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L'ESPRESSO

Carcere, per i disabili la pena è doppia

  • Mag 28, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
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L'Espresso
28 05 2014


Disabile al cento per cento, affetto da disturbi psichiatrici, ha tentato il suicidio due volte in pochi mesi. La sua cartella clinica parla chiaro: “E’ totalmente incompatibile con la condizione carceraria”. Però, nonostante un ordine di scarcerazione ben preciso, da otto mesi continua a rimanere dietro le sbarre perché “mancano istituti sanitari che possano accoglierlo”.

Quella di Stefan, nome di fantasia di un detenuto di 28 anni di origine romena, è solo una delle tante storie di malagiustizia e malasanità che affollano silenziosamente le nostre carceri. Il suo, però, sta diventando un piccolo caso diplomatico proprio perché a lanciare l’allarme – stavolta – non sono le associazioni a tutela dei detenuti o i familiari del detenuto, ma lo stesso direttore del carcere che lo accoglie, l’istituto penitenziario di Opera. Che ora chiede l’intervento delle istituzioni.

Tra pochi giorni sarà esecutiva la condanna europea per le condizioni inaccettabili delle prigioni italiane. Una vergogna a cui nessun governo ha saputo dare una risposta. Bisogna rimediare: introducendo il reato di tortura
“Il magistrato di sorveglianza otto mesi fa ha disposto il rinvio dell’esecuzione della pena per le sue condizioni di grave infermità fisica incompatibili con il carcere”, denuncia il direttore di Opera Giacinto Siciliano, “ma noi non possiamo scarcerarlo perché non si trova una struttura deputata ad accoglierlo”.

Conferma Alessandra Naldi, garante dei diritti delle persone private di libertà del Comune di Milano: “E’ una situazione molto seria che rischia di precipitare, anche perché attualmente questo ragazzo si trova in infermeria, aiutato da un piantone, ma le sue condizioni sia fisiche che psicologiche sono critiche, non può restare in carcere. E’ una situazione della quale si devono fare carico in parte il Comune in parte la Regione. Bisogna trovare un posto in una residenza sanitaria”.

Di casi come questi, solo in Lombardia, se ne contano quasi cinque all’anno. Detenuti che non hanno una famiglia o persone che possano garantire loro un domicilio alternativo al carcere, e che quindi devono rimanere a scontare la propria condanna – anche quando minima – fra le mura carcerarie inadatte ad accoglierli. Ad aggravare il problema, poi, c’è la carenza cronica di strutture sanitarie. Si contano sulle dita di una mano, soprattutto quelle per pazienti affetti sia da disabilità fisica che da patologie mentali. “Un circolo vizioso del nostro sistema penale”, spiega ancora Alessandra Naldi.

Per altri, invece, il problema è a monte: il Tribunale di sorveglianza respinge le istanze di scarcerazione, anche di fronte a condizioni cliniche oggettivamente gravi. E allora il detenuto si ritrova a dover scontare la propria condanna in condizioni precarie, aggravando la propria salute.

La vicenda del giovane detenuto di Opera apre uno squarcio su una delle questioni più controverse del sistema penitenziario italiano: la presenza dei disabili in carcere. In tutta Italia sfiorano quota mille, anche se i numeri sono impossibili da quantificare. Esiste però un unico carcere in tutto il Paese (Parma) privo di barriere architettoniche. Tutti gli altri sono inadeguati. Basti sapere che in tutto San Vittore si conta una sola cella senza scalini e con porte abbastanza larghe da ospitare detenuti su sedia a rotelle. Poi si arriva ai paradossi. Perché alcuni penitenziari vantano invece reparti modello adatti ai disabili, ma mai utilizzati. Come Busto Arsizio (Varese), dove un reparto nuovo di zecca attende ormai da cinque anni di essere inaugurato.

E le tragedie sono dietro l’angolo, in tutta Italia. Una delle situazioni più disastrose viene segnalata nel carcere romano di Rebibbia. “Il piano terra del reparto G 11 del Nuovo Complesso”, tuona il garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, “viene di fatto utilizzato come centro clinico senza averne le caratteristiche tecniche e strutturali e senza, soprattutto, la presenza di personale medico e paramedico adeguato”. “Trattandosi di una soluzione di ripiego”, aggiunge Marroni, “la situazione è rapidamente degenerata diventando, oggi, drammatica. Il reparto non ha le condizioni strutturali per ospitare detenuti affetti dalle più disparate patologie e con scarse o nulle capacità deambulatorie. Celle e servizi non sono adeguati per ospitare persone disabili”.

Mancano le carrozzine, dunque. Così spesso i detenuti sono costretti a stare tutto il giorno in cella. Fra le situazioni denunciate a Rebibbia c’è quella di Emilio T., che ha la poliomielite alla gamba destra, ed è a rischio di amputazione. Diabetico, è costretto a fare punture di insulina quattro volte al giorno. Nella sua cella di 10 mq non c’è spazio per la carrozzina. Per questo è costretto a stare a letto 24 ore al giorno.

Coal Not Dole, fotografia di uno sciopero

  • Mag 28, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
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L'Espresso
28 05 2014

Coal Not Dole (carbone, non sussidi), slogan coniato durante lo sciopero dei minatori del 1984-85, è anche il titolo del libro del fotografo tedesco Michael Kerstgens, in uscita presso la Peperoni Books, che di quello sciopero documenta gli aspetti sociali e psicologici. Fu indetto dalla MNU (National Union of Mineworkers) contro la massiccia privatizzazione e chiusura delle miniere voluta dal governo Thatcher. Per un anno intero, dal marzo del 1984 al marzo del 1985, le comunità di minatori, soprattutto gallesi e dello Yorkshire, guidate dal leader Arthur Scargill, incrociarono le braccia. Un braccio di ferro che culminò nella cosiddetta battaglia di Orgreave, dove in 5000 si scontrarono con altrettanti poliziotti a cavallo, e si concluse con una resa: i minatori tornarono al lavoro, per poi perderlo poco dopo. Ci furono 11.000 arresti, circa 20.000 i licenziamenti. A cura di Leonardo Clausi.

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Se l'uomo forzuto fa la maglia

  • Apr 16, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
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Francesca Sironi, L'Espresso
16 aprile 2014

Ettore il macho che nasconde un segreto. Il papà che aspetta un figlio. Cloe, sei anni, che vuole lo zaino di Spiderman. Sono alcune delle storie di settenove, una piccola casa editrice fondata pochi mesi fa. Con un obiettivo: superare i pregiudizi. Per combattere la violenza sulle donne. Trasmettendo la parità ai più piccoli. Parla la fondatrice, Monica Martinelli.

L’Espresso
16 04 2014

Ettore il macho che nasconde un segreto. Il papà che aspetta un figlio. Cloe, sei anni, che vuole lo zaino di Spiderman. Sono alcune delle storie di "settenove", una piccola casa editrice fondata pochi mesi fa. Con un obiettivo: superare i pregiudizi. Per combattere la violenza sulle donne. Trasmettendo la parità ai più piccoli. Parla la fondatrice, Monica Martinelli.

di Francesca Sironi

Ettore è un uomo STRAORDINARIAMENTE forte. Ammirato dal pubblico e invidiato dai colleghi. Ma non è un macho come gli altri. Ha un segreto: ama lavorare a maglia. Lo deve fare però di nascosto; ai maschi non sono permessi passatempi tanto femminili. E infatti il forzuto sollevatore di pesi con un debole per l'angora, alla fine, si troverà a difendere la sua “diversa” mascolinità.

Quella di Ettore è solo una delle sette storie pubblicate da “ settenove ”, piccolissima casa editrice fondata a settembre del 2013 a Cagli, nelle Marche, dalla trentenne Monica Martinelli. Una laureata in giurisprudenza che ha un obiettivo: fare qualcosa contro la violenza sulle donne.

Ad ogni inchiesta sul dramma continuo dei femminicidi emerge: l'unico modo per affrontare davvero il problema – che è un problema culturale e non un'emergenza - è partire dall'educazione. Sì, ma come? Martinelli ha deciso di farlo con le favole. Storie magiche, fantastiche eppure estremamente realistiche che raccontano coppie, famiglie e avventure con uno sguardo diverso. Perché le principesse non sono per forza bambole vestite di rosa e destinate ad attendere tutta la vita uno sposo; i papà aspettano i figli come le mamme, nel senso che si preparano al loro arrivo con lo stesso entusiasmo; e le bambine come Cloe sfidano i pregiudizi indossando zainetti di Spiderman scuola.

L’Espresso
16 04 2014

Migliaia di ragazzi presi di mira perché omosessuali. Anche tra i banchi. E quando gli insegnanti provano ad affrontare il tema vengono attaccati dalle reti cattoliche. Nel silenzio delle istituzioni. Che, anzi, stanno per fare dietrofront davanti alla prima iniziativa contro il bullismo. Accettando le censure del Vaticano.

di Michele Sasso e Francesca Sironi


G. aveva 14 anni quando si è suicidato, buttandosi dal balcone di casa sua, a Roma. Aveva lasciato un biglietto: «Sono omosessuale, nessuno capisce il mio dramma». Lui morto, il caso è arrivato alle cronache. Ma migliaia di altri ragazzi affrontano gli stessi “frocio”, “ricchione”, “finocchio” ogni volta che entrano in classe. Senza dirlo a nessuno. È un problema. E non servono statistiche ufficiali (che non esistono, come aveva spiegato l'Espresso ) per dimostrarlo: basta ascoltare le esperienze di quanti l'omofobia la vivono ogni mattina sulle scale del liceo o provano ad affrontarla in cattedra. O ancora andare su Ask.fm , il social network più diffuso fra gli adolescenti, dove abbondano le domande anonime sul compagno-sicuramente-gay o la ragazza-evidentemente-lesbica, con il loro corredo di commenti pruriginosi e di insulti.

Il problema esiste. Eppure dal Palazzo non solo non è considerato una priorità. Ma è osteggiato. La prima vera iniziativa dello Stato contro l'omofobia a scuola è diventata uno scandalo istituzionale, con i manuali prodotti dal dipartimento delle pari opportunità (un ufficio della Presidenza del Consiglio) boicottati dal cardinale Bagnasco e messi in sordina dallo stesso ministero dell'Istruzione prima ancora di essere distribuiti: censura preventiva in piena regola. Questo mentre l'amministrazione centrale lascia che i dirigenti scolastici si arrangino da soli davanti alle valanghe di lettere, denunce e ricorsi presentati dalle associazioni cattoliche contro ogni iniziativa che parli di genere, sesso o diversità.

Così, anche se alcuni istituti, alcune regioni, provano ad affrontarlo, il problema, continua, anzi aumenta, la guerra in sordina fra le case e i banchi scolastici, fino ai corridoi degli uffici ministeriali. Le vittime sono sempre le stesse: gli studenti e le studentesse gay o lesbiche. Che, ancora nel 2014, non possono contare che su sé stessi per affrontare l'ignoranza e le aggressioni.

Stato laico? Per dimostrare quanto sia considerato compromettente affrontare il discorso dell'omofobia a scuola, bisogna partire dai meandri dello Stato. Ovvero dal tragicomico caso dei libretti per “Educare alla diversità” dell' Unar, l'ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali . La vicenda inizia l'anno scorso, con l'approvazione da parte del ministro tecnico Elsa Fornero della “strategia Lgbt”: un piano per combattere gli stereotipi contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender. L'attività procede con successo negli incontri con polizia, giornalisti, sindacati. Fino a che non si tocca il tema scuola. E scoppia il caos.

L'Unar infatti, a nome del dipartimento delle Pari Opportunità, commissiona all' Istituto Beck – un'associazione scientifica specializzata in psicoterapia – dei libretti rivolti agli insegnanti di elementari, medie e superiori per affrontare il tema del bullismo contro i gay in classe. Il progetto costa 24mila euro (su 500mila di finanziamento totale per la “strategia”) e viene affidato direttamente, senza gara: «per importi così bassi è normale», spiegano dall'ufficio. Quando i libretti sono pronti però, l'Istituto Beck, prima di farli passare al vaglio del ministero dell'Istruzione, li pubblica sul sito, “protetti” da password. Quaranta presunti esperti dovrebbero poterli studiare e scaricare. Uno di loro li pubblica in rete. Il link viene tolto, ma è troppo tardi.


È panico: il presidente della Cei Angelo Bagnasco consegna al quotidiano della Cei "Avvenire" la sua invettiva contro una «scuola pubblica che sta diventando un immenso campo di rieducazione» perché quei libretti «instillano preconcetti contro la famiglia e la fede religiosa». Sul "Corriere della Sera" Isabella Bossi Fedrigotti si lamenta della guida perché attaccherebbe la «famiglia tradizionale» e sarebbe «una precipitosa corsa in avanti con uno scopo preciso: preparare il terreno al matrimonio omosessuale». Il caso conquista copertine, articoli, speciali: 180 pagine di giornale in poche settimane.

E dallo Stato, a difesa di quel libretto mai distribuito, mai arrivato a scuola, ma che secondo un protocollo ufficiale dovrebbe arrivare in classe? Nessuna parola. Anzi sì, qualcuna. Ma di censura. Il sottosegretario alfaniano all'Istruzione Gabriele Toccafondi parla di «Impronta culturale a senso unico» e boccia i libretti. La due giorni organizzata coi tecnici dell'amministrazione – compresi i dirigenti scolastici – per parlare di bullismo slitta. «Ma il ministro Stefania Giannini la confermerà, entro la fine dell'anno», promettono dal ministero: «Prima però incontrerà i forum degli studenti e dei genitori per discuterne».


Intanto il quotidiano “Avvenire” brinda a una presunta circolare con cui la Giannini sarebbe pronta a stoppare definitivamente l'arrivo dei manuali anti-omofobia. «Una notizia falsa che abbiamo chiesto di rettificare», commentano dal ministero: «Quei libretti non sono mai arrivati a noi. E quindi mai partiti. Né mai bloccati. Appena potremo li esamineremo e capiremo il da farsi». La polemica così procede, fra comunicati e anti-comunicati. Mentre nel “mondo reale” c'è chi prova ad affrontare sul serio il problema. Per difendere gli studenti. Senza aspettare il via libera di Roma.

Scuole in trincea. Pontassieve, piccolo paese a 11 chilometri da Firenze, dove vive, fra gli altri, l'attuale premier Matteo Renzi. Provincia, comune, istituto scolastico (dalle elementari alle medie) e un'associazione di volontariato hanno avviato il progetto “E.cos – decostruire per costruire”: una serie di incontri dedicati agli alunni, ai loro genitori e agli insegnanti, per riflettere sugli stereotipi di genere tra maschile e femminile. Per un gruppo di famiglie che si firma “ Scuola senza ideologie ” questo sarebbe un attacco frontale al diritto dei genitori di scegliere l'educazione dei propri figli e di controllare ciò che imparano. Parte così un appello ai dirigenti scolastici perché blocchino le lezioni scomode. Ma la raccolta firme non le ferma. Gli incontri sono iniziati e continueranno fino a maggio: sale piene di genitori, poche proteste, aule zeppe di alunni con le mani alzate a fare domande. «Sembra che gli attacchi viaggino su canali paralleli. Non quelli reali delle famiglie da cui provengono i nostri studenti», provano a spiegare dal Comune: «È da tempo che altre città, come Firenze, trattano argomenti come questi. Mai una barricata. Ora la situazione è cambiata».


Che l'educazione sia diventata un terreno di scontro fra pro e contro discriminazione lo racconta anche Giuseppina La Delfa, presidente dell'associazione “ Famiglie arcobaleno ” che riunisce migliaia di genitori gay e lesbiche: «Esistiamo da 10 anni», racconta: «Ormai almeno 300 bambini figli di coppie omosessuali frequentano la scuola italiana. Non abbiamo mai avuto problemi. Mai». La quiete però sembra a rischio, adesso: «Il clima è peggiorato. In una scuola materna di Roma una coppia ha proposto di chiamare la festa del papà festa della famiglia, così da poter partecipare: Forza Nuova allora ha organizzato una manifestazione fuori dall'ingresso. A Bologna settimana scorsa hanno fatto un presidio anche davanti alla biblioteca in cui eravamo state invitate per un dibattito».

Gay che dimostrano di essere ottimi genitori, incontri per combattere le discriminazioni, lezioni contro il bullismo: per le associazioni cattoliche sono tutte armi di quella che loro definiscono “Ideologia del gender”. È il cappello sotto cui finisce, per loro, ogni tentativo di spiegare che è assolutamente normale non riconoscersi nel genere in cui si è nati, oppure amare persone dello stesso sesso, o ancora vivere ed essere una famiglia anche senza un uomo e una donna che copulino al solo scopo di riprodursi. «Se la scuola di vostro figlio propone corsi di educazione all'affettività, educazione sessuale, se parlano di superamento degli stereotipi o di relazione tra i generi: date l'allarme!», scrive il “Forum delle associazioni familiari dell'Umbria” in un volantino: «Inviate una lettera raccomandata e in caso non vi diano ascolto esercitate il vostro diritto ad educare la prole a casa e non fate uscire i vostri figli per quella lezione».

Silenzio in aula. Così, mentre a Roma si litiga sui libretti, i docenti si trovano ad affrontare questi argomenti a loro rischio . Senza le spalle coperte dall'istituzione: «Mi è capitato di spiegare in una terza media di provincia che il sesso non è una cosa sporca», racconta Isabella Milani, insegnante, autrice e blogger : «Dopo la lezione il prete è andato nelle case degli alunni a fare un discorso riparatore, e io sono stata convocata dalla preside». E sì che la sessualità dovrebbe essere un tema “facile”. Sicuramente più semplice di quelli che riguardano la diversità, il riconoscersi o no in un determinato genere, gli affetti: «L'ignoranza su questi aspetti è ancora tanta. Fra gli studenti ma anche fra noi docenti», continua la prof: «La maggior parte evita l'argomento perché lo ritiene troppo difficile. Altri sono i primi a fare battutine. E tra gli alunni è uguale. Capita che in occasione della gita nessuno voglia avere in camera il ragazzino considerato gay. O che si offendano tra loro a colpi di “lesbica” e “finocchio”: qualche giorno fa, per esempio, dei ragazzi hanno attaccato sulla schiena delle compagne un pesce d'aprile con la scritta: “Sono una lesbica”». Per questo, conclude: «Non possiamo lasciare che i giovani omosessuali affrontino da soli una società come quella in cui viviamo. La scuola dovrebbe fare la sua parte».


Ma i quattordicenni restano effettivamente soli ad affrontare gli attacchi: «Un adolescente gay nella maggior parte dei casi non può contare sull'appoggio della famiglia», racconta L., docente di matematica in un istituto tecnico del Nord, omosessuale, dichiaratosi ai colleghi ma non agli alunni, per non creare problemi ai genitori: «Se un ragazzino di colore viene insultato, lo denuncia subito, a noi e a casa. Un gay invece non può, perché spesso in famiglia non ha detto nulla. E tiene tutto per sé». Fino ad arrivare a decisioni drastiche quella di G., che si è buttato dal balcone, o del 16enne che un anno fa ha provato a uccidersi per gli insulti ricevuti all'istituto nautico che frequentava. «Se da una parte la situazione è migliorata», continua l'insegnante: «Dall'altra insulti e bullismo si sono spostati online, o sui cellulari. Io stesso adesso mi devo occupare di un caso di bullismo proprio via Whatsapp, l'applicazione per mandarsi gratis i messaggi. Gli adolescenti non si accorgono della gravità di quello che scrivono. Usano parole durissime in modo inconsapevole».

Eppure se su ask.fm c'è, in effetti, Martina, ad esempio, 13 anni, di Bergamo, che tra le trenta cose che odia di più al mondo inserisce “i ricchioni”, c'è anche Francesca, 14 anni, di Pavia, che alla domanda «Come è avere quel frocio di Marlon in classe? Non essergli amico! È frocio fa schifo!», risponde: «Povera te: hai ragione, sono davvero sfortunata ad aver trovato un buon amico».

Figli versus Genitori. Che i ragazzi siano più “avanti” dei loro vecchi - e delle vecchie istituzioni romane - quando si parla di questi argomenti lo dimostra il caso del liceo Muratori di Modena, dove gli studenti avevano invitato Vladimir Luxuria e il presidente dell'Arcigay locale per parlare di transessualità. Alcuni genitori presenti in consiglio d'istituto però si sono opposti, bloccando l'incontro. E nonostante l'ok degli alunni a fare lo stesso il dibattito ospitando un contraddittorio, Vladimir non è potuto entrare in classe, perché i docenti, intimoriti dalla risonanza mediatica della vicenda, non si sono presentati alla riunione che doveva votare il via libera definitivo. Il dibattito così si è spostato su Facebook. Dove a difendere l'attivista transessuale non sono solo militanti o invasati. C'è anche Irina, ad esempio, una quindicenne che legge Jane Austen, ha i capelli biondi, un fidanzato maschio, ma sostiene che è un peccato che la conferenza sia saltata. Perché sarebbe stata interessante per tutti.

E sono stati sempre gli studenti a denunciare il docente di Religione del Liceo Foscarini di Venezia che in classe aveva portato un bigino in cui si sosteneva che fosse meglio curare chi è gay. Oppure a pubblicare il questionario portato da un insegnante, dove fra le colpe dell'umanità di cui discutere, dopo guerra, infanticidio e furto, spuntavano omosessualità e Hiv. E sì che educarli al rispetto dovrebbe essere uno dei compiti principali della scuola: «Abbiamo l'impegno di formare cittadini e di mettere al riparo gli adolescenti dalla xenofobia, dal razzismo, dalla violenza, dalla caccia al diverso», ragiona Mimmo Pantaleo, responsabile scuola della Cgil: «Non si possiamo meravigliare poi dell'esplosione del bullismo se noi stessi non affrontiamo l'argomento in classe».

Fine vita, finalmente si apre il dibattito

  • Apr 10, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2306 volte

l'Espresso
10 04 2014

Dopo la lettera aperta pubblicata dall'Espresso del comitato Luca Coscioni era arrivato l'impegno dei parlamentari Cuperlo, Civati, Morra e Galan a favore di un intervento in Aula sulla proposta di legge. Carlo Troilo: 'Queste nuove prese di posizione ci fanno ben sperare'.

In Parlamento si rafforza la possibilità di una legge sulla eutanasia o almeno di un serio dibattito sulle scelte di fine vita: Gianni Cuperlo e Pippo Civati (PD), Nicola Morra (5 Stelle) e Giancarlo Galan (Forza Italia) rispondono positivamente a Carlo Troilo, che in una lettera aperta a “L’Espresso” aveva criticato gli antagonisti di Renzi nel PD, i più progressisti fra i 5 Stelle e i “laici” del cento destra per non aver preso posizione a favore di un dibattito parlamentare sulla proposta di legge di iniziativa popolare della Associazione Luca Coscioni sulla eutanasia dopo l’appello del Presidente Napolitano.

I parlamentari interpellati avevano così risposto all'Espresso

“Io – rivendica Civati - l’argomento l’avevo affrontato in lungo e in largo da candidato alle primarie (...). E adesso è chiaro che con le larghe intese un tema così non si riesce ad affrontare”. Cuperlo è meno rassegnato e prova ad aprire una strada: “sono convinto che una legge saggia sul fine vita sia una necessità e un obbligo. Ma credo anche che questo Parlamento sia in condizione di farla: le grandi conquiste civili si sono fatte e si possono fare con maggioranze trasversali rispetto a quelle che reggono il governo. Penso per esempio ai 5 Stelle”.

Proprio dai 5 Stelle arriva la risposta del senatore Nicola Morra: “Disponibilissimi a parlare di fine vita”. E aggiunge: “Su questioni etiche il movimento ci tiene a consultare la base, ma esiste comunque la libertà di coscienza, e non escludo si possa intraprendere un percorso di questo tipo: non è la primissima cosa da fare, ma sul fine vita ci potrebbero essere maggioranze trasversali”. Disponibile il senatore forzista Giancarlo Galan, iscritto all'Associazione Luca Coscioni: “Speranza di avere una legge ce n’è poca, almeno nell’immediato: ma ci impegneremo per portare all’ordine del giorno questo tema”.

Ai parlamentari interpellati da “L’Espresso” risponde Carlo Troilo

“Dopo le aperture - chi nel merito, chi nel metodo - arrivate dal Presidente della Camera Laura Boldrini, dei Presidenti delle Commissioni competenti di Camera e Senato, Pierpaolo Vargiu (Scelta Civica) ed Emilia De Biase (PD), del Vice presidente della Camera Luigi Di Maio (5 Stelle) e del capogruppo PD al Senato Luigi Zanda e di Sel alla Camera Gennario Migliore, oltre a Parlamentari come Luigi Manconi e Francesco Palermo, queste nuove ed autorevoli prese di posizione ci fanno sperare che i Parlamentari sapranno far prevalere le loro convinzioni – che sono in sintonia con quelle del 58% degli italiani (Eurispes) favorevoli alla eutanasia – sulla disciplina di partito”.

"Dovrebbero trasformare le posizioni in lotta politica" - aggiunge Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni e promotore della proposta di legge di iniziativa popolare per l'eutanasia legale - "in particolare chiedendo la calendarizzazione della nostra legge popolare. Basta un Gruppo politico per farlo, e poi ci batteremo per un vero dibattito. Sono d'accordo con Gianni Cuperlo: il Parlamento è in condizione di fare la legge. Spero che anche Civati se ne convinca invece di rassegnarsi".

L'Espresso
08 04 2014

È stata la decisione più bella che potessimo prendere, io e mio marito. Oggi Filippo ha sei anni, ed è mio figlio grazie al dono di un’altra donna. E io sono una madre felice». Filippo è uno dei figli dell’eterologa, cioè nato in seguito alla donazione di gameti (ovociti o spermatozoi) da parte di un individuo esterno alla coppia che non può avere bambini. Valentina, la sua mamma, ha scoperto a 36 anni di essere in menopausa precoce. L’unica strada per avere un figlio era dunque quella di chiedere aiuto a un’altra donna, che avrebbe prodotto gli ovociti che lei non aveva più. Una volta fecondati in vitro con il seme del marito, questi sarebbero stati reimpiantati nel suo utero. E lei avrebbe potuto cercare di diventare mamma in una delle ottime strutture del nostro paese.

Avrebbe, se sulla sua strada non avesse incontrato la Legge 40 che, dal 2004, ha messo fuori legge una pratica medica che in Italia era invece largamente diffusa, la fecondazione eterologa appunto. Così Valentina e suo marito, come altre centinaia di coppie italiane ogni anno, sono volati in Spagna, dove la tecnica è legale, ampiamente utilizzata, e costa diverse migliaia di euro. Ed è arrivato Filippo.

Tutto bene, dunque. Proprio no. Perché Valentina e il marito si sono resi conto che un loro diritto era stato comunque leso: insieme ad altre due coppie nelle loro stesse condizioni hanno fatto ricorso. E i Tribunali hanno rimandato la questione alla Corte Costituzionale. Così la mattina dell’otto aprile, nella sala delle udienze del Palazzo della Consulta a Roma, i quindici giudici della Corte (quattordici uomini e una donna) si riuniranno per decidere se la Legge 40 ha leso un diritto di Valentina, e di coloro che avrebbero voluto fare come lei ma non hanno potuto. E qui i supremi giudici potrebbero assestare un altro colpo a una legge, la 40, mal pensata, mal scritta e ormai sul punto di colare a picco sotto i colpi delle centinaia di coppie lese che hanno chiesto aiuto ai Tribunali. Una legge che, lo ricordiamo, è il risultato di numerosi rimaneggiamenti di altrettanti testi, a partire dal primo del 2002 firmato da Dorina Bianchi, e che, nella sua versione definitiva porta la prima firma dell’onorevole della Lega Nord, Giancarlo Giorgietti.

Il relatore Giuseppe Tesauro, grande internazionalista con un passato alla Corte di Giustizia delle Comunità europee, esporrà alla Consulta i sui quesiti: il divieto di fecondazione eterologa è in contrasto con i principi costituzionali? Valentina, cui è stato negato nel suo paese l’accesso all’unica tecnica che avrebbe potuto renderla madre, è stata discriminata rispetto ad altre coppie la cui condizione di infertilità era meno grave? Essersi dovuta recare all’estero per un atto medico non consentito nel suo paese, ha esposto Valentina a dei rischi sanitari? «Abbiamo chiesto che fosse sollevata la questione di legittimità costituzionale perché a nostro parere, vietando l’eterologa, la Legge 40 viola il principio del diritto alla salute e il principio di uguaglianza», commenta Filomena Gallo, avvocato di una delle coppie che hanno fatto ricorso e segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, che insieme a Gianni Baldini discuterà l’8 aprile il caso in Corte Costituzionale.

La questione è giuridicamente complessa, e gli avvocati che hanno portato nei tribunali italiani le incongruenze della Legge 40, fino ad arrivare alla Consulta, da tempo affilano le armi per il grande appuntamento. «In effetti», commenta Patrizia Borsellino, professore di Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano-Bicocca: «Se la Legge 40 è finita davanti ai giudici una trentina di volte, il merito è delle coppie che non si sono arrese, delle associazioni dei pazienti che le hanno sostenute, e degli avvocati che hanno portato nelle aule argomentazioni chiare e convincenti».

Dopo la cancellazione di alcuni punti cardine della 40, infatti, quello dell’eterologa è uno degli ultimi divieti ancora in piedi. Eppure prima del 2004 l’eterologa era una pratica diffusa e socialmente accettata. «Di più, in questo settore l’Italia era all’avanguardia, ed erano gli stranieri che si rivolgevano a noi per la donazione di gameti», commenta Andrea Borini, ginecologo e presidente della Società Italiana di Fertilità e Sterilità (Sifes). A donare il seme erano ragazzi, studenti di medicina ma anche uomini che avevano affrontato il percorso di procreazione assistita con le loro compagne, e che volevano aiutare coppie in difficoltà. E tutto avveniva in sicurezza. I donatori erano sottoposti a screening genetico per evitare malattie trasmissibili o infettive, e ogni donazione non poteva dare origine a più di cinque gravidanze, secondo i criteri stabiliti dal Cecos, il Centro Studio e Conservazione Ovociti e Sperma Umani che raggruppa i maggiori centri privati di procreazione medicalmente assistita. Una compravendita di gameti, un mercato da far west, come spesso si è detto? «Per il disturbo – una giornata lavorativa persa, un viaggio in taxi per raggiungere il centro – i donatori ricevevano una piccola somma, circa 50 mila lire. Poi una direttiva dell’allora ministro della Sanità Rosi Bindi vietò ogni tipo di retribuzione. Ma le donazioni continuarono, ed erano sufficienti a coprire le richieste delle coppie sterili», continua il ginecologo. Per i gameti femminili, il dono arrivava invece dalle donne che stavano intraprendendo un percorso di procreazione assistita e avevano un numero di ovociti superiore alla loro necessità. E non ricevevano nemmeno uno sconto sul trattamento.

Oggi tutto questo non è più possibile. E gli italiani che hanno bisogno di queste disposizioni medicihe sono di fatto mandati all’estero, assumendosi costi e rischi. Perché la Legge 40, pur vietando l’eterologa, non punisce le coppie italiane che si recano all’estero per avere accesso a questa tecnica. Però, osserva Borini: «I medici che consigliano alle coppie sterili di andare all’estero, o indicano ai loro pazienti i centri più sicuri ed efficienti, per la stessa legge commettono un reato». Risultato: le coppie sono completamente abbandonate a loro stesse, e scelgono i centri esteri su Internet o grazie al passaparola, senza sapere a cosa andranno incontro.

E oltre i confini dell’Italia, lì sì che c’è il Far West. Anzi, il Far East, tanto è vero che alcune coppie sono tornate dai paesi dell’est europeo portandosi dietro un’infezione da Hiv o da Hcv, il virus dell’epatite C. Anche per questo, commenta Marilisa D’Amico, professore di Diritto costituzionale alla Statale di Milano che insieme agli avvocati Maria Paola Costantini, Massimo Clara e Sebastiano Papandrea l’8 aprile parlerà ai membri della Consulta: «Riteniamo che la Legge 40 violi l’articolo 32 della Carta, quello relativo al diritto alla salute. Perché questo esilio procreativo mette a rischio non soltanto la salute delle coppie, ma anche quella collettiva».

Il fatto poi è che, fanno notare gli avvocati che assistono le coppie, per quanto restrittiva sia la normativa italiana in materia di donazione di gameti, si intravvedono qui e là diverse incongruenze. Per esempio la Legge 40 stabilisce che possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita le coppie infertili o sterili. Ma per avere un figlio, una coppia sterile non ha altra strada che ricorrere all’eterologa, che però è vietata. Una contraddizione nella norma. Non solo: all’articolo 9 si legge: «Qualora si ricorra a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo (…) il coniuge o il convivente non può esercitare l’azione di disconoscimento della paternità della legge».

Dunque da un lato si vieta una tecnica, dall’altra si tutelano i bambini nati con questa tecnica. Dando per scontato che i cittadini italiani continueranno a farvi ricorso, magari andando all’estero. «Il numero di persone che potrebbero aver bisogno di ricorrere a questa tecnica è potenzialmente molto elevato», spiega Guglielmo Ragusa, ginecologo e dirigente medico dell’Ospedale San Paolo di Milano: gli uomini privi di spermatozoi e molti di quelli che ne hanno pochi e non riescono a concepire, e poi le donne infertili, in menopausa precoce, o quelle sottoposte a terapie oncologiche. Si potrebbe arrivare al 4,5 per cento degli italiani. «Escluderli dalle tecniche di fecondazione assistita», continua Ragusa: «È come dire loro: io ho la cura, ma decido che certe persone non le tratto.».

Insomma, la materia è quella del diritto alla salute, anche riproduttiva. E su questo già si è visto che la Legge barcolla. Da sottolineare, continua D’Amico: «È il riferimento alla decisione della Corte costituzionale n. 151 del 2009, che ha modificato la Legge 40, consentendo per la fecondazione omologa di produrre più di tre embrioni e di crioconservarli. In questa decisione la Corte ha affermato che esiste un valore, quello delle «giuste esigenze della procreazione», che non significa diritto a diventare genitori, ma diritto di rivolgersi alla scienza per provare a diventarlo».

hanno collaborato Tiziana Moriconi 
e Annalisa Bonfranceschi

Francesca Sironi, L'Espresso
27 marzo 2014

Bimbi irrequieti. Ansia sociale e da lutto. Teen timidi. Per un discusso manuale americano si tratta di malattie mentali. Come altre trecento. Ma è un errore, spiega un grande maestro. E può fare seri danni. Parla Eugenio Borgna.

Par condicio per le donne? Almeno in tv

  • Mar 27, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
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l'Espresso
27 03 2014

Dopo le sconfitte subite in aula sull'Italicum e sulla parità di genere per le Europee, alcune parlamentari Pd ci riprovano: chiedendo che almeno che nei talk show e nei tg, prima del prossimo voto, ci sia lo stesso spazio per candidati e candidate

Quote rosa, riparte l’assalto. Almeno di bandiera, e con virata sulla comunicazione: quella parità che non c’è per legge, ci sia almeno per immagine (televisiva).

Tutt’altro che fiaccate dalle sconfitte subite nella trattazione alla Camera dell’Italicum (si spera nel Senato), e a palazzo Madama in merito alla legge sulla parità di genere per le Europee (nulla di fatto per il 2014, arriverà solo nel 2019), alcune parlamentari del Pd spingono perché le donne siano equamente rappresentate sul piccolo schermo, in vista del voto per Strasburgo.

Un emendamento presentato da Paola De Micheli al regolamento sulla par condicio, in discussione in commissione Vigilanza Rai, chiede infatti la luna: vale a dire “la presenza paritaria di entrambi i sessi” sotto elezioni. Non solo in tribune e messaggi autogestiti ma anche in telegiornali e talk show“, al fine di contrastare la sottorappresentazione delle donne in politica”. Un emendamento per assicurare una “equilibrata rappresentanza di genere” è stato presentato anche da Laura Puppato.

Sia chiaro: un qualche equilibrio tra maschi e femmine è già previsto nel regolamento, di cui è relatore il presidente della Commissione Roberto Fico, ma chissà quanto il testo resterà stringente sul punto.

I capigruppo di Pd e Fi, Vincio Peluffo e Renato Brunetta, sembrano invece assai più interessati a eliminare quella normetta che dovrebbe sottomettere agli obblighi della par condicio sia premier (Renzi?) e ministri che ex premier (Berlusconi?): ciascuno ha già presentato sul un emendamento sopressivo.

Altro che quote rosa. E del resto c’è in fondo da capirli. Un’eccessiva attenzione all’equilibrio di genere porterebbe al paradosso: si vedrebbero più donne in televisione che in Parlamento.

Susanna Turco

l'Espresso
14 03 2014

Su 169 milioni di euro prelevati dalle tasche dei contribuenti, solo 404mila sono stati destinati alla cooperazione internazionale e zero è andato a restauri e riassetto idrogeologico. I fondi sono stati infatti dirottati per "esigenze di finanza pubblica".

Cambiano i governi, ma non la disinvoltura con cui si modifica l’utilizzo dei denari pubblici. La commissione Bilancio del Senato, infatti, ha approvato il decreto dell’ex governo Letta che dirotta i fondi che i cittadini italiani hanno deciso di devolvere allo Stato verso tutt’altri fini rispetto a quelli previsti dalla legge.

Le richieste presentate da organizzazioni non governative, soprintendenze e agenzie di protezione del territorio erano già superiori alle risorse disponibili: 278 milioni per il restauro di beni culturali, 123 per il riassetto idrogeologico, 21 per archivi e biblioteche, 20 per i rifugiati, sei per la cooperazione. Ma i senatori chiamati ad approvare il decreto della Presidenza del Consiglio che ripartisce le risorse, si sono trovati di fronte a un vero e proprio scippo.

Su 169 milioni 899 mila 25 euro prelevati dalle tasche dei contribuenti, e dunque pronti a essere distribuiti nei settori citati, 404mila sono stati effettivamente destinati alla cooperazione internazionale, mentre nulla è stato previsto per la tutela del territorio, l’assistenza ai rifugiati e la conservazione dei beni culturali. Perché? Il resto dei fondi se l’è tenuto il governo Renzi, per «esigenze straordinarie di finanza pubblica».

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanni Legnini ha ammesso davanti ai senatori: «È un taglio davvero notevole», ma non è indietreggiato di un euro.

A. Mas.

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