L'ESPRESSO

NOI OPERAIE LICENZIATE VIA FAX

  • Nov 30, -0001
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03 01 2012 
 
di Michele Azzu

Dopo due anni di proteste e cassa integrazione le 240 lavoratrici faentine dell'Omsa hanno ricevuto il benservito dall'azienda proprio nei giorni di Natale. Contro ogni accordo. Per questo hanno scritto una lettera al ministro Passera. Mentre il Popolo Viola rilancia su Facebook il boicottaggio dei prodotti. Ed è boom di contatti

"Quando arrivi a Faenza te ne accorgerai dall'odore" si dice in Romagna, ed è vero: appena passi il casello dell'autostrada e ti immetti nella rete di centri commerciali e fabbriche, uno strano odore ti prende le narici. Viene dalla Tampieri, che fa concimi. E' il segno di una città che ha consacrato tutto sull'altare dell'industria, la stessa industria che oggi chiude i battenti. Lo scorso 27 dicembre le 240 operaie tessili dell'Omsa hanno ricevuto via fax le lettere di licenziamento, dopo due anni di cassa integrazione e tante proteste (documentate da L'isola dei cassintegrati). La decisione è "Una doccia fredda",  dice Samuela Meci, operaia e rsu locale. "C'era stato un incontro al ministero dello sviluppo appena il 23 dicembre, e si continuava con le trattative di riconversione. Il licenziamento ora va contro ogni accordo firmato al ministero, e Passera deve intervenire assieme al sindacato e alla regione". 

Le operaie faentine non sono sole. Il 25 novembre la Golden Lady ha licenziato anche 400 lavoratrici dello stabilimento abruzzese di Gissi (Chieti). Quasi mille licenziamenti, dunque, tra Abruzzo e Romagna, a fronte di un'azienda che si autodefinisce leader italiana della calzetteria. Un'azienda che non è in crisi. Per questo quelle lettere di licenziamento inviate via fax, nel pieno delle festività natalizie, hanno suscitato l'indignazione delle lavoratrici e non solo: 20 mesi dopo l'iniziativa delle romagnole di boicottare i prodotti Omsa e Golden Lady, portata avanti a lungo, il Popolo Viola rilancia l'evento su Facebook,  e dopo solo 36 ore le adesioni sono già quasi 20.000. 

Per Massimo Malerba del Popolo Viola, già ideatore delle iniziative battiquorum e taxiquorum per sensibilizzare al voto nei referendum di giugno, quella dell'Omsa è "Una battaglia simbolo del lavoro femminile, e delle aziende che delocalizzano per speculare sulla crisi". 

L'Omsa di Faenza era il fiore all'occhiello dei calzeifici made in Italy, e dava lavoro a 350 operaie specializzate. Sorta nel dopoguerra dalla famiglia forlivese degli Orsi Manganelli, diventa nel 1990 proprietà della Golden Lady. "L'Omsa è stata molto più che una fabbrica, ma un pezzo di storia dell'emancipazione delle donne - ci racconta ancora Samuela - le faentine sono passate dalla cucina alla fabbrica e si sono rese indipendenti". 

Cinquanta anni dopo l'emancipazione, le romagnole hanno dovuto lottare per il lavoro. E' il 5 febbraio del 2009, quando Omsa mette le dipendenti in cassa integrazione. A scoprirlo è Francesca Marfurt, che in quel momento chiamava in fabbrica per informare le colleghe che era nata la sua Nicole. E l'ufficio personale le comunicava che erano in cassa integrazione". 

Alle operaie sembra assurdo che la fabbrica stia chiudendo, perché non è in crisi. Iniziano quindi un presidio permanente ai cancelli. Inseguono Nerino Grassi, patron dell'Omsa, fino alla Confindustria di Ravenna, dove: "ci ha riso in faccia, a tutte noi" ricorda Francesca. Ma le lavoratrici non si arrendono. Il 14 marzo 2010 danno inizio a un boicottaggio dei prodotti del marchio Omsa e Golden Lady, che al suo interno comprende anche SiSi, Saltallegro e Serenella. 'A piedi nudi, io le calze non le compro' è il loro slogan e iniziano a fare dei piccoli presidi davanti ai punti vendita in tutta la regione. 

Il 25 marzo sono al Paladozza di Bologna, a 'Rai per una notte' di Michele Santoro. Nel settembre del 2010 finiscono nel reportage Senza Donne di Riccardo Iacona per il programma Presa Diretta, ispirazione per la nascita del movimento delle donne Se non ora quando, e della manifestazione del 13 febbraio a Roma. 

La manifestazione delle donne a Ravenna viene dominata dalla performance delle operaie Omsa, che, tutte vestite in rosso, ipnotizzano la cittadinanza marciando a passo militare, scandito da fischietti e urli. Si fermano davanti ai negozi di calze e si sdraiano all'ingresso per impedire l'accesso. Da qui nasce il documentario 'Licenziata', prodotto dal Teatro due mondi, che racconta il loro lungo anno di protesta. Poi arriva il primo aprile 2010, e il sindacato gioca loro un brutto scherzo. Idilio Galeotti, coordinatore provinciale della Cgil, viene rimosso dal suo incarico. Proprio lui che più di tutti si era preso a cuore la sorte delle operaie Omsa, che a quel punto iniziano a protestare anche contro il sindacato. Creano il gruppo facebook Idilio Galeotti siamo con te (380 iscritti) e inondano la Cgil di email, senza ricevere risposta. Alcune riconsegnano la tessera. 

"Tu devi capire che qui a Faenza la gente non è abituata ai licenziamenti o alla cassa integrazione, perché il lavoro c'è sempre stato" ci spiega proprio Idilio Galeotti, che anche da fuori continua a seguire la vertenza. Oggi non ha al collo il suo fazzoletto rosso del sindacato, che usa alle manifestazioni, ma un foulard di seta: "Per questo la gente è disperata, e c'è voglia di lottare. Sembra incredibile che un'azienda così ricca come l'Omsa, e Golden Lady, possa chiudere i battenti senza che nessuno muova un dito". 

Nel frattempo sono passati due anni, e le 350 operaie sono diventate 240 tra chi è andata in pensione e chi ha accettato gli incentivi alla mobilità. Come Francesca Marfurt, che ha accettato i 23.200 euro perché, dice, "ne avevo bisogno. Sono spiccioli, ma devo far mangiare due bambini". Lei e poche altre si sono salvate dalla beffa di ricevere a Natale il licenziamento  via fax. Prassi che al momento sembra andare per la maggiore, come testimonia il recente caso della Jabil di Milano. 

Samuela Meci ci tiene a ribadire che "Sono già tre gli stabilimenti in serbia dell'Omsa, che ad oggi impiegano circa 1900 dipendenti. Da poco - continua - abbiamo scoperto che l'azienda porta in Italia i dipendenti serbi per pagare loro dei corsi di formazione. Questè è davvero una beffa per il made in Italy, e per noi". 

Ora arriva l'appello del Popolo Viola, e le operaie hanno scritto una lettera al Ministro Passera. "Siamo stufe dei compratori bufala che l'azienda ci propone da due anni. L'azienda deve rispettare gli accordi presi al ministero. I licenziamenti ora metterebbero fine ad ogni ipotesi di riconversione, per questo serve una risposta forte dal ministro Passera. E' possibile che la garanzia del ministero, sugli accordi, non abbia alcun valore?" si chiede Samuela, assieme alle colleghe. E aggiunge: "Così facendo si crea un precedente pericoloso, per chi vuole delocalizzare".

DONNE, UNA STORIA DI BOTTE

  • Nov 30, -0001
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espresso.repubblica
14 3 2011

 


di Lara Crinò
E' uscito 'Nozze di sangue', un impressionante saggio sulla violenza dei mariti in duemila anni di storia. Roba del passato? Mica tanto, se ancora oggi in Italia una moglie su dieci subisce aggressioni
 Quarant'anni dopo il femminismo, le donne se così si può dire - sono tornate di moda. Sarà per l'uso disinvolto che ne fa il presidente del Consiglio, sarà per la grande manifestazione del 13 febbraio scorso, sarà per le mille difficoltà che ha incontrato una legge - come quella sulle 'quota rosa' nei consigli di amministrazione - che potrebbe servire a rendere un po' meno maschile il mondo del potere aziendale.

E si parla di donne, dei loro diritti negati e della loro sudditanza nel corso della storia, anche in un libro appena uscito per Laterza, 'Nozze di sangue' , scritto da Marco Cavina, professore di storia del diritto medioevale e moderno all'Università di Bologna. Cavina si è già occupato in passato della veste legislativa e sociale delle istituzioni familiari (suoi tra gli altri i saggi 'Il potere del padre' e 'Il padre spodestato. L'autorità paterna dall'antichità a oggi'). Con questo nuovo libro lo studioso ha deciso di esplorare il lato oscuro del vincolo matrimoniale, e in particolare il modo in cui la Chiesa e le autorità laiche dell'Occidente hanno normato e interpretato, dal Medioevo al Novecento, i limiti della supremazia maschile nei confronti della donna maritata.

Serio e documentato saggio scientifico, 'Nozze di sangue' si rivela, pagina dopo pagina, un catalogo dettagliato degli orrori della vita domestica che ecclesiastici e giudici laici hanno tollerato, facendo talvolta opera di arbitrio e moderazione. Ma senza attaccare il dogma della 'potestà' del marito sulla moglie in maniera sistematica, almeno fino alla metà e oltre del Novecento.

Così, la Chiesa medioevale suggeriva alle mogli che avevano in sorte un marito manesco e iracondo di seguire l'esempio di Santa Monica, madre di Sant'Agostino, che sopportava con angelica pazienza le percosse e le offese del coniuge. E i tutori della legge stabilivano, di città in città e di stato in stato, dall'Italia all' Inghilterra e alla Francia dell'Ancien Regime, non 'se' ma 'quanto' fosse lecito picchiare la propria sposa.
Scrive l'autore nella prefazione che «la violenza domestica rappresenta l'anima nera del matrimonio, il suo versante demoniaco, la sua irriducibilità agli schemi tranquillizzanti e coartanti dell'armonia del focolare» e non deve dunque stupire che l'armamentario e le forme di questa violenza siano sempre state le più diverse e sottili. Se battere una donna per 'correggerla', ovvero per renderla più mansueta o per allontanare lo spettro dell'adulterio era considerato lecito e naturale fin dall'antichità romana, e ben oltre il Rinascimento, sono molti i codici che imponevano di farlo senza lasciare segni o con appositi strumenti, in modo da non sfigurare la consorte per sempre o da non metterla in pericolo di vita. Per le 'malmaritate', che restando preda di mariti violenti rischiavano tuttavia la morte, la soluzione era spesso rifugiarsi in un convento o in apposite 'case' pubbliche; anche le adultere o sospette tali spesso venivano rinchiuse, su richiesta della loro famiglia o del marito, in istituti religiosi per fare penitenza. Si configurava così un intero sistema sociale di consuetudini e leggi che stringevano d'assedio la componente femminile della società. Per contrappunto tutta la letteratura occidentale da Boccaccio a Shakespeare si è popolata così di vittime sacrificali o bisbetiche assassine, geniali nello scovare stratagemmi per gabbare o far fuori gli scomodi mariti. Fino a giungere alla figura dell'avvelenatrice, che ammansisce una morte violenta ma difficile da diagnosticare, un archetipo che ha riempito le cronache e i romanzi per secoli e secoli.

Oggi, ci si chiede, è tutto cambiato? Di quanto tempo ha bisogno la nostra società per metabolizzare la fine di questo aspetto del patriarcato?

Così a occhio ancora parecchio: è solo di ieri la notizia di un uomo ossessionato dalla gelosia, che ha ammanettato una donna a una panca da body building, per poi tatuarla con un ferro rovente. Perché secondo lui portava anche sfortuna.

GAY A SAN PIETRO

  • Nov 30, -0001
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espresso.repubblica.it
13 4 2010


di Tommaso Cerno
Per il cardinale Bertone la pedofilia è legata all'omosessualità. Ma i dati sugli abusi lo smentiscono. E gli attivisti Glbt andranno in Vaticano insieme alle vittime degli abusi
 Gay e lesbiche pronti a marciare sul Vaticano. A lanciare la manifestazione di protesta a Roma, assieme alle vittime degli abusi e alle famiglie degli abusati, è Franco Grillini, storico leader del movimento gay italiano. "Distribuiremo un dossier con tutti i casi di violenza sui minori noti in Italia, che saranno letti al microfono davanti alla basilica di San Pietro a Roma" annuncia dopo le parole del segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, che dal Cile ha pronunciato una frase che ha fatto insorgere le comunità gay internazionali, sostenendo che la pedofilia abbia un legame con l'omosessualità (GUARDA). E mentre anche gli psicologi cattolici frenano sulla tesi del cardinale, dai dati del Telefono azzurro emerge che in Italia sono più le bambine le vittime di abusi fisici, sessuali e psicologici rispetto ai bambini.
Nel 2009 su oltre mille casi segnalati alle linee di aiuto il 54,7 per cento riguardava bambine, mentre il 45,3 per cento i maschi. Nella maggioranza dei casi (56,1 per cento) si tratta di bimbi con meno di 10 anni, mentre un caso ogni quattro colpisce bambini fra gli 11 e i 14 anni. Anche la radiografia delle vittime sembra dare torto al segretario di Stato vaticano: "Nella maggior parte dei casi gli abusi sono commessi da persone appartenenti al nucleo famigliare, in particolare dal padre, che è responsabile di quasi una violenza su tre spesso nei confronti della figlia", spiegano al Telefono azzurro. "Per un altro terzo dei casi si tratta di abusanti esterni, ma che conoscono la vittima o i genitori".
Anche per quanto riguarda gli abusi da parte dei religiosi, sono molti i casi anche italiani dove la vittima è una bambina, come raccontato da L'espresso nell'inchiesta sull'inferno italiano. Secondo il presidente dell'Arcigay nazionale, Paolo Patanè, alla luce di questi dati le parole di Bertone sono "tre volte scandalose".
Spiega Patanè: "Uno: perché sono false. È scientificamente falsa l'equazione omosessualità-pedofilia e il fatto che a dichiararle sia un personaggio di quella levatura è gravissimo. Due: in un momento in cui la Chiesa dovrebbe pensare molto seriamente ad accertare e far emergere abusi e violenze, così come chi li ha finora coperti, invece cerca di far pagare le sue colpe scaricandole sulla pelle di milioni di individui innocenti. Tre: le parole di Bertone rischiano di condizionare la coscienza di gente che vede nelle sue parole un punto di riferimento stimolando violenza, discriminazione e disprezzo. E cosa dice delle bambine violentate dai preti? O delle centinaia di casi denunciati nel mondo per le violenze sulle bambine? C'è una sanatoria?". E anche "Non c'è nessun legame tra pedofilia e omosessualita: le teorie psichiatriche che ipotizzano un nesso sono assolutamente prive di fondamento". Lo chiarisce Tonino Cantelmi, presidente dell'associazione italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (Aippc): "È una tesi senza fondamento" sottolinea "perché il pedofilo è attratto da soggetti pre-puberi, che non hanno sviluppato la sessualità, e quindi la pedofilia è una perversione che prescinde assolutamente dall'orientamento sessuale".
Non a caso, sottolinea Cantelmi, "dei diecimila pedofili accertati che ci sono in Italia, la maggior parte ha una vita normale, con famiglia, e mostra tendenze eterosessuali". Anche per la Onlus 'Caramella buona' non c'é alcun legame tra pedofilia, celibato e omosessualità: "La pedofilia - afferma la criminologa Roberta Bruzzone - è un disturbo della sfera sessuale molto complesso e tutte le indicazioni di queste ore in relazione a sedicenti correlazioni tra celibato e omosessualità oppure tra omosessualità e pedofilia sono prive di qualsiasi riscontro scientifico. Ritengo pericoloso accostare dimensioni tra loro così lontane, soprattutto in un epoca in cui ancora troppo spesso la cronaca nera ci restituisce gravissimi casi di violenza di matrice omofoba".
(13 aprile 2010)


http://espresso.repubblica.it/dettaglio/gay-a-san-pietro/2124985

"ROM VUOL DIRE CRIMINALE"

  • Nov 30, -0001
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 espresso.it
30 11 09

di Emiliano Fittipaldi


Parole choc dei giudici del tribunale dei Minori di Napoli che negano i domiciliari a una minorenne a causa della sua etnia
 Se si appartiene all'etnia rom, non si può che delinquere. Lo scrivono, in sintesi, i giudici del tribunali dei minorenni di Napoli, con parole che sembrano, francamente, incredibili. La storia è quella della ragazzina rom di 15 anni, accusata di aver rapito una neonata a Ponticelli nel maggio del 2008. Un fatto di cronaca che scatenò la rabbia dei residenti e la devastazione dei campi del popolare quartiere napoletano.

La ragazzina, A.V., grazie alla testimonianza della madre della rapita, è stata condannata in primo grado e in appello a 3 anni e 8 mesi, e da un anno e mezzo è rinchiusa nel carcere minorile di Nisida. L'avvocato ha chiesto prima dell'estate gli arresti domiciliari, ma il tribunale, in sede di appello al riesame, ha bocciato la richiesta. Con una motivazione sconcertante, destinata a scatenare polemiche infinite.

«Le conclusioni indicate» dicono i giudici «sono sostanzialmente confermate dalla relazione depositata in atti dalla quale, a prescindere dalle cause, emerge che l'appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l'essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva». In sostanza, la razza e l'etnia definiscono il comportamento delinquenziale della piccola. Un ipotesi abnorme, visto che stiamo parlando di giudici dello Stato che lo scrivono nero su bianco, e non di un comizio del più intransigente leghista da stadio. «Un precedente gravissimo» sostiene l'avvocato della bambina Cristian Valle, «che basa sulla razza l'ipotesi di condotte criminose. Non solo sulla possibilità di commettere reati, ma pure sulla tendenza a condotte recidive.

La vox populi con la quale si dice che i rom rubano i bambini, diventa certezza giuridica. E' assurdo, indegno. Non ho mai visto una decisione così. In un clima da leggi di stampo razziale, anche i giudici si adeguano». In effetti, con la stessa logica, altri giudici potrebbero giustificare le loro decisioni descrivendo gli schemi tipici della cultura ebraica o islamica, e qualcun altro potrebbe spingersi a discettare - per chiunque vive in terre ad alta criminalità - che napoletani, calabresi o siciliani sono tendenzialmente delinquenti perchè inseriti negli «schemi culturali» di quelle zone. La decisione del tribunale e le parole della motivazione sono state prese collegialmente da quattro giudici, tra togati e onorari (un sociologo e uno psicologo): vuol dire che la maggioranza, almeno tre, erano d'accordo con il tono del rigetto.


I magistrati insistono: «Va inoltre sottolineato che, allo stato, unica misura adeguata alla tutela delle esigenze cautelari evidenziate appare quella applicata della custodia in Istituto penitenziario minorile. Sia il collocamento in comunità che la permanenza in casa risultano infatti misure inadeguate anche in considerazione della citata adesione agli schemi di vita Rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole».

Sono parole che sfiorano, dice Valle, la discriminazione razziale, e mettono in pericolo i diritti civili e umani della bambina condannata. «In modo sconcertante» spiega l'avvocato «si afferma l'opzione del carcere su base etnica e, attraverso la definizione di "comune esperienza", i più biechi e vergognosi pregiudizi contro la minoranza rom vengono elevati al rango di categoria giuridica».
(30 novembre 2009)

 http://espresso.repubblica.it/dettaglio/rom-vuol-dire-criminale/2115931&ref=hpsp

UN FESTIVAL CONTRO LA VIOLENZA

  • Nov 30, -0001
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espresso.it
19 11 2009

di
Ilaria Venturi

E il Comune rinnova la convenzione con la Casa delle donne

BARBARA, 32 anni, uccisa con una coltellata dal marito. Antonietta, massacrata di botte dal convivente. E ancora tanti, troppi nomi. Sono le donne uccise nel 2008 in Italia ora rappresentate da sagome rosse che si affacciano dalla balconata di Sala Borsa. E´ la mostra itinerante «Testimoni silenziose», nata da un´idea di artisti e scrittrici americane e dedicata alle donne vittime di violenza, che approda a Bologna per la quarta edizione del Festival «La violenza illustrata» promosso dalla Casa delle donne che quest´anno festeggia il ventennale. E alla presentazione del programma, da oggi al 29 novembre, ieri l´assessore Simona Lembi ha annunciato il rinnovo della convenzione con la Casa delle donne che scade a fine anno. «L´accordo passerà da tre a cinque anni e aumenteremo le risorse, soprattutto per progetti mirati all´autonomia e all´accoglienza delle donne maltrattate e dei loro bambini». Ora il Comune dà alla Casa delle donne 90mila euro per il funzionamento. Dalla Provincia arrivano 45mila euro. Per una realtà che dal 1990 ha accolto 6.759 donne.
Il Festival, in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre, è un modo per riaccendere l´attenzione sulla violenza di genere. Il simbolo scelto dal manifesto, la Venere di Botticcelli trafitta, è il tema centrale: «Il corpo femminile ?reale´, violato e calpestato, delle donne che lottano ogni giorno per i loro diritti e il corpo ?immaginato´, esposto e deformato, che colonizza lo spazio pubblico e mediatico». Molti gli eventi.
Si parte oggi, alle ore 20, al cinema Lumière, con il documentario su Anna Politkovskaya commentato dai registi. Domani inaugurazione della mostra in Sala Borsa (ore 17) con tavola rotonda sui vent´anni della Casa delle donne; alle 20 al Lumière documentari sull´uso del corpo della donna in tv e dibattito con Syusi Blady, la semiologa Giovanna Cosenza e la sociologa Rossella Chigi. Sabato, alle 20 al Lumière, l´inedito di una intervista girata da Marco Bellocchio a Joyce Lussu, partigiana e scrittrice dalla parte delle donne. E ancora: incontro sulla legge contro lo «stalking» lunedì 23 alle 14 alla Camera del Lavoro; mercoledì 25 in Cappella Farnese (ore 17) documentario «Processo per stupro» e dibattito.


http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/un-festival-contro-la-violenza/2115300

LA POLITICA NON USI IL CROCEFISSO

  • Nov 30, -0001
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 espresso
18 11 09


La curia di Brescia boccia senza mezzi termini 'White Christmas', l'iniziativa del Comune di Coccaglio, a guida leghista, di andare a caccia di immigrati non in regola. 'Ci preoccupa che si chiami in causa il cristianesimo per iniziative politiche che di cristiano non hanno veramente nulla'
"L'iniziativa è purtroppo una delle tante conseguenze del pacchetto sicurezza che stabilisce che l'immigrato clandestino è in stato di reato e quindi perseguibile sempre - spiega don Mario Toffari, direttore dell'ufficio per la pastorale dei migranti della diocesi. Questa è purtroppo l'origine di tutti i mali".

L'assessore leghista alla Sicurezza del piccolo centro del Bresciano Claudio Abiendi aveva dichiarato: "Per me il Natale non è la festa dell'accoglienza ma della tradizione e dell'identità cristiana".
(a cura di Elena de Stabile)

(18 novembre 2009)


http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-politica-non-usi-il-crocifisso/2115026/8

ACCOLTELLA 18 VOLTE LA MOGLIE INCINTA

  • Nov 30, -0001
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espresso
11 10 09
L'UOMO, INCENSURATO, HA 38 ANNI E FA L'OPERAIO ALLA FULGAR. ARRESTATO DAI CARABINIERI VICINO ALL'AZIENDA DI CASTEL GOFFREDO

Giancarlo Oliani
Asola, il marito confessa: è lei che stressa. Ferita pure la figlia di 9 anniASOLA. In un incontrollabile impeto di rabbia ha preso a coltellate la moglie incinta, colpendola al torace e all'addome ed ha ferito la figlia di appena nove anni che aveva cercato di difendere la mamma dalla violenta aggressione del padre. E' successo lunedi sera ad Asola.
 lfonso De Maria, operaio incensurato di 38 anni, si trova ora in carcere. Deve rispondere di tentato omicidio e lesioni personali. La moglie, Flora Durante, invece, è ricoverata in prognosi riservata nel reparto di Rianimazione dell'ospedale «Carlo Poma» di Mantova. Operata per le numerose ferite riportate corre il rischio di perdere il bambino. La loro storia coniugale è costellata di continui litigi, botte e minacce. E sempre alla presenza delle figlie che ora hanno nove e cinque anni e che anche lunedì sera hanno assistito alla brutale aggressione del genitore. Sono da poco passate le venti quando qualcuno dal condominio di via Ruzzenenti chiama i carabinieri. E' molto spaventato. Dall'appartamento dei vicini sente urla forsennate, il pianto dei bambini, grida di dolore. I militari di Asola, che conoscono la situazione di quella famiglia, accorrono immediatamente. Sul posto c'è già il 118 che sta soccorrendo la donna, Flora Durante, di trent'anni. Ha numerose ferite da arma da taglio sull'addome e sul torace, per l'esattezza diciotto. Il marito, nel corso dell'ennesima violenta discussione, ha preso un coltello dal cassetto della cucina ed ha infierito su di lei. Presenti al fatto, come già accennato, anche le due figlie della coppia. La più grande, vedendo la mamma in difficoltà, si mette in mezzo, cerca di fermare il padre, ma quest'ultimo la scaraventa a terra ferendola ad una mano. La bimba inizia a piangere e la madre può soltanto sperare che la furia del marito si plachi. Così è, dopo alcuni interminabili minuti. L'operaio esce di casa e scappa a bordo della sua Alfa Station Wagon.I carabinieri si trovano di fronte ad una donna coperta di sangue e ad una bambina spaventatissima. Vengono portate in ospedale ad Asola (la madre da lì nel cuore della notte a Mantova) e mentre una vicina di casa si offre di tenere con sé la più piccola della famiglia, i carabinieri si mettono alla ricerca dell'operaio. Coordinati dal capitano Giovanni Pillitteri scendono in campo anche i militari del Nucleo radiomobile di Castiglione e dopo nemmeno due ore l'uomo viene trovato a poca distanza dalla Fulgar l'azienda di Castel Goffredo per la quale lavora. Non oppone resistenza all'arresto e mentre lo portano in carcere dichiara: «Mia moglie mi stressa. Mi stressa continuamente».

http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/accoltella-18-volte-la-moglie-incinta/2114396

PROSTITUZIONE A ROMA, NULLA E' CAMBIATO

  • Nov 30, -0001
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espresso.it
05 11 2009



Una valanga di multe, controlli a tappeto e innumerevoli arresti. Ma di fatto, a un anno dall'ordinanza Alemanno, l'esercito delle operatrici del sesso continua a passeggiare sulle strade romane
Pina è romana, lavora a Tor di Quinto. Ha 70 anni e fa la prostituta. «Ce vorrebbero davvero i fascisti per mandà via 'ste mignotte straniere. Da quando ce stanno loro io non lavoro più». Ma l'ordinanza del sindaco Alemanno non ha liberato le strade dalle lucciole? «Maddeché! Stanno sempre qua, mi hanno rubato tutti i clienti».
Pina vende sesso da cinquant'anni e come tutta la vecchia generazione di prostitute è arrabbiata. Perché le vagonate di rumene, nigeriane e transessuali, che vendono sesso nella capitale, le hanno prosciugato gli incassi. E a far ripartire il suo business non è servita neanche la crociata purificatrice contro donne di vita e clienti, lanciata a settembre 2008 dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno. A poco più di un anno dall'ordinanza, infatti, l'esercito delle operatrici del sesso è di nuovo arruolato e operativo. E passeggia sulle strade romane.

ORDINANZA ALEMANNO, UN ANNO DOPO
Ma cosa è accaduto dallo start up del piano-Alemanno? Il comune di Roma ha mobilitato tutte le forze dell'ordine per monitorare il territorio. Controlli a tappeto, pattugliamenti senza sosta e una caterva di multe dai 200 ai 500 euro: a fine ottobre di quest'anno, dopo 406 giorni dall'entrata in vigore del provvedimento, ne sono state inflitte 8310. Di cui 653 ai clienti (il 14% dei quali è composto da persone non residenti a Roma come studenti, lavoratori pendolari, turisti) e ben 7657 a prostitute, uomini e trans.

La quasi totalità delle persone sanzionate, l'83,9%, è composta da rumene; poi ci sono le brasiliane (4,8%), nigeriane (1,9%), italiane (1,6), bulgare (1,2%) e il restante 6,3% da persone di altri paesi. L'insieme delle operazioni 'no-lucciole' ha fatto scattare 351 denunce, 19 fogli di via, 31 arresti, 120 decreti di esplusione per cittadini non comunitari e 197 accompagnamenti nei Centri di identificazione ed espulsione. E nel breve periodo alcune strade, storicamente affollate di ragazze, come via Salaria e via Tiburtina, sono state ripulite.


Ma la prostituzione ha solo cambiato pelle, si è adattata. Si sono diversificati i luoghi, le modalità, i contatti. Un effetto-dispersione ha distribuito a raggiera sul territorio le lucciole e le ha spinte nell'ombra. Dove la lunga mano della criminalità controlla e dispone senza più limiti. Molte sono emigrate verso il litorale laziale, tra Ardea e Anzio, dove il racket ha preso in affitto villini e appartamenti sul mare, sfitti durante l'inverno, creando di fatto mini quartieri a luci rosse. Altre si sono sparpagliate in ogni angolo della città, rinchiuse in bugigattoli sgangherati con benefici effetti sul business. Perché poter offrire il comfort di un letto, anche lurido e malconcio, permette di aumentare le tariffe fino a 50-60 euro.

Una moltitudine di ragazze cinesi è stata sistemata in fantomatici centri massaggi dove, accanto al relax, si smerciano brandelli di erotismo a prezzi competitivi. Una 'mancia' di 15-20 euro può bastare per deragliare dallo shiatsu a contatti più piccanti. Le più disinvolte sono state naturalizzate in lap-dancer a ore, in riservati e accoglienti nightclub. Una mezz'ora di intrattenimento si compra a 150 euro all inclusive: striptease e rapporto.

DALLA STRADA AL NIGHT CLUB
A dicembre 2008 chiude un nightclub di via Ostiense, dove era possibile ottenere prestazioni hard pagando col bancomat. A gennaio i carabinieri scoprono una casa di appuntamenti a Trastevere gestita da una signora cinese di mezza età, improvvisatasi maitresse per sfruttare alcune più giovani connazionali. Pochi giorni dopo viene scoperta un'altra casa 'made in China' a Monteverde.

A marzo, a un semestre dalla sua approvazione, l'ordinanza aveva già perso la sua spinta propulsiva, al punto tale che alcuni agenti della polizia provinciale vegono arrestati, nella zona periferica di Malagrotta, perché barattavano le multe con prestazioni sessuali gratuite. Il 24 giugno scorso un blitz dei carabinieri scopre un locale notturno alla stazione Termini. Alla fine di luglio, nel quartiere Prenestino, vengono messi i sigilli a un altro centro massaggi cinese. Mentre il 20 agosto chiude l'ennesimo nightclub, questa volta in Via Veneto.

di Riccardo Panzetta

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SEGREGA MOGLIE NUDA IN TERRAZZA

  • Nov 30, -0001
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Per quasi due ore al gelo e senza abiti la donna e il bimbo costretti a pregare dopo l’ennesimo litigio in casa
Bruno Pileggi
La giovane donna, salvata dai vicini, aveva con se il figlioletto di 2 anni. L’uomo, di origine marocchina, è stato arrestato dai carabinieri LACES. Un operaio di origine marocchina, M.H. di 41 anni, è stato arrestato l’altra notte con pesantissime accuse di maltrattamenti in famiglia. L’uomo infatti, al termine dell’ennesimo alterco con la giovane moglie di 28 anni, l’ha costretta a denudarsi e poi a restare a pregare in ginocchio, assieme al figlioletto di due anni, segregata sul terrazzino al gelo. Solo il tempestivo allarme lanciato dai vicini di casa ha potuto porre fine a questa punizione medievale. I carabinieri hanno fatto scattare le manette ai polsi dell’uomo noto per le sue reazioni violente.
Erano da poco passate le 23 quando l’altra notte nella centralissima piazza del Mercato si sono udite le urla disperate di una giovane donna e gli strilli del suo figlioletto di due anni e mezzo che invocavano aiuto. I vicini hanno così subito individuato l’appartamento di M.H., operaio di 41 anni originario del Marocco che da anni risiede e lavora regolarmente in Venosta, provvedendo ad avvisare i carabinieri dell’allarmante situazione che doveva essersi creata in quella casa.
I militari della locale stazione sono arrivati sul posto in pochi istanti mentre le urla e le richieste di aiuto continuavano a ripetersi disperatamente. Non riuscendo ad entrare perchè l’uomo si rifiutava di aprire, i militari hanno allora forzato la porta dell’appartamento trovandosi di fronte ad una situazione allucinante: la giovane moglie dell’operaio era in un angolo del salotto ancora nuda e inginocchiata a terra con vicino il figlioletto di poco più di due anni, pure lui svestito, entrambi costretti a recitare preghiere dal marito e padre che appariva palesemente alterato e forse in preda ai fumi dell’alcol tanto che alla vista dei carabinieri ha pure dato in escandescenze.
La punizione medievale, come sono poi riusciti a ricostruire i carabinieri al termine dei primi sommari interrogatori anche dei vicini, è avvenuta al termine dell’ennesimo litigio fra i due coniugi. Circostanza per altro non nuova all’interno di quella famiglia dove il caratteraccio dell’uomo aveva già procurato non pochi guai tanto che poche settimane fa era stato pure licenziato dal suo ultimo datore di lavoro, pare proprio per i suoi pessimi modi di relazionarsi con i colleghi, tanto da sfiorare più volte anche la vera e propria rissa.
Ultimamente era occupato presso una ditta locale come magazziniere, ma i suoi colleghi non ne hanno certo un ricordo felice e positivo: «Si arrabbiava per niente e non legava con nessuno di noi - dicono all’unisono - tanto che spesso preferivamo nemmeno parlargli per evitare ogni problema».
Anche ai carabinieri l’uomo è noto per il suo carattere scontroso che non l’ha certo aiutato ad integrarsi nel tessuto sociale locale; pure il ripetuto abuso di sostanze alcoliche avrebbe infine aggravato con i mesi un disagio crescente che l’altra notte si è scatenato proprio contro la sua stessa famiglia.
Al termine dell’ennesimo litigio con la giovane moglie che probabilmente gli rimproverava anche la freschissima perdita del posto di lavoro che rischiava di gettare la famiglia in condizioni disperate anche sotto il profilo economico, l’uomo ha così reagito con violenza: prima ha costretto moglie e figlioletto a denudarsi e poi li ha segregati in ginocchio a pregare sul terrazzo per oltre un’ora. Solo quando le urla disperate della donna e del bimbo devono averlo fatto riflettere, ha consentito loro di rientrare nella stanza lasciata però con le finestre spalancate e quindi con una temperatura che sfiorava gli zero gradi.
Nonostante l’arrivo dei carabinieri tuttavia l’operaio non ha manifestato alcun cenno di ravvedimento, nemmeno quando gli sono scattate le manette ai polsi prima del trasferimento al carcere di Bolzano per ordine del sostituto procuratore Markus Mair. Le accuse nei suoi confronti sono di maltrattamenti in famiglia aggravati dalla presenza di un minore in tenera età, familiari costretti a pratiche tali da mettere a serio rischio il loro stesso stato di salute, oltre che naturalmente la resistenza alle forze dell’ordine.
Spetterà ora anche al tribunale dei minori ed ai servizi sociali disporre tutti quei provvedimenti che possano garantire una vita serena al piccolo ed a sua madre che con ogni probabilità - visti i precedenti - verranno definitivamente allontanati dal capofamiglia.
Nelle prossime ore l’extracomunitario comparirà davanti al magistrato per la convalida dell’arresto e la valutazione della sua pericolosità e quindi per l’eventuale conferma o meno della sua detenzione; solo fra qualche settimana infine il processo in tribunale per rispondere dei reati che gli sono stati contestati.
(06 marzo 2009)

Per i migranti non ci sono diritti

  • Nov 30, -0001
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L'Espresso
30 07 2012


Migliaia di profughi attraversano l'Adriatico per scappare dalla Grecia e arrivano a Brindisi, Bari, Venezia. Dove le convenzioni internazionali sono sospese, nessun medico o legale può vederli. E dove anche i minorenni vengono rispediti indietro, in barba ai trattati

Il vano del camion si apre sullo sguardo spento. C'è poca aria, puzza di benzina e sofferenza. Nessun bagaglio, nessun documento. Solo le mutande e un sacchetto di plastica infilato in testa. Un altro profugo fuggito dall'Afghanistan è morto soffocato in fondo alla stiva di un traghetto salpato dalla Grecia. Morto in un porto italiano per sfuggire alla Polizia di frontiera. La stessa che ti fa morire anche se respiri ancora. Perché ti respinge come merce da buttare.

Alì, Amid, Sayed, Zaher. Morti che avremmo potuto evitare semplicemente rispettando i trattati internazionali sui diritti dei rifugiati e la normativa italiana sui richiedenti asilo. Ogni anno in migliaia attraversano l'Adriatico, tentando di scappare dalla Grecia, un paese condannato nel gennaio 2011 dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo 'per trattamenti inumani e degradanti' nei confronti dei profughi. In molti casi si tratta di persone provenienti dall'Afghanistan, Iraq, Sudan, Eritrea, persone che avrebbero diritto ad una protezione internazionale. E invece ad Ancona, Bari, Venezia, Brindisi, tutti i giorni, nel silenzio, i diritti umani sono sospesi. Perché «se sei un rifugiato e muori nessuno fa domande, ma per vivere da qualche parte tutti ti interrogano».

Solo nell'ultima settimana di giugno due ragazzi afghani sono morti nel porto di Ancona, due sono in coma e uno è finito in ospedale in gravissime condizioni. Negli stessi giorni una nave con 84 rifugiati è approdata a Leuca. Otto persone sono disperse. I corpi di chi riesce a sopravvivere raccontano più delle parole. Corpi di ragazzi, spesso minori, su cui è impressa la carta geografica di un viaggio. Le ferite inferte dai talebani e il dito di una mano fatto saltare a colpi di manganello da un poliziotto greco. I lividi sulla schiena delle prigioni turche e le gambe che non ti sorreggono dopo oltre trenta ore di traversata dai porti di Patrasso o Igoumenitsa, rannicchiato dentro ad un container senza cibo, senza acqua, senza aria.

E poi il sacchetto in testa da infilare quando la nave sta per attraccare perché la Polizia di frontiera italiana si è dotata di nuovi e potentissimi rilevatori sonori, capaci di individuarti anche dal solo respiro. Scanner a raggi X, banditi da altri Paesi come la Francia, perché dannosi per la salute. E la rabbia. Quella che esplode quando ti sbattono a forza in fondo a quella stessa nave con cui sei arrivato. Perché se ti trovano, nella maggioranza dei casi, ti rimandano indietro, affidandoti al comandante. Senza che sia possibile contattare un legale indipendente o farsi comprendere grazie a un interprete. Senza consentire agli operatori delle cooperative di poter operare con piena indipendenza, perché molti luoghi sono preclusi all'acceso di enti terzi per i pretesti più vari. Dai motivi di sicurezza alla natura extraterritoriale.

«Il servizio è svolto solo in determinate ore e in determinati giorni, gli operatori intervengono quasi sempre solo su chiamata della Polizia di frontiera. Inoltre "intervistano" in poche ore decine di persone, dedicando a ciascuna di esse alcuni minuti per stabilire questioni di vita o di morte come quelle relative alla loro volontà di chiedere o meno asilo. Tutti i tempi sono scanditi dall'urgenza di farli ripartire» denuncia Alessandra Sciurba della rete di associazioni Tuttiidirittiumanipertutti.

Persone a cui non viene data alcuna informazione sui propri diritti e che non potranno avanzare una richiesta di asilo o presentare un ricorso contro le misure di riaccompagnamento forzato.

Eppure questi provvedimenti, limitativi della libertà personale, dovrebbero essere soggetti ad un controllo dell'autorità giudiziaria, soprattutto nei casi dubbi sulla minore età. E invece in molti casi, come ha dimostrato il recente studio 'Human cargo' condotto da Pro Asyl e Greek Council for Refugees, non viene notificato un provvedimento di respingimento formale, scritto, motivato e tradotto avverso il quale poter proporre ricorso. Spesso non vengono registrati nemmeno i nomi. Così è più facile. Nessuna traccia dell'esistenza e del transito.

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