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L'ESPRESSO

A Bari e Ancona violati i diritti

  • Ago 27, 2013
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 3203 volte
L 'Espresso
27 08 2013

di Michele Sasso

Per tutta l'estate nei due porti sull'Adriatico la polizia ha respinto tutti gli extracomunitari provenienti dalla Grecia senza dare loro la possibilità di chiedere asilo politico o di dimostrare di essere profughi di guerra. Fra i rifiutati anche bambini in fuga da Paesi in fiamme(26 agosto 2013)Foto di Alessandro PensoFoto di Alessandro PensoR eza porta sul suo corpo i segni delle violenze subite in Afghanistan. Le cicatrici delle torture inflitte dai talebani sono un marchio indelebile, che lo qualifica come una persona in cerca di asilo politico. E' poco più di un ragazzo, ma ha affrontato un viaggio drammatico dalle falde dell'Himalaya fino alla Grecia. Poi è riuscito a imbarcarsi e sbarcare in Italia. Ma nei porti dell'Adriatico è stato rispedito indietro. Ha tentato ancora, rischiando la vita pur di arrivare in una nazione che gli riconoscesse i diritti di profugo. Ed è stato cacciato via, di nuovo. «La prima volta a Bari ho chiesto asilo, ma non mi hanno dato retta. La polizia mi ha consegnato all'equipaggio del traghetto per farmi riportare a Patrasso». Gli hanno lasciato in mano un documento scritto in italiano burocratico: "respingimento con affido al comandante". Il "respingimento" è una pratica sempre più diffusa nel nostro Paese, in violazione delle norme internazionali e del destino di tante persone. Anche minori, ragazzini che hanno viaggiato da soli per migliaia di chilometri oppure bambini in braccio alle madri: vengono obbligati a risalire sulle navi per ripercorrere la traversata costata sacrifici e pericoli. Il caso di Alma Shalabayeva, espulsa nonostante fosse la moglie del banchiere kazako con status di rifugiato politico, ha aperto il dibattito nazionale sul rispetto del diritto d'asilo. Ma nei porti dell'Adriatico questo diritto viene ignorato tutte le settimane, da anni.

L'ESODO VERSO L'EUROPA
Sono come fantasmi, che non compaiono nei registri degli uffici immigrazione. Soli, disperati, spesso vittime dei clan che gestiscono la tratta degli umani: hanno attraversato deserti e mari per arrivare in Italia, la porta della civile Europa. E vengono cacciati, senza nemmeno ascoltare le loro ragioni. Senza neppure provare a verificare se scappano da guerre, dittature, persecuzioni religiose. Per le leggi internazionali andrebbero accolti, in attesa di verificare le loro dichiarazioni. Anche il ministero dell'Interno conferma: «Quando si presentino persone che avanzano richiesta di protezione non possono essere respinte, pur non soddisfacendo i requisiti per accedere». La pratica però è ben diversa. Sostiene Human Rights Watch: «l'Italia rimanda sommariamente indietro bambini non accompagnati e richiedenti asilo adulti verso la Grecia, dove affrontano un sistema che non funziona e condizioni detentive inumane».
A finire sotto accusa è il meccanismo dell'accoglienza, soprattutto per i minorenni: a partire dalla mancanza di "screening" appropriati. Perché per stabilire l'eta dei minori è sufficiente una radiografia del polso, un metodo approssimativo (il margine di incertezza è di circa due anni) che fa la differenza perché avere 17 o 18 anni significa essere accolti o espulsi. E nonostante i limiti evidenti questo metodo continua ad essere usato. «Quello dei minori invisibili è un problema che esiste, un problema legato soprattutto all'applicazione non uniforme della normativa europea», dice il Garante per l'infanzia Vincenzo Spadafora : «Un problema altrettanto significativo è quello dell'accoglienza dei ragazzi. Per il 2013 abbiamo risorse per appena cinque milioni di euro. Troppo poco per prendersi cura degli oltre 7 mila minori stranieri non accompagnati che vivono in Italia». E in queste settimane nel flusso dell'esodo cominciano a inserirsi i profughi siriani, che scappano dalla guerra civile che ha ucciso 90 mila persone. Tantissimi altri stanno fuggendo dall'Egitto in fiamme, spesso cristiani copti che hanno visto bruciare le loro case e le loro chiese. Molte volte nemmeno loro riescono a trovare ascolto: li ributtano sulle navi, come se fossero furbetti che cercano di violare la legge. Mentre così è l'Italia a ignorare tutte le regole.

NAVI NEGRIERE
Le storie sono migliaia e si assomigliano tutte. Iraniani, afghani, curdi, pachistani o più raramente somali ed eritrei. Da soli o inquadrati dagli schiavisti puntano sulla rotta orientale, per evitare i deserti africani e la navigazione verso Lampedusa. Si imbarcano in Grecia sui traghetti, cercando di passare inosservati, nascosti tra le ruote dei Tir o in mezzo al carico. Quando vengono scoperti, non fanno in tempo a toccare terra che vengono riportati a bordo dalla polizia italiana. Se la prima traversata è affrontata come un azzardo; la seconda, quella di espulsione, diventa un incubo. I respinti vengono rinchiusi in gabbie: cabine trasformate in celle o depositi oscuri nei garage di bordo circondati da sbarre. Spesso ai piani alti ci sono i vacanzieri, diretti verso le spiagge dell'Egeo, ignari del dramma che accade nella stiva. Poche foto scattate dalle associazioni umanitarie mostrano condizioni indegne di nazioni civili. Sembrano le "navi negriere" dell'Ottocento: i "respinti" sono costretti a urinare dentro le bottiglie di plastica. In alcuni casi rimangono in questo stato per una settimana: le navi dei turisti non possono perdere tempo per le formalità della consegna dei reclusi e aspettano di avere completato il tour prima di consegnarli alla polizia greca. E' il comandante a decidere, unico arbitro delle loro vite, come hanno stabilito i documenti delle autorità italiane.

India, le 'Brigate rosse' di donne

  • Ago 22, 2013
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2966 volte

L'Espresso 
21 08 2013

Si chiamano proprio così, come i terroristi italiani di trent'anni fa. Ma sono gruppi di ragazze che nell'Uttar Pradesh pattugliano le strade contro gli stupratori. Dopo aver appreso l'arte del Kung Fun. In un polveroso quartiere alla periferia di Lucknow, la capitale di uno degli stati più poveri e più conservatori dell'India, l'Uttar Pradesh, un gruppo di vigilantes si sta facendo un nome e una fama.

Non si tratta di vigilantes ordinarie. Sono ragazze, soprattutto adolescenti, che pattugliano le strade proteggendo giovani donne dalle molestie sessuali. Se ne vanno in giro indossando la tradizionale Salwar Kamiz, rossa e nera, punendo e umiliando quegli uomini convinti che il sesso sia un'arma molto potente in grado di ristabilire (chissà quale) ordine primordiale della famiglia.

Sono spinte dai dolori del passato. Ogni ragazza delle 'Brigate Rosse' - è questo il loro nome – è infatti stata vittima di uno stupro. Alcune sono state violentate dai loro stessi familiari. E nella maggior parte dei casi i crimini sono rimasti impuniti, la vittima lasciata sola soffrire il trauma in silenzio della propria vergogna. Dicono di essere costrette ad agire, perché nessun altro lo farà.

Non si sbagliano. I crimini sessuali in India sono aumentati da 2.487 nel 1971 a 24.206 nel 2011, secondo le stime ufficiali del National Crime Records Bureau, l'ente pubblico indiano responsabile della raccolta e dell'analisi dei dati sulla criminalità nel Paese.

Ormai la chiamano la 'cultura dello stupro'. I numeri parlano di un abuso commesso ogni 20 minuti, spesso di gruppo. "Questo non è un problema culturale, è un problema sociale, perché in India gli uomini hanno uno status sociale più elevato rispetto alle ragazze", racconta alla Cnn Usha Vishwakarma, ex docente e leader del gruppo.

Ha aperto il suo movimento di 'rondini' contro la violenza sessuale nel 2009 dopo essere rimasta vittima di uno stupro e dopo aver scoperto che una sua allieva di 11 anni era stata violentata da suo zio. "Il suo racconto mi sconvolse", e decise che era il momento di combattere il silenzio della comunità.

Al principio erano solo in 15, oggi sono un centinaio. Ogni 29 del mese convocano una manifestazione per sensibilizzare il Paese e le istituzioni sulla violenza contro le donne. Il giorno commemora lo stupro fatale subito lo scorso anno da una studentessa di 23 anni su un autobus di Nuova Delhi. Un punto di non ritorno. Che ha spinto il governo centrale a varare norme che includessero la pena di morte per i reati sessuali. In corteo, le 'brigatiste', scandiscono due slogan: "Stop alla violenza, ora!", "Vogliamo più sicurezza".

Si allenano in una palestra fatiscente e praticano le arti marziali seguite da un istruttore di Kung Fu. Gyan gli insegna a sferrare calci e pugni, e a rompere la presa di un aggressore che vuole abusare del loro corpo. Una foto sbiadita del leggendario Bruce Lee le guarda con approvazione, mentre ciascuna di loro attacca il maestro. Sono determinate, hanno la rabbia nel cuore. "Quello che sono costrette a fare è umiliante", spiega Gyan. "Io lo faccio per mia figlia".

Pooja, 18 anni, ride, ricordando la lezione inferta ad un ragazzo "troppo maleducato". "Lo abbiamo circondato, bloccato prendendogli le braccia. All'inizio ha pensato che stessimo scherzando, ma noi non scherzavamo. Lo abbiamo sollevato in aria, lasciato cadere a terra e schiaffeggiato".

"L'idea è quella di umiliarli. Siamo all'interno dei nostri diritti - ribadisce Vishwakarma - questa è auto-difesa, la polizia è assente per cui per cui dobbiamo difenderci". Mentre parla indossa anche lei la Salwar Kamiz rossa e nera. Rossa come il pericolo e la lotta, nera - dice - come la protesta.

Abbatto i muri
20 agosto 2013

C’è un sindaco che vuole abrogare parte della Legge Merlin.
L’articolo dell’Espresso ne parla raccontando di una particolare esigenza di fondi, soldi, contributi da parte delle prostitute che con le loro tasse, così si scrive, potrebbero aiutare il welfare.

Cie, lo scandalo italiano

  • Giu 06, 2013
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
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L'Espresso
06 06 2013

Il quotidiano 'Herald Tribune' (versione europea del 'New York Times') dedica la sua prima pagina ai centri di detenzione per migranti nel nostro Paese. Carceri di massima sicurezza, con guardie in tenuta antisommossa e detenuti allo stremo che non hanno mai commesso alcun reato: «Strutture inumane, inefficaci e costose»(05 giugno 2013)ANSA/Tonino Di Marco"Il Cie alla periferia di Roma, dove gli immigrati illegali possono passare mesi in attesa di essere rimpatriati, non è una prigione. Ma la differenza è solo una questione di semantica". Si apre così l'articolo con cui l'International Herald Tribune apre oggi la sua edizione europea: un durissimo atto d'accusa all'Italia per il modo in cui, negli 11 centri di Identificazione ed Espulsione presenti sul nostro territorio, vengono trattati gli stranieri sprovvisti di permesso di soggiorno o asilo politico in attesa di essere espulsi dal nostro paese.

Il pezzo, dal titolo 'L'Italia sotto accusa per la detenzione degli immigrati illegali' ('Italy faulted on detention of illegal immigrants') è firmato dalla della corrispondente Elisabetta Povoledo ed è corredato di immagini del centro romano di Ponte Galeria e di quello di Bari. Si tratta di una lunga requisitoria sul fallimento del sistema dei Cie. Riportando le voci critiche che da più parti, negli ultimi anni, si sono alzate contro la gestione di queste strutture, il quotidiano li descrive come "inumani, inefficaci e costosi", riflesso di una "politica che identifica l'immigrazione con la criminalità, senza tener conto né del beneficio economico dell'emigrazione né della natura multiculturale della società".

A sostegno di queste affermazioni, si descrivono nel dettaglio le condizioni di vita del Cie romano di Ponte Galeria, teatro nel corso degli ultimi anni di varie rivolte degli immigrati reclusi, le cui condizioni di vita al limite della disperazione sono state più volte denunciate dal nostro giornale.

La descrizione che la giornalista dell'Herald Tribune fa del centro di detenzione è, volutamente, a metà tra il campo di concentramento e il carcere di massima sicurezza. Parla infatti di "alte cancellate di metallo che separano le file di basse costruzioni in singole unità che vengono chiuse durante la notte, mentre i cortili in cemento restano illuminati a giorno", mentre alcune guardie indossano "tenute antisommossa". I detenuti, spiega ancora, "possono indossare solo ciabatte o scarpe senza lacci", per non far male a se stessi o agli altri e nella sezione maschile, dopo una rivolta, "gli oggetti appuntiti, tra i quali penne, matite e pettini, sono stati vietati".

Sottolineando come le autorità italiane non smettano di precisare che il sistema di detenzione dei Cie è in linea con le linee guida dell'Unione Europea, l'articolo prosegue citando la denuncia dell' associazione LasciateCiEntrare, che fa campagna per la loro chiusura, secondo la quale "questi sono non-luoghi che non hanno alcun interazione con la società italiana, che è a malapena a conoscenza della loro esistenza", luoghi di sofferenza e "discariche politiche e sociali di cui si accorge a livello nazionale soltanto quando scoppia una rivolta".

Il quotidiano ha raccolto anche i dati di Medici per i Diritti Umani relativi alle pessime condizioni di salute dei detenuti: dagli atti di autolesionismo al massiccio consumo di anti-depressivi. Ma soprattutto sottolinea come, oltre che crudele, il meccanismo dei centri di detenzione ed esplusione sia anche inefficace. Solo la metà dei detenuti, circa 400 persone, sono effettivamente state espulse lo scorso anno, "una porzione ridottissima dei circa 440 mila irregolari che si stima vivano in Italia".

Citando infine un rapporto del ministero degli interni del 2013 che definisce "indispensabili" i centri, l'autrice del reportage dà la parola a chi vi è o vi è stato rinchiuso. Dall'egiziano Karim, la cui storia ad aprile è finita sui media nazionali, a un tunisino di 40 anni, ex muratore, che è finito in un Cie dopo aver scontato un periodo in carcere per spaccio di droga. E che di questa nuova condanna senza un termine stabilito dice: "La galera era meglio che stare qui".

Prima schiave poi detenute

  • Gen 24, 2013
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 6351 volte
L'Espresso
24 01 2013

Tra le immigrate rinchiuse al Cie di Ponte Galeria (Roma) quattro su cinque sono vittime di tratta. E dopo essere fuggite da criminali che le hanno costrette a prostituirsi, diventano prigioniere della legge Bossi-Fini.

Rita è salita sull'aereo in partenza da Roma Fiumicino con gli occhi gonfi di lacrime. Destinazione Lagos, Nigeria. Trecento chilometri a nord est da Benin City. La città da cui tre anni prima era partita inseguendo il sogno europeo, cadendo nel tranello di false promesse dei trafficanti di essere umani. L'undici gennaio scorso è stata rimpatriata contro la sua volontà. Mettendola in serio pericolo. Rita è una schiava, vittima della tratta. Il suo corpo è una merce a buon mercato. Arrivata con grandi sogni da realizzare e abbandonata al proprio destino sui marciapiedi della fortezza Europa.

Insieme ad altre donne e uomini ha affrontato un viaggio lungo due mesi. Sessanta giorni di pane e acqua. Senza potersi lavare né rinfrescare dopo ore di traversata nel deserto. Ogni giorno un autobus differente. Così fino in Iran. Qui è stata rinchiusa in una casa di transito affollata da altri fantasmi come lei. Poi ancora un pullman l'ha portata al confine tra Iran e Turchia: la frontiera doveva attraversarla a piedi. Infine un ennesimo autobus per raggiungere Smirne, la terza città turca . C'è rimasta otto mesi, trincerata in un'altra baracca di transito, piena di persone che, come lei, erano in attesa di arrivare in Europa. Lei, diretta in Grecia, ci prova in tutti i modi a conquistare le coste dell'isola di Lesbo. Tenta la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta volta. Respinta. Ancora prima di aggrapparsi all'ultima speranza: il barcone delle forze dell'ordine.

Poi arriva il giorno fortunato e la Grecia diventa realtà per Rita. Appena il tempo di poggiare il piede sulla terra promessa e viene arrestata come clandestina. Comincia la trafila di carte e richieste. Ottiene la protezione internazionale e riceve il cedolino del permesso di soggiorno da richiedente asilo. Era salva, pensava. Non le rimaneva che contattare Queen, la sua futura sfruttatrice, che le ha pagato il biglietto fino ad Atene, portandola a casa sua. A quel punto del suo lungo viaggio scopre di aver contratto un debito di 45 mila euro: l'ha costretta con le botte e le minacce a prostituirsi, forzandola a andare in strada tutte le notti, dalle dieci di sera alle cinque di mattina. A Rita non restava che subire. Non poteva rifiutarsi, neanche quando era malata. Una vita impossibile, da cui riesce a divincolarsi. Nonostante la paura della maledizione del rito voodo a cui la madame l'aveva sottoposta, e che tutte le ragazze nigeriane temono più di ogni altra cosa. Convinte che spezzare il patto siglato possa comportare la morte o la follia.

Dopo due mesi di vita negli inferi della prostituzione alla mercè di violenti e malattie, Rita ha avuto il coraggio di fuggire dalla sua aguzzina. E fugge fino in Italia. Arriva a Padova dove le si aprono le porte del Centro di indentificazione ed espulsione. "Appena portata al Cie, siamo state allertata dalla dalla Caritas di Padova, l'hanno incontrata, più e più volte, spiegandole che in Italia esiste l'articolo 18 del testo unico sull'immigrazione che poteva proteggerla", osserva Francesca De Masi, responsabile dell'associazione Be Free che assiste le donne vittime di tratta all'interno del centro di Ponte Galeria a Roma.

E attacca: "Una volta arrivata a Ponte Galeria, abbiamo steso insieme una denuncia contro la sua sfruttatrice, l'abbiamo portata al Tribunale di Roma, consapevoli, da un lato, che la tratta è un crimine transanzionale, e quindi anche se una ragazza ha subito lo sfruttamento in un altro Paese è comunque vittima di una gravissima violazione dei diritti umani, e deve imprescindibilmente essere tutelata; dall'altro lato, eravamo però conscie della miopia delle nostre Istituzioni, per cui in Italia si contano sulle dita delle mani i giudici, le forze dell'Ordine, le procure, i governi, che pongono attenzione su tale problema, troppo impegnati come sono a perseguire i "clandestini" e a sbatterli nelle gabbie, reali e simboliche, in cui le persone straniere vengono rinchiuse, cancellandone la storia di vita, di sfruttamento,e tutti i traumi subiti".

Navi dei rifiuti, tutto silenziato

  • Gen 21, 2013
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 5593 volte
L'Espresso
21 01 2013

«La relazione del comitato parlamentare non fa emergere gli interessi della criminalità organizzata nello smalitimento illecito. E' una vergogna e dimostra che non si voleva arrivare alla verità». Parla Angela Napoli, membro della Commissione parlamentare antimafia

Angela Napoli Angela NapoliAngela Napoli, membro della Commissione parlamentare antimafia, commenta con parole durissime la relazione finale del Comitato ristretto che si è occupato dei traffici via mare di rifiuti tossico-radioattivi: «Questo testo una vergogna! E' la palese dimostrazione che non si voleva fare chiarezza e arrivare alla verità. Segnalerò alla mia Commissione che ritengo un simile documento non idoneo al benché minimo accertamento dei fatti. Anzi, aggiungo pure che si sta tentando di silenziare uno scandalo di dimensioni spaventose».

Eppure il titolo del documento promette bene: "Relazione sui possibili interessi della criminalità organizzata sul traffico marittimo".
«Soltanto che poi, all'interno, questi interessi non emergono assolutamente. Una cosa assurda. Pensare che io stessa, durante un'assemblea interparlamentare dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ho denunciato lo scempio dei rifiuti affondati in mare, e in quell'occasione i rappresentanti delle altre nazioni hanno subito riconosciuto la gravità del problema. In Italia invece si vuole rimuovere tutto, convincere gli italiani che niente è successo e che la salute collettiva non corre pericoli. Che amarezza...».

Un punto interessante, viste le polemiche sorte in passato, è quello che riguarda l'armatore Ignazio Messina. Nella relazione del Comitato, infatti, si scrive che tre navi di questa compagnia (Rosso, Jolly Amaranto e Jolly Rubino) hanno avuto incidenti tra loro simili. Nel senso che «tutte e tre le navi sono state colpite da maltempo in corso di navigazione, tutte e tre hanno subìto gravi avarie all'apparato motore che ne hanno determinato l'ingovernabilità, tutte e tre hanno perso una parte del carico durante il maltempo, e tutte e tre sono state abbandonate dall'equipaggio e assistite dalla stessa compagnia: la società olandese Smit Tak, specializzata nel recupero e messa in sicurezza di relitti "critici"». Poi però il Comitato scrive anche che «non vi sono elementi che possano avvalorare la tesi dell'esistenza di connessioni tra gli eventi descritti, in particolar modo ove tale connessione venga ricercata nella finalità dell'affondamento delle navi per l'illegale smaltimento dei rifiuti».
Discorso per sempre chiuso, dunque?
«Niente affatto. E' evidente che il Comitato ha voluto sostenere il lavoro svolto finora dalla magistratura. Ma -con tutto il rispetto- io non l'ho vista tutta questa bontà del lavoro degli investigatori. Spero solo che emergano, a breve, nuovi indizi e testimonianze che permettano di svolgere ulteriori approfondimenti: sia a livello giudiziario sia a livello politico».

Nel documento si spiega tra l'altro che la nave Cunski (al centro dell'attenzione nazionale nel 2009, quando su segnalazione del pentito Francesco Fonti fu trovata un'imbarcazione sui fondali calabresi di Cetraro) non è stata smantellata in India come riferito dalla Capitaneria di Vibo Valentia, e dunque andrà capito dov'è finita.
«Il che non mi stupisce. Già nell'ottobre 2009, quando l'allora procuratore nazionale antimafia Piero Grasso parlò davanti alla Commissione parlamentare antimafia, posi una serie di domande precise. Chiesi, ad esempio, perché il memoriale di Fonti fosse rimasto chiuso per anni dentro ai cassetti della Direzione nazionale antimafia. Chiesi come fosse riuscito, lo stesso Fonti, a indicare con precisione il punto di affondamento della nave davanti a Cetraro. E chiesi pure, a Grasso, che ruolo avessero avuto i servizi segreti nel groviglio delle navi dei veleni. Per la cronaca, nessuno di questi quesiti ha ricevuto una risposta».

E' dunque fantascienza, o cronaca del reale, dire che lo scandalo dei traffici internazionali di rifiuti non può essere svelato perché coinvolge alti livelli istituzionali?
«Usiamo le parole giuste: si tratta della classica ragion di Stato. Nel senso che è evidente che sono coinvolti importanti pezzi dello Stato italiano e di altre nazioni. Per non dire del legame con la fine di Ilaria Alpi, e di quello che aveva scoperto prima di essere uccisa in Somalia».

Lo dica con chiarezza: come valuta, nell'insieme, l'atteggiamento della politica italiana riguardo al capitolo delle navi dei veleni?
«I nostri politici tentano, come meglio possono, di coprire con il silenzio la questione. In primo luogo a livello locale, con gli amministratori che vogliono salvaguardare l'immagine, il turismo e la pesca. E in secondo luogo a livello nazionale, dove si approfitta del fatto che in sede locale non si voglia scoperchiare lo scandalo.

Nel frattempo lei, simbolo dell'antimafia non di facciata, e per giunta calabrese doc, è stata esclusa dal Comitato ristretto che ha messo a punto questa relazione finale. Come mai?
«Semplice: già dall'audizione di Grasso del 2009, ho fatto capire che non sarei stata disposta a farmi influenzare, e che avrei fatto il possibile per rivelare i retroscena dei traffici dei rifiuti. Un atteggiamento inconciliabile, mi rendo conto, con il clima generale.

Va riconosciuto, però, che nella relazione compaiono anche spunti interessanti. Per esempio si racconta che nei pressi del fiume calabrese Oliva, vicino a dove spiaggiò la motonave Rosso, è stata prima rilevata una radioattività cinque volte superiore alla norma, e poi questa radioattività è scomparsa... Come bisogna procedere, a suo avviso, d'ora in avanti?
«Mi auguro che nella prossima legislatura siano di nuovo istituite le commissioni antimafia e sul ciclo dei rifiuti. E spero, soprattutto, che non ci si giri dall'altra parte quando si parla di navi dei veleni. Altrimenti il messaggio, per la malavita organizzata, è lampante: continuate pure con queste pratiche immonde».

Mediaset, donne in rivolta

  • Dic 28, 2012
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 6736 volte
L'Espresso
28 12 2012

L'azienda di Berlusconi, con i conti in rosso, vuole trasferire decine di dipendenti da Roma a Milano. Quasi tutte impiegate con famiglia, per il quale il trasferimento è molto difficile. Così hanno organizzato un sit-in davanti alla sede romana del Biscione. Perché, come dicono: "Dopo gli anni dei contratti alle Olgettine e alle 'solite' società di produzione, ora l'azienda scarica la crisi su di noi"

La sintesi folgorante della protesta è tutta in uno slogan, brandito proprio in faccia al simbolo del Biscione che campeggia davanti alla sede della Direzione Fiction di Roma. "Mamme licenziate, mignotte assunte", recita il cartello. Dietro, ci sono la rabbia e l'angoscia di una pattuglia quasi tutta al femminile, giovani donne e signore cinquantenni che dopo una carriera messa al servizio di un'azienda si trovano di colpo di fronte a un'alternativa: prendere o lasciare.

Prendere armi e bagagli e trasferirsi a Milano a partire dal primo marzo. Oppure rifiutare andando incontro al licenziamento sicuro. E' questo il dilemma apparecchiato da Mediaset per settantasette dipendenti delle sue sedi di Roma che il 21 dicembre scorso, sulla soglia delle vacanze natalizie, hanno ricevuto dalla Direzione Risorse Umane RTI una lettera dal contenuto lapidario: dopo la rottura delle trattative con i sindacati, sarete convocati a breve per conoscere tempi e modalità del vostro trasferimento.

Una doccia ghiacciata, per decine di impiegati inquadrati nelle funzioni di staff, in larghissima parte (circa l'ottanta per cento) donne e madri di famiglia.
L'ultimo atto di una vicenda cominciata circa un mese fa, il 21 novembre, con l'annuncio del maxi-trasferimento coatto e l'apertura del tavolo tra azienda sindacati. E proseguita nelle scorse settimane, sottotraccia, mentre sulle reti aziendali andava in scena il forcing di Silvio Berlusconi e il titolo Mediaset rimbalzava in Borsa.

Per tutti i dipendenti amministrativi coinvolti nel trasloco di massa, il contratto collettivo nazionale di lavoro del settore televisivo parla chiaro: in base all'articolo 57 è possibile attuare un trasferimento collettivo di personale per "comprovate esigenze tecniche, organizzative e produttive". Di conseguenza chi si oppone va incontro al licenziamento per giustificato motivo.

Eppure loro, i colletti bianchi Mediaset sotto il Cupolone, gli impiegati dell'ufficio stampa, di quello legale, della tesoreria come dei settori acquisti e controllo di gestione, non ci stanno.

Si sentono vittime di una scelta imposta con urgenza, prendere o lasciare, con forte retrogusto di ricatto. Soprattutto, sono convinti che l'azienda stia cercando in realtà di tagliare in maniera "soft", riducendo il personale pur senza dichiarare ufficialmente lo stato di crisi. Per questo ieri, davanti alla sede della Direzione Fiction di Mediaset in via Aurelia Antica, hanno dato vita a un vero e proprio inedito nella storia del colosso berlusconiano: il sit-in di protesta, con tanto di volanti della polizia e dei carabinieri a sorvegliare e cartelli contro l'ex premier e l'azienda.

Una scena che si ripeterà anche oggi. "Dopo aver annunciato i trasferimenti un mese fa ?€“ spiega angosciata una dipendente che chiede di restare anonima - l'azienda non ha mai voluto spiegare i presunti motivi organizzativi e le esigenze tecniche che stanno dietro a questa scelta. Non esiste un piano editoriale, vogliono solo spingere molte di noi - per la maggior parte donne con figli a carico - ad accettare la risoluzione del contratto vista l'impossibilità materiale di trasferirci a Milano".
"Non esistono licenziamenti mascherati - ribattono dall'Ufficio Comunicazione di Mediaset - la parola licenziamento non è mai stata pronunciata e speriamo di non doverla pronunciare mai. Questa è solo un'operazione che ci permetterà di ridurre degli sprechi, è normale che i servizi di amministrazione vengano concentrati nella sede generale di un gruppo".

E così, proprio nei giorni a cavallo tra Natale e Capodanno, è partita in gran sordina la consultazione individuale dei settantasette "prescelti", con sistematica consegna delle lettere di trasferimento. I capi dell'ufficio del personale RTI sono scesi a Roma, per ascoltare una ventina di dipendenti convocati via telefono nella sede di Via Aurelia Antica nei loro giorni di ferie. I colloqui, cominciati ieri mattina, termineranno solo oggi.

"Mi hanno solo detto che dopo il fallimento della trattativa, per colpa dei sindacati, chi accetta di spostarsi a Milano prenderà solo due mensilità d'incentivo invece delle quattro offerte in principio dall'azienda" - spiega sconsolato un dipendente all'uscita dalla sede romana. Loro, i sindacati, avevano chiesto a Mediaset che ai dipendenti fosse offerta una terza alternativa tra esodo incentivato e trasloco coatto: un anno di aspettativa retribuita al termine del quale decidere il da farsi. Su questo si è consumata la rottura.

"L'azienda quest'anno chiuderà in rosso, capiamo alcune esigenze di riorganizzazione e intanto speriamo che si riapra uno spiraglio di accordo – spiega Riccardo Ferraro del Sindacato Lavoratori Comunicazione CGIL – ma da sei mesi chiediamo un piano industriale ed uno editoriale che non arrivano mai".
Il tutto mentre da Milano arrivano voci di R.S.U. aziendali in subbuglio, nel timore che l'esodo da Roma possa preludere a degli esuberi tra i dipendenti meneghini del gruppo.

"Nonostante l'attività dei trasferiti sia strettamente legata all'ambiente romano dello spettacolo, nell'era di Internet e del telelavoro da casa – dicono i sindacati - Mediaset 'ammucchierà' centinaia di impiegati nelle sedi di Milano ben sapendo che ciò provocherà problemi di collocamento del personale".
In un periodo di crisi che richiederebbe una politica di risparmi e di contenimento dei costi aziendali, è l'altra obiezione, Mediaset si prepara a sborsare centinaia di migliaia di euro per liquidare quei lavoratori che saranno costretti a trattare la risoluzione del rapporto di lavoro.

"I settantasette vengono per lavorare, sono persone che servono a Cologno Monzese - replicano ancora da Mediaset - gli stiamo già facendo posto negli uffici. L'azienda ha chiuso i primi nove mesi dell'anno con un risultato netto negativo, in un momento così se non intervieni vanno in discussione i veri posti di lavoro".

Gli interventi, per ora, non avevano mai inciso tanto brutalmente sui destini di un nucleo così ampio di dipendenti, in un gruppo che impiega circa 6.000 persone tra giornalisti, tecnici e personale amministrativo. Certo, è di poche settimane fa il licenziamento di 42 dirigenti, trenta dei quali manager di Publitalia, la concessionaria di pubblicità che quest'anno chiuderà in perdita. Mentre a luglio di quest'anno sono state scorporate le attività di ripresa in esterna delle sedi regionali: settantadue persone sono uscite da RTI per approdare alla "newco" DNG, cinque anni di contratto da esternalizzati e poi chissà.

Il timore di dipendenti e sindacati, che minacciano uno sciopero e si preparano all'incontro di metà gennaio in cui dovrebbe essere annunciato il nuovo piano industriale, è che il ridimensionamento sia appena incominciato. Tra i settantasette in rivolta c'è chi dice che presto partirà l'attacco alle news, chi traccia un paragone impietoso tra i manager del passato, i Franco Tatò e i Giorgio Gori, e l'attuale dirigenza. "Dopo gli anni dei contratti alle Olgettine e alle 'solite' società di produzione ?€“ mastica amaro una dipendente della sede di via Tiburtina ?€“ ora che manca l'ombrello di Berlusconi al governo l'azienda si scopre vulnerabile e non competitiva sul mercato. E invece d'investire nel rilancio scarica su di noi i costi di una crisi annunciata".

Ecco come trattiamo i migranti

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 1573 volte

L'Espresso
18 06 2012

Accordi segreti con la Libia, diritti umani violati, barconi respinti senza controllare chi c'é a bordo, nessuna struttura per l'integrazione. Così il nostro Paese si avvicina alla giornata mondiale del rifugiato che si celebra il 20 giugno

(18 giugno 2012) Stazione di Ventimiglia, ore due di notte. L'atrio si riempie: ragazzi marocchini, tunisini, iracheni, somali. Vengono a dormire qui, perché ci sono luce, amici e un po' meno di umidità. Chissà quanti fra di loro avranno in tasca il permesso di soggiorno come rifugiati politici. Perché non sarebbe strano, anzi: «A Milano ormai sono migliaia - racconta Marica Livio, psicoterapeuta, esperta di etnopsichiatria - gli eritrei che vivono abbandonati negli scali ferroviari, nonostante abbiano ricevuto lo status di rifugiato e la conseguente protezione. Una protezione che rimane sulla carta».

A pochi giorni dalla giornata mondiale del rifugiato, che si celebra ogni anno il 20 giugno, in tutta Italia si preparano iniziative, convegni, feste e momenti di riflessione. Perché l'Italia, nel 2012, è ancora ben lontana dall'essere un Paese dell'accoglienza. Ce lo ha detto l'Europa, con la condanna ufficiale, arrivata lo scorso febbraio, per i respingimenti in Libia nel 2009. E lo ripete in questi giorni Amnesty International, con un durissimo attacco al nostro Paese nel suo ultimo report, "SOS Europe". «L'Italia è sul banco degli imputati - spiega Christine Weise, presidente di Amnesty Italia - per il trattato ancora in piedi fra il nostro Paese e la Libia. Accordi tenuti segreti, che nonostante tutte le denunce portate avanti in questi anni il governo Monti ha scelto di rinnovare, con l'appoggio del nuovo esecutivo libico».

Il contenuto del trattato è segreto, ma l'applicazione è sotto gli occhi di tutti. Migliaia di profughi respinti e trattenuti in centri "d'accoglienza", meglio definibili di concentramento, al confine di Tripoli: «Da quando è scoppiata la rivoluzione - continua la presidente di Amnesty Italia - la situazione è addirittura peggiorata. I libici di pelle scura e gli africani dell'area sub-sahariana sono vittima di persecuzioni e violenze, a causa del pregiudizio comune che essi siano stati mercenari di Gheddafi». Nemmeno l' UNHCR, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati politici, può fare qualcosa: dal 2010 tutti i suoi servizi d'accoglienza in Libia sono stati bloccati, e non hanno mai ripreso a funzionare. I racconti che arrivano dai campi di Tripoli da coloro che sono riusciti a scappare durante la rivoluzione sono agghiaccianti: sovraffollamento, violenze, arbitrarietà di trattamento e giudizio.

Fra le pratiche italiane più criticate da Amnesty c'è quella della "caccia" ai barconi per respingere i migranti prima ancora che abbiano messo piede sul nostro Paese. Azioni che secondo Amnesty contravvengono la convenzione di Ginevra: «Fra gli obblighi che abbiamo siglato nel 1951 - spiega Christine Weise - c'è quello di non effettuare respingimenti di massa. Deve essere verificata la posizione di ogni persona, perché molti di coloro che cercano di arrivare in Italia rischiano la vita se vengono rimandati nel Paese da cui scappano. E prendere un barcone per mare riportando indietro tutte le persone che vi sono sopra è proprio il contrario di ciò che siamo tenuti a fare per rispettare i diritti dei richiedenti asilo». Su questo argomento, al Ministero degli Interni ci sono solo bocche cucite e la nostra richiesta di intervista è stata rifiutata.

Nonostante il trattato, solo nei mesi dell' "Emergenza Nord Africa", com'è stata ufficializzata nell'aprile scorso la nuova ondata di sbarchi dal Mediterrano, sono arrivati sulle nostre coste 22.216 migranti. A questi andrebbero aggiunti gli oltre duemila che sono morti in mare, secondo i dati raccolti da Fortress Europe. Molti di loro erano già profughi in Libia, scappati dalla guerra o dalle carestie: somali, eritrei, ivoriani, afghani, pakistani e molti altri.

Per loro in Italia esistono tre tipi di permessi di soggiorno, riconosciuti ai rifugiati: l'asilo politico, la protezione sussidiaria e quella umanitaria. «Nel '98, quando è nato il nostro servizio - racconta Dela Ranci, fondatrice di Terrenuove, una cooperativa di Milano che offre agli immigrati consulenza psicologica gratuita - i rifugiati scappavano soprattutto per cause politiche, etniche, religiose. Erano persone più consapevoli, che sapevano di aver pagato con la fuga, e magari con violenze e torture, delle loro scelte di vita. Oggi la maggior parte dei rifugiati che si rivolge a noi è scappata da guerre, carestie, povertà. Sono situazioni collettive, che fanno parte di una storia di popolo, spesso non personale. Soprattutto, sono situazioni che pochi di loro hanno scelto».

LESBICHE? PER LO STATO SONO MALATE

  • Nov 30, -0001
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05 04 2012 
 
di Tommaso Cerno
 
Secondo i moduli del dicastero della salute il "lesbismo" è una vera e propria malattia. E non si tratta di una gaffe, ma di una classificazione vecchia di anni che rimarrà in atto ancora per molto tempo a causa dei ritardi burocratici(05 aprile 2012)Per quanto suoni strano, è ufficiale: per lo Stato le lesbiche sono "malate". Non è l'ultima sparata di Carlo Giovanardi, né lo slogan omofobo di qualche facinoroso dell'ultradestra. Lo mette nero su bianco il modulo "Icd9-cm", vale a dire l'elenco ufficiale delle patologie e dei traumi varato per decreto dal ministero della Salute. A pagina 514, capitolo 302, paragrafo "0", è inserito il "lesbismo egodistonico", classificato dunque a tutti gli effetti come malattia per gli enti pubblici, per l'Inps che sulla base di quegli elenchi certifica disabilità e invalidità, per Comuni e Regioni, ospedali e istituti di previdenza. E così scoppia il caso delle "lesbiche malate", finora sfuggito perfino ai dirigenti di viale Trastevere. E si annuncia bufera a Montecitorio, fra interrogazioni già firmate dall'Italia dei Valori e proteste della comunità gay, incredula di fronte a quella che suona come l'ennesima discriminazione. 

Nel Paese della burocrazia elefantiaca accade anche questo. Mentre l'Oms (l'Organizzazione mondiale della sanità) ha cancellato l'omosessualità dall'elenco delle malattie il 17 maggio del 1993, in Italia sopravvive in un documento ufficiale quel riferimento alle donne omosex. Eppure la lista è stata aggiornata nel 2007 dall'allora ministro del Pd Livia Turco e poi ratificata, senza correzioni, dal ministro del Pdl Ferruccio Fazio nel 2009. Ma non è bastato.

ARRIVA LA CONFERMA
Una drammatica svista? Una versione troppo datata? Una bufala? Macché. Basta telefonare all'Inps e domandare: "Scusi, dottore, qual è l'elenco delle malattie che usate per le pratiche?". Un gentile dirigente conferma che è proprio il famigerato "Icd9-cm", lesbiche incluse. Stessa cosa negli ospedali. E ancora all'ufficio legislativo della Regione. Fino al dicastero guidato da Renato Balduzzi . Sulle prime all'ufficio del ministro cadono dalle nuvole: "Non è imputabile a noi", precisano. "Questo è ovvio". Poi a viale Trastevere partono le verifiche. Si cerca il direttore generale. Si passano al setaccio i decreti. Finché arriva la conferma: "Il "lesbismo egodistonico" è presente nel testo in vigore", spiegano. La ragione? "Quell'elenco è la traduzione di un documento dell'Agenzia federale americana. Un elenco, in effetti, già decaduto e sostituito da anni a livello internazionale dal modello successivo, appunto "Icd10", dove il riferimento al lesbismo non c'è più". Peccato che l'Italia non si sia ancora adeguata al nuovo testo, "perché la procedura è complessa", aggiungono nell'entourage del ministro.

Nel frattempo le lesbiche si dovranno tenere la loro malattia di Stato. Ma per quanto? Forse per anni. Non è dato sapere: "Ci stiamo adeguando, ma la tempistica è piuttosto lunga. La nuova classificazione modifica tutto, codici e procedure chirurgiche. Cancella il vecchio sistema e l'intero capitolo 302.0. Difficile dire quando entrerà in vigore anche in Italia". Impossibile anche l'intervento riparatore in extremis. Un decreto, cioè, che cancelli la malattia di lesbismo in attesa del nuovo testo: "Non sono ammesse modifiche parziali del decreto, solo l'adozione del nuovo elenco Icd10", precisano al ministero. "Quindi bisognerà aspettare". Non i dipietristi, però, che già lunedì vogliono sollevare il caso in Parlamento con un'interrogazione di Silvana Mura, mentre il responsabile diritti civili dell'Idv, Franco Grillini, parla di "discriminazione di Stato inaccettabile". 

OMOFOBIA RECORD
Anche perché fra traduzioni datate e vuoti legislativi, l'omofobia in Italia cresce. E nel 2011 segna un picco record. L'Unar, l'ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali della presidenza del Consiglio, nella relazione di pochi giorni fa al Parlamento per la prima volta ha analizzato gli atti di violenza contro gay, lesbiche e trans. Con un primo dato allarmante. Fra le matrici della discriminazione l'orientamento sessuale sale al secondo posto dopo i motivi razziali con il 25 per cento dei casi. Un dato confermato dal Viminale, che dal 2010 ha attivato l'Oscad, l'Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori guidato dal vicecapo della polizia, Francesco Cirillo. In un solo anno ha ricevuto 234 segnalazioni, il 40 per cento delle quali costituivano un reato, e ha portato a 32 arresti e 84 processi. E c'è pure un secondo dato preoccupante: "Una volta su quattro è la vittima dell'omofobia a fare la segnalazione, mentre nel 51 per cento dei casi è un testimone che denuncia", spiegano all'Unar. Ecco che il fattore paura prevale. E che gay e lesbiche, spesso, sono costretti a tenere per sé la violenza e a digerire in silenzio insulti e mobbing. E questo perché spesso i genitori non sanno che il figlio è gay, oppure il problema di visibilità riguarda l'ambiente di lavoro, la scuola, gli amici, la squadra di calcio: "Un fattore che finisce per favorire l'aggressore omofobo, che si sente impunito e agisce quindi contro i gay", spiegano alla presidenza del Consiglio.

IL LICEO NON è PER GAY
I casi sono centinaia. Nei primi tre mesi del 2012 i telefoni della Gay Help Line di Roma sono diventati roventi. Di pochi giorni fa l'ultimo episodio in un famoso liceo romano. Marco (il nome è di fantasia) è uno studente di 15 anni. Un'insegnante l'ha apostrofato nel bel mezzo della lezione: "Qui non siamo in quelle discoteche da checca che frequenti tu", ha detto dalla cattedra. Marco è uscito in lacrime e il caso ha fatto il giro della scuola, fino sul tavolo della preside: "All'insegnante è stato chiesto di restare a casa qualche giorno, magari fino a dopo le vacanze di Pasqua. Stessa cosa ha fatto Marco", rivela un docente del liceo. "Un segnale di attenzione, ma anche un modo per insabbiare un atto che non ha giustificazione". Anche perché Marco non ha molte via d'uscita. A casa ha lo stesso problema. Mamma sa tutto, papà no. E così deve inghiottire sorrisetti e insulti.

Non è un fatto isolato. Nell'ultima rilevazione il 5 per cento delle richieste d'aiuto arriva da minorenni e il 74 per cento degli studenti racconta di aver subito almeno un episodio di bullismo omofobico. "Di questi il 36 per cento è avvenuto a scuola", spiega Fabrizio Marrazzo, presidente di Gay Center che gestisce la linea amica. 

FAMIGLIA SI ANZI NO
Agostino e Ottavio convivevano da otto anni. Poi un giorno Ottavio, 28 anni, si sente male. Esami. Ricoveri. La diagnosi è terribile: linfoma di Hodgkin. All'ospedale Spallanzani, Agostino si presenta alla visita medica con Ottavio e riceve il primo rifiuto. "Il medico m'ha fatto allontanare, dicendomi che io non ero nessuno", racconta. "Poi ho fatto amicizia con infermieri e medici di guardia. E loro, violando le regole, mi lasciavano passare. Sempre con l'incubo che arrivasse il primario". Ci s'è messa pure la burocrazia. "Ottavio aveva dodici fratelli, ma nessuno s'è mai visto fra chi era all'estero e chi aveva altri impegni", racconta Agostino. "Io ero l'unico che lo assisteva, ogni giorno, mentre aveva bisogno di tutto. Al lavoro non mi riconoscevano i permessi, perché non era un mio congiunto, e consumavo le ferie. Al tempo stesso, però, il Comune gli ha negato il sussidio perché nel modulo Isee veniva invece inserito anche il mio reddito". Con una tragica beffa. Quando Ottavio è morto, la pensione di invalidità non era arrivata. "Io avevo fatto debiti e pagato le spese, come è ovvio. Ma quando arrivò l'assegno, andò ai fratelli".

BOTTE O LICENZIATO
Renato ha 22 anni. Lavora in un bar di Foggia. Tutto bene fino a una sera di gennaio quando il titolare origlia una telefonana: "Parlava con il suo ragazzo. Da quel giorno è cominciato un inferno", racconta l'avvocato Antonio rotulei della rete Lenford, specializzata in diritti civili. "Ha subito insulti, vessazioni e violenze fisiche. Ho visto i lividi con i miei occhi. "O così, o te ne vai", gli diceva il titolare". Ma quando fascicoli e prove sono pronti, Renato fa dietrofront. "Renato mi chiese: "Mi garantisce che tutto resterà riservato? Nessuno sa che sono gay". Io risposi che non poteva esserci la garanzia e così Renato ha rinunciato ad ottenere giustizia".

SEI GAY, NON GUIDI
Lo scorso maggio toccò a Cristian Friscina strabuzzare gli occhi di fronte a una lettera dalla motorizzazione di Brindisi. Diceva: "Gravi patologie potrebbero risultare di pregiudizio per la sicurezza della guida". Con queste motivazioni Cristian si è visto negare il rinnovo della patente. Ma perché? La storia ha dell'incredibile. Alla visita di leva, nel 1999, raccontò ai medici di essere gay. L'Ospedale militare Bonomo di Bari verbalizzò e trasmise alla motorizzazione. Ed ecco che l'omosessualità "fa sorgere dubbi sulla persistenza dei requisiti di idoneità psicofisica prescritti per il possesso della patente". E così a Cristian, che nel frattempo s'era trasferito a Bologna per studiare, riceve il "no" al rinnovo della patente.

"FROCIO" DELLA PORTA ACCANTO
Peschiera Borromeo, periferia sud di Milano. Denis ha 38 anni e uno stipendio. Paga 750 euro al mese d'affitto. Mai un ritardo. Finché la ditta entra in crisi: cassa integrazione per 6 mesi, poi licenziato. E con il lavoro se ne vanno pure i buoni rapporti con la padrona di casa: "Cominciarono gli insulti al telefono: "frocio di merda, mi fai schifo". Minacce ai genitori, l'auto tappezzava di cartelli e allusioni all'Aids". Ecco che Davide si rivolge a un avvocato, ma dopo sei anni di causa il tribunale di Milano assolve la proprietaria: nel 2012 dire "frocio" non è un'offesa, scrivono i giudici. Sarà.  

VA DI MODA UCCIDERE LE DONNE

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17 02 2012 
 
di Valeria Abate 
 
Di solito a botte o a coltellate, quasi sempre per mano di mariti, fidanzati o ex. In Italia c'è una vittima ogni tre giorni, e va sempre peggio. Ecco i numeri e il videoreportage su un fenomeno di cui si parla troppo poco.
 
Se Laura sappia o meno che l'omicidio è la causa principale di morte per le donne, non glielo leggi in faccia. Quello che vedi chiaramente invece, mentre racconta l'incubo di quasi dieci anni di violenze subite da parte del marito, è il sollievo per esserne uscita. Perché, alla fine, quel che resta non sono le botte, ma la consapevolezza di essersi ripresi la propria vita. 

Certo, c'è pure la paura che l'epilogo della storia potesse essere diverso, come è stato per Stefania Noce, attivista 24enne di "Se Non Ora Quando" di Catania, accoltellata dal fidanzato che non si oldrassegnava ad essere ex. Anche per Maura Carta le cose sono andate diversamente, presa a pugni fino ad essere uccisa dal figlio schizofrenico, una delle 19 vittime dall'inizio dell'anno al 15 febbraio. 

E se i numeri sono questi, non c'è da aspettarsi niente di buono per il 2012, "considerando anche il fatto – sottolinea Cristina Karadole dell'associazione Casa Delle Donne Per Non Subire Violenza - che è dal 2006 che l'elenco dei femicidi aumenta costantemente, superando la media di 120 l'anno". 

Omicidi che lasciano la scia di storie tutte diverse tra loro, eppure tutte uguali: violenze fisiche e psicologiche come copione fisso di una vita, che vorrebbero rimettere in riga la donna che ha osato troppo. "E' così che succede – spiega Laura -, ti spengono poco a poco: prima ti fanno sentire una nullità, ti umiliano anche davanti agli altri, ti privano del tuo stipendio. Poi arrivano i cazzotti, e ti illudi che quella sia l'ultima volta". E non sarà un caso - fanno notare le associazioni femminili - se la maggiore concentrazione di violenze hanno luogo nel più emancipato nord Italia.

A proposito di associazioni, è grazie a loro se si ha un'idea di quanti omicidi di donne avvengano, perché di dati ufficiali dalla Questura non ce ne sono, tanto per dare la misura di quanto sia considerato il problema. E' grazie al loro lavoro, per esempio, che si sa che delle 127 donne che hanno perso la vita nel 2010, 114 sono state uccise da membri della famiglia, di cui 68 erano partner della vittima, mentre 29 ex partner. Il che ha delle conseguenze sorprendenti riguardo alcuni luoghi comuni sulle violenze: intanto che avvengono per lo più dentro casa, e non per strada. 

E visto il ruolo prezioso che ricoprono associazioni come "La Casa Delle Donne Per Non Subire Violenza" di Bologna, o le romane "Be Free" e "Differenza Donna", che sono i primi luoghi di assistenza a cui si rivolgono le vittime di maltrattamenti (attraverso i Centri Antiviolenza), si sarebbe portati a pensare che i finanziamenti pubblici trovino sempre la strada per arrivare nelle loro casse. Naturalmente non è così. "Negli ultimi tre anni e mezzo - chiarisce l'on. Rosa Calipari - sono stati tagliati i fondi ai Centri Antiviolenza, salvo poi essere rimessi al loro posto in extremis due giorni prima che cadesse il governo Berlusconi", con 18 milioni di euro ricomparsi all'improvviso dal cilindro dell'ex ministro Mara Carfagna. E nel frattempo diversi centri hanno dovuto chiudere i battenti, mentre altri si sono dovuti affidare alla buona sorte sperando in donazioni private. 

Circostanza quest'ultima che, chissà, potrebbe aver influenzato in qualche modo l'Europa nel giudicare negativamente la condizione femminile in Italia. Ma forse c'entra anche il fatto che, come racconta l'on. Calipari, "il nostro Paese è l'unico non solo a non firmare la convenzione europea che riguarda la battaglia contro la violenza sulle donne, ma anche l'unico a non partecipare in assoluto ai lavori di preparazione della convenzione".

E quello che è evidente in grande, lo è ancora di più se si analizzano in dettaglio le parti: "Abbiamo il problema", spiega la Calipari, "di dover formare chi interviene in queste storie di maltrattamenti, quindi gli assistenti sociali, le forze dell'ordine, i magistrati, per affrontare in maniera diversa la violenza di genere". Perché succede che i casi di violenze non vengano neanche riconosciuti come tali quando si presentano, o che il poliziotto di turno faccia firmare un verbale con la versione edulcorata di ciò che è accaduto realmente dentro le mura domestiche. E conclude: "Quello di questo Paese è un problema culturale, prima di tutto".

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