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L'ESPRESSO

Francesca Sironi, L'Espresso
12 marzo 2014
 
La battaglia per le quote rosa, sostenuta da deputate di tutti gli schieramenti ma sconftitta dal voto alla Camera, è un gigantesco fraintendimento di quello che le donne potrebbero fare in politica nel 2014.

Il giocattolo è troppo sessista

  • Mar 11, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 4626 volte

L'Espresso
11 03 2014

Tre bambine accovacciate su un tappeto guardano la tv. Dal televisore, modello anni Cinquanta col cinescope incorporato, parte un motivetto, canticchiato da tre ragazzine in rosa. L’istante dopo nella stanza scoppia la rivoluzione: pentoline, borsette, passeggini si animano magicamente, fanno strike contro tiare, tazzine e tutto l’universo rosa che affolla le camerette delle bambine. E, assemblandosi come un domino, un pezzo dopo l’altro, nell’entusiasmo della battaglia, danno vita a una sorprendente opera di ingegneria.

È diventato virale, un video su YouTube da milioni di visualizzazioni, “Princess Machine”, la trovata pubblicitaria di GoldieBox, azienda di “giocattoli per future ingegnere” che mette il dito nella piaga: il sessismo nei giocattoli.

Polemica che, dagli Stati Uniti all’Italia, infiamma i dibattiti. Con produttori e genitori l’un contro l’altro armati: perché il mondo delle bimbe è ancora colorato di rosa e quello dei maschi di azzurro? Che senso ha, oggi che la donna ha conquistato autonomia e nessuna professione le è preclusa; oggi che il machismo non è un obbligo e che anzi l’identità maschile si rimodella in chiave più soft, proporre ancora separazioni di genere nei giocattoli, armi e costruzioni da una parte, corone e bamboline dall’altra? Per di più disposti in scaffali separati. Apartheid, nei negozi, ribadito dai colori rosa e blu.

“Pink stinks”, il rosa puzza, appesta, scandiscono già da qualche anno le organizzazioni contro gli stereotipi di genere da Londra a New York. A Natale è finito nel mirino di Mumsnet, potente network delle mamme inglesi, e della campagna “Let Toys Be Toys” il grande magazzino Marks & Spencer, reo di aver promosso la vendita di due giocattoli come uno for boys, l’altro for girls. «Stabilire con quali giocattoli i bambini devono divertirsi da piccoli definisce i sogni che coltiveranno e il ruolo che giocheranno nella società», ha tuonato Jenny Willott, parlamentare attenta ai diritti dei bambini: «È una selezione a monte intollerabile. Da questa divisione comincia il gap negli stipendi tra uomini e donne». E Anne Dowling, capo del dipartimento di Ingegneria dell’Università di Cambridge, l’ha ribadito: incoraggiare le bambine a giocare con le costruzioni e con altri giochi considerati da maschi può favorire carriere importanti.

In Italia, “ Un altro genere di comunicazione ”, blog di un gruppo di ragazze tra i 24 e i 38 anni, ha trasformato l’attenzione al mondo dell’infanzia in un’azione militante: vanno nei negozi e attaccano adesivi sulle confezioni dei giocattoli sessisti. Stickers scaricabili online e stampabili, pronti ad aggredire quei prodotti che evocano ruoli stereotipati, che evidenziano discriminazioni sul lavoro o che suggeriscono la tirannia dell’estetica a tutti i costi, sin dalla più tenera età. «C’è una “genderizzazione” persino degli ovetti di cioccolato», denuncia Enrica, che vive a Cesena e fa parte del collettivo virtuale: «La campagna “La discriminazione non è un gioco” vuole evidenziare che anche di fronte a giochi apparentemente neutri, persino il packaging non rinuncia a suggerire, attraverso la foto, il destinatario del giocattolo. Basta guardarsi intorno: tecnologia, avventura restano campi da maschi, cura e attività domestiche, campi riservati alle bambine».

Intanto, in Gran Bretagna, la polemica ha preso una piega così infuocata da indurre Marks & Spencer a fare marcia indietro. Giurando via Twitter che entro questa primavera introdurrà la “gender neutrality” dei giocattoli: proposte senza distinzioni e senza collocazioni separate in negozio. Una decisione analoga a quella presa, sempre a Londra, da Hamleys, che ha riorganizzato i suoi locali per non distinguere più tra reparti. Rilancia da Stoccolma la catena Toys “R” Us che, con tanto di catalogo con bimba con pistola e maschietto con una bambola, ribadisce il concetto: lasciamo giocare i bambini con quello che gli va.

«Ottimo», interviene la pedagogista ed esperta di genere Barbara Mapelli dell’Università di Milano Bicocca. Che invita a non sottovalutare: «Sembrano polemiche eccessive, se non addirittura ridicole. Invece, sono prese di posizione utili. Queste forzature tra giochi da maschi e da femmine creano gabbie, in tenerissima età, che si incardinano nella soggettività e diventano difficilissime da combattere», dice: «Sono distinzioni limitative. Stereotipi oltretutto falsati». Perché è questo il paradosso: oggi che le identità vivono profondi cambiamenti, proporre alle bambine ruoli domestici e accudenti, e fare dei maschi gli unici destinatari di prodotti avventurosi e creativi è un clamoroso falso storico.

«Crea confusione. Le bambine che sognano il principe azzurro si scontrano, nella realtà, con mamme dinamiche e superimpegnate. Lo stesso vale per i maschi: giocano con le armi, davanti a genitori spesso compiacenti. Da adulti si ritrovano in un mondo dove la loro identità è in mutamento», nota Mapelli: «Perché proprio ora gli stereotipi si stanno radicalizzando? Il cambiamento fa paura: le culture si difendono, alzano gli scudi».

Ma davvero crescere in un mondo rosa confetto e in uno tutto azzurro può condizionare il futuro? Davvero dare in mano a una bambina camion e scavatrici può fare di lei una donna più indipendente? E, al contrario, non reprimere nei maschi la curiosità di giocare con cucine e corredi da bebè formare adulti più completi? È l’eterno dibattito tra biologia e cultura: quanto siano i fattori sociali a influenzare il comportamento e le scelte, quanto tutto sia scritto nel Dna.

Oggi la bilancia delle teorie sembra propendere dalla parte dei fattori culturali, sociali e familiari: troppo forti ed evidenti le pressioni del mondo adulto sulle scelte dei più piccoli. Ma queste, di per sé, sarebbero neutre? Non è univoco: c’è chi sostiene che giocattoli per maschi e per femmine siano solo etichette del marketing. Ma non sono pochi gli studiosi pronti a dimostrare, se non che i giochi siano intrinsecamente maschili o femminili, almeno che certe forme e caratteristiche risultino più attrattive per gli uni o per gli altri.

«Le differenze biologiche esistono, ma più di tutto contano educazione e aspettative», nota la neuroscienziata Lise Eliot, che in “Pink brain Blu brain” questo dimostra: quanto il cervello sia malleabile nell’infanzia. «I maschi gravitano intorno alle macchine, le femmine intorno alle bambole, e questo è un risultato sia naturale che culturale. Non possiamo modificare gli aspetti naturali, ma possiamo cambiare quelli culturali. Per esempio, non accettare codici di colore che rappresentano limiti culturali, invece che possibilità», ripete la docente di Psicologia a Cambridge Melissa Hines, che con i suoi saggi (“Brain gender”) è un’autorità in materia.

«Questione di possibilità, appunto», spiega Mapelli: «Limitarle preclude l’accesso ad altri immaginari. Questi temi non sono stravaganze: è accertato che problemi seri, dal bullismo all’anoressia, possono avere origine in modelli sbagliati di gioco. Ma è difficile difendersene: le famiglie provano soluzioni alternative, ma i giocattoli più desiderabili restano quelli posseduti dalla maggioranza dei bambini. Deve essere una battaglia di tutti: genitori e scuola».

La soluzione? Allargare il più possibile gli stimoli. Anche perché i tempi lo consentono: i giocattoli gender-neutral sono in aumento, basta cercarli. Alice Brooks e Bettina Chen sono due ingegneri della Stanford University, convinte che cominciare a esporre le bambine alla tecnologia può creare una generazione di innovatrici. Loro stesse sono la dimostrazione che un’infanzia più ricca di stimoli apre la mente: Alice è cresciuta nel laboratorio di robotica del padre; Bettina Chen ha trascorso l’infanzia tra i giochi dei fratelli. Poiché, sostengono, ognuna è potenzialmente un’artista, un’architetto, un’ingegnere e una visionaria, hanno ideato Roominate , casa per le bambole che le bambine possono costruire da sole.

All’interno, circuiti elettrici, impianti, meccanismi tecnici, tipici terreni di applicazione dei maschi. «Da 21 anni cerchiamo di costruire un mondo migliore, e ci chiediamo come preparare i bambini ad affrontare il futuro, siano essi maschi o femmine», interviene Monica Cigognini, regional director per il Sud Europa di Imaginarium, azienda spagnola di giocattoli educativi: «La nostra offerta non presenta una marcata connotazione sessista, ma puntiamo a diversificare i prodotti per fasce di età e per livello di apprendimento. Abbiamo prodotti che stimolano l’intelligenza musicale, altri che sollecitano la capacità cinetica e motoria, altri ancora l’intelligenza matematica o quella manuale e creativa».

Intelligenze multiple. E ogni persona ne possiederebbe almeno sette. Altro che divisione per numeri binari.

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Lampedusa ora è candidata al Nobel

  • Feb 07, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 3608 volte

l'Espresso
07 02 2014

Lampedusa ora è candidata al Nobel. Successo per la campagna dell'Espresso.

Lampedusa è ufficialmente candidata al Premio Nobel per la pace 2014. Un traguardo che riconosce la solidarietà dimostrata negli anni dagli abitanti dell’isola, ma anche le sofferenze che i profughi sopravvissuti devono affrontare e il sacrificio delle migliaia di persone morte annegate: 20 mila in vent’anni, 640 tra il 30 settembre e l’11 ottobre 2013, di cui almeno un centinaio i bambini. Arriva così a Oslo la petizione lanciata da “l’Espresso” subito dopo il naufragio di giovedì 3 ottobre e condivisa in Italia e nel mondo via Internet da 55.650 lettori e non, tanti quante le firme raccolte: cittadini comuni, esponenti della società civile e rappresentanti della cultura internazionale, tra i quali i registi belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne e il filosofo tedesco Jürgen Habermas.

«Lampedusa non è una periferia dell’Europa: è il cuore del nostro continente», commenta il presidente del Consiglio, Enrico Letta: «La candidatura al premio Nobel di Lampedusa è un messaggio di speranza per i diritti umani e per la legalità nel Mediterraneo e per questo deve mobilitare tutta l’Italia e tutti i Paesi dell’Unione europea. Il premio sarebbe il riconoscimento a una comunità che insegna a tutto il mondo la “globalizzazione della solidarietà”». «È giusto rendere questo omaggio simbolico ai cittadini di Lampedusa che, con grandi sforzi, ci mostrano la strada dell’accoglienza», sottolinea il presidente del Senato Piero Grasso: «Sono convinto sia necessario porre l’attenzione sulla drammatica condizione di chi sfida il mare, tra mille difficoltà, per sfuggire alla povertà e alle guerre e, allo stesso tempo, di una comunità che è stata sconvolta dagli sbarchi ma che non ha mai perso la propria umanità».

La candidatura è stata formalizzata pochi giorni fa, il 31 gennaio, dalla scrittrice Elisabeth Eide, professore di Scienze sociali all’Università di Oslo e Akershus, tra i norvegesi titolati a presentare le proposte al Comitato per il Nobel per la Pace.

Poiché il premio non può essere assegnato genericamente agli abitanti di un paese o ai profughi che lo raggiungono, è stato suggerito il Comune di Lampedusa come l’istituzione che meglio rappresenta nel tempo sia i residenti, sia i nuovi arrivati, indipendentemente dallo schieramento dell’amministrazione in carica. Il Comitato per il Nobel, composto da cinque personalità norvegesi nominate dal Parlamento, esaminerà nei prossimi mesi le candidature. E in ottobre rivelerà il nome del vincitore che il 10 dicembre, ricorrenza della morte di Alfred Nobel, riceverà il premio durante la prestigiosa cerimonia a Oslo.

La candidatura di Lampedusa non è ovviamente la soluzione per evitare altre stragi. Ma può essere un monito e un’occasione per richiamare l’attenzione del mondo sulle norme che impediscono ai profughi di seguire percorsi legali e sicuri. Gli Stati membri dell’Unione europea garantiscono infatti la protezione dei rifugiati, ma solo se si trovano già sul loro territorio. Paradossalmente la legge europea vieta l’ingresso ai profughi: anche se si tratta di donne e bambini, anche se sono in fuga da regimi come quello al potere in Eritrea, o da massacri come quello in corso in Siria. L’unica via di salvezza resta così la rotta clandestina: il passaggio che arricchisce la criminalità davanti alle lacrime di circostanza della politica. Le vittime eritree e siriane dei naufragi del 30 settembre, del 3 e dell’11 ottobre avevano pagato 1.600 dollari a testa: cinque volte di più di un volo Tripoli-Roma.

Sono trascorsi 4 mesi da allora e soltanto il governo italiano è intervenuto con l’operazione di soccorso “Mare nostrum”, che però non potrà durare in eterno. Poco o nulla hanno fatto i parlamenti europei e tanto meno Bruxelles per scongiurare che altri bambini, altre donne, altri uomini siano costretti a morire per salvarsi. Lungo questa rotta di indifferenza, Lampedusa non è soltanto la porta dell’Europa. È un approdo sicuro, è il salvagente reale e simbolico al quale aggrapparsi: i suoi abitanti in tutti questi anni non si sono mai sottratti al dovere di ciascun essere umano al soccorso e all’assistenza, diventando loro stessi testimoni di un modello di solidarietà necessario e possibile.

A Lampedusa, aggiunge la scrittrice Elisabeth Eide nella lettera di candidatura, i profughi «hanno trovato soccorritori, medici, volontari e comuni cittadini che li hanno accolti in nome della pace... che più e più volte hanno mostrato la propria ospitalità e il proprio coraggio. In diversi casi gli abitanti dell’isola hanno contribuito a salvare profughi che stavano annegando, mettendo a rischio la propria vita... In seguito diversi di loro hanno accusato problemi psicologici per aver visto così tante persone annegare mentre, con risorse limitate, mettevano in salvo quanti potevano. Nel 2011, durante la rivolta in Tunisia e la guerra in Libia... 11.000 nuovi arrivati sono stati assistiti nelle case degli abitanti, ricevendo cibo e altri aiuti da parte dei 6.300 residenti, poiché il centro di accoglienza dello Stato per i richiedenti asilo ha solo 800 posti».

Il Premio Nobel per la pace alle istituzioni e alla popolazione dell’isola, conclude la lettera di candidatura, «costituirebbe anche un riconoscimento per una piccola comunità la cui umana compassione è stata messa grandemente alla prova negli ultimi venti anni e che ha superato tale prova perché rispetta la dignità umana, dimostrando che gli esseri umani possono praticare la convivenza pacifica».

Fabrizio Gatti

In Russia è caccia ai gay

  • Feb 04, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 3622 volte

L'Espresso
04 02 2014

 

Andrey Ivanov ha 22 anni. A Kurgan, la città russa in cui è nato e cresciuto quasi al confine con il Kazakistan, tutti i suoi coetanei lo conoscono e gli tributano rispetto. Studia ingegneria e intanto fa il picchiatore nel tempo libero. Non gli piace parlare di sé: fa poche domande e risponde quasi sempre telegraficamente. Parla poco al telefono, le persone gli piace guardarle in faccia. Riconoscerlo per strada è facile: il suo abbigliamento ricorda quello dei personaggi del celebre film “Fight Club”, di cui conosce a memoria gran parte delle battute e il cui messaggio è: sii cattivo se vuoi vincere sui ring underground. Andrey ha una feroce avversione verso i gay: «Li annienterei tutti. Quegli inetti e dementi senza coraggio non sono uomini. Quando coi miei amici li vediamo volano ceffoni, li prendiamo a calci e gli sputiamo addosso. Di tanto in tanto gli uriniamo anche in testa, per depurarli dalla loro malattia».


Andrey sostiene di difendere «i valori tradizionali della madre patria russa». Per lui gli omosessuali sono persone «antropologicamente deviate» che pretendono di avere gli stessi diritti degli altri. In perfetta sintonia con la Duma che l’estate scorsa ha varato una legge per la quale è persino vietato affrontare in pubblico il tema-gay. Il presidente russo Vladimir Putin, anche a ridosso delle Olimpiadi invernali che cominceranno a Sochi il 7 febbraio, continua nella sua strategia mediatica antigay. Anche se questo rovinerà l’immagine dei “suoi” Giochi (su cui incombe anche il timore di attentati del fondamentalismo islamico).

Le prese di posizione di Putin hanno già provocato la reazione di Barack Obama che si farà rappresentare dall’ex tennista Billie Jean King, lesbica. Non ci saranno nemmeno Angela Merkel e François Hollande e diversi altri capi di Stato e di governo. Amnesty international ha lanciato un appello contro le discriminazioni, diverse organizzazioni internazionali hanno proposto il boicottaggio della manifestazione. Ma tanta esecrazione internazionale non sta raggiungendo lo scopo. All’opposto sta ancora di più radicalizzando i gruppi di estremisti che stanno combattendo la loro crociata contro gli omosessuali. Recentemente Andrey, ad esempio, ha impiegato buona parte del suo tempo alla ricerca di qualcuno che dagli Stati Uniti gli spedisse una mini-pistola ricaricabile in grado di rilasciare scariche di tensione elettrica a 19 milioni di volt per scioccare o paralizzare parzialmente le sue vittime: «Non ho paura di fargli male, se lo meritano. L’importante è spaventarli, tenerli alla larga, umiliarli».

In Russia esistono 445 gruppi registrati on line per combattere attivamente la comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender). Sono le gang anti-gay del terrore. Si spartiscono il territorio in diverse città, collaborano tra loro e sono composte in media da ragazzi tra i 14 e i 30 anni. Dicono di essere contro le droghe e l’alcol mentre adorano il body-building. Si dividono in due strutture principali: Occupy Pedofilyaj e Occupy Gerontilyaj. La prima si occupa di scovare sulla rete i pedofili (spesso ambiguamente equiparati ai gay, cosa che ha fatto di recente lo stesso Putin); mentre la seconda dà la caccia ai teenager che cercano prestazioni sessuali con i più anziani in cambio di denaro. Complessivamente i membri che in Russia hanno deciso di aderire sia pure solo virtualmente a questi movimenti violenti contro i gay sono oltre 200 mila. Secondo Tanya Cooper di Human Rights Watch Russia, la comunità gay russa è pari a circa il 4 - 7 per cento della popolazione (142 milioni circa). Un recente sondaggio Pew Poll mostra come tre russi su quattro non accettino l’omosessualità. Il 5 per cento crede che i gay vadano «liquidati.». L’85 per cento è contro il matrimonio fra persone dello stesso sesso, mentre il 34 considera l’omosessualità una malattia.

Sulla base di queste premesse, non è difficile credere quanto afferma Larry Poltavtsev, fondatore di Spectrum Human Rights Alliance, una Ngo con base a Washington e l’obiettivo di monitorare la condizione dei gay nei vari paesi del Pianeta: «Lo Stato russo sta perpetrando una campagna incentrata sull’odio e la violenza per tenere a bada le minoranze del Paese, gay in primis. Putin mette le minoranze una contro l’altra secondo il principio del “divide et impera”. Fa il gioco delle tre carte tra ebrei, gay e altre minoranze etniche, col solo obiettivo di consolidare il suo consenso. L’importante è fare in modo che la società civile sia sempre più divisa e spaccata (uno fra i più famosi attivisti gay russi si è di recente rivelato un antisemita per eccellenza), in modo tale che le minoranze del Paese non possano trovare punti di accordo per mettere in discussione il regime di Putin. Il tutto grazie anche a una complicità tra Stato e Chiesa Ortodossa, un’unione di forza che in molti considerano intoccabile».

I gruppi anti-gay sono diffusi nelle città di tutta l’estesa Russia (vedi mappa nella pagina precedente). Organizzano “spedizioni punitive” che vengono regolarmente filmate e poi postate su Internet. Senza che le autorità intervengano per quella connivenza che si è creata tra il potere centrale repressivo e le gang violente: con metodi diversi, tutti uniti per lo stesso scopo. Capelli liscissimi e lunghi fino a oltre le spalle, Poltavtsev è un uomo sulla quarantina. Gay e per questo americano d’adozione, risiede a Washington e ha un accento russo ancora marcato. Commenta: «Quello che è più grave è che in Russia i gay vengono massacrati e umiliati con la complicità della polizia, che si rifiuta di prendere provvedimenti nonostante le prove siano evidenti. Lo scorso maggio un ragazzo è anche morto a Volgograd dopo le torture subite».

Le gang anti-gay sono attive soprattutto on line e sul social network russo VK.com (l’equivalente del Facebook occidentale), molto popolare tra gli adolescenti perché permette la diffusione di contenuti illegali. In questo modo sono potute nascere pagine apposite per dare la caccia ai gay che principalmente servono a organizzare e ottenere fondi per le attività di pestaggio (il proprietario del social network si è rifiutato dal commentare pubblicamente, interferire o reprimere i video contro i gay presenti sul proprio sito).

I membri di queste comunità virtuali navigano sulla Rete sotto falso profilo a caccia di gay, anche minorenni, e si danno appuntamento fingendosi interessati a conoscerli davvero; oppure battono i quartieri più sensibili delle loro città armati di coltello e taglierini in cerca di vittime da spaventare. In entrambi i casi riprendono i loro incontri con la videocamera: prima li umiliano e li deridono in gruppo, costringendoli a dire il proprio nome e la scuola che frequentano. Poi passano alle mani. Talvolta chiedono anche che venga dato loro il numero di telefono dei genitori o dei datori di lavoro, i quali sono chiamati in diretta per essere informati delle tendenze dei figli o del dipendente di turno.

Il materiale viene successivamente postato su YouTube, e quindi reso pubblico col preciso obiettivo di annientare la vita dei gay presi di mira, molti dei quali sono obbligati a cambiare residenza o persino vita. «Quando esce un nuovo video on line di qualche pestaggio mi diverto a guardarlo davanti a una tazza di tè», ammette Andrey. Tanta è la volontà di ferire i gay che in una filiale di Occupy Pedofilyaj a San Pietroburgo è prevista una ricompensa di 50 mila rubli (1.130 euro) per chi ne scova uno.

Così le vittime disposte a parlare sono sempre meno. Il pugno duro di Vladimir Putin verso la comunità LGBT dissuade i gay russi dal rivelare la loro identità sessuale. Molti sono così costretti a fuggire all’estero come rifugiati politici. Ma l’aspetto forse più importante delle gang anti-gay in Russia è la loro complicità con lo Stato. Si definiscono “un braccio armato e culturale” del governo. «Laddove lo Stato non riesce a tenere sotto controllo la popolazione, subentriamo noi per far capire alla gente cosa è giusto e come ci si deve comportare», racconta un membro di Occupy Pedofilyaj.

Il loro intento, in sintonia con quello di Putin, è quello di «creare una unione di russi sani e genuini, in grado di ribaltare l’attuale degrado sociale». Parole che mettono i brividi. Concedere alla comunità LGBT i diritti vorrebbe dire, per chi sta al potere, «avvelenare la società russa con i valori dell’Occidente», spiega Robert Orttung, professore alla Georgetown University. Putin sotto questo punto di vista ha trovato terreno fertile nelle gang auto-costituitesi contro i gay russi. Non a caso, il leader dell’attivismo omofobo in Russia, Maxim “Slasher” Martsinkevich (29 anni, una ossessione per la manicure, capelli da moicano, un passato da skinhead e tre anni in prigione, oltre che braccio e mente di Occupy Pedofilyaj e numero uno del movimento sociale ultra-nazionalista Restrukt) è tra i promotori più attivi dei valori tradizionali russi.

Tutto questo è bene sappiano gli atleti e le delegazioni del mondo intero che si sono messe in marcia verso Sochi: in nome di quello sport che dovrebbe essere il primo antidoto contro le discriminazioni e a favore della fratellanza universale.

l'Espresso
24 01 2014

Antitumorali, immunosoppressori e non solo. Dal 2006 ad oggi dagli ospedali italiani sono stati rubati 18 milioni di euro di medicinali. Che vanno a finire nelle cliniche dell'est o nel mercato nero. Arricchendo le organizzazioni criminali.

Si chiama Xeloda, ha le sembianze di compresse color rosa-pesca e deve essere assunto ogni 12 ore. Si tratta di uno dei farmaci antitumorali più utilizzati in Italia per combattere il cancro al seno. E anche uno dei più cari, visto che 500 milligrammi di Xeloda arrivano a costare 561 euro. Intorno a queste e ad altre centinaia di pastiglie e fialette dai nomi criptici e misteriosi si stanno arrovellando da mesi i Carabinieri del Nas, impegnati in un rompicapo dopo il ritrovamento di 50mila confezioni integre di medicinali anticancro, antibiotici e vaccini trivalenti, abbandonate in un campo come fossero spazzatura. Un bottino senza precedenti dal valore esorbitante: 3 milioni di euro. Di cui qualcuno, probabilmente sentendosi braccato, ha voluto disfarsi in fretta. Indagini parallele nelle ultime settimane sono spuntate anche ad Ancona, Cremona, Vigevano, Siena. E tracciano i contorni di un rebus che sta impegnando decine di Procure in tutta Italia.

IL NUOVO BUSINESS

C’è un nuovo business criminale più appetibile della droga e meno rischioso della rapine in banca che si sta silenziosamente facendo strada nel nostro Paese: il traffico di farmaci - soprattutto antitumorali e immunosoppressori - rubati in quantità industriale negli ospedali di tutta la penisola e poi rivenduti all’estero o sul mercato nero. Negli ultimi anni questi assalti milionari hanno avuto un’anomala impennata: si calcola che dal 2006 ad oggi siano stati rubati medicinali per quasi 18 milioni di euro. Quasi tutti i furti sono concentrati fra il 2012 e il 2013 con un aumento del 70% solo negli ultimi 12 mesi. Mentre si stima che il valore di mercato della vendita su piazza estera arrivi a sfiorare quasi 50 milioni di euro all’anno.

Sono criminali professionisti che lucrano sulla sofferenza e sulla speranza dei malati, che cavalcano la crisi economica e che hanno legami fortissimi con la criminalità organizzata locale, in particolar modo la Camorra. Solo al Cardarelli e al Federico II di Napoli, negli ultimi dieci mesi sono sparite migliaia di confezioni di costosissimi medicinali per la sclerosi multipla, di farmaci biologici destinati ai tumori alla prostata e sostanze riservate alle cure sperimentali per malattie come morbo di Crohn.

IN VIAGGIO VERSO EST

Le gesta dei ladri di farmaci hanno già attirato l’attenzione della Direzione Investigativa Antimafia, che sta cercando di mettere insieme la cronologia, la dinamica e la distribuzione dei colpi per capire se dietro questo picco di furti ci sia sempre la stessa regia. Una coincidenza, però, è già stata notata: molti degli assalti milionari su commissione sono avvenuti in città portuali affacciate verso est: Ancona, Brindisi, Trieste e soprattutto Bari, dove un anno fa esatto si è consumata una raffica di colpi del valore totale di oltre un milione e 300mila euro.

Il sospetto degli inquirenti, dunque, è che la maggior parte di questi medicinali salvavita - che possono essere somministrati attraverso infusioni solo in strutture ospedaliere – vada a rifornire le cliniche private dell’Est, Albania e Romania in testa. Dove ogni anno approdano ricchi pazienti da ogni parte d’Europa, anche italiani, attirati dalle promesse di cure miracolose in tempi record. “In Russia e nei Paesi dell’ex Unione sovietica le strutture sanitarie non sono sempre eccellenti, ma allo stesso tempo ci sono persone con enorme liquidità finanziaria disposte a pagare, anche per ricevere trattamenti di dubbia utilità promessi da ciarlatani”, spiega a l’Espresso un investigatore. L’altra ipotesi è che questo flusso di medicinali finisca nelle strutture ospedaliere di Paesi dal sistema sanitario ormai al collasso, che ha tagliato la fornitura di farmaci ai nosocomi insolventi, come la Grecia.

Però poi esiste anche un altro sospetto concreto. Perché se è vero che i farmaci salvavita in Italia sono garantiti dal Sistema Sanitario Nazionale, è altrettanto vero che il decreto Balduzzi ha messo in seria difficoltà molti malati. La scorsa estate, infatti, due farmaci antitumorali dai costi stellari (migliaia di euro per fialetta) erano stati inseriti nella cosiddetta fascia C “non negoziata” con regime di dispensazione ospedaliera. In poche parole, visti i costi proibitivi, le aziende sanitarie avrebbero potuto decidere di non acquistarli – o di sostituirli con farmaci meno efficaci – perché “fuori budget”. Per questi due farmaci, in particolare, la situazione ora sembra essersi risolta, e da due mesi sono stati inseriti fra quelli a carico dello Stato. Ma l’eventualità che questo accada di nuovo con altri medicinali in prossima uscita, vista la normativa, c’è eccome. Con il rischio di andare ad alimentare il mercato nero della disperazione anche in Italia.

ANTIBIOTICI E DOPING

Di sicuro, al commercio illegale italiano sono destinati soprattutto medicinali di altro genere, meno rari ma comunque richiestissimi, venduti sottobanco a prezzi inferiori e senza ricetta medica: antibiotici, psicofarmaci, sedativi, sostanze dopanti. Lo scorso novembre, ad esempio, all’ospedale bergamasco di Treviglio sono state svuotate le celle frigorifere che contenevano 80mila euro di medicinali, fra i quali eritropoietina (nota più semplicemente come Epo, dopante d’eccellenza nel ciclismo) e immunoglobuline.
Un bottino molto simile a quello depredato dall’ospedale Civile di Siracusa appena un mese prima. Qui i ladri sono andati a colpo sicuro sapendo benissimo cosa portare via e cosa invece lasciare: sono fuggiti con confezioni di antibiotici, insulina, medicine di base, Epo e ormoni della crescita.

“Le sostanze che possono essere assunte e iniettate anche a casa, in maniera autonoma”, spiega un investigatore dei Nas, “di solito poi vengono rivendute via internet in siti appositi, con prezzi abbordabili”.

COME FANTASMI

Ma come agisce, esattamente, questa holding del crimine? Rubare medicinali specifici negli ospedali non è esattamente un gioco da ragazzi. In tutte le centinaia di colpi portati a segno in tutta Italia, i ladri hanno dimostrato di conoscere perfettamente sia la posizione dei circuiti di telecamere di sorveglianza – che vengono sistematicamente elusi – sia delle celle frigorifere dove sono custoditi i preziosissimi farmaci. Come è successo la notte di Natale a Siena, dove una banda è riuscita a fuggire con 300mila confezioni di antitumorali trafugate dal Policlinico delle Scotte e poi, poche ore dopo, ha duplicato il colpo con altre 400mila scatole di farmaci assaltando la sede dell’azienda farmaceutica di Pian dei Mori.

Ecco perché gli investigatori sono convinti che esistano almeno quattro livelli di organizzazione: chi commissiona i furti, chi corrompe i basisti negli ospedali, chi porta materialmente a segno i raid notturni senza lasciare traccia e chi si occupa del trasporto oltremare.

Una fase delicatissima, quest’ultima, perché i farmaci devono essere conservati con grande cura. Spesso si tratta infatti di fialette molto fragili che vanno custodite al freddo, e che quindi devono essere trasportate in valigette frigo, come quelle per il trapianto di organi. Secondo gli inquirenti poi, appunto, la maggior parte della refurtiva viaggia via mare, con navi e traghetti che salpano soprattutto dai porti di Napoli e di Bari.

Lo confermano dal centro di ricerca dell’Università Cattolica di Milano Transcrime, specializzato nell’analisi di fenomeni criminali italiani e stranieri, che di recente si è interessato al business dei ladri di famaci stilando un rapporto in prossima uscita. E che stima anche un bilancio dei furti portati a segno finora: fra il 2006 e il 2013 sono stati rubati farmaci per almeno 18 milioni di euro, con una concentrazione massina fra il 2012 e l’anno appena trascorso, in cui si è registrato un aumento del 70 per cento.

“Abbiamo notato una maggiore concentrazione dei furti tra novembre e febbraio, forse perché gran parte di questi prodotti devono essere mantenuti a bassa temperatura e trafugarli senza comprometterne la qualità è più facile nei mesi invernali”, spiega a l’Espresso Marco Dugato, uno dei ricercatori che si è occupato dello studio, “I ladri hanno un modo di agire chirurgico: sanno esattamente quali confezioni rubare, dove sono stoccate, sanno come conservarle e dove piazzarle, anche all’estero. Tutti questi elementi fanno propendere per il coinvolgimento di gruppi di criminalità organizzata, non solo italiana”.

Finora le decine di indagini delle forze dell’ordine non hanno portato a nessun arresto, ma su questi colpi milionari pesa una certezza. “Abbiamo interpellato le case farmaceutiche da dove arrivano i prodotti”, spiegano ancora da Transcrime, “e abbiamo una avuto conferma che tutti i medicinali trafugati erano già stati pagati dallo Stato e quindi dai contribuenti”.

Insomma: un colpo durissimo per le nostre casse che rischia di compromettere il già non florido Sistema Sanitario Nazionale. A spese dei malati.

Arianna Giunti

Giovanni Tizian, L'Espresso
9 gennaio 2014

Con la crisi che ha impoverito la piccola borghesia creando sacche di insofferenza diffusa, i manipoli neri del nuovo millennio escono dalle catacombe e sognano la riscossa elettorale. Cavalcando lo spettro populista che oggi si aggira in tutta Europa.
L'Espresso
23 12 2013

L'ideatore della Pubblicità Progresso, Vicky Gitto, spiega e difende la sua idea. Rispondendo ai commenti positivi e alle critiche che hanno invaso il web negli ultimi giorni.

di Francesca Sironi
 
È geniale. No: è una vergogna. Le immagini della campagna di Pubblicità Progresso contro la violenza sulle donne, pubblicate in esclusiva da l'Espresso , hanno innescato un vastissimo dibattito, fra Facebook, articoli, blog. Lettori ed esperti si dividono fra chi ritiene che la campagna affronti, efficacemente, il problema della discriminazione di genere, mettendolo a nudo, e chi invece ritiene che no, che ancora una volta si siano messe le donne nel ruolo di vittima - da insultare, sbeffeggiare, prendere in giro. In un modo che permette a chi lo pensa davvero, che “una ragazza da grande dovrebbe solo stirare” o “stare sotto la scrivania del capo”, non farà altro che riderne.

«Non abbiamo bisogno di scoprirlo, ancora una volta, con delle battute volgari, che le donne siano discriminate», sostiene Mario De Maglie, coordinatore del Centro di ascolto per uomini maltrattanti di Firenze : «Con quei manifesti non si è fatto altro che dare voce a dei vandali. Magari molti le hanno pensate quelle frasi. Ma solo degli stupidi, dei vandali, hanno preso un pennarello e le hanno scritte. E l'avrebbero fatto probabilmente lo stesso, qualunque fosse il soggetto dei manifesti: un uomo, una donna o un animale». «Questa critica è falsa», ribatte Vicky Gitto, direttore creativo di Young & Rubican e ideatore della campagna: «I messaggi che hanno coperto i manifesti - in brevissimo tempo - non sono generici. Non solo il dente colorato di nero su un sorriso o delle volgarità scritte a caso su un poster. Sono ingiurie specifiche rivolte alle donne».

L'intento della campagna, ribadisce Gitto, era proprio quello di provocare queste frasi: «Saremmo stati poco credibili se per l'ennesima volta ci fossimo messi su un piedistallo per dare un messaggio perentorio: “Non fare”, “Non dire”, come è scritto già su decine di pubblicità», continua il creativo: «Noi abbiamo voluto smontare il problema. Anziché denunciarlo, abbiamo fatto sì che si denunciasse da solo. Che si mettesse in mostra in tutta la sua violenza». Anche perché, sostiene Gitto, non è vero che la discriminazione di genere sia un fenomeno così riconosciuto: «Secondo le ricerche da cui è partita la campagna la maggior parte delle persone crede che il problema non esista. Che la disuguaglianza non sia poi così grave. Ecco: noi volevamo invece mostrare invece la sua diffusione».
Bisogna ammettere che ci sono riusciti: la campagna sta scatenando un dibattito che molte altre iniziative simili non erano riuscite a creare. «Ma lo hanno fatto, ancora una volta, sulla pelle delle donne, sul loro volto», commenta De Maglie: «L'obiettivo è nobile, come in molti altri casi. Ma ancora una volta a farne i conti sono le donne: dipinte come vittime e insultate». «È un errore considerare solo i manifesti», risponde ancora Gitto: «Il progetto è infatti molto più ampio», come già spiegava a “l'Espresso” Alberto Contri , il presidente di Pubblicità Progresso: “ Punto su di te ” (così s'intitola l'iniziativa) durerà due anni, e comprenderà una piattaforma web con approfondimenti e informazioni, una canzone, un concerto, una raccolta fondi.
«Dal punto di vista della comunicazione, poi, penso che aver creato questo dibattito sia di per sé un piccolo risultato», continua Gitto: «La cosa peggiore è quando si spendono soldi ed energie in campagne di sensibilizzazione e nessuno se ne accorge. Quando restano invisibili. Noi abbiamo fatto una scelta coraggiosa». «A me piacerebbe un giorno incontrare finalmente una pubblicità che metta in discussione il problema, che non lo dia per scontato», conclude Maglie: «Che non mi accusi né mi escluda come uomo. Ma instilli invece un dubbio rispetto ai nostri comportamenti. Perché una cosa è vera: siamo tutti coinvolti».

Abbatto i muri
20 12 2013

E’ una campagna antiviolenza assolutamente inadeguata. Pubblicità Progresso mette alle fermate dei bus immagini di donne con spazio fumetto da riempire. Praticamente dei punch ball utili per lo sfogo di misogin* che è ovvio, tra i tanti che passano, è possibile intercettare. E’ come se fosse una gogna sul web 2.0. Metti l’immagine di una donna e vedrai gli insulti a cascata tra i commenti dedicati che, tra l’altro, non sempre arrivano da uomini. E’ come dare il via ai dieci minuti d’odio, a un pestaggio indotto. Come se mettessi in piazza un manichino con accanto una mazza. Dopodiché arriverà sicuramente quello che l’afferra e smonta quel manichino pezzo per pezzo.

Giovanna Cosenza scriveva che non si può combattere la violenza rimettendo in scena lo stesso rituale di degradazione che subisce. Nadia Somma parla di coazione a ripetere l’errore per rimediare all’errore. Mario De Maglie, tra le altre considerazioni, segna un appunto circa gli uomini presi all’amo, come se pescare tra un mare di gente di passaggio definirebbe un genere.
Tutt* d’accordo sul fatto che vittimizzare le donne, presentarle come obiettivi di un tiro all’insulto misogino, come si trattasse di una gara alle giostre, non serve certo a sensibilizzare sul problema della violenza sulle donne.

E’ inefficace perché la maieutica in comunicazione si usa per fare emergere posizioni critiche e non per ribadire l’ovvio. Perché quei concetti triti e ritriti vanno decostruiti e quel linguaggio scardinato invece che riproposto. Perché sovvertire i meccanismi che generano misoginia significa anche rimettere in discussione gli stereotipi sessisti che rendono plausibile il reiterarsi di quelle dinamiche.

Dopodiché mi chiedo se accanto alla foto della donna avessero messo anche quella di un uomo che genere di insulti avrebbe ricevuto. Sarebbe stato interessante almeno verificarlo, ovvero semplicemente raccontare altro, spiazzare passanti e misogini.
Qual è il sunto degli insulti? Che le donne sono tutte puttane? Che se cerchi un impiego in te vedono una zoccola? Che se speri di studiare e costruirti un futuro comunque o ti chiameranno troia o sei destinata a ruoli di cura?

Se ci appropriamo delle parole e le restituiamo disinnescando e togliendo via lo stigma negativo che obbliga alla divisione tra donne perbene e donne permale possiamo semplicemente piazzare lì un manifesto in cui qualcun@ scrive che “Si, sarò anche una puttana, ma rivendico i miei diritti!“.

Perché il punto chiave della faccenda, che le sex workers hanno ben colto, è anche questo: se chi ti vede immagina che tu sia un oggetto che non ha diritto di scegliere, di dire si o no, in qualunque circostanza, se quel che vedono di te è solo una vittima da compatire o un oggetto da usare, se non ti guardano come soggetto a prescindere dal tuo look, da quello che fai, dalla maniera in cui ti presenti, non ti riconosceranno mai i tuoi diritti.

Dunque dopo numerosi livelli di decostruzione, dato che gli insulti gira che ti rigira finiscono sempre lì, a destinarti alla cura, in casa, a fare figli o a fare la puttana come unico ruolo esterno alla famiglia, quel che c’è da dire è: si, ok, sarò quel che ti pare, ma ho diritto di scegliere e dire di no.

Dopodiché, scusate, ma dopo la frase “quando cammino per strada mi piacerebbe…” voi cosa scrivereste? Perché a me vengono in mente solo risposte in satira.

E “vorrei che mio marito“? Che incipit è? Oppure: “quello che chiedo alle istituzioni“? Io alle istituzioni al momento non chiedo proprio niente, per esempio. Se gli spunti sono tragicomici come si può sperare in risposte serie? A chi sono rivolti questi manifesti? Qual è il modello di donna che viene presentato? Siamo certe che comprenda tutte? O ne comprende solo alcune? La brava ragazza che ha studiato, la donna straniera ma bona, la moglie e la richiedente (con immancabili occhiali) qualcosa alle istituzioni. Siamo noi? Ci rappresenta?

Io resto davvero perplessa. Molto perplessa.

La tratta degli schiavi è più forte che mai

  • Dic 13, 2013
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 3506 volte

L'Espresso
13 12 13

Picchiate, violentate, ricattate. Decine di migliaia di persone, negli ultimi cinque anni, sono state catturate nel Sinai. Un business, quello dei trafficanti di esseri umani, che vale oltre 600 milioni di euro. Sulla pelle di uomini e donne, soprattutto eritrei, in fuga dal loro paese. Un libro raccoglie le loro storie.

Dedicato a Lamek, bimbo di tre anni, la cui madre è morta in una casa di tortura del deserto del Sinai. E a Raee, un anno, che in una casa di tortura ci è nata. E a tutti coloro che hanno perso la vita nel Sinai, o a Lampedusa, o da qualche altra parte lungo la strada che attraversa l’inferno. A loro sono dedicate duecento pagine di un libro sconvolgente, quelle che vengono presentate oggi a Laura Boldrini dopo la prima visione riservata nei giorni scorsi a Cecilia Malstroem, commissario europeo agli Affari interni.

Il titolo, “Il traffico internazionale di esseri umani: Sinai e oltre”, non rende a sufficienza l’idea delle drammatiche storie di vita che vi vengono raccontate, camuffando talvolta i nomi perché le persone non siano riconoscibili. Il volume racconta un inferno che rende 600 milioni di euro ai trafficanti di esseri umani che catturano, maltrattano, violentano, ricattano alcune decine di migliaia di uomini e donne in fuga dai loro paesi e in nove casi su dieci dall’Eritrea. Dove paesi come l’Egitto o la Libia finiscono spesso per rispedirli.

Lo hanno scritto tre donne, Meron Estefanos, eritrea, attivista dei diritti umani e giornalista che vive a Stoccolma, Myriam Van Reisen, professoressa universitaria e direttore dell’Eepa, centro di ricerca di politica estera con sede a Bruxelles, e Conny Riiken, docente di diritto internazionale e avvocato. Quello dei trafficanti del Sinai è un business criminale che ha appena cinque anni di vita: le prime rivelazioni risalgono al 2009. Ma sta decollando a ritmi vertiginosi, nell’indifferenza di tutte le democrazie occidentali. I primi riscatti richiesti alle famiglie dei rapiti e torturati erano attorno ai 1000 dollari, poi un improvviso rialzo a 30 mila, fino a 40 e persino 50 mila, in qualche caso, quest’anno.

La tecnica adottata è a colpo sicuro. Si fornisce un telefono satellitare ai giovani in fuga, per far loro chiamare i parenti lontani. Difficile trattenere le lacrime, difficile camuffare la sofferenza: le famiglie entrano nel panico, organizzano raccolte di denaro che vengono estese alle comunità nazionali presenti all’estero, in Canada, negli Stati Uniti, in Europa, e i soldi arrivano alla fine in alcuni conti correnti che debbono rimanere segreti. Chi rifiuta il telefono lo fa per evitare un dolore straziante ai propri cari, ma sa di andare incontro alla morte. In questo business ognuno ha il suo ruolo: dai beduini, tenutari delle case di tortura, ai poliziotti infedeli libici ed egiziani, fino agli eritrei emigrati che affiancano i trafficanti tradendo i loro fratelli.

Le storie presenti nel libro sono aggiornate alla tragedia dei 366 morti di Lampedusa. Quella di Berhan, ad esempio, nome che in tigrino significa luce, fuggito dall’Eritrea a 15 anni per evitare di essere arruolato come bambino soldato, torturato nel Sinai, fuggito attraverso Egitto e Libia e poi salito il 3 ottobre sul barcone della morte, e sopravvissuto miracolosamente al naufragio. A Lampedusa le autorità italiane non volevano che i giornalisti raccogliessero la sua storia. È stato rilasciato assieme ad altri a Roma, e ora deve difendersi dalla polizia. Un gruppo di superstiti compatrioti, catturato in Germania, è finito in prigione.

Le scrittrici danno voce alla protesta di Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, per la figuraccia del nostro governo, che aveva promesso funerali di Stato e poi si è ridotto a organizzare una semplice commemorazione senza parenti e senza superstiti, alla presenza, denunciata con forza da don Mussie Zerai, il presidente dell’Agenzia umanitaria Habeshia, dell’ambasciatore eritreo: il rappresentante ufficiale di quel paese da cui le vittime fuggivano e dove ogni cerimonia di cordoglio è stata vietata.

Ci sono donne che raccontano la violenza sessuale subita nel Sinai, mani legate, bocca tappata e benzina cosparsa sui capelli fino a bruciarli. Ma la storia che più colpisce è forse quella di un anonimo trentottenne eritreo. A 12 anni viene mandato in guerra assieme ai suoi tre fratelli contro l’Etiopia, ma torna vivo solo lui. L’Eritrea ottiene l’indipendenza, ma lui viene messo in galera “perché parlava con la voce troppo alta”. Un anno e mezzo in una fossa sotto terra, senza luce, col cibo che gli veniva buttato dall’alto. Poi una seconda, una terza condanna. Allora prende per il collo una guardia, ruba il fucile, fugge nel portabagagli di un’auto. Fuori città chiama la moglie: «Portami le ragazze, tu resta con i bambini».

Ha due figlie di 15 e 12 anni, e vuole che evitino il servizio militare, previsto in Eritrea anche per le donne. Fugge con le figlie, viene catturato dai trafficanti e messo in un campo di detenzione. Sviene. Le violentano davanti ai suoi occhi quando si risveglia, cosa che avverrà molte altre volte. La più grande rimarrà incinta. Organizza con la famiglia una raccolta di fondi per liberare almeno lei. Invece mandano via lui. Finisce in un ospedale di Tel Aviv, viene a sapere che le ragazze sono vive, chiede l’elemosina tra i rifugiati per raccogliere fondi, li spedisce. Ma le ragazze non verranno liberate. E adesso è sempre lì, in Israele, tra i profughi. E si sente un padre degenere.

“In questo libro si attenta alla dignità e all’onore di questa gente, pubblicando le loro storie”. Ne sono coscienti, le autrici. Ma l’obiettivo è squarciare quella “globalizzazione dell’indifferenza” di cui ha parlato in luglio papa Francesco nella sua visita a Lampedusa. Il rapporto ha una parte politica, che mette sotto accusa l’Europa, e delle linee propositive sul ciò che ciascun paese dovrebbe fare. Ma è proprio sull’impatto emotivo che gioca molte delle sue carte. Andrebbe perciò portato al più presto in tutte le scuole.

Corrado Giustiniani

 

Arrivederci, Berlinguer

  • Dic 05, 2013
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2978 volte

l'Espresso
05 12 2013

Una storia a fumetti dell'ultimo leader comunista. In cui alla vicenda politica dell'uomo di partito si intreccia il diario personale dell'autrice. Tutto parte da un flash back: "Giugno 1984. La mia prima manifestazione senza genitori. Ci sono milioni di persone. È un funerale".

"Arrivederci, Berlinguer" è la graphic novel dedicata a una delle figure politiche più amate e rispettate di sempre. Costruita con una doppia narrazione (da una parte la storia del leader comunista, dall'altra il diario personale dell'autrice), segue i cambiamenti della società italiana e l'iniziazione politica di un'intera generazione, strettamente legata alla vicenda politica e personale di Enrico Berlinguer.

"Giugno 1984. La mia prima manifestazione senza genitori. Ci sono milioni di persone. È un funerale". Inizia così il diario-racconto di Elettra Stamboulis, l’autrice della Graphic Novel di cui "l'Espresso" pubblica una selezione di tavole.

Le sue strisce "incominciano dalla fine", racconta: dall'ultimo comizio pubblico di Berlinguer, a Padova, denso di significati ("Compagni, lavorate tutti, strada per strada casa per casa, azienda per azienda"), si passa a un commovente ritratto dell’ultimo leader comunista, quindi alla caparbietà del presidente Sandro Pertini, che lo volle portare a Roma con l'aereo di Stato e infine il titolo a nove colonne dell'Unità che per l'oceanico funerale scriveva: "È morto".

Michele Sasso

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