.

Un caso doloroso, che mostra come per anni, fino all'arrivo di Benedetto XVI al soglio di Pietro, ci sono stati centinaia di sacerdoti che hanno abusato di minori e lo hanno fatto troppo spesso grazie a vescovi impreparati, che al posto di intervenire li spostavano di diocesi in diocesi. I loro crimini sono stati una gravissima vergogna, uno scandalo, un’offesa inaudita, tanto che prima di Francesco, già Benedetto XVI chiese più volte perdono.

Joseph Ratzinger nel 2005, durante la via crucis al Colosseo poche settimane prima la morte di Giovanni Paolo II e il seguente conclave, fece capire che se fosse stato eletto al soglio di Pietro la lotta alla pedofilia sarebbe stata al centro del suo pontificato: «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa», disse. E mantenne le promesse. Fu lui a denunciare le omissioni e ad aprire la strada che ha portato a far sì che la Santa Sede abbia più potere rispetto a prima.

Può sembrare strano, ma fino a pochi anni fa tutto dipendeva dal vescovo locale che, se voleva, poteva di fatto insabbiare.

Molto è cambiato con Francesco. A lui si deve soprattutto il coraggio di usare parole, sulla pedofilia, che nessuno aveva mai usato. Le ultime due settimane fa, in una delle sue omelie più gravi: «I capi della Chiesa non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da familiari e da coloro che sono stati vittime di abuso». Gli abusi del clero sui bimbi, e in particolare i suicidi di chi non ha retto alla pena, «pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza, e su quella di tutta la Chiesa». Per questo, «chiedo perdono anche per i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa». Parole gravi, come quelle pronunciate poco dopo: gli abusi dei preti sono «atti esecrabili che hanno lasciato cicatrici per tutta la vita».

Alex Gibney, già pratico della corruzione umana, indaga e confronta i casi di pedofilia clericale verificatisi in America e in Europa
Francesco per primo ha invitato le vittime di abusi sessuali in casa sua: per la prima volta sei vittime di abusi sessuali commessi da preti (tre uomini e tre donne provenienti da Germania, Irlanda e Regno Unito) hanno partecipato - è accaduto due settimane fa - a una sua messa a Santa Marta e si sono poi fermati a dialogare per tre ore con lui.

Anche Benedetto XVI incontrò alcune vittime durante i viaggi apostolici negli Stati Uniti, in Australia, Malta, Regno Unito e Germania. Dopo anni di silenzio il suo gesto ruppe una inconcepibile ipocrisia. Bergoglio, tuttavia, ha fatto qualcosa di più: ha fatto entrare le vittime lì dove, fino a qualche anno fa, i loro nomi creavano soltanto imbarazzo e irritazione.

Già di ritorno dal viaggio in Terra Santa Francesco aveva detto ai giornalisti che il crimine di pedofilia è paragonabile a una «messa nera». E di culto sacrilego ha parlato ancora successivamente: «Da tempo sento nel cuore un profondo dolore, una sofferenza, tanto tempo nascosto, dissimulato in una complicità che non trova spiegazione». Per il Papa sono atti «più che deprecabili. È come un culto sacrilego perché questi bambini e bambine erano stati affidati al carisma sacerdotale per condurli a Dio ed essi li hanno sacrificati all’idolo della loro concupiscenza».

È forse questa la riforma più importante che Bergoglio sta portando nella Chiesa. Non soltanto quella della curia romana ma anche, e soprattutto, quella del clero. Ratzinger aprì la via di questa grave riforma. Ma c’è voluto l’arrivo di un religioso al timone della Chiesa per dare un esempio che oggi preti e vescovi non possono più non seguire. Un religioso come religioso è il cardinale Sean O’Malley arcivescovo di Boston. Fu lui fra i primi a rompere, dopo l’era del cardinale Bernard Law, il tabù di una diocesi macchiata da crimini orrendi commessi dai suoi preti. Di lì il vento nuovo iniziò a entrare nella Chiesa. Non a caso è al cappuccino O’Malley che il gesuita Francesco ha affidato la Commissione pontificia per la Tutela dei Minori da lui creata lo scorso dicembre. Una Commissione che ha aperto le porte anche alle vittime. Fra queste l’irlandese Marie Colllins che lo scorso marzo disse a Repubblica: «Non è scontato che la Chiesa chieda a una vittima della pedofilia dei preti aiuto per migliorare la protezione dei minori. Tuttavia ritengo che questo sia un passo decisivo. Non si può cambiare se la voce di chi ha subìto abusi non è ascoltata».

«Mea maxima culpa» ha il pregio di parlare di un tema che per essere risolto deve essere conosciuto. Forse anni fa un film siffatto avrebbe spaventato il Vaticano. Oggi, a parte qualche imprecisione nella narrazione che a volte infastidisce il pubblico meno ingenuo, serve a non dimenticare che la pedofilia è un crimine che nessuno può permettersi di occultare.

Paolo Rodari


L’Espresso
16 07 2014

E’ durata solo poche ore la tregua virtuale tra Israele e Gaza. Dopo 194 morti e circa 1400 feriti, la diplomazia internazionale sembrava essersi svegliata da un imbarazzante torpore e ha provato a far pressione sulle due parti per raggiungere uno stop alle violenze. La cordata diplomatica, che ha provato ad aprire uno spiraglio di cessate il fuoco, capeggiata dell’Egitto del presidente Abdel el-Sisi, ha visto accodarsi in serie Lega Araba, ONU, USA, la diplomazia europea e in ultima battuta il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas. Il gabinetto di governo israeliano si era detto disponibile a discutere la proposta egiziana, mentre Hamas e la Jihad Islamica hanno risposto picche: forse più una boutade ideologica che una vera intenzione di sostenere il confronto militare. Così sono ripresi i raid degli aerei dello Stato ebraico.

Si chiama "Roof-knocking" ed è una controversa tecnica con cui Israele, oltre a volantini, telefonate e sms, avverte i cittadini di Gaza di un imminente attacco, per limitare al massimo le vittime tra i civili. "Roof-knocking" letteralmente significa "bussare sul tetto": in pratica, gli aerei israeliani lanciano prima una piccola bomba sul tetto dell'edificio nel loro mirino. Come si vede nel video, si tratta di una sorta di "avvertimento". Dopo la prima piccola esplosione, infatti, gli inquilini hanno circa un minuto per scappare, prima del bombardamento vero.

Gaza intanto è sull'orlo di una crisi umanitaria. Secondo l’organizzazione britannica Oxfam , quasi quattrocentomila persone sono senza acqua e servizi igienico-sanitari e il novanta percento dell’acqua potabile è a rischio contaminazione. L'ufficio di coordinamento per i diritti umanitari (OCHA) riporta che almeno il 77% dei decessi riguarda civili, di cui il 30% è rappresentato dai bambini. Grazie agli “efficienti” miliziani di Hamas, che hanno colpito con i loro razzi i fili dell’alta tensione che fornisce elettricità a Khan Younes e a Deir Balah, settantamila persone sono senza elettricità. E se si aggiunge che a Gaza la luce era già razionata in periodi di otto ore per quartiere, si ha l’idea della drammaticità della situazione. Diciassettemila abitanti di Beit Lakhia, al-Atatara e al-Salatin–nord della Striscia- hanno, nei giorni scorsi, abbandonato le proprie case a seguito delle minacce israeliane di bombardare l’area da dove si ritiene siano partiti la maggior parte degli attacchi sul suolo israeliano. Si sono rifugiati nelle strutture dell’UNWRA, a Gaza city, dove sono ammassati in una delle scuole dell’agenzia per i rifugiati in condizioni drammatiche.

I complessi ospedalieri della Striscia sono quasi al collasso: negli ultimi giorni hanno dovuto trattare centinaia di feriti e hanno subito danni alle proprie strutture dovuti ai bombardamenti israeliani. Nell’ospedale di Al-Shifa – il più grande della Striscia - dottori e paramedici lavorano a turni massacranti, medicine e materiale per il pronto soccorso cominciano a scarseggiare. “La situazione è peggiore del 2012” si è lamentato con L’Espresso il direttore del pronto soccorso Ayman Sahabani. “Allora il valico di Rafah era aperto e un po’ di materiale medico riuscivamo a riceverlo, una tregua è necessaria, non riusciremmo a sostenere un’altra settimana come questa”. Nel centro di riabilitazione per malati cronici Al-Wafa, al confine con Israele, una decina di attivisti del collettivo militante pro-palestinese ISM (International Solidarity Movement) - di cui faceva parte anche l’attivista italiano Vittorio Arrigoni - hanno deciso di fare da scudi umani a protezione dell’ospedale bombardato sabato - e presidiano la struttura per fare da deterrente a possibili raid dell’aviazione israeliana.

L'esercito israeliano ha colpito, tra la scorsa notte e l'alba di oggi, oltre 300 obiettivi nella Striscia di Gaza.

“In un mondo normale non dovremmo nemmeno essere qui” dichiara Charlie Andreasson, uno degli attivisti che a turno rimangono nell’ospedale. “La legge internazionale” aggiunge “proibisce di colpire qualunque struttura medico-sanitaria, ma l’esercito israeliano sembra fregarsene”.

Le strade di Gaza continuano ad essere deserte, nei pochi negozi di alimentari ancora aperti incominciano a scarseggiare alimenti e acqua, la mancanza di elettricità sta facendo marcire il cibo nei congelatori. L’unico segno di vita proviene dai richiami alla preghiera, dalle automobili dei media che si affrettano a filmare l’ultimo massacro di civili e da qualche carretto trainato da somari.

L’impasse legata alla mozione egiziana conferma le divisioni delle fazioni palestinesi, non solo con la leadership di Ramallah, ma anche all’interno degli stessi gruppi militanti. Le compagini politiche di Hamas e della Jihad Islamica, come confermato dai portavoce Mussa Abu Marzouk e Khaled al-Batash, si sarebbero dichiarate disponibili a discutere la proposta del Cairo, ma le rispettive compagini armate, le brigate Qassam e al Quds, non sembrano disposte a posare le armi e vedono la tregua come un sconfitta e una sottomissione ad Israele.


L’asimmetria dello scontro è li, davanti agli occhi di tutti: razzi fatti in casa e qualche ferrovecchio di produzione iraniana o siriana, contro la quarta potenza militare mondiale. I miliziani islamici non sembrano farsene una ragione e i vari Mario Rossi e Anna Bianchi – in questo caso i Mohammed e le Fatima - continuano a pagarne le conseguenze. Oggi, centinaia di migliaia di studenti palestinesi di Gaza, avrebbero dovuto ricevere i diplomi di maturità (Tawjili) necessari per accedere all’università. Ma molti di quei giovani non sapranno mai i loro voti.

L’Espresso
15 07 2014

Nel settimo giorno dall'inizio dei combattimenti, si intensifica lo scontro militare tra Israele e i palestinesi di Hamas. Israele ha bombardato finora la Striscia di Gaza con oltre 1300 raid, con l'obiettivo dichiarato di fermare i lanci di razzi, che sono stati fino a ora più di 800. Intanto, per la prima volta, dei suoi soldati mettono piede nella Striscia, e la conta delle vittime si fa sempre più tragica.

Sarebbero infatti già 172 i morti palestinesi, di cui oltre 135 civili e 30 i bambini, mentre i feriti sarebbero un migliaio: il bilancio dell'operazione “Confine protettivo” è dunque già quasi più grave di quello di “Colonna di nuvola”, che, lanciata dal governo israeliano nel novembre del 2012 sempre per fermare il lancio di razzi, fece in una settimana 177 morti tra i palestinesi e 6 tra gli israeliani.

Settimo giorno dell'operazione "Barriera protettiva" lanciata da Israele per fermare il lancio di razzi palestinesi: oltre ai raid aerei, anche l'artiglieria schierata al confine con la Striscia ha colpito diversi obiettivi a Gaza.

Per parte israeliana si contano solo feriti, le uniche vittime al momento sono i tre ragazzi rapiti il 12 giugno mentre facevano l'autostop e ritrovati 18 giorni dopo, Naftali Fraenkel, Gilad Shaer e Eyal Yifrah: un triplice omicidio da cui ha preso il via la rappresaglia contro i fondamentalisti della Striscia e a cui aveva fatto seguito anche un altro terribile assassinio, quello del 17enne palestinese Mohammed Abu Khdeir, bruciato vivo da estremisti israeliani.

Domenica, è stato il giorno più sanguinoso: almeno 54 palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Per la prima volta dei soldati israeliani sono entrati nella Striscia, grazie a un commando navale che, alle due di notte, è sbarcato su una spiaggia a nord di Gaza City prima di ritirarsi dopo un'ora di combattimento.

All'alba un razzo lanciato dalla Striscia di Gaza ha colpito un distributore di benzina ad Ashdod, nel sud di Israele. Secondo i media locali c'è un ferito

Secondo la ong Oxfam, 100 mila persone non avrebbero più accesso all'acqua a causa dei bombardamenti: a migliaia sono in fuga da Beit Lahia e Attatra, da quel nord della Striscia da dove vengono sparati i razzi di Hamas e dove gli israeliani, prima di bombardare, lancia dei volantini di avvertimento (o spedisce sms), invitando la popolazione a lasciare le proprie case. Circa 17 mila persone si sono messe in salvo nei campi dell'agenzia Onu per i rifugiati Unrwa.

In Cisgiordania l'esercito israeliano, dopo aver ucciso un ventenne a sud di Hebron, ha intanto arrestato 23 persone nel quadro delle ricerche degli assassini dei tre giovani, mentre a Tel Aviv sono suonate anche ieri le sirene d'allarme, con Hamas che ha rivendicato il lancio di almeno dieci razzi verso la città, tre dei quali sono stati intercettati dallo scudo anti-missile Iron Dome.

L'esercito israeliano ha colpito, tra la scorsa notte e l'alba di oggi, oltre 300 obiettivi nella Striscia di Gaza: nelle immagini un edificio in fiamme nel centro di Gaza

Altri razzi sono stati sparati nella notte, per la terza volta da venerdì, anche dal sud del Libano, e uno dalla Siria in direzione del Golan, mentre questa mattina Israele ha abbattuto un drone di Hamas, non si sa ancora se carico di esplosivo.

Per quanto riguarda il piano diplomatico, se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dice di non sapere quanto durerà l'operazione, il presidente palestinese Mahmoud Abbas chiede all'Onu di mettere la Palestina sotto protezione internazionale e sullo sfondo rimane la minaccia israeliana dell'invasione della Striscia con la mobilitazione di 30 mila riservisti, gli attori internazionali provano a inserirsi tra le due parti.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha invocato il cessate il fuoco bilaterale. La Lega Araba si riunisce oggi. Il Segretario di Stato americano John Kerry, il cui piano di pace è fallito ad aprile, si è proposto come mediatore. E si muove infine anche l'Europa, con i ministri degli Esteri di Germania e Italia attesi nella regione in queste ore.

A Firenze arrivano le transenne anti-Rom

  • Lug 15, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 3011 volte

L’Espresso
15 07 2014

Barriere per bloccare l'accesso ai binari dell'Alta Velocità. Su cui solo chi ha il biglietto potrà passare, d'ora in poi. Per evitare che "gli immigrati" vadano ad "assillare i passeggeri" offrendo loro di trasportare i bagagli. Succede alla Stazione di Santa Maria Novella. Grazie a un accordo fra Questura e Ferrovie dello Stato.

I giornali locali sono entusiasti. "Finalmente la Stazione respira", "Scatta la rivoluzione", titolano. Gli applausi sono rivolti all'ultima iniziativa delle Ferrovie dello Stato e della Questura di Firenze contro l'accattonaggio. Di cosa si tratta? Di transenne. Messe a bloccare l'accesso ai binari dell'Alta Velocità a tutti coloro che non esibiscono in anticipo il biglietto. Le barriere di Santa Maria Novella hanno l'obiettivo, scrive un quotidiano, "di impedire a un gruppo di una cinquantina di rom di assillare i passeggeri per trasportare i loro bagagli in cambio di qualche spicciolo".

Così, per non far storcere il naso ai viaggiatore della Tav (la misura contenitiva non si applica infatti ai binari degli scalcagnati treni regionali), sono arrivate le transenne, insieme a una squadra di 40 operatori delle Ferrovie dello Stato, piazzati a turno durante la giornata accanto alla barriere per stabilire chi può passare e chi no.

Anche gli agenti della Polizia ferroviaria sono aumentati di numero. Obiettivo: aumentare il controllo anche sugli altri binari. «Le donne rom», lamenta il dorso locale di un grande quotidiano: "di solito delegate a chiedere spiccioli ai clienti impegnati alle biglietterie automatiche, invece ci sono tutte: ma anche per loro si tratta di una giornata difficile, perché una guardia giurata le allontana non appena si avvicinano alle macchinette. «Sta andando tutto a meraviglia – commenta un poliziotto – ma sarebbe stato meglio cominciare qualche mese fa»".

Un gran successo per tutti?

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